Il Medico.
Il dottor Carlo Chiari che prestava a Maria le cure più intelligenti,
non era cieco, nè ingiusto, nè reso insensibile da una passione
sfrenata, come Sandro il cavallante.
La vita del giovine colto e ambizioso, condannato dalla povertà a
cominciar la carriera con quella misera condotta, aveva poche gioie,
molti fastidi. La fatica e il tedio l'opprimevano spesso. E se la sua
ambizione sempre desta, non gli lasciava perdere di vista l'avvenire,
non perciò erano meno pressanti le esigenze del presente. La giovinezza
lo sferzava; e i piaceri grossolani che trovava alla sua portata non
potevano soddisfarlo. La società pavese dove faceva qualche rapida
apparizione, lo annoiava; troppi vincoli di idee provinciali; troppi
pregiudizi. E poi, egli non voleva legarsi con una di quelle relazioni
che possono avere troppo peso nella vita di un giovine. Neppure
ammogliarsi voleva, come certi suoi colleghi che gli predicavano la
rassegnazione. Le ragazze da marito che i soliti smaniosi di fare la
felicità altrui gli vantavano ed anche gli offrivano segretamente, non
parlavano al suo cuore, non gli destavano la indispensabile simpatia; e
le famose doti erano miserie: ventimila lire al massimo! Egli sorrideva
con disprezzo. Ci sarebbe voluto una vera ricchezza per deciderlo al
sacrificio; tanto ei sentiva alto di sè, tanta fede aveva nella fortuna.
Aspirava ai massimi gradi sociali, con la freddezza tranquilla di chi
non vede che il proprio valore, e non teme rivali. Ma intanto, qualche
cosa gli ci voleva per passare alla meno peggio quei maledetti anni!
Da principio aveva sperato nelle avventure. Ne aveva sentite raccontar
tante, quand'era studente, di giovani medici accarezzati da nobili e
capricciose signore, specialmente in campagna, nell'ozio delle
villeggiature.
Ma dopo un anno, dopo due, quelle speranze erano morte e sepolte. Di
signore belle, eleganti e capricciose come s'intendeva lui, non ne
capitavano da quelle parti. Qualche moglie di fittabile lo aveva
guardato di buon occhio, ed egli non si era fatto pregare; ma non valeva
la pena; bisognava pagare troppo di persona, fare la corte al marito,
alla suocera, alle cognate, ai vecchi zii; col rischio di essere
scoperti e fare uno scandalo. Veri gineprai dell'amore.
Da qualche tempo era ridotto a sognare una piccola relazione, non
sprovvista di una tal quale poesia, e che lo lasciasse, nel medesimo
tempo, completamente libero.
Se non fosse stato così scarso a denari, qualche cosa avrebbe combinato.
Mah!
--Una vita da diventare idrofobi!--diceva certe volte agli amici
ammogliati, accompagnando la frase con una di quelle sue mezze risate
che squillavano e davano rilievo anche alle banalità, facendo
scintillare i suoi bei denti bianchi sotto ai baffi neri graziosamente
arricciati.
--Di tratto in tratto bisogna fuggire per salvarsi dalla
pazzia--soggiungeva con un'aria fredda di giovane cinico.
E scappava a Milano a immergersi in una orgia. Ma sempre quella tirannia
del denaro, che tarpava l'ali alla fantasia; e poi, appena partito
doveva ritornare per qualche malato. Crepavano di miseria que'
disgraziati!
Dopo tutto non era soltanto codesto. Le orgie gli lasciavano una certa
nausea; e i nervi, irritati piuttosto che appagati, rimanevano renitenti
allo studio. Non era quello che gli ci voleva, a lui.
In tali frangenti, un giorno la Cristina gli era parsa una salvezza. Un
bel frutto da mordere allegramente, senza paura, senza rancori. E finito
il capriccio, essa non l'avrebbe seccato, era troppo altera.
Ma don Giorgio gli aveva guastato il giuoco: maledette sottane nere!...
Quante glie ne aveva dette dietro alle spalle.
In seguito però, i due amanti essendo scomparsi, e specialmente dacchè
si buccinava che fossero marito e moglie, la bizza del medico si era
quietata. Sposarla?...
Oh! no, davvero! Se quello era il patto, meglio niente. Ci voleva un
curato di campagna, un novizio, per fare di quelle pazzie. Spretarsi per
prender moglie? Rinunziare al principale vantaggio della professione!...
E quando il dottore si trovava al caffè di Gel, o in qualche osteria col
fittabile di Val Mis'cia, si sfogavano a ridere di quell'amore e di quel
matrimonio; consolandosi così, a vicenda, dello smacco patito.
Da alcuni mesi tuttavia le cose erano cambiate. Il dottore non pensava
più a Cristina, e se qualcuno gliene parlava, mostrava di giudicarla
benevolmente. Finito il bruciore, la naturale bonarietà dell'uomo
spregiudicato ripigliava il sopravvento.
Gli è che a poco a poco frequentando Maria, imparando a conoscerla, e,
per il genere della cura, avendo occasione di vederla nella maggiore
intimità, egli si era penetrato, quasi senza avvedersene, di quella
bellezza positiva e ideale nel medesimo tempo.
Nessuno meglio del medico poteva intenderla quella bellezza: forse
neppure un artista. Da principio, guardandola appunto con l'occhio del
medico che notomizza, egli cominciò semplicemente dall'ammirare quella
perfetta corrispondenza di parti, formate dalla natura con tanta
sapienza per il suo scopo fatale.
Molte volte, mentre la povera giovane si sentiva morire di vergogna, ei
le ripeteva ridendo:
--Hai torto di vergognarti... sei bella! Davvero. Non avrei creduto che
tu fossi così perfetta. Sei bellissima. Te lo dico io che me ne intendo.
Una mattina, essendo appunto ritornato da una di quelle sue scappate a
Milano, egli entrò a dirle secco secco:
--Vuoi venire a Milano con me la prossima volta?... Ti condurrò dallo
scultore Grandi che cerca una modella. Meglio di te non può certo
trovare... Oh!... Che faccia fai?... Ti darebbe dei bei denari, credi!
Ella ebbe un impeto istintivo di collera; egli, una risata. In fondo
però, non era lontano da una certa commozione. E per tutto quel giorno,
la figura della sua giovine ammalata gli restò nella memoria
suscitandogli un senso di vago malcontento, quasi di rimorso.
Da quella volta il dottore non si sentì più di scherzare così
brutalmente con Maria. Cominciava a imporgli rispetto. Non avrebbe
voluto veramente rispettarla; ciò gli pareva noioso e sciocco. Ma non
poteva a meno. Per quanto mal preparato, doveva pur riconoscere che
quella non era soltanto una «stupenda materia» come aveva detto tante
volte discorrendone con qualche collega. Una scintilla animava quel
bronzo pallido, di sì mirabile forma.
E quasi ei diceva: Peccato!
Il desiderio gli si destò all'improvviso. Allora non ebbe pace. Divenne
riguardoso, quasi timido. Aveva paura di essere indovinato, e che ella
non volesse più farsi curare da lui. Innanzi tutto egli voleva guarirla;
e si mise a studiare la malattia con instancabile ardore.
Una volta guarita, poi, con l'aiuto della riconoscenza, non gli pareva
difficile di poterla commovere.
E sempre guidato da quel suo epicureismo cinico, che era una parte
caratteristica della sua natura, egli faceva dei piani molto pratici ed
egoisti.
Meno appariscente di Cristina, meno seducente, Maria gli appariva più
dolce, più sottomessa, quindi preferibile. Certo non gli avrebbe dato
alcun fastidio; ma non per orgoglio, bensì per quella mitezza che era
l'essenza dell'anima sua. Proprio la donna di cui aveva bisogno per quei
tre, quattro--tutt'al più sei anni di vita oscura a cui poteva essere
condannato, se un colpo di fortuna, inatteso, non cambiava le cose.
Passato quel tempo, egli se ne sarebbe andato; e lei sarebbe rimasta; le
contadine non si allontanano dal marito. Ma intanto, quegli alcuni anni
potevano passarli bene. Perchè non doveva accettare lei, con quel marito
che la trattava come un cencio di casa? Sarebbe stata troppo stupida. E
stupida non era.
Se non che, i mesi passavano, e questi bei progetti non trovavano la
loro attuazione. Sfinge incomprensibile, la malattia si accaniva,
deridendo gli sforzi del medico. E giorno per giorno parlando con
Maria, facendola abilmente discorrere, egli acquistava la convinzione
che la virtù della donna non sarebbe stata meno crudele, nè meno
ostinata della malattia, nella sua resistenza.
Ma anche lui si accaniva, mostrando in fondo poca saggezza.
Di tratto in tratto però perdeva la pazienza e scappava via
brontolando:--Peggio per te, sciocchina!
Nel cuore dell'estate, mentre il sole e i miasmi facevano stragi fra i
più poveri contadini, il dottore, essendo appunto un po' spazientito,
trovò ancora un pretesto per assentarsi alcuni giorni. Quando ritornò
trovò tanto da fare a Gel e in Val Mis'cia che non ebbe il tempo di
recarsi alla Cascina dove il male attaccava meno.
Tra i malati c'era anche la Virginia, che soccombeva alla tisi
lungamente covata.
Il medico, per quanto giovine e forte e non pigro, non bastava quasi
all'immane fatica di curare tanta gente; e in certi cascinali lontani,
alcuni poveri contadini morivano prima ch'egli arrivasse a soccorrerli.
Un giorno fu chiamato anche alla Cascina Grande per un caso di tifoide.
Vi si recò subito, desideroso di vedere Maria.
Appena entrato nella corte, saltò dalla sua carrozzella e si lasciò
condurre presso l'ammalato da una vecchia contadina che era lì ad
aspettare.
La vasta corte della Cascina Grande conteneva sei edifici. Due belli: la
casa del fittabile, grande e comoda e provvista di un largo portico, per
mettervi il formentone quando la raccolta si faceva con la pioggia: e la
stalla per le bestie.
Quattro bruttissimi, neri, maltenuti: casupole da contadini. L'ammalato
di tifoide abitava nell'ultima casupola quasi nascosta dietro la stalla,
nelle esalazioni del letame. Poco discosta, ma assai migliore era
l'abitazione di Sandro e Maria. Si componeva di due stanze, vicino al
fenile.
Finita la visita con tutte le regole, il dottore andò direttamente alla
casa di Maria, sperando di trovarla. Ma non vi era.
Una giovine macilente che tesseva sola sola in una specie di cantina,
facendo un rumore assordante col suo vecchio telaio a mano, vide il
medico e smettendo un momento il lavoro, gli gridò dal finestrino:
--La _cavallante_ è laggiù a filare, vicino ai gelsi.
Ei la scorse subito. Sedeva su una carriuola arrovesciata e filava
all'ombra di un gelso.
Senza addarsene egli affrettò il passo. Ella si levò e gli mosse
incontro.
--Oh! Maria! Come va eh?
--Bene, signor dottore.
--Bene?... Non mi par tanto! Sei pallida; hai le occhiaie violacee.
Andiamo in casa che ti medicherò: ho appena il tempo.
--Oh! no...
--Perchè, no?
E corrugò la fronte, vicino ad adirarsi.
--Non vada in collera!...
--Andiamo, dunque.
--No... non c'è più bisogno.
--Che ne sai tu?
--So... È inutile.
Egli divenne pallido a sua volta.
--Non ti fidi più di me?
--Oh! signor dottore!
--Vorresti un altro medico?
--Mai più! Morirei piuttosto.
E la protesta fu così impetuosa, che il medico ne ebbe una scossa. Fissò
la giovine con intensa attenzione.
Ella teneva gli occhi fermi sul filo che le sue abili dita andavano
assottigliando; ma un leggero tremito rendeva stentato il lavoro.
Essi erano quasi soli nella vasta corte. La vecchia, che aveva aspettato
il medico poco prima, era in casa presso il suo figliuolo ammalato; la
giovine tessitrice non poteva vederli dal finestrino del suo bugigatolo.
Del resto, uomini, donne, ragazzi, tutti fuori al lavoro. Soltanto due
piccini--due testine color della canape--si rincorrevano di porta in
porta senza dir motto, come due muti.
Vicino alla stalla, sotto a una tettoia, dove stavano alla rinfusa carri
e carrette, e aratri, e arnesi d'ogni genere, un vecchio, consumato
dalla pellagra, preparava lo strame per le bestie: e la cavalla del
dottore, buona e pacifica bestia, brucava tranquillamente l'erba
ingiallita della corte.
Un calore plumbeo, insoffribile, si sprigionava dalle nuvole biancastre,
abbaglianti la vista, che velavano il sole ancora abbastanza alto. Il
dottore trasse di tasca una pezzuola di batista, impregnata di una
essenza acutissima che gli serviva a combattere i cattivi odori delle
camere dei contadini e l'odore d'acido fenico a cui la professione lo
condannava: e si asciugò la fronte madida di sudore.
Provava in sè una inquietezza, uno struggimento, qualche cosa di strano,
d'inesplicabile. Il desiderio banale che l'aveva tormentato negli ultimi
tempi era quasi sopito. Ben altro carattere aveva l'angoscia che gli
serrava il cuore adesso; ben altra cosa era la sottile tristezza che gli
penetrava l'anima, disperdendo i piccoli progetti egoistici di gaudente
povero, già tanto accarezzati; e mettendo un senso di amarezza fin nella
visione del piacere inconsciamente evocata.
--Senti--disse, dopo un lungo e penoso silenzio--devo dirti una cosa che
ti farà, forse, cambiare idea. Tua cognata muore...
Ella smise un istante di filare, e alzò gli occhi stupefatti sul
medico.
--Eh! figliuola mia--fece lui, ritrovando ancora una volta il suo bel
sorriso di cinico.--Non c'è da stupire. Tanto va la gatta al lardo che
ci lascia lo zampino. Lei ci lascierà il corpo e l'anima al suo peccato.
È il contrario di te, vedi. Ma è giusto che muoia: ti ha fatto troppo
male.
--Oh! per me--mormorò la moglie di Sandro, tirando adagio adagio una
ciocchetta di lino--per me, quello che è stato è stato: non auguro la
morte a nessuno io.
--Capisco. Ma Sandro è ancora abbastanza giovine, e non è cattivo. Morta
quella lì, ritornerà a te, e sarete felici; potrai avere figliuoli
ancora... se sarai guarita. Dunque, bisogna che tu ti lasci curare.
Ella scrollò il capo tre o quattro volte rapidamente.
--No, no, no! Non guarirei lo stesso. E poi non me ne importa. Quando
una cosa è finita... D'altra parte c'è quella povera anima che
dev'essere al limbo--dice il curato--e se avessi altri figliuoli
patirebbe di gelosia. Meglio non darglielo questo dispiacere.
E sorrise in pelle, indovinando vagamente che il dottore doveva ridere
della sua superstizione.
Difatti egli voleva gridarle:
--Maledetti preti! Come v'infinocchiano!
Ma non potè: era troppo commosso.
Volle dire dell'altro: Che le voleva bene, tanto tanto: che l'avrebbe
fatta felice.
Ma la coscienza schiacciante dell'inutilità gli troncò la parola. Anche
se l'avesse commossa e vinta--ciò che gli pareva quasi impossibile--non
sarebbe stato inutile?... Anche se lo avesse amato... Inutile!
Inutile!... Questa parola crudele risuonava dentro di lui; e gli pareva
che tutta la sua vita ne fosse attossicata.
Malinconie di un istante, certo. Ma intanto, in quell'istante, egli le
subiva.
Scrollò il capo e le spalle, come per cacciarsi di dosso
quell'ossessione.
--A rivederci! Spero di trovarti più ragionevole la prossima volta.
Maria lo salutò dolcemente chiedendogli scusa. Si era fatta rossa e
aveva delle lagrime nella voce.
Egli provò una pazza voglia di stringersela fra le braccia; ma si
contenne.
E partì.
Immobile, la rocca sotto il braccio, il filo tra le dita, il fuso
appoggiato allo stomaco, Maria seguiva con lo sguardo intento il
calessino che si allontanava sulla strada bianca, deserta, sollevando
nugoli di polvere.