CAPITOLO XVII.

In prossimità delle nozze — Il divisamento disperato — Un miracolo del

caso

Dopo un convegno di famiglia era stato definitivamente stabilito il

giorno per le nozze di Evaristo e Mary.

Questa attendeva l’avventurosa mattina col desiderio velato, ma non

nascosto, da un placido accoramento, che di giorno in giorno la rendeva

più pensosa insieme e più bella.

Evaristo, con una calma coraggiosa, anzi con una gran sicurezza, dacchè

Hulda aveva finito, egli lo credeva, per chetarsi, ed egli aveva poi

trovato anche il modo di restituire a Webb, divenutogli suocero, il

capitale che gli aveva rubato.

Quella restituzione sarebbe fatta appena gli sposi fossero legati

indissolubilmente, e qualunque reazione avrebbe dovuto tacere

nell’animo di Webb.

Le cose sarebbero poste in modo che egli, il vecchio, farebbe di

necessità virtù per amore della figlia, cioè buon viso ad avversa

fortuna, accettando i fatti compiuti, e in base all’affetto e

all’interesse, chiudendo un occhio sull’onore.

*

* *

Ma Hulda, caldissima amante, ferita così crudelmente dalla condotta di

Evaristo, non s’era chetata che in apparenza, non s’era chetata che per

meditare, architettare, rendere più terribile la sua vendetta.

Perciò aveva accettato di vivere ancora a spese di Evaristo. Bisognava

non dargli sospetto in modo alcuno.

— Occhio per occhio, dente per dente. Tu getti nella desolazione per

sempre il mio cuore? Ebbene, io ti rovinerò per sempre. Io che ti sono

stata complice, ora ti tradirò. Io non ho più nulla da perdere, poichè

ho perduto te, mentre invece, tu vedrai sul verde delle tue speranze

calare un velo di lutto.

Sapranno tutti chi sei, e Mary avrà orrore di te! Ella non vorrà più

essere toccata dalle mani di un ladro. Povera creatura, tu la stai

ingannando io la vendicherò. Ah, bisogna pur mettervi a posto, bisogna

pur darvi una lezione, uomini, che ci supponete incapaci di amare...

come le altre!

Mi butterò ai piedi di Guy Stein, gli rivelerò tutto, tutto! Penserà

lui a vendicare entrambi. Cioè... adagio... e se la prima vendetta la

facesse su di me? Non potrebbe questo essere anche possibile? Ebbene,

che importa? Se anche mi uccidesse, non ho io tutto perduto?

Irremovibile dal suo proposito, come venne la sera, e non più in abiti

dimessi, ma con una sfarzosa toeletta in seta nera e d’un velo pur nero

coperto il volto, salì su d’una vettura di piazza, facendosi condurre

in una via, molto presso a quella che era veramente la cercata.

Questo per eludere ogni congettura che potesse a suo carico fare il

cocchiere.

Nel tragitto e per l’agitazione che aveva addosso, l’assalì con

repentina violenza il ricordo di quella volta in cui per la stessa

strada, la carrozza era distinta dal _numero 13_ e il cocchiere si

chiamava Ben, ed era avvenuta la sorpresa di Evaristo e la confessione,

di conseguenza, del di lei duplice amore!

Rivide a tratti foschi e dolorosi la storia di ciò che era avvenuto

quella notte, e le mille angosce che da quella aveva provato poi

sempre.

Aveva sofferto troppo, sì, troppo, ed ora bisognava pur farla finita

una buona volta, con uomini come Evaristo, peggiori di Bill Oward e di

Guy Stein, con questa sconosciuta misteriosa specie di assassini del

cuore!

Più che preoccuparsi del modo con cui Stein accoglierebbe le di lei

rivelazioni, così inaspettate e così importanti, si compiaceva di

fissare il pensiero su la vendetta che ne trarrebbe, sulla maniera di

compierla.

Certo il matrimonio andrebbe a monte; certo Mary, prima vedova che

sposa, avrebbe dovuto irremissibilmente far rinuncia della sua corona

nuziale.

Poichè ella aveva amato un uomo fatale come Evaristo, il destino le

riserbava dei crisantemi.

Prima il disonore poi la morte. Questo doveva essere l’epilogo di

quella vita di scettico, di egoista, di ambizioso.

Come aveva saputo per tanto tempo mentire, per tanto tempo simulare un

affetto che dentro non gli palpitava!

Ah, chi avesse veduto Hulda in carrozza e presa da questi pensieri!

In certi momenti un riso feroce per un compiacimento infernale, ne

deturpava la bellezza, dalla linea ardita e resoluta.

La carrozza cominciò a entrare nelle vie più strette, più oscure, più

popolose.

Hulda sentì uno stringimento e un diaccio intorno alla vita.

Quando noi stiamo per conseguire ciò che bramammo e con tanto spasimo

e quasi in delirio, si direbbe che estenuate dalla prima tensione, le

nostre forze ci abbandonino, qualche cosa, venga meno, si attutisca in

noi.

Hulda fu invasa da un gran terrore e fu quasi sul punto di recedere dal

proprio divisamento.

Ebbe spavento di tutto il male che produrrebbe la sua vendetta, delle

lagrime... anzi del sangue che potrebbe costare.

Seguitò a lasciarsi portare dalla carrozza per la via indicata, in uno

stato quasi di atonia, di incaglio, dirò così, d’ogni senso e d’ogni

potenza di volontà.

Ma quando il cocchiere fermò, quasi fatta valorosa davanti al pericolo,

tornò quella di prima e s’inoltrò con passo risoluto e celere, verso la

casa di Guy Stein, dov’era conosciuta e dove fu tosto introdotta.

Quando Hulda entrò, non era ancora la mezzanotte.

Ma quello che le recò una prima sorpresa fu che le aprì una fanciulla

che mai prima d’allora aveva veduto.

Una bella fanciulla, cui non mancava nel portamento e nell’abito una

certa modesta signorilità.

— Che sia un’altra vittima come sono stata io? — pensò subito Hulda — e

intanto chiese — Guy Stein?

— Non c’è più speranza! — disse la fanciulla che era poi Ellen e portò

il fazzoletto agli occhi singhiozzando.

— Non c’è più speranza? Ma come sarebbe a dire? Che cosa è stato, che

cosa è avvenuto?

— Come, non sapete signora, che Bill Oward ha ferito a morte mio

fratello Guy?

— Io, no; nulla ho saputo di questo, e quando è stato, e perchè?

— Fu pochi giorni or sono e perchè Bill Oward si era permesso di

chiedere la mia mano.

— E Guy Stein?

— Rifiutò che sposassi un simile mostro, come avrei rifiutato io pure

direttamente, se si fosse rivolto a me.... ma non parliamone, venite

signora, venite a vedere il mio povero fratello. Io vi aspettavo quasi,

egli ha chiesto di voi...

— Ha chiesto?

— Sì.

— E che ha detto pure?

— Nulla.

— Nulla proprio?...

— Ha chiesto soltanto.

— E non v’è più speranza davvero?

— La coltellata nel ventre, penetrò in cavità, e malgrado le cure

produsse la peritonite.

Qui la fanciulla scoppiando nuovamente in lagrime, prese per mano la

signora e la condusse nella camera del moribondo.

La camera era rischiarata a mala pena dalla luce rossastra di una

lampada posta in un angolo, sur un piccolo tavolino.

All’entrare di Hulda, Guy Stein dilatò orribilmente gli occhi. Quello

fu l’unico segno, forse l’unico saluto, forse l’unica imprecazione.

Alla vista di Hulda, che pensieri gli vibravano nel cervello? Chi può

saperlo?

Hulda s’accostò al letto, e posò una mano sulla fronte madida di

Guy Stein, ma sotto quel tocco freddo egli rimase immoto, come già

nell’atonia della morte.

Il vecchio Stein cieco, stava all’altra parte del letto, muto,

immobile, compreso della imminente sciagura, che i suoi occhi non

vedevano, ma che il suo cuore doveva sentire ugualmente.

Davanti alla pietà del quadro inaspettato, tacque in Hulda ogni

pensiero di vendetta, per risorgere dopo, non meno truce.

— Io mi fermerò qui con voi — disse mite e buona a Ellen — io mi

fermerò qui con voi, per assistere il povero Guy.

— Come volete signora. In questi momenti non si ricusa la pietà, anche

se non giovi ormai più.

Dopo queste parole pronunciate molto sommessamente orecchio a orecchio,

regnò intorno al moribondo un silenzio già di sepolcro, nel quale, a

grado a grado, si cominciò a sentire il respiro sempre più affannoso e

rantoloso di Stein.

Passò così, quasi un’ora, una di quelle ore che nella camera di un

malato in estremo, sono eterne.

A un certo punto il cieco, brancolando su la coltre cercò e trovò la

mano del figlio e la strinse.

Ellen con la testina bionda abbandonata sulla spalliera della sedia,

piangeva, soffocando i sussulti.

Ella lo sapeva, la povera Ellen, che il cieco l’ascoltava intento,

argomentando dai suoi singhiozzi, l’avvicinarsi minuto per minuto della

fine. Che bella creatura, che anima gentile! Comprimeva in sè stessa

tutto lo strazio, per alleviar quello che sentirebbe il vecchio...

Che lunga, che lunghissima ora!

Lettrice pietosa, trasportati col pensiero in quella camera, guarda,

osserva, medita tutta la solennità della morte...

Guy Stein, dalla trista vita, stava ora per comparire davanti alla

Giustizia, e doveva sentirlo. Egli riuscì a deludere quella degli

uomini, ora, nei rantoli dell’agonia, ha il terrore di quell’altra che

l’attende e alla quale non si sfugge: la giustizia di Dio!

Il cieco seguitava a stringere quella mano che sembrava insensibile,

che dico? già morta nella sua. Ellen continuava a piangere con un

raccoglimento quasi sublime.

In punta di piedi, entrò un uomo alto e nero. Posò il largo cappello

dalle ali cascanti a piè del letto, e si tolse una gran barba nera da

padre cappuccino che gittò accanto al cappello.

Si protese sul moribondo. Lo guardò fisso... fisso...

Poco prima il rantolo era cessato. Le due donne e il cieco credettero

che fosse un momento di calma, la tregua... però quella che non

risveglia più la speranza.

Sull’incognito stavano gli occhi di Ellen e di Hulda che s’erano alzate

ponendosegli a lato.

— Dunque? — chiese Ellen perchè l’altro parlasse — Dunque?

L’incognito, che era il dottore e il fidanzato di Ellen; che per amor

suo ne curava il fratello e sfidava la polizia travisandosi, perchè

almeno non morisse sotto una condanna, colui che ne aveva meritate

tante, l’incognito al _dunque_ di Ellen, si voltò lento, quasi

solennemente...

Levò le sue mani alla fronte di lei, l’attirò a sè, come per baciarla;

invece le disse a pena nell’orecchio:

— È morto.

*

* *

Mentre il vecchio piangeva senza lacrime, e mentre Ellen desolata, in

disparte versava le sue sul petto del dottore, che sempre dottore, la

serrava con una mano al polso (era tanto delicato quel fiore nato nel

fango!) Hulda — la Concetta napoletana — tutta presa dal sentimento

religioso, andò di là a frugare in un armadio, dove ricordava di aver

veduto un crocifisso d’argento, molti mesi prima. Sperava che ci fosse

ancora. Lo trovò.

Venne con esso nella camera del morto e lo pose sul tavolo che era

nell’angolo, dopo averlo accostato al letto, poi vi accese ai lati due

candele.

La vicenda, il poema delle cose! Quel crocifisso d’argento era l’avanzo

di un furto sacrilego, operato sotto la direzione di Guy Stein. Ora

egli lo aveva accanto morto, accennante l’ultima idealità, il cielo.

Hulda si inginocchiò per pregare.

Il busto d'oro : romanzo · 第 34 / 41 题