_Del Ducato beneventano, sua estensione e politia._
Solamente il ducato di Benevento, ciocchè parrà forse incredibile,
non potè da sì potente e glorioso Principe esser domato; questo
solo restò esente dalla dominazione de' Franzesi, ancorchè Carlo e
Pipino suo figliuolo fatto Re d'Italia da suo padre, vi avessero più
volte impiegate le loro forze, e tutta la loro industria. Ma se si
considererà lo stato florido di quello, la sua estensione, e le forze
dove era arrivato in questi tempi, non parrà nè strano nè maraviglioso,
se non potè conquistarsi da' Franzesi.
Reggeva il Ducato di Benevento, quando Desiderio ed i Longobardi furono
vinti in Italia, Arechi suo genero; nè mai si videro i suoi confini
distesi tanto, quanto sotto il Regno di costui: abbracciava quasi tutto
ciò che ora diciamo il Regno di Napoli: e toltone Gaeta, il Ducato
napoletano, che da Cuma insino ad Amalfi non estendeva più oltre il suo
dominio, ed alcune città de' Bruzj e di Calabria, che ancora ubbidivano
agl'Imperadori d'Oriente, tutto era a' Longobardi beneventani
sottoposto. Secondo i confini che gli prefigge l'accuratissimo
Pellegrino[351] si distendeva dalla parte d'Occidente insino a' confini
del Ducato romano e di Spoleto; abbracciava Sora, Arpino, Arce, Aquino
e Casino; ed avrebbero anche i Longobardi per questa parte esteso
più oltre i suoi termini, se i Pontefici romani ora con doni, ora
con preghiere non l'avessero impedito, e fatti desistere da ulteriori
progressi.
Dalla parte di mezzogiorno aveva per confine Gaeta; non mai questa
città fu a' Longobardi sottoposta: era siccome molte altre città
marittime per anche rimasa sotto l'Imperio de' Greci[352]; e sebbene
Carlo Magno l'avesse tolta a' medesimi, e come soleva usar delle
spoglie de' Greci, n'avesse fatto un dono alla Chiesa romana;
nulladimeno da poi cooperandovi Arechi, fece costui tanto, che
ritornasse di nuovo in mano de' Greci; onde nacquero le tante querele
d'Adriano[353] R. P. presso Carlo M. contro i Beneventani. Ma non
passarono molti anni, che i romani Pontefici vigilanti a ritenere
ciò che una volta hanno acquistato, pretesero, che appartenesse a
loro, tanto che Gio. VIII, ancorchè fosse da' Greci posseduta, non
ebbe riparo di concederla a Pandolfo Conte di Capua; e Terracina che
parimente fu al Consolare della nostra Campagna sottoposta, siccome si
è veduto, ed a' Greci appartenevasi, pure passò a' romani Pontefici,
di che altrove ci sarà data occasione d'un particolar discorso.
Distendevasi contuttociò da questa parte il Ducato beneventano insino
a Cuma, abbracciava Minturno, Volterno e Patria, dagli antichi detta
_Clanium_, luoghi non molto remoti da Capua, che era già passata
sotto la dominazione de' Duchi di Benevento, e che dai Conti, i quali
essi vi mandavano, era amministrata e retta. Invasero ben una volta
i Beneventani, e presero anche Cuma, ma, come si disse, furono da'
Napoletani con molta strage respinti, e glie la ritolsero. Non poterono
prender Miseno, ancorchè non molto lontano da' lor confini; non l'altre
città del mar Tirreno. Stabia, Sorrento ed Amalfi, le quali al Ducato
napoletano eran in questi tempi unite; ma tutte le altre città e
luoghi mediterranei della Campagna passarono, lino da' tempi del Duca
Grimoaldo, sotto il Ducato di Benevento, come Tiano, Gaudio, Sarno,
Nola, che in questi tempi chiamavasi _Cimeterium_, e Salerno ancora.
Estendeva ancora da Salerno i suoi confini oltre Cosenza: toltone
Acropoli ed il Promontorio, che ora volgarmente chiamiamo Capo della
Licosa, e gli altri luoghi marittimi con Reggio, che rimasero sotto
l'Imperio de' Greci; tutti gli altri luoghi mediterranei della Lucania
e de' Bruzj, Pesto, Conca, Cassano, Cosenza, Laino, e altre città, al
Ducato beneventano erano sottoposte.
Non minore fu la sua estensione verso Oriente: un tempo Autari portò
le vittoriose sue insegne insino a Reggio, ma fu questa, come si
disse, una scorreria simile a quella che i Longobardi fecero da poi in
Cotrone. Fu questa punta d'Italia conservata sempre dai Greci, nè oltre
a Cosenza e Cassano stesero i Longobardi beneventani da questa parte
il lor Ducato; ma dall'altra parte occuparono anche Taranto, e tennero
ancora gran parte della Calabria, e toltone Gallipoli ed Otranto,
s'estesero sino a Brindisi.
Nel Settentrione occuparono tutta la Puglia non pur mediterranea, ma
marittima ancora, da Bari sino a Siponto, ed il promontorio Gargano
con tutta la regione adiacente era sotto la lor dominazione. Per questa
parte il lor dominio non potè stendersi nell'isola di Tremiti, perchè
non avendo i Longobardi forze marittime, non potè cadere in lor potere.
L'ebbe poi Carlo M, e vi mandò in esilio Paolo Diacono. Stendeva
verso questa parte più oltre i suoi confini, poichè oltre a' luoghi
mediterranei della Puglia, come Lucera, Termoli, Ortona, ed altri
luoghi marittimi, e tutta quella parte che oggi appelliamo Apruzzi,
tutto era sottoposto a questo Ducato, Chieti colla regione adiacente,
e tutti gli altri luoghi mediterranei di quella parte del Sannio, che
poi si disse Contado di Molise come Supino, Bojano, Isernia, ed altre
città, e tutto il Contado de' Marsi, che con quello di Sora confinava.
Ecco fra quali confini si racchiudeva il Ducato beneventano; lo
componevano quasi che tutte quelle quattro province, onde fu questa
parte d'Italia divisa da Costantino M. e dagli altri Imperadori suoi
successori, la Campania, il Sannio, la Puglia e la Calabria, la Lucania
ed i Bruzj; in breve, toltone il Ducato napoletano, Amalfi, Gaeta, ed
alcune altre città marittime della Calabria e de' Bruzj, abbracciava
tutto ciò che ora diciamo Regno di Napoli, e delle dodici province,
che oggi compongono questo Regno, nove nel Ducato beneventano eran
comprese; queste sono oggi Terra di Lavoro, il Contado di Molise,
Apruzzo citra, Capitanata, Terra di Bari, Basilicata, Calabria citra, e
l'uno, e l'altro Principato. Meritò per tanto questa parte per la sua
estensione esser chiamata dai Greci, ed anche da' Scrittori latini di
quest'età, _Italia Cistiberina_, ed i Greci solevan appellarla ancora
_Longobardia minore_, per distinguerla dalla maggiore, che nella Gallia
cisalpina di qua e di là del Po da' Longobardi era dominata, e che
ancora oggi ritiene il nome di Lombardia. Così la chiamarono Costantino
Porfirogenito[354]; Cedreno in più luoghi, e Zonara in Basilio
Macedone; e Porfirogenito ne' suol Temi[355], parlando dell'irruzione
de' Saraceni in Bari, la chiamò semplicemente _Longobardia_. Quindi
avvenne, ch'essendo Benevento innalzato ad esser capo d'un sì vasto
Ducato; come Pavia, da' Latini detta _Ticinum_, era capo e sede de' Re
longobardi; fosse ancora questa città, per esser capo della Longobardia
minore, chiamata da' latini Scrittori di questa età e della seguente
parimente _Ticinum_, come mostra l'accuratissimo Pellegrino nella
prefazione all'anonimo[356] Salernitano.
Meritò anche in questi tempi da Paolo Diacono[357] esser chiamato
Benevento città opulentissima, e capo di più province: città reputata
allora la più culta e la più magnifica di quante n'erano in queste
nostre province; e molto più estolse il suo capo, quando Arechi,
avendovi da presso costrutta _Città nova_, la rendè più ampia, e
d'abitatori più numerosa. E quando in Italia eran le lettere quasi
che spente; e toltone i Monaci, presso gli altri vi era una somma
ignoranza, Benevento solamente in mezzo di tanta barbarie, seppe
nel miglior modo che potè mantener la letteratura. Narra l'anonimo
Salernitano[358], che ne' tempi dell'Imperador Lodovico, in Benevento
fiorivano trentadue Filosofi: _Tempore quo Ludovicus praeerat
Samnitibus, triginta duos Philosophos Beneventum habebat_: non già come
osservò il diligentissimo Pellegrino, che questi fossero veramente
tali, ma secondo il costume di quei tempi, erano chiamati Filosofi
tutti coloro che professavano lettere umane. Il nostro Paolo Varnefrido
Diacono della Chiesa d'Acquileja fu per la sua letteratura di stupore
a Carlo M., e quantunque essendo egli attaccato a' suoi Longobardi
l'avesse tante volte offeso, lo risparmiò sempre in considerazione
della sua dottrina, nè altro gastigo gli diede, che di mandarlo in
Tremiti esiliato. Dal nome dunque di tal magnifica città prese il suo
quest'ampio Ducato, e quindi avvenne ancora, che da Lione[359] Ostiense
si appellasse provincia di Benevento, ovvero assolutamente Benevento,
come fu anche chiamato da Erchemperto[360]: quindi presso l'anonimo
Salernitano, que' Vescovi che si mandarono da Arechi ad incontrar
Carlomanno per trattenere il suo rigore, si dissero _Beneventani
Antistites_, non altrimenti che presso S. Gregorio M. _Neapolitani
Episcopi_ eran chiamati coloro, che alle Chiese del Ducato napoletano
erano preposti.
Portò ancora questa estensione, che intorno all'amministrazione
dovesse darsi nuova politia, e diviso il Ducato in minori province,
che si dissero Contadi o Gastaldati, di ciascuna partitamente dovesse
prendersi governo, e che le città del Ducato si commettessero alla
cura di più Ufficiali, non potendosi immediatamente dal solo Duca
amministrarsi; perciò furono molte di esse concedute in ufficio ed
amministrazione a' primi Magnati e Signori longobardi, che nelle armi
s'erano segnalati e distinti, chiamati Conti o Castaldi, inferiori però
a' Duchi da' quali eran dependenti; e quindi in queste nostre contrade
sursero i Conti. Sin da' tempi di Grimoaldo, Mitola, essendosi così
ben portato nella guerra contro Costanzo, fu in premio del suo valore
fatto Conte di Capua da Grimoaldo, come si è detto: così da tempo in
tempo molte città di questo Ducato furono a' Conti concedute, perchè
le reggessero con piena, ma dipendente autorità; nè dal governo ed
amministrazione delle medesime eran rimossi, se non per fellonia, o
per morte, e poi col correr degli anni venne a costumarsi, che se non
rimaneva estinta la loro maschile stirpe, non si trasferiva il Contado
in altra famiglia.
In cotal maniera cominciarono presso di noi ad introdursi i Contadi
ed i Feudi: prima il Contado non denotava Signoria, ma Ufficio: si
chiamavano Conti, perchè il loro particolar ufficio era di presedere
alle Comitive, ovvero ceto d'uomini che si mandavano in qualche
espedizione: rendevano ancor ragione, e presedevano a' pubblici
giudicj, e nelle liti fra' Popoli a lor sottoposti amministravan
giustizia, siccome è chiaro nelle leggi longobarde[361]. Si dava a
costoro il governo delle città e delle regioni convicine, in Ufficio,
non in Signoria: alle volte si concedeva il Contado durante il corso
della lor vita, altre volte a certo e determinato tempo; ma con tutto
ciò i Principi longobardi solevano in ogni anno confirmargli, per
tenerli sempre dubbj ed incerti, ed affinchè non potessero per la
certezza di non poter esser rimossi macchinar cosa in pregiudicio dello
Stato. Ma quando per lunga esperienza eransi assicurati della loro
fedeltà, e che il Contado a lor commesso era stato da loro amministrato
con somma rettitudine e giustizia, s'introdusse che ciò che prima
erasi loro conceduto in Ufficio, il Principe, a cui s'eran resi cotanto
benemeriti, gliela concedesse in Feudo ed in dominio, non trapassando
però la loro persona; e quindi, come notò assai a proposito il nostro
Marino Freccia[362], il Contado non passava agli eredi: da che procede
onde sovente nelle antiche carte leggiamo appellarsi taluno _Comes et
Dominus_, denotandosi con ciò, che la Contea che prima eragli stata
conceduta in Ufficio, aveala per suoi segnalati servigi e fedeltà
ottenuta anche in Feudo ed in Signoria. Col correr degli anni poi fu
introdotto, che passasse il Feudo a' proprj figliuoli, non però giammai
agli eredi, compassionando lo stato di coloro i quali, morto il padre,
togliendosi loro il Feudo, si sarebbero in un tratto veduti cadere in
un'estrema miseria e povertà, la quale non ben si unisce colla nobiltà
del sangue, anzi quella deturpa ed affatto estingue. Ecco, come prima
delle altre, che ubbidivano a' Greci, cominciarono in queste province
sottoposte a' Principi longobardi beneventani, i Feudi e le Contee. Si
multiplicaron perciò in appresso in buon numero nel Ducato beneventano
i Contadi ond'era quello diviso: il primo fu il Contado di Capua, che,
come diremo, divenne poi un ben ampio e nobil Principato: s'intesero
i Contadi di Marsi, di Sora, il Contado di Molise, l'altro d'Apruzzi,
di Consa, e molti altri, che poi diedero il nome alle province,
nelle quali ora il Regno è diviso. Si videro perciò i Principi di
Benevento per lo numero de' suoi Conti in maggior splendore: molti se
ne annoveravano, da quali traggono l'origine alcune delle più illustri
famiglie del Regno: i Conti d'Aquino, i Conti di Tiano, di Penna,
d'Acerenza, di S. Agata, d'Alife, d'Albi, di Bojano, di Cajazza, di
Calvi, di Capua, di Celano, di Chieti, di Consa, di Carinola, di Fondi,
d'Isernia, di Larino, di Lesina, di Marsi, di Mignano, di Molise, di
Morono, di Penna, di Pietrabbondante, di Pontecorvo, di Presenzano,
di Sangro, del Sesto, di Sora, di Telese, di Termoli, di Trajetto, di
Valve e di Venafro; tantocchè, siccome di Carlo M. dicevasi essere
stato il più grande facitor de' Paladini, così de' nostri Principi
beneventani i più grandi facitori de' Conti.
Eransi ancora introdotti sin dalla venuta d'Alezeco, Duca de'
Bulgari, i Castaldati: i Castaldi eran minori a' Conti, e siccome
notò accuratamente l'incomparabile Cujacio, non eran propriamente
Feudatarj: erano come Custodi, e che ricevevano le città o ville _jure
gastaldiae_, non li ricevevano _jure feudi_, quasi che perpetuamente
dovessero godere del beneficio; ma loro se ne dava il governo e
l'amministrazione a tempo, colla clausola sin tanto che ci piacerà,
ed era in arbitrio del concedente toglierla quando che gli piaceva,
siccome fece Grimoaldo quando ad Alezeco concedè Supino, Bojano,
Isernia ed alcuni luoghi intorno in Castaldato, e volle perciò che
non Duca, ma Castaldo fossesi nomato; onde leggiamo sovente presso
Erchemperto[363] ed Ostiense, che coloro che d'una città eran fatti
Castaldi, ambivano poi farsi Conti, come lo pretese Atenulfo, che di
Castaldo ch'era di Capua, coll'ajuto di Atanasio Vescovo e Duca di
Napoli, si fece Conte di quella[364] città. Quindi si vede chiaramente,
che l'ufficio de' Castaldi non era di così vile condizione, e che fosse
solamente ristretto al governo delle case regali, o siano Corti, ovvero
ville e poderi; ma solevan darsi ancora alle città. Solevano anche
questi a' quali si commetteva la custodia de' poderi e delle ville,
dirsi altresì Castaldi, e di questa spezie parlano le leggi longobarde
in più luoghi[365], e le nostre leggi feudali ancora: venne anche a
darsi questo nome a coloro che avevano il governo de' poderi degli
Ecclesiastici, che da Urbano II[366] si chiamano amministratori delle
robe ecclesiastiche, onde i monasteri anche delle Monache ebbero i loro
Castaldi, come, oltre di più antichi esempj rapportati dal Pellegrino,
ne può essere a noi buon testimonio Gio. Boccaccio, del cui ufficio,
in premio delle sue continue fatiche, ne fu anche onorato Masetto da
Lamporecchio da quelle Monache; con tutto ciò Castaldi ancora eran
chiamati coloro, ch'erano a particolari città preposti con pubblica
autorità, ed alla cura e governo civile delle medesime invigilavano; ed
oltre alla custodia delle cose pubbliche, solevano anche presedere ne'
giudicj, onde perciò erano ad essi costituiti i salarj dal pubblico,
ed assegnate alcune rendite, che nelle nostre leggi feudali si dice
essere a loro dovute _nomine Gastaldiae_. Era di lor ufficio parimente
a' Popoli soggetti render ragione e sovrastare, non altrimente che
i Conti, nei giudicj e nelle liti amministrar loro giustizia, come è
chiaro dalle leggi longobarde[367]; ciò che essi non solevan fare senza
il voto d'uno, o più Giureconsulti[368] ch'erano gli Assessori: onde il
costume che nel nostro Regno vige di dar gli Assessori, o siano Giudici
a' Governadori, trae più antica origine di ciò che altri credettero.
Anzi i Castaldi, oltre della civile potestà, ebbero alcun tempo anche
la militare, come è chiaro per una legge di Rotari[369], e da ciò
che narra Anastasio Bibliotecario della guerra di Cuma, nella quale
dal Duca di Napoli furono uccisi quasi trecento Longobardi col loro
Castaldo, che gli guidava, e che aveva il pensiero di quell'impresa:
onde se non voglia aversi per vero quel che dice Cujacio della
differenza di questi Castaldi co' veri Feudatarj, cioè che questi come
Custodi erano a tempo costituiti, non perpetuamente, non si sapranno
distinguere con segni più chiari i Conti da' Castaldi.
E se bene Camillo Pellegrino, non piacendogli il sentimento di
Cujacio, avesse proccurato di distinguergli con dire, che quantunque
i Castaldi convenissero co' Conti in molte cose, nulladimeno il
proprio loro ufficio era d'aver cura delle cose pubbliche, derivando
ciò dall'etimologia del nome _Guast_ ed _Halden_, voci dell'idioma
tedesco, del quale sovente i Longobardi servironsi[370], che non denota
altro, che _Hospitium tenere_, come notò Vito Amerpachio nelle note a'
Capitoli di Carlo M., e l'ospizio non denotando le case private, ma le
pubbliche ed il Pretorio del Magistrato; perciò egli portò opinione,
che la particolar cura del Castaldo, essendo delle cose pubbliche,
non delle familiari e delle private, per questo si distinguesse dal
Conte; nulladimeno ciò che siasi di questa derivazione, ed ancorchè
nell'origine fosse stato solamente questo l'ufficio de Castaldi,
essendo da poi stati anche preposti alle città intere, con altri
luoghi adiacenti, ed avendo come si è veduto avuta tutta la potestà,
così civile che militare, siccome l'ebbero i Conti; sempre queste due
cariche si confonderanno fra loro, se non diremo, che l'una era a tempo
e l'altra perpetua, e conceduta _proprio jure Feudi_: e se bene nel
principio convenissero anche in questo con li Conti, nulladimeno in
decorso di tempo i Conti non erano se non per fellonia o morte privati
del Contado; e poi si vide che lo tramandavano anche nella loro stirpe
maschile. Vi era anche un altro marchio ond'eran distinti, poichè
il titolo di Contado denotava dignità, quello di Castaldo ufficio,
onde sovente nell'antiche carte leggiamo: _dignitate Comes; munere
Gastaldus_.
Fu per tanto il Ducato beneventano diviso in più Contadi e Castaldati,
come in province, siccome è manifesto dal capitolare di Radelchisi
principe di Benevento. Non è appurato presso gli Istorici il lor
numero, e quanti fossero: i più insigni però furono quel di Taranto,
di Cassano, di Cosenza, di Laino, di Lucania, ovvero Pesto, di
Montella, di Salerno, e quel di Capua: i più distesi furono quelli
di Capua, e di Cosenza, quello di Capua si stendeva verso Occidente
insino a Sora: l'altro di Cosenza all'incontro insino a S. Eufemia, e
Tropea. Fuvvi ancora il Castaldato di Chieti, che abbracciava molte
città e terre, l'altro di Bojano co' luoghi adiacenti istituito da
Grimoaldo nella persona di Alezeco Bulgaro, che dopo ducento anni fu
da Guandelperto[371] posseduto. Passò questa prerogativa da Bojano in
Molise luogo vicino, onde fu prima detto il Contado di Molise, e da
poi provincia del Contado di Molise, il qual nome oggi peranche dura.
Eravi quello di Telese, l'altro di S. Agata, d'Avellino, di Acerenza,
di Bari, di Lucera, e di Siponto, ed in somma a quasi tutte le città
più cospicue di questo Ducato erano i Castaldi, ovvero Conti preposti;
nè si tenne nella loro distribuzione alcun conto dell'antica politia
o disposizione delle province secondo la divisione fattane sotto
Costantino, e degli altri suoi successori: quella mancò affatto, ed
altra nuova ne surse.
In tale floridissimo stato era il Ducato di Benevento, quando in Pavia
furono i Longobardi vinti e debellati. Nè languiva presso i Longobardi
beneventani la disciplina militare: essi venivano perpetuamente
esercitati da' Greci napoletani, co' quali sempr'ebbero fiere ed
ostinate guerre, sempre vigilando i Longobardi di ridurre sotto la
loro dominazione il Ducato napoletano, siccome avevano già fatto di
quasi tutte l'altre parti di quelle province, che ora compongono il
nostro regno; nel che maggiormente rilusse la fortezza ed il valore
de' Napoletani, che dovendo sempre combattere con forze diseguali, e
da contrastar con inimico quanto vicino, altrettanto più numeroso e
potente, gli resistè con tanta intrepidezza e valore, che non poterono
i Beneventani aver questa gloria di sottoporsi quel Ducato; e non se
negli ultimi tempi se lo renderono tributario. Sarà dunque ancor bene,
dopo aver mostrato in quale stato erano i Longobardi beneventani,
quando i Re loro furon d'Italia scacciati, che ancora si parli della
fortuna e dominio de' Greci, che ancor ritenevan in queste parti, e che
poi ritennero, non altrimente che i Beneventani, da poi che Carlo M. si
fece Re dell'Italia.