Le conseguenze di quanto sopra — Evaristo alle durissime prove — Ciò
che almanaccò Guy Stein
Pensi il lettore con che ansia intensa e tenerissima, la buona, la cara
Mary, aspettasse di rivedere Evaristo.
Corrergli incontro, stringergli la mano, stringergliela forte forte
e dirgli: — Sai, il babbo è contento, è contento! — doveva essere per
lei, un momento di felicità vera e di orgoglio purissimo.
— Ma quando torna — pensava vedendolo tardare — ma che fa, il _mio_
Evaristo che non viene? Come si soffre ad essere privi — anche per poco
— della persona che si ama.
L’anima pur nella sicurezza dell’amore ricambiato, si sente povera e
sola e sconsolata. Le manca la vita e la sua luce.
È come il diamante che più splende, più è saettato dal sole.
A Mary importava sopratutto, per sua gentile alterezza, mostrare come
ella fosse riescita a vincere il padre, abbattendone i pregiudizi.
Importava mostrargli, come avesse subitamente riportata la vittoria che
in mano a lui soltanto non avrebbe arriso al loro amore.
Era un gentile, e soavissimo titolo di merito che essa buona
intimamente e cara, voleva produrre agli occhi di Evaristo, perchè
egli comprendesse non foss’altro una cosa sola: quanto la sua diletta
Mary, ne dividesse le idee e secolui arditamente, nella soave umiltà,
trionfasse d’ogni pregiudizio d’ogni umano rispetto.
*
* *
Evaristo era, mentre ella pensava così, presso di Hulda, recatovisi con
l’idea, se non di troncare per allora risolutamente la relazione, per
prepararne con garbo il distacco.
Quella passione della giovine mondana, lo sgomentava più che non
si fosse figurato dapprima, e quando gli pareva in certi istanti di
leggere chiaro nel carattere di lei, si ritraeva atterrito, come chi
abbia inavvertitamente sporto il capo su di un abisso.
Come desiderava adesso che Hulda non lo avesse amato mai, mai... Come
invece, troppo spesso, si avvedeva che nel cuore della povera traviata
un soffio di affetto sincero passava per lui, anche a traverso a
tante delusioni, a tante amarezze a tanto perfido scetticismo che
sinistramente, come una tenda funerea le illuminava intorno la via
della perdizione.
Il discorso fu da principio freddo fra i due. Avevano l’aria di persone
in cui pare essere entrato il sospetto, e nasca il bisogno di studiarsi
a vicenda, di essere guardinghi e attentissimi nelle frasi, di uscire
in accenni, di parare in tempo, di fingere i colpi.
— È ancora troppo presto — pensava fra sè Evaristo. — Par che vi sia un
principio di accenno alla freddezza, al distacco, ma non precipitiamo.
Le loro parole si aggirarono in ultimo sopra le solite cose, sopra le
solite inezie che non concludono e non compromettono dando modo alle
parti di temporeggiare.
Ad un certo punto Hulda, come balzando d’uno in altro pensiero,
disse con uno scarto quasi infantile, che sarebbe parso in lei prima
impossibile:
— Vuoi vedere il mio nuovo abito? È veramente bello! La sarta questa
volta, bisogna dirlo, ha superato sè stessa.
Chiamò Bess:
— Portami l’abito rosa, il nuovo.
Bess uscì frettolosamente e tornò indi a poco portando a braccio
sollevato il vestito, seta cascante, bellissimo.
— Va’ pure — disse alla cameriera.
Bess, avrebbe capito benissimo di uscire, senza quel comando, dato con
dolce parola e con lunghissimo sguardo.
Quando era sola Hulda aveva bisogno della cameriera, quando c’era lui,
bastava sempre da sè a tutto.
— Guarda, giudica te stesso — fece Hulda e cominciò lentamente
a spogliarsi con una grazia soave e una squisitezza procace, che
turbarono intimamente Evaristo, per allora inteso a ben altri pensieri
che a quelli del senso.
Ma questi purtroppo, lo richiamò Hulda così fine, così armata di
sottili astuzie da riuscir sempre più stuzzicante, più nuova, più
innamoratrice di volta in volta, cosicchè il volubile amore s’andava
raffermando e nobilitando in lei che a traverso del senso, per poco
forse, ma per certo insinuava l’affetto.
Come fu in sottanina e in busto, indugiò con molle grazia fascinatrice
a porsi l’abito di seta. Così a braccia nude e scoperta al sommo del
petto ampio, ricolmo, eretto sul busto rotondo e ondulante sui fianchi
disegnati da curve nobilissime, abbracciò Evaristo che sedeva sur un
piccolo divano.
Il busto ancora freschissimo e turgido di Hulda sfiorava il volto di
Evaristo, perchè la maliosa ve lo attirava con la candidissima mano,
così piccola, ma così potente alla carezza.
Un profumo tepido di carne giovane scaldata al sole della passione,
saliva al cervello di Evaristo svegliando ancora in lui desiderî
ch’egli avrebbe voluto sopiti per sempre, attirandolo ancora verso la
dolcezza del bacio amoroso.
— Sii buona, Hulda.
— Più buona di così? Come non potrei essere buona con te, io che sono
tutta tua? Sei tu, Evaristo, che colmi tutto il mio cuore, sei tu che
disseti tutta l’anima mia spasimante.
— Via, Hulda, ora ti stai ripetendo....
— Se mi ripeto, dicendo che ti amo, gli è perchè t’amo sempre. Tu
vedi...
— Io?...
— Perdonami sai, ma non mi sembri, no, più quello di prima. Io non
sono più il tuo pensiero, il tuo odio, il tuo amore.... Io, vorrei
ingannarmi, ma sto diventando per te, un’ombra di amore, un’infelice
creatura, che passa, desolata, nella piena del suo affetto.
— Ma Hulda...
— Sono dei timori che mi prendono, che mi agitano, che non mi lasciano
stare da qualche giorno, ma timori, mi parvero amor mio; chè se io
sospettassi menomamente che da parte tua un abbandono potesse diventare
possibile, io perchè ti ho amato, ti darei una lezione che non
dimenticheresti mai più... Vorrei che tu abbandonassi una morta...
— Ma tu, dici cose che non hanno senso. Tu sei presa da timori, nulla
affatto giustificati...
— Il cuore di chi ama parla...
— Ma non sempre dice il vero, non
sempre, mia Hulda, angelo mio... E, dimmi, rimani così? Non mi ti lasci
vedere con la tua bella veste nuova? Sopra te, così superbamente bruna,
il color roseo acceso deve diventare meraviglioso.
— Vuoi che io mi ricopra? — disse languidamente e ansando un poco
Hulda — vuoi ch’io mi ricopra? Non sono più belle queste braccia che ti
stringono con tanto amore, non è più tuo questo petto, straziato dallo
spasimo che gli hai dato tante volte?
— Hulda, vestiti, lasciati vedere in mezzo al colore delle rose.
— No, no, mia carezza, mio sospiro, mia vita, no...
— Hulda, sii cara, obbedisci a chi ti vuol bene...
— Se mi vuoi bene, baciami, tanto... tanto...
— Hulda!... — mormorò Evaristo tremando — Hulda...
— Baciami, rispose ancora lei, guardando con occhi voluttuosi
e sporgendo la testa siccome assetata presso a un rivo cadente,
baciami.... eccoti la mia bocca, prendila.
Fu un momento d’amore come quelli del principio, quelli così sospirati
e tanto animati dalla passione.
— Non è vero che sei mio, tutto mio, che nessuno ti strapperà mai dalle
mie braccia?
Pure nella sola solennità del momento, la parola traditrice uscì dalla
bocca di Evaristo.
— Tuo, tutto tuo, disse lasciandosi stringere e languendo beatamente.
Un angelo in forma di donna gli passò in quel momento a traverso la
fantasia.
Gli parve che quell’angelo s’allontanasse inorridito.
L’amore dell’anima, fu più forte del presente amore, e suo malgrado,
gli uscì dalla bocca un nome:
— Mary!
— Che hai detto?
— Che ho detto? _Ma ri...di, ma ridi_ una volta; non mi hai neppur
lasciato finire. Non sei forse contenta? Non sono sempre il caldo
innamorato di prima? Dunque mostrami i bei dentini, fa la pozzetta
nelle guancie, socchiudi gli occhi, agita la bella testa nera...
ridi...
Hulda prestò fede e chiuse con la sua, la bocca che prima aveva detta
la menzogna.
*
* *
Evaristo, uscì dalla casa dell’amante, se non in se stesso,
esteriormente e per lei, sempre innamorato.
Hulda rimasta sola, ora si dava torto ed ascoltava con piacere i
rimproveri di Bess.
Ella conveniva di aver errato nel sospettare di Evaristo, di essere
divenuta senza un motivo così terribilmente gelosa.
— Sarà che adesso, che ho sfidato Guy Stein, sarà che adesso ch’io ho
riacquistato la pace di Evaristo l’amo d’un nuovo e forte amore, quale
non ho provato mai.
— Però, non dovete esagerare.... Perchè volete addirittura incatenare
quell’uomo? Egli, comunque amandovi, deve essere sempre libero di sè.
Ma che vi pare?
— Senti Bess, quando si ama, parole come le tue fanno orrore. Non
dirmele più, sai? Non dirmele più!
— Tu non vedi che il tuo ventre da riempire, tu non devi avere amato,
mai, mai, mai!
— Io?!
— Sì, tu; altrimenti non diresti così.
— Sarà!
— È, pur troppo. Io sento invece ora, ciò che non ho mai provato, ciò
che non ho mai sentito in questa mia deplorevole vita... veramente, no;
un giorno mi ricordo ancora, a Napoli.... a Napoli.... c’era un uomo
che provava per me una vera tenerezza infinita ed io lo ricambiavo...
ma noi, noi, non siamo più vivi l’uno per l’altro. Noi siamo due morti
che camminano ancora.
Queste parole aveva pronunziate con accento vivissimo di passione
Hulda, a voce bassa, e in una commozione frenata a stento.
Un osservatore l’avrebbe detta una Ofelia pensosa, ma bruna e bella non
meno della biondissima che Amleto fece piangere e morire.
Meglio ancora una Violetta, che crede estinto l’amore mentre esso è
immortale e nell’addio del passato, scorge invece nuovi sogni e ridenti
visioni per l’avvenire.
La passione purificava Hulda, di giorno in giorno.
Quella stessa passione, purificava non meno Evaristo. Entrambi si
ritraevano da un brutto passato.
Ora, partiti da punti opposti, si ritrovavano ad un centro in cui
l’amore splendeva della sua luce più bella.
Come un sole, saettava dal cielo i fasci luminosi, accendeva le
anime, le rapiva nel regno dove la virtù non è più un mistero, dove
la passione, per chiamarsi divinamente amore è tutta sacrifizio, anzi
sacrifizio è il nome più degno!
*
* *
— Finalmente! finalmente! — gridò Mary non appena dal cancello del
giardino vide entrare Evaristo. — Come ti attendevo ansiosa, per darti
la lieta novella! Il babbo a detto di sì.
— Di sì? — chiese Evaristo con l’aria d’uno che riceva un po’ troppo
presto una notizia, per quanto buona e desiderata.
— Ma come? Non esulti con me, ti senti forse male?
— Tutt’altro! Sono felicissimo della risoluzione di tuo padre; sono
felicissimo che abbia finalmente mutato parere..... Ma che vuoi? Ho
sempre tante cose pel capo.... Ora sento più di prima l’attaccamento
verso di lui. I nuovi doveri, i nuovi interessi.... tutto mi preoccupa.
— Ti preoccupa, ma non deve toglierti alla tua intima felicità... La
tua Mary sarà la tua _oasi_. Quando sarai nella vita affaticato, stanco
della lotta, sudato, riarso, quando sentirai il bisogno di una mano
amica, la quale abbia per te una carezza sincera, allora sarà mia la
mano che troverai... E avrò tante parole buone per te, parole dolci...
Noi siamo ricchi, ma la ricchezza non fa mai completamente la felicità
di alcuno.... Come potrebbe farlo di noi che siamo così superiori?
Sarà l’amore, continuo ed intenso, non è vero Evaristo, l’amore, che
in qualunque circostanza formerà la nostra vera vita... Mio padre non
voleva, ma mio padre ha ceduto. Una vittoria dell’amore come vedi. Egli
non seppe resistere alle parole della figlia.
— Mary, Mary cara, io sento proprio il bisogno di ringraziare il cielo.
Riuscire a farti mia, fu il desiderio che mi prese dal momento in
cui ti vidi.... Mi si schiude una nuova vita, anzi mi pare di entrare
adesso nella vita. Il mio passato, tutto di lavoro, non mi ha dato mai,
una contentezza e una tranquillità così complete...
— Siedi, caro, siedi qui accanto a me... noi ora siamo con le nostre
anime già l’uno dell’altro... siedi, mio diletto... e dimmi tante cose,
aprilo tutto il tuo cuore... Più avrai sofferto e più nella tua Mary,
tu troverai amore.
— Mary, così parlano gli angioli...
— Così parla chi ama semplicemente... Se tu sapessi quante volte ho
pensato che sei rimasto tanto presto senza genitori... Che mio padre,
nel proteggerti e nell’educarti, forse fu qualche volta severo,
eccessivo.... Che tu, per tanto tempo, non hai avuto un cuore in
cui versare le tue lacrime, una bocca la quale ti dicesse una parola
consolatrice... Eppure per la tua bontà innata, il tuo cuore, in tanto
abbandono, non si è inaridito... ed ora si sveglia, non è vero? si
schiude come un fiore e manda tutto il suo profumo...
— Mary, Mary — disse Evaristo preso da una commozione intensa — tu sei
per me troppo grande, io sento quasi di non meritarti, di non essere
degno di te.
— Perchè, perchè mi dici così, carino? Perchè non ti reputi degno del
mio amore? Ma se sono io l’indegna, sono io che pure amando non so
amarti abbastanza, quanto vorrei, quanto meriti? Ma se io sento, dirò
così di essere nata per amare un uomo come te, dopo di averlo ammirato,
e dopo di averlo tanto tempo tenuto nascosto nell’anima... Non lo sai,
che tu eri il pensiero continuo, della povera educanda, sola sola, in
mezzo a tante compagne?
Proprio così; tutta l’anima mia si rivolse a te, da quella prima volta,
ti ricordi? quando già grandicella tornai in famiglia per le vacanze e
noi ci vedemmo, dopo che tu avevi fatto un lungo viaggio in Italia. Da
allora, sai... Da allora mi ti sei fitto nell’anima e se tu sapessi,
quanti intimi affanni, quanti spasimi segreti!
— Da allora? — interrogò Evaristo, meravigliato.
— Sicuro, mio bello, da allora. E tu, dimmi, dimmelo sinceramente a chi
pensavi, in quei momenti?
— Io?
— Sì, tu. A me non certo, e non ti do torto perchè ero ancora, in
apparenza, una fanciulletta... non potevo interessarti, come adesso.
— Francamente, la mia Mary, io non pensavo in quei giorni che a
lavorare, a rendermi sempre più degno della protezione di tuo padre.
— Soltanto questo?
— Soltanto questo.
— Non avevi un qualche amore, un qualche capriccio... non per fartene
rimprovero, sai! Tutt’altro! Ho abbastanza buon senso, ma, così per
semplice curiosità per una curiosità perdonabilissima, da che comincia
essa coll’assolvere, col perdonare completamente.
Preso nelle strette di queste argomentazioni. Evaristo sentiva che
tutto il suo spirito, e non ne mancava, si dibatteva invano, come un
bambino che sollevato dalla mano di un gigante, annaspa invanamente,
con le braccine e le gambucce, e mentre sente di essere sicuro, perchè
retto da una mano poderosa, sente tutto il raccapriccio dell’abisso
sottostante dove cuore comanda alla mano: Bada di non lasciarlo cadere.
L’unica conclusione di Evaristo fu questa:
— Per una moglie, io non potevo porre gli occhi, su fanciulla migliore.
Non indugeremo, nel descrivere più oltre gli innamorati, nel ripetere
le loro parole nel tempo che rimasero in giardino, sotto un tramonto
infocato.
Anime amanti, che fin qua mi seguiste, supplite con la vostra fantasia,
col ricordo del vostro passato, o con una più intensa considerazione
del vostro presente.
Un uomo e una donna che si amino, sentono, standosi vicino, guardandosi
negli occhi, una così celestiale dolcezza, per la quale ogni parola è
muta, e quando essi vogliano pur dirla quella loro intima felicità, non
hanno altra espressione che il bacio.
Eppure da quel colloquio tutto di giubilo, Evaristo si ridusse a casa
sua coll’inferno nel cuore.
Alla vigilia, si potrebbe dire di sposare la sua Mary, sentiva tutta la
indegnità del suo passato.
Come fu solo nella propria camera, e disse a Tommy di coricarsi che
nulla occorrevagli, sentì quasi un terrore di quella solitudine.
Un terrore che non aveva mai provato, un terrore che lo trasformava
tutto e che era tutto di rimorso.
— Io sono un ladro — pensava, sorpreso di non aver fatto prima con la
sua penetrazione quelle riflessioni sincere. — Io sono un ladro che
vuole la figlia dell’uomo al quale ha rubato...
È vero che scopo mio non era il furto per sè stesso, ma la vendetta
alla negativa fatta da Webb alla mia proposta; è vero che io, appunto
per la vendetta, avevo fin da principio l’idea di rendere, ma ora mi
spaventa il pensiero di non essere compreso, mi spaventa l’idea che la
restituzione si pensi cagionata dallo stato presente, dall’amore mentre
essa era già prima del furto nelle mie intenzioni.
Diversamente come avrei potuto brillare nella vendetta?
Ora, mentre l’amore, l’amor vero m’incalza, mi trovo sbarrato il
cammino. Ciò che parve difficile fu la più facil cosa. Ancora mi
restano da sormontare le più gravi difficoltà. Far tacere Hulda,
potermi ben distaccare da lei, ciò che è importantissimo, poi
restituire il capitale rubato. Rubato... che brutta parola! quando
l’intenzione non era che la vendetta!
Già, il capitale non mio preso a prestito... un po’ troppo arditamente,
bisogna convenirne.
Ma d’altronde, devo proprio essere io, l’uomo che si perde di coraggio?
Ho temuto abbastanza. Fin troppo ho temuto! Avanti! Il mondo è di chi
lo vuole. Io saprò volerlo. Tra qualche giorno, fra me e Hulda, rottura
completa, al resto, al resto...
Stette lungamente pensoso.
Un osservatore che gli si fosse trovato vicino, avrebbe veduto la
vicenda dei pensieri passargli sulla fronte. Taluni vi restavano
impressi un poco, dando a tutto il volto una intensa espressione di
mestizia, tal’altri, illuminandolo di un fuggevol riso, o balenando
come un lampo, in una contrazione di spasimo, sparivano.
— Ecco! Questo! — gridò ad un tratto, come invaso da un’anima nuova, o
meglio, come tornato all’antico vigore della mente arditissima e pronta
speculatrice. — Sì, sì, in questo modo!
Evaristo Grinfieri, aveva finalmente deciso, e per l’una cosa e per
l’altra. Nessuno poteva ormai rimuoverlo dal partito preso.
*
* *
Guy Stein, per mezzo dei giornali, che non aveva trascurato di leggere
attentamente dal dì che lo potevano interessare, si trovava oramai al
corrente di tutto.
Quale enorme delusione! Ben, quel Ben cocchiere del _numero tredici_,
e che gli dava l’intero affidamento della cosa, quel Ben, era diventato
col suo mistero, il suo incubo ed il suo scorno.
Al disopra della questione d’interesse, c’era quella del prestigio nel
mestiere, di amor proprio, di antica incontestata sagacia, battuta così
deplorevolmente, e con tanta formidabile astuzia, vinta.
Guy Stein aspettava un conforto dal tempo. Il tempo avrebbe posto
in luce molte cose, le quali ora non potevano apparire, e di tutto
quel garbuglio nel quale aveva agito troppo fidente, si sarebbe poi
consumato il mistero, e come la consunta superficie d’un panno, avrebbe
scoperta la trama.
Allora sarebbe toccato a lui. Sarebbe venuta la sua volta; chi era
riuscito a mistificarlo in quel modo, non doveva poi averne la lunga
compiacenza nell’anima. Ah, no! doveva morire.
Lo avrebbe ammazzato procurandosi il piacere di fargli conoscere: Chi
ti ammazza è Guy Stein.
L’induzione più facile, quella in cui riposava più volentieri il
pensier suo, era che chi lo aveva turlupinato, così abilmente, fosse il
suo rivale, il suo antagonista, il suo implacabile nemico: Bill Oward.
Non doveva essere stato certo un profano, ma un campione di quella
fatta, ad architettare, tanto bene, la burla tremenda, la ingiuria
sanguinosa; doveva essere, perchè solo poteva esserlo: Bill Oward.
Su lui, appuntava tutti i pensieri di vendetta; su lui acuiva il
proposito di rendere con inflessibile determinazione, come si suol
dire, la pariglia.
E veramente, quello era stato un gran colpo tentato da Bill Oward, con
astuzia mirabile, per far cadere lui, Stein, in mano della polizia e
sbarazzarsene, e tirare i di lui uomini dalla sua parte e rimaner solo
nel campo dell’azione.
Il tentativo non gli era completamente riuscito? Ebbene si pentirebbe
di averlo pensato.
Ma Hulda, come entrava Hulda in tutto questo? Era proprio in buona
fede, per affetto e per timore di lui?
Certamente. Doveva proprio essere così, da poichè ancora come prima e
con la stessa espansione... monetaria, seguitava a visitarlo, non solo,
ma a pregarlo che la liberasse da Evaristo del quale era sazia, del
quale non voleva più sapere. Ella a fare la signora, come pretendeva
l’amico e con tante esigenze e tante meticolosità del buon rango, si
sentiva troppo a disagio, seccata e ristucca.
Se talvolta, Guy Stein affacciava qualche dubbio, ella lo dissipava,
con finissima arte, di un tratto:
— L’uomo che non dimenticherò mai, l’uomo del quale sarò sempre la
schiava, felice di esserlo, sei tu... Perchè tu solo, fosti colui
che mi aiutò, che mi soccorse, che mi fece diventare rispettata e
signora, quando morivo di fame e di vergogna. Questo è ciò che io non
dimenticherò mai!...
Guy Stein, ladro, credeva alla gratitudine.
Tanto è vero che anche gli uomini più furbi vanno soggetti ad
ingannarsi.
*
* *
Un altro, fra coloro che almanaccavano intorno al furto patito da
Francis Webb, certo con intenzioni ben diverse, era il grosso Isaiah
Wood.
— Ebbene, si è scoperto ancora nulla? — chiedeva a Francis Webb tutte
le volte che lo vedeva.
— Nulla — rispondeva l’altro ormai seccato di quell’insistenza in
fondo un po’ canzonatoria. — Nulla neanche oggi, e ormai, non ho più
speranza.
— Anche tu, benedett’uomo, vai a mettere i denari nella cassa forte...
— Come?! Dove volevi che li mettessi?
— In qualunque altro posto conosciuto e custodito solo da te.
— Già!
— Certo. Come vuoi che sia sicura una cassa forte? Dimmi, esiste o ha
esistito chi l’ha fatta? Dunque, esiste il segreto per aprirla. Di qui
non si scappa... È dalla cassa forte che scappano i denari.
E dava, così dicendo, in una risata sonora, spalancando la bocca
enorme, con i due denti di foca.