II.

Effetti del Lambrusco.

A dispetto della notte agitata, quando al mattino lasciai Piacenza,

ancora immersa nel sonno, in me squillavano alcune allegre diane di

forza e di speranza.

In che? e perchè?

In nulla e per nulla.

Sono effetti bizzarri che il sole sorgente produce sull'organismo

quando i polmoni si dilatano all'aria mattutina.

Sino a Fiorenzuola d'Arda mi accompagnai con un ciclista tardigrado,

che andava bene con me. Era un impiegato piacentino che si recava

regolarmente ogni domenica mattina a trovare la moglie in cura a

Salsomaggiore. Il suo pedale andava placido come la sua voce, la quale

si compiaceva nello stendersi della gòrgia natia alla fine di ogni

parola.

Egli mi parlò anzi tutto della sua signora e dei gran benefici che

ella ritraeva da quei bagni salso-iodici; quindi intraprese la storia

circostanziata dei conti decaduti di Piacenza. Giunti a Fiorenzuola, ne

aveva passati in rassegna cinque, ma pareva che avesse materia per più

lungo viaggio. Fortunatamente a Fiorenzuola egli sentì il bisogno di

fare un primo spuntino; con la qual cosa non soltanto soddisfaceva ad

una richiesta dello stomaco, ma — siccome era in anticipo — desiderava

di perdere quel tanto di tempo che era necessario per arrivare a Salso

all'ora precisa del pranzo. Doveva essere un uomo prudente costui,

giacchè l'arrivare in anticipo non fu mai consigliabile ai mariti che

sono buoni tutori della felicità coniugale.

Il ciclista invece che mi si accompagnò fino a San Donnino, apparteneva

all'ordine dei treni direttissimi: era un giovanetto, commesso di

negozio, il quale era partito il mattino stesso alla punta del giorno

da Milano, e andava anche lui a Salsomaggiore.

— Non faccia complimenti, vada pure avanti, perchè il mio passo, come

vede, non è da mettere col suo, — gli dissi.

— Ma no, — rispose, — andiamo insieme: io rallenterò un poco la corsa,

tanto più che non ho fretta.

— E allora perchè si è presa questa scalmana di venir da Milano come un

treno lampo? — domandai.

(Oh, stupida domanda la mia! Ma per i giovani l'andare in fretta è cosa

naturale come per i vecchi l'andare adagio. Pare impossibile quanto

spesso noi facciamo una questione morale di una questione puramente

fisiologica!)

La proposta del viaggio insieme non mi sorrise molto: guardai quelle

potenti leve delle sue gambe lunghe, quella moltiplica esagerata della

sua bicicletta, e sospirai. Eppure, o fosse effetto dell'esempio — come

avviene agli asinelli — o beneficio della strada che corre ondulando in

lievi e lunghe discese e salite, o miracolo dell'ora e della stagione,

il fatto è che percorsi anch'io di volata quei venti chilometri.

Era la dolce terra, erano i verdi colli, le ombrose ville, le

borgate, i lontani castelli ammantati a festa come per farmi piacere

e persuadermi sempre di più del grande amore della madre natura.

(Rettorica! quando avrà bisogno per i suoi affari della tua morte, la

proverai la buona madre natura!)

— Ma lei è un _routier_ di prima categoria, — mi disse il giovane

commesso, — e per un uomo di quarant'anni non è cosa comune.

— Trentanove, signore! — corressi (oh, vanità!) e augurataci buona

fortuna, egli per Salso, ed io seguii per la mia strada.

*

Or dunque mi congratulai ancora con me stesso e con le umili membra che

mi avevano serbata questa cara sorpresa fuori della loro primavera.

Le lontananze del paesaggio sfumavano nel vapore dell'aria, già

radiosa di sole; la strada sotto quel bagliore abbacinava la vista.

Eppure che bell'andare! Presso la strada, qualche villa o castello,

profondamente sommerso nel verde opaco del parco, mi faceva l'effetto

che un sorbetto produce ad un assetato; e tuttavia non riposai a quelle

ombre allettatrici, anzi mi fu piacevole il proseguire, e proseguii

tutto solo in uno stato d'ebbrezza, che non proveniva da liquore o da

vino, ma dal sole e dalla libertà, i due inebrianti che non fanno male.

«Quanti bei nomi — andavo fantasticando — ebbero le antiche età per

significare questa ebrezza dell'andare liberi, senza orario e senza

legge: i romei, i cavalieri erranti, i _clerici vagantes_, i trovieri;

e Iddio — o pensiero luminoso! — fece il mondo rotondo perchè uno può

girar sempre e illudersi di andare avanti, anche se torna sui suoi

passi.

I santi e i santuari nell'evo medio servivano a questo sport. San

Giacomo di Gallizia, il tempio di Gerusalemme, la santa casa di

Loreto, ecc., corrispondevano agli odierni Ostenda, Aix-les-Bains, Spa,

Saint-Moritz, ecc.

Però anche allora non mancavano quelli i quali pigliavano per meta

dei loro pellegrinaggi delle madonne di carne, invece che delle

madonne di legno. Jaufré Rudel usò la vela e il remo per vedere il

bel volto di Melisenda, di là dal mare; e messer Guido Cavalcanti

si fermò a mezza via in Provenza presso la Mandetta. Oggi vi sono i

_globe-trotters_; vi sono gli automobili. Troppa roba inamidata, troppa

moda anglo-americana, troppo puzzo di benzina e di dollari. Preferibili

le figure antiche «dai portamenti e dagli aspetti strani», figure

confuse, tra il sogno e la realtà.

Ecco quei che le carte empion di sogni:

Lancilotto, Tristano e gli altri erranti,

Onde conven che 'l vulgo errante agogni.

Vedi Ginevra, Isotta e l'altre amanti

E la coppia d'Arimino che insieme

vanno facendo dolorosi pianti.

«Bravo! — dissi a me stesso, — eccoti a far ancora della letteratura».

«Sì, va bene, — risposi a me stesso, — se non che questa litania

petrarchesca che pare così monotona, letta in una scuola, col registro

delle classificazioni da vicino e gli scolari di fronte, recitata ad

alta voce, fra i campi, correndo, fa un altro effetto! Questi sono

fiori vivi!» Le alte piante assentivano. E così seguitai a cantare il

Petrarca; e così vidi il sole girare tutto l'arco del cielo; così passò

Parma, passò Reggio, dalle vetuste mura; e l'umile duro pane, spezzato

presso qualche osteria di campagna, mi parve saporito più di ogni

ricercata vivanda. Perchè io evitai le città, nè mi fermai in esse:

le grige mura mi avrebbero ricordato le morte età, le vane opere delle

generazioni umane. Oh, più sapiente tu, o Terra! Tu riassorbi ciò che,

da te prodotto, si muore, e ne ricomponi le giovani primavere.

Passare attraverso un corso; veder la gente che ancora decifra il

giornale; leggere le scritte della civiltà: «Ufficio del Registro»,

«Conservatoria delle Ipoteche», «Monte di Pietà», «Banco di Sconto»,

«Tribunale», «Provveditorato agli studi», ecc., avrebbe precipitato nel

vuoto, disciolto tutta quella fiorita di fantasie.

E fu così che ad un certo punto m'accorsi che il sole andava perdendo

nell'intensa sua luce, e la grande pianura Emiliana largamente si

discopriva nel vespero riposato. Chi percorre la linea da Piacenza a

Bologna, trasportato dal treno, non ha nè meno un'idea della bellezza

maestosa e molle di quel paesaggio, da cui sorge, con l'insorgere dei

colli e dei monti lontani, l'imagine della Patria.

Cadeva il sole dietro un gran piano verde, quando giunsi ad una borgata

tranquilla. Sopra gli spaldi di un antico castello sorgeva una villetta

moderna, circondata da oleandri. Dietro il castello si dilungava una

mansueta fila di umili case, sorrette da portici.

— Che paese è questo? — domandai ad una donna che falciava l'alta erba

presso la siepe.

— Rubiera!

«Qui è bene riposare la notte», dissi fra me.

*

Ora in quella dolcissima sera, così solo solo come era in

quell'alberghetto di Rubiera, io mi sentii preso da un mio antico e

nobilissimo male.

Questo male consiste in una specie di animazione del paesaggio

materiale, da cui viene fuori la storia, la quale mi canta di dentro

una certa nenia eroica, ed ha per effetto di farmi piangere.

Si badi bene che io parlo di lagrime autentiche, non di quelle lagrime

che si mettono agli angoli dei capitoli dei libri (come gli accattoni

di mestiere agli angoli delle vie) e fanno tanto piacere a molti

lettori.

— Se è così, — dirà alcuno, — è molto probabile che voi abbiate bevuto

quella sera: il vino fa cantare, e qualche volta anche piangere.

No: io me ne ricordo bene: io non aveva ancora bevuto. Bensì è vero

che l'ostessa (una formosa donna) mi aveva messo davanti al piatto

una bottiglia di Lambrusco; ma era ancora da sturare. Piuttosto la

causa io attribuisco a due versi di Dante (lo so, ci siamo ancora

con la letteratura!) che mi spuntano nella mente ogni tanto, in certe

occasioni, ed operano in un modo strano, come già il canto pastorale

del _Ranz des Vaches_ su gli svizzeri del tempo antico, quando essi

erano più sensitivi e meno albergatori.

I versi sono le semplici parole che Dante fa pronunciare a Pier da

Medicina:

Se mai torni a veder lo dolce piano

che da Vercelli a Marcabò dichina....

Piangere per così poco è pazzesco, pur concedendo un'emotività

patologica; eppure mi è avvenuto. La spiegazione del fenomeno

dev'essere questa che sono per dire o qualcosa di simile: Pier da

Medicina, che è nell'Inferno, vede tutto il paesaggio d'Italia e allora

— benchè tardi — comprende che in questa dolce terra si poteva vivere

un poco più da galantuomini. Pier da Medicina non è detto che pianga;

ma è supponibile. Chi piange sul serio è Guido Dal Duca. Eppure lo

aspetta il Paradiso! Ma più che il Paradiso non lo consoli, gli stringe

il cuore il ricordo della sua dolce terra latina. Ma oltre alle ombre

di Dante, ci furono ancora degli uomini vivi e veri che piansero

vedendo che questa nostra patria non fu mai «senza guerra», vedendo che

i «tiranni felli» sono ancora «tanto amati che non si porria contare»,

e che le brutte Arpie vanno pur sempre a far loro sporchizie sui più

nobili conviti. Passarono i grandi vivi, come le ombre, ma il volo

delle loro anime si libra tuttavia su questa dolce terra latina; l'aria

ne è mossa, e fa vibrare l'anima nostra: e allora si piange per il

desiderio di un futuro che non verrà mai, nel modo stesso che Guido Dal

Duca pianse per un passato che non tornerà più!

Questo bizzarro fenomeno di sentirmi sorgere le lagrime per così poco

mi accadde in modo più memorabile la prima volta che fui a Superga.

Ma conviene pur dire che io capitavo a Superga, arrivando direttamente

dalla Svizzera.

Quivi avevo percorso molte terre sull'alto di quelle ammirevoli

berline, davanti alle quali vorrei condannare in contemplazione i

postiglioni e gli impresari dei compassionevoli trabiccoli cellulari,

che col nome usurpato di diligenze, percorrono il nostro Appennino.

Viaggiavo per diletto, eppure una nostalgia infantile, insanabile, di

bimbo staccato dalla madre, mi era penetrata nel cuore e cresceva sino

ad intorpidire la volontà e ottenebrare ogni fantasia. «Ma che uomo

sei tu? — domandavo a me stesso, — ma non hai tu vergogna?» Eppure

non riuscivo a vincermi. «Questo, — dicevo, — è il mondo dei monti

senza fine: scenario eterno, uguale: valli che sono baratri; falde di

smeraldo che salgono a nascondere il cielo; selve di pini neri come

funerali; falde di neve come sudari; abitanti grevi come un popolo di

gnomi; case di larice nero, senza sorriso. Azzurro cielo, terra che

palpiti fra i due mari, dove sei tu?»

E mi allontanavo sempre di più per l'acre diletto di sentir crescere

questo spasimo puerile, e poter quindi godere tutta la voluttà del

ritorno.

Con che gioia, a Goeschenen, scendendo giù dall'orrida Furca, scopersi

in una sottile, impercettibile nera pianura, i binari della ferrovia!

Dunque esiste la via del ritorno, la magica via che sprofonda, trapassa

i fieri monti, digrada come volo d'aquila, e le terre ridenti le

muovono incontro: oh! ecco un suono italico, ecco una pianta italica,

ecco dei ferrovieri un po' sudici, ma che parlano, che ridono, che

bestemmiano almeno!

Come si vede, la mia ammirazione per l'armonia e la disciplina

teutonica era consumata, e tutti quei _verboten_, mi avevano inimicato

alla legge. Popolo alquanto sudicio è il nostro, indisciplinato;

ama, purtroppo! di portare il coltello in tasca come il garofano ed

il basilico all'orecchio. Eppure ride e sorride così umanamente, e

la sua parola talora è così gentile e bella, così vivo e ardito è

l'aspetto che pare peccato il non aver fede nella sua purificazione e

resurrezione.

Quando salii il colle di Superga cadeva il sole del luglio, anche

allora.

Fra me e la cerchia cinerea delle Alpi correvano i fiumi come trame

argentee di un abito di fata invisibile: invisibile la fata, ma

il dolce piano — dall'alpestre roccia onde, Po, tu labi e su cui

l'aquila stride — alla torre di Teodorico presso il dolce mare,

tutto si discopriva; molto con gli occhi, molto più con la fantasia

si discopriva: onde io cominciai a ripetere: «lo dolce piano che da

Vercelli a Marcabò dichina». E lo andava dicendo quel verso come una

devota orazione.

E allora anche quella gran mole, lì presso, delle tombe dei re di

Savoia mi si trasmutò in una bella e nobile fantasia; e confondendosi

con i guerreschi monumenti che sono in Torino, io vidi una ferrea

spada sopra a quell'Alpe per difesa di quel dolce piano che Dio sembrò

aver creato per la pace e la felicità degli uomini, e gli uomini

trasmutarono nel campo prediletto della loro sanguinosa guerra.

Così io era assorto e a stento chiudeva il varco alle lagrime, quando

una voce, proprio di quelle inarmoniche voci tedesche a scala fonetica

crescente, mi scosse da quel sogno, domandandomi:

— Questa è Dora Riparia?

Rivolsi gli occhi: un placido teutonico dalla barba dorata, stava

vicino a me: una mano teneva il Baedeker, l'altra indicava i fili

argentei dei fiumi, che oramai si perdevano nelle ombre del lento

crepuscolo.

«Al diavolo te e il tuo Baedeker», dissi mentalmente: ma come meglio

fissai il mio interlocutore vidi che due azzurrissimi occhi a fior di

testa mi guardavano. Pensosa e nobile era quella fronte teutonica. Egli

attendeva umilmente risposta alla sua domanda.

— Questa è Dora Riparia?

Supponendo che la Dora Riparia fosse per lui uguale alla Baltea,

indicai quel fiume che meglio si distingueva.

Rispose con un _crazie_ pieno di profonda riconoscenza.

— _Grazie_, — dissi io, correggendo per effetto di antica abitudine.

— Oh, _grazie_, signore; niente _crazie_, — mi replicò con profonda

effusione, questa volta. — Io, — proseguì egli, — Rudolf Meyer,

professore di Gymnasium, venuto in Italia anche per imparare italiano.

Dimandare sempre: Come dicete voi questo?

— .... dite....

— Ah, sì, _dite_! Domandar sempre, ma nessuno correggere....

— .... quando sbaglio.... — suggerii.

— Oh, sì, _quanto spaglio_, ma dire tutti: «dicete come ti piace!»

(Onesto teutonico, — pensai fra me, — questa non è soltanto la terra

degli aranci, ma anche del «dicete e facete come ti piace».)

Tuttavia proseguire più oltre nel discorso non era possibile, perchè

il mio vocabolario tedesco era così ricco come il suo di vocaboli

italiani. Fu egli allora che, appiccicatomisi per riconoscenza

dell'indicata Dora, mi propose di parlare latino.

Questa proposta mi lusingò perchè evidentemente io dovetti sembrargli

uomo erudito e per bene, benchè il mio abito fosse molto negletto.

Veramente anche lui, con quel soprabito mezzo verde, dalle cui falde

venivano fuori due piccoli calzoni, sospesi sopra due scarpe da

montanaro, non era molto elegante. Lusingato dalla sua penetrazione, mi

sentii indotto a considerarlo come uno degli ultimi rappresentanti di

quei germanici azzurri, imbevuti ancora di filosofia e di ideologia,

i quali vanno lasciando il posto ad altri nuovi germanici, mercanti e

guerrieri: anima dell'antico Arminio, che risorge. E più mi persuasi

che egli fosse un gentile teutonico quando mi disse che con la venuta

in Italia scioglieva un lungo suo voto.

Il latino ci affratellò. Che latino fosse, non rammento. Merlin Cocaio

rideva di gusto: il già mio maestro, G. B. Gandino — dall'Eliso ove

ora dimora insieme con Cicerone — crollava il capo protestando; ma

latino doveva pur essere giacchè ci intendevamo; anzi, accalorandosi il

discorso, le parole vennero fuori dai nicchi chiusi della memoria più

fluide che io non avessi mai supposto.

Fra i miei periodi ricordo questo: «Noli in isto ostrogotico Bèdeker

quaerere Italiam, domine professor: hic nomina tantum continentur;

anima rerum non continetur. Poetae nostri humanissimi erunt tibi

handbuck optimi: Dante, Manzoni, Carducci».

Il buon teutonico, ricordo, aprì il volto ad un sorriso pieno, sereno,

quasi infantile. Si discese in compagnia a Torino e si propose di

cenare insieme.

Io, per cortesia, mi proffersi di andare all'albergo ove egli

alloggiava; egli dove io alloggiavo. Curiosa insistenza da ambedue le

parti! Infine egli chiaramente dichiarò:

— «Domine professor, caupona ubi sum hospes, admodum humilis et misera

est. Non more divitum et publicanorum, sed more clericorum errantum

iter in Italiam suscepi. Philosophia in Germania tenuem victum parat».

Povera e nuda vai filosofia, «scriptum reliquit Petrarca vester

humanissimus».

— «Domine professor», — risposi sorridendo, — «Minerva italica multo

crudelior nam suis subiectis cibum ori appropinquat sed non satiat:

bonos negligit, protervos adiuvat».

Dopo questa reciproca confessione acconsentì di venire al mio

albergo, umile sì, ma con cucina e cantina meritevoli di ogni elogio.

Eravamo soli in una discreta stanzetta, e, a marcio dispetto della

«philosophia» teutonica e della «Minerva italica», si mangiò bene e si

bevve meglio, e dopo cena io declamai del Manzoni la bella stanza:

Chi potrà della gemina Dora,

Della Bormida al Tanaro sposa,

con quel che segue, e del Carducci alcune strofe dell'ode al Piemonte.

Il tedesco era entusiasta e pareva capire benissimo.

Alla sua volta egli declamò alcune liriche tedesche che io intesi bene

come egli intese le mie.

Suppongo, per altro, che anche le sue dovessero essere liriche

patriottiche, giacchè la sua bocca, cinta dalla barba dorata, si apriva

per mandar fuori certi boati solenni, certi rugghi di _Vaterland_, che

in tutt'altra occasione mi avrebbero fatto ridere, e allora invece io

lo stavo ad ascoltare pensosamente come se avessi compreso più che egli

non dicesse.

Così parlammo a lungo con la lingua d'angelo de' nostri poeti e ci

intendemmo come se, invece di recitare versi, avessimo cantato delle

ariette musicali.

Non è però da nascondere che in quella osteria di Torino, ad aiutare

la reciproca intelligenza di due linguaggi così diversi, molto giovò

— oltre alla potenza della poesia — un raggio di sole che si era fatto

Barolo entro il mistero di alcune bottiglie.

Il vino, inoltre, e l'amor di patria fecero sì che il tedesco ed io ci

guardassimo fraternamente negli occhi.

Ciò non sempre avviene: questo nobile liquore e questo nobilissimo

sentimento spingono sovente individui e popoli a guardarsi biechi come

cani ed a picchiarsi senza pietà.

*

Ma lì, a Rubiera, con chi dovevo io aprirmi? Perciò tu mi tornasti

alla mente, onesto teutonico: e infine, trovandomi solo, tutte le

mie espansioni mi convenne rivolgere a quella bottiglia di Lambrusco,

ed essa in contracambio versò in me tutta la piena del suo spumante

liquore.

L'ostessa mi faceva osservare che un Lambrusco come quello non si

trova certo a Bologna; e a Modena che è Modena, due lire e più bisogna

pagarlo alla bottiglia, chi lo vuole.

Ma io pensavo ad altra cosa che a questioni di enologia e di prezzi:

io pensavo alla bella abitudine che i Greci avevano di premiare i loro

più benemeriti ed illustri personaggi col dono di una Dea o di una

graziosa vergine, come accadde ad Ercole che ottenne in moglie Ebe, una

moglie che doveva in certo modo compensarlo della terribile Deianira

che ebbe in terra: una moglie che non invecchiava, appunto perchè era

la Dea della giovinezza (e forse — sottilmente pensando — i Greci

antichi vollero con questo mito significare il solo caso in cui il

matrimonio può essere giustificato). Era una specie di premio Nobel, ma

più confortevole. Io non pretendevo certo a nessuna qualità illustre;

e quindi a nessuna Dea, e nè meno ad intatte vergini. Ma è certo che

il mio alto sentire della patria non era da tutti e meritava qualche

piccolo compenso. Se quella ostessa, invece di essere così esperta

del prezzo e delle qualità del Lambrusco, avesse conosciuto la storia

greca, io avrei osato farle qualche parola in proposito.

Ma non era il caso.

*

Tutti i galli del giardino dell'ostessa mi svegliarono all'alba, e

poco dopo, il sole entrò nella camera così sfacciato, che mi convenne

levarmi. Ma che mattino rugiadoso, silenzioso, ridente! Vi sono (è

debito di giustizia confessarlo) dei momenti che è un gran piacere

abitare in questo mondo! È una cosa di fatto, ed io, come positivista

a mio modo, la constato. Non avviene spesso, ma avviene. Quando noi

ci saturiamo di vita (nel modo stesso che un automobile elettrico

si satura del misterioso fluido) noi godiamo. Me ne dispiace pel mio

amico S.... Egli è un filosofo anarchico, ma mitissimo e dottissimo

uomo; e mi venne in mente il suo nome quella mattina per il contrasto

di questa mia con le sue affermazioni. Egli afferma dolcemente, ma con

incrollabile convinzione, che la vita è un peso: che l'unica soluzione

è quella di approfittare dei progressi chimico-scientifici e far

saltare questo stupido satellite.

No! Amico S....! Vi sono dei momenti che la vita è bella, soltanto non

basta profumarsi, come fate voi, amico S...., e vivere poi in mezzo

alla folla. Allontanarsene ogni tanto bisogna.

Come io sentivo quella mattina la carezza, l'abbracciamento, quasi

sensuale, femmineo, della materia!

Nel breve tragitto dalle Stiviere a Modena quante deliziose ville

occultate nel verde dell'ubertosa campagna, come ninfe entro i boschi!

Che lieto mattinare degli uccelli per i giardini silenziosi!

*

Giunsi a Modena senza avvedermene, ed erano le ore sei.

La lanterna di Diogene · 第 5 / 35 题