La cura del moto e del sole.
L'undici di luglio, alle ore due del pomeriggio, io varcavo finalmente,
dall'alto della mia vecchia bicicletta, il vecchio dazio milanese di
Porta Romana.
La meta del mio viaggio era lontana: una borgata di pescatori su
l'Adriatico, dove io ero atteso in una casetta sul mare: questa borgata
supponiamo che sia non lungi dall'antico pineto di Cervia e che, per
l'aere puro, abbia il nome di Bellaria.
Ora, quel giorno della partenza, il cielo era senza nubi, e per far
piacere alla città che mi ospita da tanti anni, dirò che era anche
azzurro: certo ne pioveva un'afa così ardente e greve, che in ogni
altra città d'Italia gli uomini si sarebbero addormentati; e anche le
motrici e le macchine si sarebbero fermate.
Vero è che a Milano non si sciopera per così poco.
*
Per mio conto tuttavia avrei giurato che in quell'ora ventilavano i più
puri zeffiri del mare, e che la cappa del cielo era proprio così bella
come assicura il Manzoni nei «Promessi Sposi».
Questo singolare fenomeno illusorio avveniva in me perchè in quell'ora
il fresco maestrale della contentezza spirava nel mio cuore.
Ero io contento veramente in quell'ardente pomeriggio dell'undici
luglio? Certo ero leggiero, leggiero come uno il quale, dopo essere
rimasto tutta la giornata nelle strettoie d'un abito nero per assistere
ad una interminabile cerimonia ufficiale, arriva a casa, si strappa il
colletto e manda in aria il palamidone.
Precisamente: io ero stanco e greve e, ben ripensando, più che del
lavoro giornaliero, io ero stanco della cerimonia ufficiale della
vita, tanto stanco che in questo senso di tedio mi parve di essere
meravigliosamente solo fra gli uomini, e ne ebbi paura come di un
prodromo di malattia insanabile dell'anima.
Lo sforzo continuo di equilibrarmi con gli altri, di portare anch'io
sopra il colletto un bel volto mansueto e cerimonioso, mi squilibrava
sempre di più. Buttavo all'aria la carta stampata; la letteratura,
mi chiamava in mente i fiori secchi nelle scatole dei droghieri;
gli scritti di politica, di filosofia mi facevano venire in mente
le emulsioni e le più vantate specialità farmaceutiche. Mi pareva di
essere stato anch'io sino a quel tempo un droghiere e un farmacista in
una botteguccia scura. E intanto la stella di Venere illumina i vertici
dei monti, e il mare palpita sotto l'Aurora!
V'erano poi certi libri che mi facevano un effetto diverso da quello
che fanno agli altri studiosi. Così, per esempio, dall'«Orlando
Furioso» veniva fuori una gran cavalcata; dalla «Gerusalemme» un
pianto di belle donne amorose; dall'«Odissea» un profumo di grande
mare azzurro su cui si stende il canto di Circe, la maga. Dalla «Divina
Commedia» veniva fuori l'alba che vince l'ora mattutina e un gridio di
uccelletti su la divina foresta spessa e viva.
Ma il più bello era che questi magici libri non mi dicevano mica:
«mettiti lì, a far dei commenti!», ma invece mi dicevano paternamente:
«va, cammina, svagati!»
Questi consigli corrispondevano appunto a quelli della mia vecchia
bicicletta.
Da mesi e mesi la vecchia bicicletta nel chiuso studiolo mi diceva:
«Ricordi dieci anni fa la gioia dell'alba che raggiò da Colfiorito?
l'ascesa a Recanati come ad un santuario? La sosta a San Vitale presso
Classe con quei gran gigli simmetrici per l'abside azzurra, e quei
mansueti cervi simbolici, assetati di verità, tanto che ti palpitò il
cuore, o incredulo, di fede e di amore per il Cristo, giovanetto severo
che lì giganteggia seduto, e ti fissa con l'indice levato?»
Questi precedenti spiegano la ragione della mia contentezza quando quel
giorno undici luglio, ornate le gambe di un paio di novissime calze,
montai in sella.
Incontrai per la città qualche conoscente, molto meravigliato nel
vedermi in cotale assetto. Ma io salutai da lungi e dissi nel cuore
biblicamente: _Nescio vos!_
Molto più fortunata di me, la bicicletta aveva trovato un meccanico
che fermò qualche vite, rinnovò i pneumatici, e lubrificò i congegni.
Per noi, creature di Dio, non esistono pezzi di ricambio. I pneumatici
una volta invecchiati, tali rimangono, nè il mercante vende olio per
lubrificare le ossa indurite. Noi, sventuratamente, abbiamo l'età dei
nostri pneumatici, cioè delle nostre arterie, e non c'è laboratorio
Dunlop che le rinnovi.
Ciò è molto sconfortante: vale tuttavia a spiegare un'altra causa
della mia contentezza quando mi accorsi che il pedale rispondeva bene
all'impulso, che le case andavano indietro e la verdura della campagna
veniva avanti. Addio, Madonnina del Duomo! Rimani — io non so se tuo
buon grado o mal grado — su l'estremo pinnacolo a guardare questa
città, che si fa sempre più rumorosa e più grande: troppo grande e
superba per l'umile anima mia. Ero dunque padrone del moto, e ne gioii
come di un'insperata fortuna.
Con prepotenti squilli mi diedi ad avvertire la gente del mio
passaggio, e la gente mi guardava. Io non so se facevo strani gesti, ma
certo so che col pensiero dicevo: «Andatelo a dire come si fa a guarire
della nevrastenia!»
Quando, finalmente, l'incubo delle case disparve, disparve la gente
densa, e vidi (oh meraviglia, come di oasi al navigante del deserto!)
le alte siepi di acacie coi bianchi grappoli odorosi, e sentii le acque
mormoranti per il verde piano lombardo, una freschezza forte e giovane
mi alitò nel cuore. E mi rifiorì nella memoria il ricordo della gioia
che inebriava i miei quindici anni quando pur di luglio, nelle vacanze,
lasciavo quel regio domicilio coatto che fu per me il collegio.
La differenza tra allora ed ora era tutt'al più questa, che allora il
mondo materiale prendeva stupende proporzioni eroiche; i malfattori
abitavano quasi tutti in carcere; e mi pareva impossibile che un uomo,
fornito di grave aspetto e di rispettabile barba, non avesse dovuto
avere dentro anche un'intelaiatura di ferro, come gli eroi di Gualtiero
Scott, il mio autore preferito.
Più tardi mi venni persuadendo che in commercio è più usato il cartone
dipinto. Me ne accorsi un poco per volta, eppure anche ora me ne duole.
*
Dunque mi congratulai con me stesso di avere conservato in su la soglia
dei quarant'anni alcune facoltà illusorie della adolescenza, per le
quali il mondo appare molto giovane e ridente.
Sì, è molto bene conservare nel lago del cuore una goccia d'acqua
non inquinata, un po' di infantile freschezza di spirito per cui si
assaporano le umili ingenue cose, nel modo medesimo che uno stomaco
sano fa trovare saporite le rusticane vivande.
Io perciò sentivo in quel principio del viaggio il caro fiore della
giovinezza olezzare ancora sul mio dispregio del mondo, come un cespo
di viole a ciocche sparge la sua chioma odorosa sopra un cumulo di
miserande ruine.
Se non che, attraversando il bel corso di Lodi, fui richiamato alla
realtà potente. Essa era rappresentata molto bene da un mio collega.
— Come mai a Lodi? — domandai.
Mi rispose:
— Sono commissario agli esami. Credi — e non aveva bisogno di levare
le palme al cielo perchè la verità era testimoniata dalle occhiaie
infossate e dal suo pallido volto — credi, sono esaurito.
— Fra poco riposerai anche tu, — diss'io.
— _Sicut et in quantum_, mio caro. Capirai che se nelle vacanze lascio
Milano, quel po' di lezioni private me lo portano via gli altri. Beato
te che puoi scappare come uno scolaretto in vacanza.
Così ci lasciammo: io verso la libertà della campagna, egli, ancora,
verso quel massimo propulsore delle umane azioni che è il denaro.
«Posso!» e chi te lo dice? — meditavo fra me. — «Voglio!» E chi di noi
due è più savio?
Bene io ero convinto della bontà della mia strada verso la libertà;
ma quando tutti voltano verso occidente, come è difficile camminare da
soli verso l'oriente!
E la bicicletta andava assai lentamente, perchè l'anima mia era adesso
attanagliata da questo pensiero: «Oimè misero! inutile o illogica
cosa dichiararsi dispregiatori delle cerimonie della vita. Ecco:
bisognerebbe o essere milionario, o essere come Diogene, il quale
buttò via la ciotola di legno quando vide un pastore far giumella
delle mani per bere; e aveva per appartamento una botte, la quale fu
onorata da Alessandro il Grande nella sua intervista col filosofo;
e se ne andò senza imporgli la tassa del locativo. E poi nemmeno! Il
milionario non godrebbe niente se gli mancasse l'invidia del popolo.
E Diogene? Diogene in fondo era un vanitoso superbo! Io ho un bel
disprezzare la faticosa, chiusa operosità di quel mio collega; io ho
un bel deridere il lavoro umano! Ma il mondo va avanti per effetto del
lavoro, e un grande lavoratore influisce su gli altri uomini come il
nobile destriero, che passando veloce per la via, costringe tutti gli
infingardi somieri a levare il trotto!
*
Questi pensieri erano assai melanconici, ma per mia fortuna mi venne
incontro la vista di un cimitero.
I cimiteri in Lombardia sono molto gentili. Essi non sono appartati
per un sentiero che devia dalla strada maestra; ma si incontrano lungo
la via: non sono circondati da un muro alto e chiuso, ma il muricciolo
che li recinge è basso e concede a traverso ampi trafori di scorgere
tutto il camposanto; nè mancano leggiadri adornamenti dell'antica arte
muraria di Lombardia.
Questa disposizione dei cimiteri invita a soffermarsi e guardare. Così
a chi percorre la campagna lombarda, accadrà spesso di vedere solitarie
figure umane, inginocchiate e immote a pregare e conversare coi loro
morti.
Caro collega, che riprendi come una macchina motrice il tuo lavoro, qui
tutto ha fine, o milionari o Diogeni, e il resto è silenzio.
*
Che piacere quando giunsi alle rive del Po! Era un antico voto che
scioglievo. Sa Iddio quante volte lo passai, ma sempre in treno,
quel bianco Po, lento, fluente tra il meandro azzurro dei pioppi
evanescenti. Ma il fragore del treno che fuggiva tra le sbarre del
ponte, faceva evaporare ogni fantasia. Ora avrei potuto fermarmi, o
Po, in mezzo alle tue acque, sul ponte di barche. Mi fermai infatti a
dispetto delle zanzare, che quivi sono molte e feroci, e attesi se per
le acque lontane giungesse alcuna voce di antica epopea, alcun sospiro
dell'idillio di Aminta, in cui tu esalasti l'anima giovane, o Torquato!
Ma il castello Estense di Belriguardo non è più! Ad un tratto la scena
mutò. Le bianche acque si erano fatte vermiglie: il sole tramontava;
ma ciò non parve effetto del sole: parve invece che quelle acque rosse
fossero come un fantasma dell'umano sangue che tu lavasti, o Po, nel
corso dei secoli.
*
Il riposo della notte a Piacenza non fu molto riparatore.
Per dormire bene, bisogna spegnere, come fa il sacrestano nelle chiese
che smorza tutte le candele dell'altare maggiore: spegnere tutte le
idee. Ma quando con lo spegnitoio della volontà si soffoca un'idea,
e poi si vede che se ne accende un'altra da sè, e le fiammelle
risplendono, si levano, ondeggiano come fuochi fatui e non si possono
raggiungere con lo spegnitoio, oh, allora è un gran brutto voltarsi nel
letto!
Cara, allora, è la notte estiva, perchè breve è la mancanza del sole;
il quale, oltre alla virtù di far crescere la spiga, ha quella di
ridurre la vista delle cose alla proporzione della realtà, e dissipare
i fantasmi.