Il colloquio doloroso — Il supremo consiglio — Bill Oward in scena

Prima che il fatto del fidanzamento si propalasse, bisognava sistemare

la situazione con Hulda.

L’indugio, non avrebbe fatto che accrescere il danno. Dalla bocca di

lui Evaristo, quasi chiedendone l’assenso, Hulda doveva sapere del

nuovo ordine di cose che si stava preparando.

Agire così, era praticare il più savio dei consigli, nel più difficile

dei casi.

Qualche giorno dopo quanto abbiam detto, una mattina serio e risoluto,

Evaristo fu nell’appartamentino di Hulda.

— Non s’è ancora alzata — fece rispettosamente e più rispettosamente

strizzando l’occhio Bess. — È ancora nel letto... ma lei, può passare

quando vuole... Venga.

— Lo so; lo so — e si fece innanzi.

Quel privilegio, che una volta formava la sua gioia e il suo orgoglio,

ora gli riesciva fastidioso e più che tutto inopportuno; ma pur

pensando a questo, e quasi mostrandolo in volto, schiuse l’uscio e

chiamò con dolcezza, come per chiedere permesso:

— Hulda...

Hulda non rispose.

Dormiva ancora profondamente, chè la sommessa voce di Evaristo non era

riuscita a svegliarla.

Tanta era in Hulda la natural grazia di ogni posa, che non pareva ella

fosse tutta abbandonata al sonno; ma piuttosto che si stesse immota in

un pensiero intenso, coi mori occhi socchiusi.

Le ciglia lunghe, smorzavano lo splendore di essi che non dovevano

perderlo anche nel sonno, e nell’ombra dell’alcova attenuatrice d’ogni

linea, la bella creatura viva, pareva un quadro un po’ fosco del

Cremona, dove la indecisione del tratto vuoi meglio la magìa della

sfumatura, si direbbe, diano più intima vitalità alle figure.

Era immersa sì, ma non affondata nella morbida ricchezza delle trine

candide e una fragranza di fresco fiore, dormente in sullo stelo,

aleggiava dintorno alla soavissima peccatrice.

Evaristo si rimase in silenzio a guardarla.

Respirava appena, con le labbra chiuse rigidamente un poco e le piccole

narici tumide. Moveva però frequente, la faccia, bellissima d’un

vermiglio acceso dalla traspirazione, quasi inconsciamente studiandosi

di adagiar quella, di volta in volta, meglio, sulla massa diffusa e

ondata dei neri, giovanili capelli.

Evaristo si rimase a guardarla intento pensando, col cuore contristato

dalla imminente rivelazione già prima che la facesse.

— Dorme, la creatura che ho tanto amato; forse mi sogna e forse in

questo punto anche Mary dorm e anch’essa nel sogno mi intravede. Sono

tremendi questi legami d’anima, questi vincoli che ci legano nostro

malgrado, che non riusciamo a disciogliere, a torci di dosso. È la

vera schiavitù, quella che ci comanda intimamente, che non riusciamo a

spezzare.

Tu sei bella Hulda, in questa tua inconsapevolezza... Mary è più bella

di te... Essa è coronata dell’aureola della sua verginità. La sua bocca

che bacerà un solo amore, tu... povera Hulda, tu non puoi, non devi per

tutta la vita attirarmi, vincolarmi, tu non ne hai il diritto. Ti ho

trovata sul mio cammino e ti ho amata, beneficandoti, ora basta... cioè

ti aiuterò nascostamente sempre, ma tu lasciami alla mia libertà al mio

amore vero!...

Dio mio! Dio mio! Ma come mai, colui che di tutto ha riso, che a tutto

è stato superiore, che non arretrò per un pensiero di ambizione e di

vendetta neppur davanti al furto, tra due donne si trova come una nave

in tempesta? Dunque, mette a queste prove il vero amore? E perchè mai,

prima d’ora non l’ho pensato?

Nell’agitazione di questi pensieri, pure trovò la forza di accostarsi

ad Hulda. Stesa la mano sulla fronte di lei sopra i riccioli odoranti

gli tremarono le dita:

— Hulda, svegliati.

La dormente aperse gli occhi che le diffusero sul volto la luce del

pensiero, sorrise all’uomo e levò verso la testa di lui le nude

candidissime braccia, atteggiando al bacio le fresche labbra di

garofano scarlatto.

— Ascoltami cara... Forse il momento non è il più opportuno, ma di

opportuni veramente per dir certe parole, non ve ne sono mai... ed io

ho deciso, ho dovuto anzi decidermi... Comunque, rassicurati, non ne

avrai danno, starai bene come oggi, anzi meglio...

— Evaristo? disse balzando a sedere sul letto Hulda e sbarrando gli

occhi. — Evaristo, che dici tu mai? Spiegati... spiegati...

— Come ti ho detto, tu non avrai a patire danno alcuno, anzi starai

cento volte meglio...

— Ma parlami chiaro Evaristo...

— Calmati. Tu devi sapere, anzi tu lo sai da molto, che io debbo tutto

quel che sono a Francis Webb. Egli ha una figlia...

— Ho capito!

— No, non hai capito ancora, perchè non è come tu pensi.

— Dunque?

— Francis Webb, che mi ha tenuto quale un figlio sempre, ora che Mary

è uscita di educandato, vedrebbe il compimento dei suoi desideri

effettuarsi dove io la sposassi. Egli me lo ha fatto capire, senza

darsene l’aria, bene inteso, e la figlia, forse da lui indettata è

già accesa di affetto. Ora pensa, ragiona pacatamente Hulda... Mary

è figlia unica. Vuoi che io lasci una colossale fortuna che mi si

offre, quasi in premio d’aver contribuito a produrla perchè la casa

di Webb cada poi in mano d’un altro, ed io che oggi, tu lo sai, sono

un padrone, domani diventi pel marito di Mary l’ultimo dei commessi?

che dico? ch’io sia bellamente posto alla porta, per non dare ombra al

nuovo padrone, che non varrà certo quanto me?

— Dormire sognandoti e svegliarsi poi, per udire parole come le tue, fa

desiderare una cosa soltanto... richiudere gli occhi, per non riaprirli

mai più...

Il respiro di Hulda si fece affannoso e gli occhi si gonfiarono di

lagrime.

— Ma perchè piangi? Perchè? Tu non perdi nulla...

— Non perdo nulla? E il tuo amore?...

— Ti amerò lo stesso...

— No, non si amano... due donne... Una delle due deve essere la

canzonata... l’ingannata... la vittima... Io l’ho veduta Mary. Essa è

bella, essa mi vince, essa ha il fascino della sua onestà... Io sono

una disgraziata con tutto il mio doloroso passato. Tu mi darai ancora

il tuo pane; ma l’attaccamento vero, ma l’amore, non saranno più per

me... Sarai di Mary, di Mary... E poi, quando ti avrà reso padre, tu

l’adorerai... Un uomo come te, è troppo orgoglioso di un figlio che lo

somigli... e tu l’avrai...

— Hulda, ascoltami, io non trovo la necessità del tuo accorarti

in questo modo. Sembra a te un male irreparabile, ciò che non è un

male... ciò che poi tu stessa dovevi aspettarti. Non lo pensasti mai,

che poteva nascere in me il desiderio di ammogliarmi? Forse che tu...

Dimmi, siamo noi due qua soli, dimmi, pretendevi forse ch’io sposassi

te?

— No! No! Io ti amo troppo per non considerare che come donna

contaminata, non potevo aspirare a divenirti moglie... Altri, e senza

mia volontà commettendo un delitto, colse il fiore che ti darà Mary...

Io voleva soltanto che tu pensassi che Hulda poteva e sapeva amarti,

come qualunque altra donna che t’amasse, anzi, più d’ogni altra... Io

voleva esserti il cuore devoto per tutta la vita, che si strugge nel

mistero, felice de’ suoi spasimi. Tu non mi hai nemmeno capito. O pure,

sei stato perfido, da non ascoltar in questo te stesso. Tu ora vedi la

carne intatta e il denaro... Hai ragione, ora tradisci la mia anima.

— Hulda, mettiti nella mia condizione...

— Va via, sei stato falso.

— Quando è così, ah, perdio! lo sei stata prima tu.

— Vuoi alludere a Guy Stein? Io ho avuto timore delle sue minaccie...

— Chi teme, non ama.

— E credi di avermi tappata la bocca? Ma non c’è nulla di più

ridicolo... Dovevi essere donna, dovevi essere nelle mie circostanze,

dovevi fingere una gratitudine, sentendo nell’anima una maledizione, e

poi avresti capito se veramente chi teme, non ama.

— Ormai, Hulda, sono inutili tante discussioni. Tutto rimarrebbe sempre

allo stato di prima. Io, ho impegnato la mia parola, e non la ritiro,

davanti a qualunque minaccia. Accomodiamoci in pace, in amicizia

sempre, nel pieno godimento della nostra libertà... Come ti ripeto,

io sposerò Mary, non devo recedere per motivo alcuno. Io sono un

_gentiluomo_!...

Non l’avesse mai detto. Hulda, rapida, gittò da lato la coltre e

piombando di letto ritta davanti a Evaristo, tutta accesa gli gridò:

— Un gentiluomo tu?!

— Io, sì.

— Non è vero! Tu non sei che un mentitore e un ladro!...

— Hulda!

— Un ladro! Sì, l’ho detto, lo ripeto, lo sostengo, sono pronta a

giurarlo davanti a tutto il mondo.

— Sul tuo... _onore_?

— No, sul tuo, che vale di più. E, dimmi, scelleratissimo che ho

avuto il torto di amare, tu credi, che io dopo... io, in seguito, non

abbia penetrata intera l’opera tua? Tu hai fatto, con diverso motivo

agire me, agire Guy Stein, agire Ben, agire tutti... ci hai tutti

ingannati. Non si trattava di rivendicare la mia libertà, di agevolare

la giustizia contro un furfante, si trattava invece di rubare: tu hai

rubato, e hai rubato all’uomo di cui sposi la figlia... tu sei più

ladro, più vile dell’uomo che detestavi a parole e imitavi a fatti.

— Hulda, il mio contegno, ti provi quanto ti ho amato e quanto ti amo

ancora e quanto ti amerò, sì, quanto ti amerò, perchè io non potrò

dimenticarti mai più!

— Taci, ipocrita...

— Non dire così, non dire così, io non me lo merito. Le circostanze

sono state a me superiori e le circostanze stesse mi hanno tradito.

— No, sei tu che hai tradito le circostanze... Io, sono quel che

sono... e Iddio mi perdoni... del resto... egli lo ha permesso... ma tu

sei peggio di me. Io ho dato me stessa... tu hai rubato... Ora comando

io. Tu vuoi il mio silenzio, non è vero?...

— Cioè la tua bontà... un comune accordo...

— Basta, basta ipocrisie. Tu vuoi il mio silenzio su tutto...

— Sì.

— Ebbene, compralo.

— Hulda ti ho già detto...

— Ascolta, non tante parole, sono io adesso che comanda fra noi due. I

patti sono questi: che tu seguiti con atto legale sempre a mantenermi

— e che io sia pienamente libera — che tu non mi ti faccia mai più

vedere...

— D’accordo.

— Vedi, ho proprio voluto contentarti. È inutile, per te sento sempre

un resto di amore.

Evaristo pago di quella conclusione dopo le tremende umiliazioni

avute, non si accorse della profonda ironia e del massimo sprezzo con

cui furono da Hulda pronunciate queste parole. Egli credette giunta

finalmente dopo un grande sfogo, compatibile del resto e lusinghiero

per lui, la conclusione tanto aspettata e in quel modo che aveva

vagheggiato nel proprio pensiero.

— D’accordo dunque?

— D’accordo.

Evaristo uscì frettoloso, Hulda esausta dalla meravigliosa violenza

fatta fino allora a sè stessa, si lasciò cadere su l’ottomana piangendo

con altissime strida...

Bess accorse e veduta Hulda in camicia ed in pianto, cacciandosi le

mani nei capelli, domandò concitata:

— Che è stato? Che è stato?

— Te ne accorgerai... dalla mia vendetta.

*

* *

Il furto subito da Francis Webb era stato oggetto dei discorsi e dei

commenti di tutta New-York, per qualche giorno. Dove, dopo il silenzio,

quasi generale, se ne continuava a parlare tuttavia era nel quartiere

di Bill Oward e di Guy Stein.

I diversi professionisti emeriti del quartiere, ne rimanevano

meravigliati e invidiosi, sentivano che c’era in quella immensa città

qualcuno che li superava...

E li superava davvero, perchè, dato l’impegno della polizia, per

l’entità del furto, non si riuscivano a scovare i colpevoli.

Come tutto era stato preparato con indiscutibile perizia, con

accorgimento sovrano!

Ma se Guy Stein aveva dei dubbi, anzi delle certezze, si potrebbe dire

intorno al fatto che Bill Oward avesse potuto tendergli un tranello,

per farlo cadere nelle mani della polizia e liberarsene, tranello

non si sa come andato a vuoto, ammasso di finzioni mal riuscite; Bill

Oward, dal canto suo, non aveva alcun sospetto intorno a Guy Stein.

Egli era convinto che nel gran furto a danno di Francis Webb, avessero

concorso ben altri elementi.

Ciò che gli restava misterioso, ciò che era un misterioso enigma per

lui e che aveva saputo per caso, parecchi giorni dopo, era la ricerca

sui giornali di quella tal lettera indirizzata a lui e smarrita.

Secondo il suo giudizio per lui e per Guy Stein era venuto il momento

di agire di conserva, di porre da banda ogni ira privata, ogni

rancore personale e pugnare insieme contro il comune nemico, contro

quell’essere meraviglioso ed ignoto che con tanta destrezza, con arte

sì fina, aveva canzonato loro e la polizia.

Bisognava avere un colloquio, venire a schiarimenti sinceri, e d’ora

innanzi, lavorare in comune.

Perchè lasciarsi vincere la mano da un terzo?

Lucy, la donna che noi conosciamo e che a Webb e ad Evaristo

aveva tolto di dosso le chiavine, Lucy, fu abilmente scelta come

intermediaria da Bill Oward.

Ella trattando con Guy Stein, doveva tra i due rivali stabilire il

colloquio e quasi prima che si parlassero, farli già certi dell’esito.

Proprio così, come nella diplomazia.

Per la mezza notte convenuta infatti, Guy Stein sentì battere all’uscio.

— Chi è?

— Bill Oward.

— Avanti.

Bill Oward lentamente entrò.

*

* *

La figura di Bill Oward, non meno sinistra dell’altra di Guy Stein, ne

era affatto dissimile, nella statura e nei tratti.

Bill Oward, d’una magrezza asciutta e terrea aveva un testone piatto,

con appena un dito di fronte, e un gran ciuffaccio sulle sopracciglia

grosse e mobilissime che con gli occhi infossati e incerti, le mascelle

sporgenti, il mento acuto gli conferivano un’aria scimiesca, paurosa

e ributtante. Le labbra carnose, lasciavano vedere denti acuti d’un

bianco opaco di perla orientale.

— Mi sai dir nulla del furto? — chiese Bill Oward.

— E tu mi sai dir nulla?

— Io no.

— Io, neppure... Ma mettiamo carte in tavola...

E presero a parlare animatamente, diventando, si potrebbe quasi dire,

espansivi.

Uno però tacque della lettera, mostrando di ignorare che in qualche

modo si fosse usato il suo nome, l’altro tacque non solo della lettera,

ma della parte, veramente da inconscio avuta nel furto che aveva

sollevato tanto chiasso a New-York, più ancora per l’entità che pel

mistero che lo circondava.

Dopo il lungo scambio di idee disse con atto reciso Bill Oward:

— Io sono venuto per far pace. Vogliamo farla?

— Sì, ma a patto che mio padre, sappia di tutto questo e vi acconsenta.

Prevenuto dal figlio, il cieco Stein, non si era coricato, nè si era

coricata Ellen di lui figlia e sorella a Guy.

Quando questi chiamò il vecchio, dopo un poco apertosi un piccolo

uscio, si vide entrare il cieco già canuto e curvo, condotto da una

fanciulla la cui immagine, fece rapidamente battere le palpebre di Bill

Oward.

Una bellezza singolare che egli non aveva veduta mai, e che solo per

caso quella notte si trovava in famiglia. I due Guy che l’adoravano,

la tenevano fuori di lì, in un quartiere pulito, presso una donna

assolutamente fidata che non li avrebbe in modo alcuno traditi.

Il cieco Stein sedette ed ascoltò con attenzione le parole di Bill

Oward, del quale ricordava benissimo il tipo.

Guy, che osservava attentamente Bill, notava come gli occhi di questi,

non si staccassero mai dal volto della sorella, e come fosse diventato

di una dolcezza e d’una condiscendenza, che si sapeva bene non gli

essere abituali.

Il vecchio intese le parti, prese la parola e stabilì le norme di

massima per l’accordo pel lavoro in comune, per la ripartizione dei

rischi prima e degli utili dopo.

All’ultimo, Guy Stein servì del liquore ripetutamente e con esso

brindarono alla pace.

— Ebbene — disse Bill Oward alzando per la quarta volta il calice —

acciocchè sparisca per sempre ogni rancore, acciocchè la più sincera

amicizia regni d’ora innanzi fra noi, diventiamo parenti.

— Parenti? — domandò Guy, scattando.

— Parenti? — chiese a sua volta il cieco trasalendo.

— Sicuro, io domando la mano di Ellen.

Questa, il padre ed il fratello, diedero un grido solo. La proposta

parve ai tre, la cosa più assurda del mondo.

— Perchè? — domandò Bill acceso d’ira a quella prima risposta che era

una così recisa ripulsa, — Perchè?

— Questo fatto lasciamolo — disse risoluto Guy Stein.

— Ma perchè? — insistette l’altro con più veemenza.

— Io non darò a te mia sorella, nè ora, nè mai. Essa non deve diventar

moglie di un uomo, che fa la nostra vita. Parliamoci chiaro. Tu sei un

ladro...

— E tu chi sei?

— Ma io, non ti chiedo una sorella!

— Ellen ascoltava spaventata, tremando. Avrebbe voluto essere lontana,

ben lontana, vicino alla sua buona vecchietta.

Il cieco, che conosceva il carettere impetuoso, bestiale, di Guy Stein,

volle usare per amor della figlia la massima prudenza:

— Non sono cose da parlarne adesso e in fretta. Ne tratteremo dimani

o dopo, con calma. In calma figliuoli miei... Date retta a me che son

vecchio. È l’ora di andare a dormire.

— Nè domani, nè dopo. Ora, proprio ora _voglio_ una decisione.

— Qua dentro nessuno deve dir _voglio_ — gridò Guy.

— Alle corte, una risposta, l’ultima!

— L’ultima? No! Ed ora via di qui! Ritorniamo come prima nemici! Io non

ti temo, io non sono venuto a cercarti.

— Ah, tu mi insulti?

Si udì lo scatto di una molla, si vide il baleno di una lama, e Guy

Stein, cadde con un urlo fra le braccia della sorella.

— Che è stato?! — gridò il vecchio che pure con la finezza del cieco

aveva indovinato...

— Vile! Vile! urlò Ellen.

Bill Oward che s’era avanzato verso l’uscio si volse e con un ghigno

infernale disse a Ellen:

— Sposa, vatti a vestire di nero! — e sparve.

Il busto d'oro : romanzo · 第 33 / 41 题