CAPITOLO II.

_Di ASTOLFO Re de' Longobardi: sua spedizione in Ravenna, e fine di

quell'Esarcato._

I Longobardi, tosto che Rachi si fece Monaco, sustituirono nel solio

del Regno Astolfo suo fratello: Principe prode di mano, e più di

consiglio, il quale avendo portato il suo Regno all'ultimo periodo

della grandezza; questo stesso cagionò la sua declinazione, e la

ruina de' Longobardi in Italia. Mostrò nel principio del suo governo

sentimenti di moderazione e di quiete: confermò con Zaccaria la pace

altre volte stabilita con Luitprando e con Rachi suo fratello, ed

accordò al medesimo tutte quelle condizioni, che coi suoi predecessori

erano state pattuite. Questo Pontefice, dopo aver con Astolfo stabilita

la pace, e dopo aver così prosperamente composti gl'interessi della sua

sede, uscì da questa mortal vita nell'anno 752. Pontefice, a cui molto

debbe la Chiesa romana, che seppe far tanto per la di lei grandezza,

e per l'augumento della sua autorità: egli lasciò a' suoi successori

fondamenti molto stabili e ben fermi, onde con facilità poterono da

poi condurre la lor potenza in tutte le parti d'Occidente a quella

grandezza, che finalmente si rendè a' Principi sospetta, ed a' Popoli

tremenda.

Morto Zaccaria, il Clero e Popolo romano sustituirono Stefano II, ma

questi non tenne più quella sede, che tre o quattro giorni; perocchè

oppresso da grave letargo per tre giorni continui, nel quarto rendè lo

spirito. Tosto ne fu eletto un altro, anche Stefano nomato, il quale

dagli antichi Scrittori viene appellato anche II, non avendo ragione

del suo predecessore, che morì senza esser consecrato: poichè in questi

tempi l'elezione sola non dava il Papato, ma la consecrazione; onde

se alcuno eletto moriva innanzi d'esser consecrato, non era posto nel

catalogo e numero de' Pontefici: così veggiamo, per tralasciar altri,

che Erchemperto ed Ostiense[247] chiamano questo Stefano II, e non III.

Al presente però si tiene per articolo, contra quello che l'antichità

ha creduto, che per la sola elezione de' Cardinali il Papa riceva

tutta l'autorità; e per ciò gli Scrittori di questi ultimi tempi si

sono travagliati per metter in numero, ed in catalogo questo Stefano,

laonde è loro convenuto mutare il numero agli altri Stefani seguenti,

chiamando il secondo terzo, ed il terzo quarto, e così fino al nono,

che lo dicono decimo, con molta confusione tra gli Scrittori vecchi e

nuovi, nata solo per interesse di sostenere questo articolo.

Questo Pontefice assunto al trono, imitando i vestigi de' suoi

predecessori, mandò dopo tre mesi del suo Pontificato Legati ad Astolfo

con molti doni, perchè con lui ristabilisse quella pace, che già con

Zaccaria aveva fermata; Astolfo la ratificò e fu accordata per 40

altr'anni.

Ma questo Principe, che non nudriva nell'animo pensieri meno ambiziosi

di quelli di Luitprando, aveva fermata questa pace col Papa, acciocchè

non potesse il medesimo frastornargli i disegni, che aveva di

sottoporre al suo dominio Ravenna con tutto il resto dell'Esarcato,

che ancor era in mano de' Greci, e che veniva governato dall'Esarca

Eutichio. Avea egli per questa impresa, da che fu innalzato al Trono,

per lo spazio di due anni sotto altri colori unite tutte insieme le

sue forze, e rendutele più poderose che mai; e scorgendo che Costantino

Copronimo, il quale in questi tempi aveva assunto per compagno al Trono

_Lione_ suo figliuolo, era distratto in altre imprese nella Grecia

e nell'Asia, e che punto non badava alle cose d'Italia, nè volendo

avrebbe potuto sì tosto soccorrerla; si mosse in un subito con tutte

le sue forze contra Eutichio, ed a Ravenna capo dell'Esarcato dirizzò

il suo cammino, cingendo di stretto assedio quella imperial città.

Eutichio colto così all'improvviso, mal potendo sostener l'assalto, nè

a tanta forza resistere, gli convenne per tanto render la Piazza, e

con quella ogni speranza di ricuperarla; poichè lontano da qualunque

soccorso, e sproveduto di gente e di danaro, abbandonando ogni cosa

se ne ritornò in Grecia. Ad Astolfo, presa Ravenna, con facilità

si renderono tutte le altre città dell'Esarcato e di Pentapoli, e

trionfando de' suoi nemici, unì al suo Regno l'Esarcato di Ravenna,

per cui tante volte i suoi predecessori s'erano indarno affaticati,

i quali ora perditori, ora vincitori, mai non poterono interamente

e stabilmente unirlo alla lor Corona, senza timore di perderlo: come

fortunatamente accadde ad Astolfo, ed alla felicità delle sue armi.

Ecco il fine dell'Esarcato di Ravenna, e del suo Esarca: Magistrato

che per lo spazio di 183 anni aveva in Italia mantenuta la potenza e

l'autorità degli Imperadori d'Oriente: fine ancora del maggior lustro

e splendore di quella città, la quale da Onorio e da Valentiniano

Augusti, posposta Roma, avendo avuto l'onore d'esser perpetua sede

degl'Imperadori, e dappoi degli Esarchi, a' quali ubbidivano i Duchi

di Roma, di Napoli e di tutte l'altre italiche città dell'Imperio,

e che i suoi Vescovi contesero con quelli di Roma istessa della

maggioranza; ora ritolta da' Longobardi a' Greci, mutata fortuna, e

ridotta in forma di Ducato, non fu da essi trattata da più, che gli

altri Ducati minori, onde il Regno de' Longobardi era composto: origine

che fu della sua fatal ruina, e dello stato in cui oggi la veggiamo.

Marquardo Freero[248] nella Cronologia ch'ei tessè degli Esarchi di

Ravenna, da Longino primo Esarca sotto Giustino II, infino all'ultimo,

che fu questo Eutichio, scrisse che questo Esarcato durò 175 anni; ma

dal computo degli anni, ch'e' medesimo ne fa, si vede, che essendo,

com'egli stesso dice, cominciato da Longino nell'anno 568 e finito in

Eutichio, dopo aver Astolfo presa Ravenna secondo lui nell'anno 751,

durò l'Esarcato non già 175 ma ben 183 anni. E secondo coloro, che

portano la caduta di Ravenna nell'anno 752 l'Esarcato durò 184 anni.

§. I. _Spedizione d'ASTOLFO nel Ducato romano._

Astolfo dopo sì grande e gloriosa impresa, ripieno d'elatissimi

spiriti minacciava già di stendere il suo Imperio sopra gli altri

miseri avanzi, che restavano in Italia all'Imperador de' Greci: egli

impadronito dell'Esarcato di Ravenna, credendosi succeduto a tutte

quelle ragioni, che portava seco l'Esarcato, le quali erano, la

maggioranza e la sovrana autorità sopra il Ducato di Roma e di tutto il

resto; pretendeva di dovere anche dominare le città del Ducato romano,

e molto più la città di Roma, nella quale agl'Imperadori d'Oriente,

dopo l'accordo fatto da Luitprando con Gregorio II, era rimaso ancor

vestigio della loro superiorità, tenendovi tuttavia i loro Uficiali.

Minacciava per tanto le terre del dominio della Chiesa, e Roma stessa,

e rotti e violati i tanti trattati di pace stabiliti da' Re, e da' suoi

predecessori co' romani Pontefici, mosse il suo esercito verso Roma,

ed avendo presa Narni, mandò Legati al Pontefice con aspre ambasciate,

dicendogli che avrebbe saccheggiata Roma, e fatti passare a fil di

spada tutti i Romani, se non si fossero sottoposti al suo Imperio, con

pagargli ogni anno per tributo uno scudo per uomo[249]. A sì terribile

ambasciata tutto commosso il Papa, tentò placarlo per una Legazione

cospicua di due celebri Abati, che fiorivano in quel tempo; gli

spedì l'Abate di monte Cassino, e l'altro di S. Vincenzo a Volturno,

e gli accompagnò con molti e preziosi doni, incaricando loro, che

proccurassero, e con ragioni e con preghiere, rammentandogli la pace

poco prima firmata, di persuaderlo a non romperla, e voltare altrove le

sue armi[250].

Aveva il Pontefice sin dal principio dell'irruzione di Astolfo sopra

Ravenna, prevedendo questi mali, fatto inteso l'Imperador Costantino

de' disegni de' Longobardi, e sollecitatolo a mandare all'Esarca validi

soccorsi per impedirgli; ma Costantino volendo coprire la sua debolezza

sotto il manto dell'autorità, dando a sentire che questa sola bastasse

per rimovere i Longobardi da tale impresa, mandò, in vece di eserciti,

un gentiluomo della sua Camera chiamato Giovanni Silenziario, con

ordine al Papa di farlo accompagnare con sue lettere ad Astolfo per

obbligarlo a rendere ciò, ch'egli aveva preso[251]. Furono dal Papa

spediti non sole lettere, ma Legati ancora ad accompagnar Giovanni; ma

arrivati in Ravenna ove Astolfo dimorava, ed espostogli l'imbasciata

di restituire ciò che egli s'avea preso, fu intesa da quel Principe

con riso, e tosto ne furono rimandati senz'alcun frutto, come ben

potevano immaginare; per la qual cosa s'incamminarono i Legati del Papa

insieme con Giovanni a dirittura in Costantinopoli per supplicar di

nuovo l'Imperadore in nome del Papa di venir egli stesso con poderosa

armata in Italia per salvar Roma, e gli altri avanzi rimasi al suo

Imperio in Italia, che i Longobardi tentavano tuttavia di rapirgli. Ma

Costantino ch'era intrigato in altre guerre, e che non badava ad altro,

che per un nuovo Concilio, che in quest'anno 753 avea fatto unire di

338 Vescovi ad abbattere le immagini, non era in istato d'intraprendere

altre brighe co' Longobardi. Perciò vedendo Stefano che in vano si

ricorreva a Copronimo[252], il quale non poteva nè meno difender se

stesso da Longobardi, e ch'era molto lontano per protegger la sua

Chiesa: e che all'incontro Astolfo, entrato coll'esercito nel Ducato

romano, devastava tutto il paese; e minacciava stragi e servitù a'

Romani, se non si rendevano a lui; si risolse finalmente ad esempio di

Zaccaria e de' due Gregorj di ricorrere alla protezione della Francia,

e d'implorare l'ajuto di Pipino. Mandò nascostamente un suo messo in

Francia, per cui espose a Pipino le sue angustie, e ch'egli desiderava

venir di persona in Francia, se gli mandasse Legati, per potersi

quivi condurre con sicurtà. Pipino non mancò subito di mandargli due

de' primi Uficiali della sua Corte, Rodigando Vescovo, ed il Duca

Antonio per condurlo in Francia. Giunti il Vescovo ed il Duca in Roma,

ritrovarono, che l'esercito de' Longobardi, dopo avere presi tutti i

castelli ne' contorni di Roma, era in procinto d'investir quella città;

e che ritornati i due Legati del Papa con l'Inviato dell'Imperadore

da Costantinopoli, niente altro avevan riportato da costui, se non un

secondo ordine al Papa d'andar egli in persona a ritrovar Astolfo per

sollecitarlo a restituir Ravenna, e le altre città da lui occupate. Non

vi era alcuna apparenza, che questa andata potesse riuscir di profitto,

e pure il Pontefice volle ben ancora ubbidire, per far l'ultimo

esperimento di poter piegar quel Principe; ma quando vide che al

vento si gittava ogni opera, e che Astolfo, il quale gli aveva insieme

proibito di parlargli d'alcuna restituzione, faceva tutti gli sforzi

suoi per fermarlo, lasciossi finalmente condurre dagli Ambasciadori di

Pipino in Francia.

§. II. _Papa STEFANO in Francia: suoi trattati col Re PIPINO; e

donazione di questo Principe fatta alla Chiesa romana di Pentapoli, e

dell'Esarcato di Ravenna tolto a' Longobardi._

Giunto il Pontefice in Francia, fu accolto da Pipino con ogni segno

di stima e di venerazione: l'adorò come Pontefice e padre della

Cristianità, e gli rendè i maggiori onori che si potessero rendere

a' più potenti Re della terra. Espose Stefano i suoi bisogni al Re,

e l'angustie nelle quali i Longobardi l'avean ridotto, dimandogli il

suo ajuto e protezione, offerendosi all'incontro d'impiegar tutta

l'autorità della sede appostolica in suo vantaggio. Allora Pipino,

affinchè si rendesse più venerando a' suoi sudditi, e per maggiormente

stabilire il Regno di Francia nella sua persona e nella sua posterità,

volle che Stefano colle sue mani lo consecrasse Re, ed insieme che

i due suoi figliuoli Carlo e Carlomanno ricevessero parimente da

lui l'unzione sacra, siccome seguì nella Chiesa di S. Dionigi[253].

All'incontro Pipino, oltre ad assicurarlo, che avrebbe frenato

l'ardire de' Longobardi, e fattigli restituire i luoghi occupati nel

Ducato romano, gli promise ancora, ch'egli avrebbe scacciato Astolfo

dall'Esarcato di Ravenna e da Pentapoli, e, tolti al Longobardo

questi Stati, gli avrebbe non già restituiti all'Imperio greco, a cui

s'appartenevano, ma donati a S. Pietro ed al suo Vicario. Stefano lodò

la magnanima offerta, che si faceva con tanta profusione dell'altrui

roba, esagerandola ancora come molto profittevole per la salute

della sua anima; onde da Pipino ne fu stipulata e giurata la promessa

della donazione, facendola firmare anche da' suol figliuoli Carlo e

Carlomanno.

Questa promessa di futura donazione, nel caso fosse riuscito a

Pipino di scacciare i Longobardi dall'Esarcato, e da Pentapoli, non

abbracciava che questi Stati. Lione Ostiense[254] confuse ciò che

Anastasio Bibliotecario avea scritto della donazione fatta poi da

Carlo M. a Papa Adriano, con questa promessa di Pipino a Papa Stefano.

Anastasio narra[255], che Carlo M., confermò, e pose in effetto ciò

che Pipino suo padre avea promesso, anzi che accrebbe la paterna

donazione, e dice, che da Carlo con nuovo instromento furono donate

a S. Pietro, ed al suo Vicario molte città e territorj d'Italia

per designati confini, incominciando da Luni città della Toscana,

posta ne' confini della Liguria, con l'isola di Corsica, e calando

nel Sorano e nel monte Bordone abbracciava Vercetri, Parma, Reggio,

Mantova e Monselice, ed insieme tutto l'Esarcato di Ravenna, siccome fu

anticamente, colle province di Venezia e d'Istria; e tutto il Ducato

spoletano e beneventano. Lione[256] (come avvertì anche l'Abate della

Noce[257]) parlando nel capo 8 della donazione di Pipino, si serve di

queste istesse parole d'Anastasio, che riguardano la donazione di Carlo

suo figliuolo: e quando poi nel capo 12 tratta de' fatti di Carlo e di

questa sua donazione, non numera, come Anastasio, i luoghi e le città;

ma come se Carlo non avesse fatto altro, che solamente confermare

quella di Pipino, col supposto che quella abbracciasse tutti que'

luoghi da lui nel 8 capo descritti, dice che Carlo _bono, ac libenti

animo aliam donationis promissionem instar prioris describi praecepit_.

Ma che questa donazione di Pipino non abbracciasse altro che Pentapoli,

e l'Esarcato di Ravenna, che dovean togliersi ad Astolfo, si conosce

chiaro dall'esecuzione, che ne fu fatta dall'istesso Pipino, quando,

come diremo, calato in Italia, e toltigli al Longobardo, ne fece dono

alla sede appostolica, scrivendo l'istesso Lione[258], che Pipino

_simul cum praefato Romano Pontifice Italiam veniens, et Ravennam,

et viginti alias Civitates supradicto Aistulfo abstulit, et sub jure

Apostolicae Sedis redegit_.

Si convince ciò ancora dalla Cronaca del monastero di S. Clemente

dell'isola di Pescara, che ora impressa leggiamo nel sesto tomo

dell'Italia Sacra d'Ughello, dove narrandosi quest'istessi successi di

Papa Stefano con Pipino, si legge che Pipino avendo scacciato Astolfo,

e liberata Ravenna, la donò con venti altre città a S. Pietro. Quando

poi questo Autore favella della donazione di Carlo, dice che questo

Principe _restituit Beato Petro, quae pater ejus dederat, et Desiderius

abstulerat, ADDENS etiam Ducatum Spoletanum, et Beneventanum ec._

Ma quanto sia vero ciò che Anastasio narra della donazione di Carlo

M. volendo che abbracciasse la Corsica, il Ducato di Spoleto, il

Beneventano, le Venezie, l'Istria, e tanti altri luoghi, non mai presi,

nè posseduti da Carlo, lo vedremo più innanzi, quando di quella ci

tornerà occasione di favellare.

Accordati che furono questi trattati tra Stefano e Pipino, questi,

essendo il Papa rimaso in Francia presso di lui, immantinente interpose

i più fervorosi uficj con Astolfo perchè restituisse i luoghi occupati,

e gli replicò ben tre volte: ma nulla giovando nè preghiere nè minacce,

finalmente stimolato dal Papa, si risolvette di marciare con tutte le

sue truppe in Italia contro di lui, e seguitato da Stefano, sforzando

il passo delle Alpi, fugò l'esercito d'Astolfo, che se gli opponeva,

e l'incalzò sino alle porte di Pavia, dove assediollo, costringendolo

finalmente a dure condizioni, con obbligarlo, ricevuti innanzi gli

ostaggi, a promettere di rendere le terre della Chiesa da lui occupate

nel Ducato romano: gli tolse Ravenna con venti altre città, ed in

quest'anno 754, la aggiunse al dominio di S. Pietro[259], e prestamente

in Francia si restituì.

Ma non fu così tosto ritornato Pipino in Francia, che Astolfo, poco

curandosi degli ostaggi, che aveva dati in mano di Pipino, che rompendo

tutti i giuramenti da lui fatti, venne con tutte le forze del suo

Regno a piantar l'assedio innanzi a Roma, dopo aver dato un terribil

guasto ne' contorni. Allora Stefano vedendosi ridotto all'ultima

estremità, ebbe ricorso al suo protettore nella maniera più forte e

compassionevole che potesse mai farsi: gli scrisse quelle tre lettere,

che ci restano ancora[260], le più veementi e le più sommesse, che

si possano immaginare: e con esempio nuovo le scrisse sotto nome di

S. Pietro a cui erasi fatta la donazione, indirizzandole al Re, a'

di lui due figliuoli, ed a tutti gli Ordini della Francia, di questo

tenore: _Petrus vocatus Apostolus a Jesu Christo Dei, vivi filio,

ec. Viris excellentissimis Pipino, Carolo, et Carolomanno tribus

regibus ec._ dove introducendo questo Appostolo a parlargli così: _Ego

Petrus Apostolus dum a Christo, Dei vivi filio, vocatus sum supernae

clementiae arbitrio, ec._[261], si serve in quelle di tutti i più

prestanti scongiuri da parte di Dio, perchè lo soccorra, che facendo

altrimenti sarà alienato dal Regno di Dio, e fuori dalla vita eterna,

movendo tutto ciò ch'è più atto a scuotere un cuore cristiano.

Men di questo sarebbe bastato per obbligar Pipino a ripigliar quanto

prima le armi. Aveva già ragunate le sue truppe alla prima novella

venutagli de' movimenti d'Astolfo; e con quelle incamminatosi di

nuovo verso l'Italia, ruppe l'esercito d'Astolfo, che aveva voluto

contrastare a' Franzesi il passaggio delle Alpi, ed avendogli

minacciato l'estrema sua rovina, se durasse nell'impresa, obbligò

Astolfo a levar l'assedio da Roma già tre mesi durato, e di buttarsi

dentro Pavia col resto delle sue truppe.

Intanto Costantino Copronimo avvisato di questi trattati avuti sopra

i suoi Stati fra Stefano e Pipino, e che Astolfo cedeva l'Esarcato di

Ravenna a Pipino, per darlo al Papa; mandò tosto due Ambasciadori al

Re Pipino perchè glielo restituisse, come appartenente all'Imperio:

intesero questi a Marsiglia, dov'erano venuti da Roma con un Legato del

Papa, di aver già Pipino passate l'Alpi, e sconfitto l'esercito de'

Longobardi; perciò l'un de' due pigliando più velocemente innanzi il

cammino, mentre l'altro tratteneva il Legato, si portò sollecitamente

appresso il Re Pipino, che non era molto lontano da Pavia nel procinto

d'assediarla.

Fu l'Ambasciadore tosto introdotto all'audienza del Re, nella quale

dopo aver esaltato Pipino per le due vittorie da lui riportate

sopra i Longobardi, nemici comuni dell'Imperio e della Francia, e

commendate altamente le gloriose sue gesta, espose in nome del suo

Principe l'ambasciata[262]: esagerò, l'Esarcato essere senza alcun

dubbio dell'Imperio, usurpatogli da Astolfo, il quale pigliava tutte

l'occasioni d'ingrandirsi a' danni de' suoi vicini, mentre il suo

Principe faceva la guerra a' Saraceni: che poichè il Re l'aveva ritolto

dalle mani di questo usurpatore, era giusto che rimettesse anche nelle

mani dell'Imperadore ciò che era suo: che finalmente il Papa era suo

suddito, e che lasciandolo godere tranquillamente quanto gli era stato

dato dagl'Imperadori, e da' privati per mantener la sua dignità, non

sarebbe cosa giusta, ch'egli usurpasse ancora le terre del suo Sovrano:

essere del resto Costantino, il quale in questo non dimandava altro,

che la giustizia, prontissimo a praticarla anch'egli dal suo canto:

e che poichè il Re aveva già fatte grandi spese in questa guerra, gli

offeriva in rifacimento tutto quello, ch'egli avrebbe potuto desiderare

da un Imperadore ugualmente liberale e riconoscente.

Pipino, a cui non giunse nuova questa imbasciata, e che aveva

preveduto ciò che dovrebbe l'Ambasciadore dimandargli, umanamente gli

rispose: appartenere l'Esarcato al vincitor de' Longobardi, i quali

l'avevano _Jure belli_ conquistato, come aveano fatto anche i loro

predecessori d'una gran parte d'Italia sopra gli Imperadori greci:

essere medesimamente cosa nota, che la maggior parte di que' Popoli,

indotti sforzatamente a mutar religione, s'erano dati al Re Luitprando:

che così presupponendo il diritto de' Longobardi, del quale non era

luogo di dubitare più che di quello de' Franzesi, i quali avevano

conquistate le Gallie sopra i Romani e Vestrogoti, era molto sicuro

del suo proprio; poichè egli aveva costretto Astolfo per via delle

armi a cedergli l'Esarcato, del quale andava a mettersi in possesso

per la medesima via: che poi essendone padrone, n'avea potuto disporre

a suo arbitrio e volontà[263]. Ed aveva trovato espediente di darne

il dominio al Papa, perchè in quello la sede cattolica violata per

tante infami eresie de' Greci, si mantenesse intera; e l'ambizione ed

avarizia de' Longobardi non l'occupasse; per le quali considerazioni

egli aveva prese l'armi contra coloro, che opprimevan la Chiesa[264]:

che per tutti i tesori del Mondo non avrebbe mutata risoluzione, e che

manterrebbe contra tutti il Papa e la Chiesa nel possesso di tutto ciò

ch'egli aveva loro donato.

Rimandato per tanto senza voler sentir altra replica su l'ora

l'Ambasciadore, andò a por l'assedio innanzi Pavia, e lo strinse

così forte, che Astolfo ridotto a non poter più resistere, fu

costretto a dimandargli la pace, la quale ottenne a condizione, che

mettesse prontamente in esecuzione il trattato dell'anno precedente e

restituisse le città dell'Esarcato, dell'Emilia oggi detta Romagna,

e della Pentapoli, che diciamo Marca d'Ancona[265], nelle mani di

Eulrado Abate di S. Dionigi, da Pipino destinato suo Commessario.

Ciocchè fu eseguito prontamente; imperocchè destinati anche da Astolfo

i Commessarj, Fulrado avendo fatto uscire dall'Esarcato, e dagli altri

luoghi tutti i Longobardi e ricevuti gli ostaggi di tutte le città,

andò a portarne le chiavi al Papa, ch'egli pose sopra il sepolcro de'

Santi Appostoli colla donazione di Pipino instrumentata con tutte le

solennità e forme necessarie, e ch'egli aveva fatta anche sottoscrivere

da' due suoi figliuoli Carlo e Carlomanno, e da' primi Baroni e Prelati

della Francia. L'Esarcato, se dee prestarsi fede al Sigonio[266],

abbracciava le città di Ravenna, Bologna, Imola, Faenza, Forlimpopoli,

Forlì, Cesena, Bobbio, Ferrara, Comacchio, Adria, Cervia, e Secchia.

Tutte furono consignate al Papa, eccetto che Faenza e Ferrara.

Pentapoli, ovvero Marca d'Ancona, comprendeva Arimini, Pesaro,

Conca, Fano, Sinigaglia, Ancona, Osimo, Umana, ora disfatta, Jesi,

Fossombrone, Monfeltro, Urbino, il territorio Balnense, Cagli, Luceoli

ed Eugubio con li castelli e territorj appartenenti alle medesime, come

appare dal privilegio di Lodovico Pio, col quale vien confermata questa

donazione di Pipino: della verità del quale si parlerà a suo luogo.

Il Pontefice ricco di tante città e dominj, all'Arcivescovo di

Ravenna commise l'amministrazione dell'Esarcato; ond'è che alcuni

scrissero, che gli Arcivescovi di quella città s'intitolavano anche

Esarchi, non già come Arcivescovi, ma come Ufficiali del Papa, già

Principe temporale. Ecco per dove i Papi hanno cominciato a divenir

potenti Signori in Italia, congiungendo al Sacerdozio il Principato,

e lo Scettro alle Chiavi. Perocchè la donazione di Costantino M.,

particolarmente intorno a ciò che riguarda Roma e l'Italia, per quel

che si disse nel secondo libro di questa Istoria, e per ciò che i più

dotti Istorici, Giureconsulti e Teologi tengono per indubitabile, fu

grossamente finta da un solenne impostore del decimo secolo; o come

Pietro di Marca, molto prima ne' tempi di Adriano e di Carlo Magno.

Nè quantunque si volesse supponere per vera, ebbe ella alcun effetto:

essendosi veduto che gl'Imperadori e gli altri Re stranieri, che a

coloro succedettono, ne furono da quel tempo sempre padroni. Nè i Papi

vi pretendevano altro, che quegli _patrimonj_, che vi possedevano

per munificenza di alcun Principe o privato per la loro sussistenza

donatigli, come si disse, e siccome appunto tengono oggi gli altri

Ecclesiastici i loro negli altri Stati per tutta la Cristianità. Pipino

veramente fu quegli, da poi che i Papi s'ebbero aperte sì opportune vie

per rendersene meritevoli, che dalla bassezza d'una fortuna sì mediocre

gli arricchì delle spoglie de' Re longobardi e degl'Imperadori greci,

donando loro città e province: che se voglia il vero confessarsi,

fu delle medesime liberalissimo, come sogliono essere tutti coloro,

che niente del proprio, ma dell'altrui profondono. Queste spettavano

in verità a Costantino Imperador d'Oriente; e se voglia dirsi giusta

questa donazione, dovea esser fatta non da Pipino, ma da Costantino,

di cui erano: onde perciò alcuni[267] scrissero, che questa donazione

fosse stata fatta sotto nome di _Costantino_; e quindi esser nata la

favola della donazione di Costantino M. Da questo tempo cessarono i

Pontefici nelle loro epistole e diplomi notare gli anni _piissimorum

Augustorum_, come prima facevano. Assicurati che furono del patrocinio

dei Franzesi, scossero ogni ubbidienza agl'Imperadori di Oriente,

nè vollero esser riputati più loro sudditi: ma all'incontro questa

grandezza de' Pontefici romani riuscì a Pipino tanto profittevole,

che portò al suo figliuolo Carlo, che gli succedè, non pur il Regno

d'Italia, discacciandone i Longobardi: ma l'Imperio d'Occidente, che

il Papa volle far risorgere nella persona di Carlo, come nel seguente

libro diremo.

I Franzesi, oltre a voler esser riputati autori della grandezza e

del dominio temporale della sede appostolica, ciocchè non può loro

contrastarsi, s'avanzano più, con dire, che di tutte queste città da

Pipino alla Chiesa donate, ne avessero i Papi il solo dominio utile;

siccome il Sigonio in più luoghi della sua istoria non potè negarlo;

rimanendo la sovranità appresso Pipino e gli altri Re di Francia suoi

successori; essendo cosa manifesta, essi dicono, che i discendenti

di Pipino v'ebbero la sovrana autorità, la quale essi esercitavano in

quasi tutta l'Italia. E non fu che lungo tempo da poi, che i Pontefici

romani divennero Sovrani di quelle province, come ancora di Roma; non

per la pretesa cessione, che l'Imperador Carlo il Calvo fece de' suoi

diritti, ragioni e preminenze; ma per la decadenza dell'Imperio, da che

fu limitato e racchiuso nella sola Alemagna, in quella maniera appunto,

che tanti altri Principi d'Italia possedono al dì d'oggi legittimamente

la sovranità, ch'essi si hanno acquistata sopra l'Occidente.

Pietro di Marca[268] fa vedere come, e su quali fondamenti a poco

a poco i Pontefici romani a lor trassero la sovranità sopra Roma:

ciocchè non fu certamente in questi tempi. Egli dice, che ceduto che

fu da Pipino l'Esarcato di Ravenna al romano Pontefice, per ragion del

medesimo appartenevasi anche a lui la soprantendenza ed il governo di

Roma, non altrimente che s'apparteneva all'Esarca di Ravenna, sotto il

quale erano posti tutti i Ducati de' Greci e quello di Roma ancora: la

sovranità s'apparteneva agl'Imperadori di Oriente, l'amministrazione

agli Esarchi: quindi i romani Pontefici come Esarchi la pretesero. Ma

creati Pipino e Carlo Magno Patrizj di Roma, importando 'l Patriziato

l'aver cura di quella città, si videro insieme il Papa e 'l Patrizio

prendere il governo di quella, siccome s'osservò nella persona di Papa

Adriano e di Carlo Magno. Essendo poi morto Adriano, ed in suo luogo

creato Lione III, questi lasciò a Carlo l'intera amministrazione, il

quale da Patrizio innalzato alla dignità d'Imperadore, essendo con

ciò passata anche a Carlo la sovranità di Roma, i Pontefici più non

s'intrigarono nel governo di quella; insinochè, decadendo pian piano

l'autorità degli Imperadori successori di Carlo in Italia, finalmente

Carlo il Calvo non si fosse nell'anno 876 spogliato d'ogni sua ragione,

cedendo alla sede appostolica la sovranità di Roma ed ogni suo diritto.

Quindi è che Costantino Porfirogenito[269] descrivendo i Temi di

Europa, e lo Stato di quella del suo secolo intorno all'anno 914 dica,

che Roma si teneva da' romani Pontefici _jure dominii_. Quindi cominciò

il costume ne' diplomi di notarsi gli anni de' romani Pontefici, quando

prima ciò era de' soli Principi ed Imperadori.

L'Abate Giovanni Vignoli ne' nostri ultimi tempi, cioè nell'anno

1709 ha dato in luce un libretto intitolato: _Antiquiores Pontificum

Romanorum denarii_, ove contro a questa opinione, che tengono i

Franzesi, si sforza dimostrare, che il Senato e Popolo romano, dopo

avere scosso il giogo degl'Imperadori d'Oriente, si fosse sottoposto

a' romani Pontefici, riconoscendogli come loro Sovrani, e che non pure

il dominio utile ritennero di Roma, ma anche il supremo. Pretende

ricavarlo dalle monete, che si trovano de' Pontefici, e quantunque

ve ne fossero più antiche, nulladimanco riguardandosi solo quelle,

che ancora si veggono, queste cominciano da Adriano I, e furono

continuate a battere da Lione III e dagli altri suoi successori. Ed

ancorchè alcune d'esse, come quelle di Lione III e d'altri romani

Pontefici portassero anche il nome degl'Imperadori, come di Carlo M,

di Lodovico, di Ottone e d'altri; tantochè per quest'istesso si diede

occasione a _Le-Blanc_ franzese di comporre un trattato col titolo di

_Dissertazione Istorica sopra alcune monete di Carlo M, di Lodovico Pio

e di Lotario, e de' loro successori battute in Roma_; con le quali vien

confutata l'opinione di coloro, che pretendono, che questi Principi non

abbiano mai avuta in Roma alcuna autorità, se non col consentimento

de' Papi; contuttociò il detto Abate Vignoli si studia dimostrare,

che molte monete de' Papi non ebbero il nome degl'Imperadori, come

una di Giovanni VIII la quale è solamente segnata del nome di questo

Pontefice. Che che ne sia, l'opera di Le-Blanc fa vedere quanto poco

sicura sia l'opinione del Vignoli, e molto più fondata quella de'

Franzesi.

§. III. _Leggi d'ASTOLFO, e sua morte._

Astolfo intanto, ancorchè da sì strane scosse sbattuto, non restava

però di volger i pensieri alla conservazione del suo Regno: egli non

aveva mancato per nuove leggi riordinarlo, aggiungendone altre a quelle

de' suoi predecessori, e variandole ancora secondochè stimava più

utile ed opportuno a' suoi tempi; avendo per tanto in Pavia nel quinto

anno del suo Regno convocati da varie parti i principali Signori e

Magistrati del suo Regno, seguendo gli esempj de' suoi predecessori,

promulgò un editto nel quale molte leggi stabilì. Pure abbiamo

quest'editto d'Astolfo nel Codice Cavense per intero, che contiene

ventidue capitoli: il primo comincia: _Donationes illac, quae factae

sunt a Rachis Rege, et Tassia conjuge_. L'ultimo ha per titolo: _Si

quis in servitium cujuscumque pro bona voluntate introierit_. Alcune

di queste leggi, il Compilatore del volume delle leggi longobarde le

inserì in que' libri: tre se ne leggono nel primo libro: una sotto

il _tit. de Scandalis_: l'altra sotto il _tit. de Exercitalibus_; ed

un'altra sotto quello _de Jure mulierum_: quindici nel _lib. 2_, una

sotto il _tit. 4_, un'altra sotto quello _de Successionibus_, altra

sotto il _tit. de ultimis volunt._. un'altra sotto il _tit. 20_,

due sotto il _tit. de Manumissionibus_, due altre sotto quello _de

Praescriptionibus_, e sette sotto il _tit. Qualiter quis se defendere

deb_. E nel _lib. 3_ ancor se ne legge una sotto il _tit. 10_ ch'è

l'ultima de' Re longobardi; poichè Desiderio suo successore, e nel

quale s'estinse il Regno, passando ne' Franzesi, applicato a cure

più travagliose, non potè d'altre leggi fornir questo Regno, che

infelicemente ebbe a lasciare.

Ma mentre questo Principe dopo aver per dura necessità restituito

l'Esarcato e tante altre città, è tutto intento a meditar nuovi

disegni per vendicarsi della oppressione de' Franzesi, e di riordinar

nuovamente la guerra, essendosi un giorno portato alla caccia, spinto

da un cignale, ovvero, com'altri rapportano, casualmente sbalzato

da cavallo, o come dice Erchemperto[270], percosso da una saetta, il

caso fu per lui cotanto fatale, che in pochi giorni rendè lo spirito,

lasciando in quest'anno 756 il Regno pieno di calamità e di sospetti,

non avendo di se lasciata prole alcuna.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2 · 第 20 / 52 题