CAPITOLO XV.

Le conseguenze di quanto sopra — Evaristo alle durissime prove — Ciò

che almanaccò Guy Stein

Pensi il lettore con che ansia intensa e tenerissima, la buona, la cara

Mary, aspettasse di rivedere Evaristo.

Corrergli incontro, stringergli la mano, stringergliela forte forte

e dirgli: — Sai, il babbo è contento, è contento! — doveva essere per

lei, un momento di felicità vera e di orgoglio purissimo.

— Ma quando torna — pensava vedendolo tardare — ma che fa, il _mio_

Evaristo che non viene? Come si soffre ad essere privi — anche per poco

— della persona che si ama.

L’anima pur nella sicurezza dell’amore ricambiato, si sente povera e

sola e sconsolata. Le manca la vita e la sua luce.

È come il diamante che più splende, più è saettato dal sole.

A Mary importava sopratutto, per sua gentile alterezza, mostrare come

ella fosse riescita a vincere il padre, abbattendone i pregiudizi.

Importava mostrargli, come avesse subitamente riportata la vittoria che

in mano a lui soltanto non avrebbe arriso al loro amore.

Era un gentile, e soavissimo titolo di merito che essa buona

intimamente e cara, voleva produrre agli occhi di Evaristo, perchè

egli comprendesse non foss’altro una cosa sola: quanto la sua diletta

Mary, ne dividesse le idee e secolui arditamente, nella soave umiltà,

trionfasse d’ogni pregiudizio d’ogni umano rispetto.

*

* *

Evaristo era, mentre ella pensava così, presso di Hulda, recatovisi con

l’idea, se non di troncare per allora risolutamente la relazione, per

prepararne con garbo il distacco.

Quella passione della giovine mondana, lo sgomentava più che non

si fosse figurato dapprima, e quando gli pareva in certi istanti di

leggere chiaro nel carattere di lei, si ritraeva atterrito, come chi

abbia inavvertitamente sporto il capo su di un abisso.

Come desiderava adesso che Hulda non lo avesse amato mai, mai... Come

invece, troppo spesso, si avvedeva che nel cuore della povera traviata

un soffio di affetto sincero passava per lui, anche a traverso a

tante delusioni, a tante amarezze a tanto perfido scetticismo che

sinistramente, come una tenda funerea le illuminava intorno la via

della perdizione.

Il discorso fu da principio freddo fra i due. Avevano l’aria di persone

in cui pare essere entrato il sospetto, e nasca il bisogno di studiarsi

a vicenda, di essere guardinghi e attentissimi nelle frasi, di uscire

in accenni, di parare in tempo, di fingere i colpi.

— È ancora troppo presto — pensava fra sè Evaristo. — Par che vi sia un

principio di accenno alla freddezza, al distacco, ma non precipitiamo.

Le loro parole si aggirarono in ultimo sopra le solite cose, sopra le

solite inezie che non concludono e non compromettono dando modo alle

parti di temporeggiare.

Ad un certo punto Hulda, come balzando d’uno in altro pensiero,

disse con uno scarto quasi infantile, che sarebbe parso in lei prima

impossibile:

— Vuoi vedere il mio nuovo abito? È veramente bello! La sarta questa

volta, bisogna dirlo, ha superato sè stessa.

Chiamò Bess:

— Portami l’abito rosa, il nuovo.

Bess uscì frettolosamente e tornò indi a poco portando a braccio

sollevato il vestito, seta cascante, bellissimo.

— Va’ pure — disse alla cameriera.

Bess, avrebbe capito benissimo di uscire, senza quel comando, dato con

dolce parola e con lunghissimo sguardo.

Quando era sola Hulda aveva bisogno della cameriera, quando c’era lui,

bastava sempre da sè a tutto.

— Guarda, giudica te stesso — fece Hulda e cominciò lentamente

a spogliarsi con una grazia soave e una squisitezza procace, che

turbarono intimamente Evaristo, per allora inteso a ben altri pensieri

che a quelli del senso.

Ma questi purtroppo, lo richiamò Hulda così fine, così armata di

sottili astuzie da riuscir sempre più stuzzicante, più nuova, più

innamoratrice di volta in volta, cosicchè il volubile amore s’andava

raffermando e nobilitando in lei che a traverso del senso, per poco

forse, ma per certo insinuava l’affetto.

Come fu in sottanina e in busto, indugiò con molle grazia fascinatrice

a porsi l’abito di seta. Così a braccia nude e scoperta al sommo del

petto ampio, ricolmo, eretto sul busto rotondo e ondulante sui fianchi

disegnati da curve nobilissime, abbracciò Evaristo che sedeva sur un

piccolo divano.

Il busto ancora freschissimo e turgido di Hulda sfiorava il volto di

Evaristo, perchè la maliosa ve lo attirava con la candidissima mano,

così piccola, ma così potente alla carezza.

Un profumo tepido di carne giovane scaldata al sole della passione,

saliva al cervello di Evaristo svegliando ancora in lui desiderî

ch’egli avrebbe voluto sopiti per sempre, attirandolo ancora verso la

dolcezza del bacio amoroso.

— Sii buona, Hulda.

— Più buona di così? Come non potrei essere buona con te, io che sono

tutta tua? Sei tu, Evaristo, che colmi tutto il mio cuore, sei tu che

disseti tutta l’anima mia spasimante.

— Via, Hulda, ora ti stai ripetendo....

— Se mi ripeto, dicendo che ti amo, gli è perchè t’amo sempre. Tu

vedi...

— Io?...

— Perdonami sai, ma non mi sembri, no, più quello di prima. Io non

sono più il tuo pensiero, il tuo odio, il tuo amore.... Io, vorrei

ingannarmi, ma sto diventando per te, un’ombra di amore, un’infelice

creatura, che passa, desolata, nella piena del suo affetto.

— Ma Hulda...

— Sono dei timori che mi prendono, che mi agitano, che non mi lasciano

stare da qualche giorno, ma timori, mi parvero amor mio; chè se io

sospettassi menomamente che da parte tua un abbandono potesse diventare

possibile, io perchè ti ho amato, ti darei una lezione che non

dimenticheresti mai più... Vorrei che tu abbandonassi una morta...

— Ma tu, dici cose che non hanno senso. Tu sei presa da timori, nulla

affatto giustificati...

— Il cuore di chi ama parla...

— Ma non sempre dice il vero, non

sempre, mia Hulda, angelo mio... E, dimmi, rimani così? Non mi ti lasci

vedere con la tua bella veste nuova? Sopra te, così superbamente bruna,

il color roseo acceso deve diventare meraviglioso.

— Vuoi che io mi ricopra? — disse languidamente e ansando un poco

Hulda — vuoi ch’io mi ricopra? Non sono più belle queste braccia che ti

stringono con tanto amore, non è più tuo questo petto, straziato dallo

spasimo che gli hai dato tante volte?

— Hulda, vestiti, lasciati vedere in mezzo al colore delle rose.

— No, no, mia carezza, mio sospiro, mia vita, no...

— Hulda, sii cara, obbedisci a chi ti vuol bene...

— Se mi vuoi bene, baciami, tanto... tanto...

— Hulda!... — mormorò Evaristo tremando — Hulda...

— Baciami, rispose ancora lei, guardando con occhi voluttuosi

e sporgendo la testa siccome assetata presso a un rivo cadente,

baciami.... eccoti la mia bocca, prendila.

Fu un momento d’amore come quelli del principio, quelli così sospirati

e tanto animati dalla passione.

— Non è vero che sei mio, tutto mio, che nessuno ti strapperà mai dalle

mie braccia?

Pure nella sola solennità del momento, la parola traditrice uscì dalla

bocca di Evaristo.

— Tuo, tutto tuo, disse lasciandosi stringere e languendo beatamente.

Un angelo in forma di donna gli passò in quel momento a traverso la

fantasia.

Gli parve che quell’angelo s’allontanasse inorridito.

L’amore dell’anima, fu più forte del presente amore, e suo malgrado,

gli uscì dalla bocca un nome:

— Mary!

— Che hai detto?

— Che ho detto? _Ma ri...di, ma ridi_ una volta; non mi hai neppur

lasciato finire. Non sei forse contenta? Non sono sempre il caldo

innamorato di prima? Dunque mostrami i bei dentini, fa la pozzetta

nelle guancie, socchiudi gli occhi, agita la bella testa nera...

ridi...

Hulda prestò fede e chiuse con la sua, la bocca che prima aveva detta

la menzogna.

*

* *

Evaristo, uscì dalla casa dell’amante, se non in se stesso,

esteriormente e per lei, sempre innamorato.

Hulda rimasta sola, ora si dava torto ed ascoltava con piacere i

rimproveri di Bess.

Ella conveniva di aver errato nel sospettare di Evaristo, di essere

divenuta senza un motivo così terribilmente gelosa.

— Sarà che adesso, che ho sfidato Guy Stein, sarà che adesso ch’io ho

riacquistato la pace di Evaristo l’amo d’un nuovo e forte amore, quale

non ho provato mai.

— Però, non dovete esagerare.... Perchè volete addirittura incatenare

quell’uomo? Egli, comunque amandovi, deve essere sempre libero di sè.

Ma che vi pare?

— Senti Bess, quando si ama, parole come le tue fanno orrore. Non

dirmele più, sai? Non dirmele più!

— Tu non vedi che il tuo ventre da riempire, tu non devi avere amato,

mai, mai, mai!

— Io?!

— Sì, tu; altrimenti non diresti così.

— Sarà!

— È, pur troppo. Io sento invece ora, ciò che non ho mai provato, ciò

che non ho mai sentito in questa mia deplorevole vita... veramente, no;

un giorno mi ricordo ancora, a Napoli.... a Napoli.... c’era un uomo

che provava per me una vera tenerezza infinita ed io lo ricambiavo...

ma noi, noi, non siamo più vivi l’uno per l’altro. Noi siamo due morti

che camminano ancora.

Queste parole aveva pronunziate con accento vivissimo di passione

Hulda, a voce bassa, e in una commozione frenata a stento.

Un osservatore l’avrebbe detta una Ofelia pensosa, ma bruna e bella non

meno della biondissima che Amleto fece piangere e morire.

Meglio ancora una Violetta, che crede estinto l’amore mentre esso è

immortale e nell’addio del passato, scorge invece nuovi sogni e ridenti

visioni per l’avvenire.

La passione purificava Hulda, di giorno in giorno.

Quella stessa passione, purificava non meno Evaristo. Entrambi si

ritraevano da un brutto passato.

Ora, partiti da punti opposti, si ritrovavano ad un centro in cui

l’amore splendeva della sua luce più bella.

Come un sole, saettava dal cielo i fasci luminosi, accendeva le

anime, le rapiva nel regno dove la virtù non è più un mistero, dove

la passione, per chiamarsi divinamente amore è tutta sacrifizio, anzi

sacrifizio è il nome più degno!

*

* *

— Finalmente! finalmente! — gridò Mary non appena dal cancello del

giardino vide entrare Evaristo. — Come ti attendevo ansiosa, per darti

la lieta novella! Il babbo a detto di sì.

— Di sì? — chiese Evaristo con l’aria d’uno che riceva un po’ troppo

presto una notizia, per quanto buona e desiderata.

— Ma come? Non esulti con me, ti senti forse male?

— Tutt’altro! Sono felicissimo della risoluzione di tuo padre; sono

felicissimo che abbia finalmente mutato parere..... Ma che vuoi? Ho

sempre tante cose pel capo.... Ora sento più di prima l’attaccamento

verso di lui. I nuovi doveri, i nuovi interessi.... tutto mi preoccupa.

— Ti preoccupa, ma non deve toglierti alla tua intima felicità... La

tua Mary sarà la tua _oasi_. Quando sarai nella vita affaticato, stanco

della lotta, sudato, riarso, quando sentirai il bisogno di una mano

amica, la quale abbia per te una carezza sincera, allora sarà mia la

mano che troverai... E avrò tante parole buone per te, parole dolci...

Noi siamo ricchi, ma la ricchezza non fa mai completamente la felicità

di alcuno.... Come potrebbe farlo di noi che siamo così superiori?

Sarà l’amore, continuo ed intenso, non è vero Evaristo, l’amore, che

in qualunque circostanza formerà la nostra vera vita... Mio padre non

voleva, ma mio padre ha ceduto. Una vittoria dell’amore come vedi. Egli

non seppe resistere alle parole della figlia.

— Mary, Mary cara, io sento proprio il bisogno di ringraziare il cielo.

Riuscire a farti mia, fu il desiderio che mi prese dal momento in

cui ti vidi.... Mi si schiude una nuova vita, anzi mi pare di entrare

adesso nella vita. Il mio passato, tutto di lavoro, non mi ha dato mai,

una contentezza e una tranquillità così complete...

— Siedi, caro, siedi qui accanto a me... noi ora siamo con le nostre

anime già l’uno dell’altro... siedi, mio diletto... e dimmi tante cose,

aprilo tutto il tuo cuore... Più avrai sofferto e più nella tua Mary,

tu troverai amore.

— Mary, così parlano gli angioli...

— Così parla chi ama semplicemente... Se tu sapessi quante volte ho

pensato che sei rimasto tanto presto senza genitori... Che mio padre,

nel proteggerti e nell’educarti, forse fu qualche volta severo,

eccessivo.... Che tu, per tanto tempo, non hai avuto un cuore in

cui versare le tue lacrime, una bocca la quale ti dicesse una parola

consolatrice... Eppure per la tua bontà innata, il tuo cuore, in tanto

abbandono, non si è inaridito... ed ora si sveglia, non è vero? si

schiude come un fiore e manda tutto il suo profumo...

— Mary, Mary — disse Evaristo preso da una commozione intensa — tu sei

per me troppo grande, io sento quasi di non meritarti, di non essere

degno di te.

— Perchè, perchè mi dici così, carino? Perchè non ti reputi degno del

mio amore? Ma se sono io l’indegna, sono io che pure amando non so

amarti abbastanza, quanto vorrei, quanto meriti? Ma se io sento, dirò

così di essere nata per amare un uomo come te, dopo di averlo ammirato,

e dopo di averlo tanto tempo tenuto nascosto nell’anima... Non lo sai,

che tu eri il pensiero continuo, della povera educanda, sola sola, in

mezzo a tante compagne?

Proprio così; tutta l’anima mia si rivolse a te, da quella prima volta,

ti ricordi? quando già grandicella tornai in famiglia per le vacanze e

noi ci vedemmo, dopo che tu avevi fatto un lungo viaggio in Italia. Da

allora, sai... Da allora mi ti sei fitto nell’anima e se tu sapessi,

quanti intimi affanni, quanti spasimi segreti!

— Da allora? — interrogò Evaristo, meravigliato.

— Sicuro, mio bello, da allora. E tu, dimmi, dimmelo sinceramente a chi

pensavi, in quei momenti?

— Io?

— Sì, tu. A me non certo, e non ti do torto perchè ero ancora, in

apparenza, una fanciulletta... non potevo interessarti, come adesso.

— Francamente, la mia Mary, io non pensavo in quei giorni che a

lavorare, a rendermi sempre più degno della protezione di tuo padre.

— Soltanto questo?

— Soltanto questo.

— Non avevi un qualche amore, un qualche capriccio... non per fartene

rimprovero, sai! Tutt’altro! Ho abbastanza buon senso, ma, così per

semplice curiosità per una curiosità perdonabilissima, da che comincia

essa coll’assolvere, col perdonare completamente.

Preso nelle strette di queste argomentazioni. Evaristo sentiva che

tutto il suo spirito, e non ne mancava, si dibatteva invano, come un

bambino che sollevato dalla mano di un gigante, annaspa invanamente,

con le braccine e le gambucce, e mentre sente di essere sicuro, perchè

retto da una mano poderosa, sente tutto il raccapriccio dell’abisso

sottostante dove cuore comanda alla mano: Bada di non lasciarlo cadere.

L’unica conclusione di Evaristo fu questa:

— Per una moglie, io non potevo porre gli occhi, su fanciulla migliore.

Non indugeremo, nel descrivere più oltre gli innamorati, nel ripetere

le loro parole nel tempo che rimasero in giardino, sotto un tramonto

infocato.

Anime amanti, che fin qua mi seguiste, supplite con la vostra fantasia,

col ricordo del vostro passato, o con una più intensa considerazione

del vostro presente.

Un uomo e una donna che si amino, sentono, standosi vicino, guardandosi

negli occhi, una così celestiale dolcezza, per la quale ogni parola è

muta, e quando essi vogliano pur dirla quella loro intima felicità, non

hanno altra espressione che il bacio.

Eppure da quel colloquio tutto di giubilo, Evaristo si ridusse a casa

sua coll’inferno nel cuore.

Alla vigilia, si potrebbe dire di sposare la sua Mary, sentiva tutta la

indegnità del suo passato.

Come fu solo nella propria camera, e disse a Tommy di coricarsi che

nulla occorrevagli, sentì quasi un terrore di quella solitudine.

Un terrore che non aveva mai provato, un terrore che lo trasformava

tutto e che era tutto di rimorso.

— Io sono un ladro — pensava, sorpreso di non aver fatto prima con la

sua penetrazione quelle riflessioni sincere. — Io sono un ladro che

vuole la figlia dell’uomo al quale ha rubato...

È vero che scopo mio non era il furto per sè stesso, ma la vendetta

alla negativa fatta da Webb alla mia proposta; è vero che io, appunto

per la vendetta, avevo fin da principio l’idea di rendere, ma ora mi

spaventa il pensiero di non essere compreso, mi spaventa l’idea che la

restituzione si pensi cagionata dallo stato presente, dall’amore mentre

essa era già prima del furto nelle mie intenzioni.

Diversamente come avrei potuto brillare nella vendetta?

Ora, mentre l’amore, l’amor vero m’incalza, mi trovo sbarrato il

cammino. Ciò che parve difficile fu la più facil cosa. Ancora mi

restano da sormontare le più gravi difficoltà. Far tacere Hulda,

potermi ben distaccare da lei, ciò che è importantissimo, poi

restituire il capitale rubato. Rubato... che brutta parola! quando

l’intenzione non era che la vendetta!

Già, il capitale non mio preso a prestito... un po’ troppo arditamente,

bisogna convenirne.

Ma d’altronde, devo proprio essere io, l’uomo che si perde di coraggio?

Ho temuto abbastanza. Fin troppo ho temuto! Avanti! Il mondo è di chi

lo vuole. Io saprò volerlo. Tra qualche giorno, fra me e Hulda, rottura

completa, al resto, al resto...

Stette lungamente pensoso.

Un osservatore che gli si fosse trovato vicino, avrebbe veduto la

vicenda dei pensieri passargli sulla fronte. Taluni vi restavano

impressi un poco, dando a tutto il volto una intensa espressione di

mestizia, tal’altri, illuminandolo di un fuggevol riso, o balenando

come un lampo, in una contrazione di spasimo, sparivano.

— Ecco! Questo! — gridò ad un tratto, come invaso da un’anima nuova, o

meglio, come tornato all’antico vigore della mente arditissima e pronta

speculatrice. — Sì, sì, in questo modo!

Evaristo Grinfieri, aveva finalmente deciso, e per l’una cosa e per

l’altra. Nessuno poteva ormai rimuoverlo dal partito preso.

*

* *

Guy Stein, per mezzo dei giornali, che non aveva trascurato di leggere

attentamente dal dì che lo potevano interessare, si trovava oramai al

corrente di tutto.

Quale enorme delusione! Ben, quel Ben cocchiere del _numero tredici_,

e che gli dava l’intero affidamento della cosa, quel Ben, era diventato

col suo mistero, il suo incubo ed il suo scorno.

Al disopra della questione d’interesse, c’era quella del prestigio nel

mestiere, di amor proprio, di antica incontestata sagacia, battuta così

deplorevolmente, e con tanta formidabile astuzia, vinta.

Guy Stein aspettava un conforto dal tempo. Il tempo avrebbe posto

in luce molte cose, le quali ora non potevano apparire, e di tutto

quel garbuglio nel quale aveva agito troppo fidente, si sarebbe poi

consumato il mistero, e come la consunta superficie d’un panno, avrebbe

scoperta la trama.

Allora sarebbe toccato a lui. Sarebbe venuta la sua volta; chi era

riuscito a mistificarlo in quel modo, non doveva poi averne la lunga

compiacenza nell’anima. Ah, no! doveva morire.

Lo avrebbe ammazzato procurandosi il piacere di fargli conoscere: Chi

ti ammazza è Guy Stein.

L’induzione più facile, quella in cui riposava più volentieri il

pensier suo, era che chi lo aveva turlupinato, così abilmente, fosse il

suo rivale, il suo antagonista, il suo implacabile nemico: Bill Oward.

Non doveva essere stato certo un profano, ma un campione di quella

fatta, ad architettare, tanto bene, la burla tremenda, la ingiuria

sanguinosa; doveva essere, perchè solo poteva esserlo: Bill Oward.

Su lui, appuntava tutti i pensieri di vendetta; su lui acuiva il

proposito di rendere con inflessibile determinazione, come si suol

dire, la pariglia.

E veramente, quello era stato un gran colpo tentato da Bill Oward, con

astuzia mirabile, per far cadere lui, Stein, in mano della polizia e

sbarazzarsene, e tirare i di lui uomini dalla sua parte e rimaner solo

nel campo dell’azione.

Il tentativo non gli era completamente riuscito? Ebbene si pentirebbe

di averlo pensato.

Ma Hulda, come entrava Hulda in tutto questo? Era proprio in buona

fede, per affetto e per timore di lui?

Certamente. Doveva proprio essere così, da poichè ancora come prima e

con la stessa espansione... monetaria, seguitava a visitarlo, non solo,

ma a pregarlo che la liberasse da Evaristo del quale era sazia, del

quale non voleva più sapere. Ella a fare la signora, come pretendeva

l’amico e con tante esigenze e tante meticolosità del buon rango, si

sentiva troppo a disagio, seccata e ristucca.

Se talvolta, Guy Stein affacciava qualche dubbio, ella lo dissipava,

con finissima arte, di un tratto:

— L’uomo che non dimenticherò mai, l’uomo del quale sarò sempre la

schiava, felice di esserlo, sei tu... Perchè tu solo, fosti colui

che mi aiutò, che mi soccorse, che mi fece diventare rispettata e

signora, quando morivo di fame e di vergogna. Questo è ciò che io non

dimenticherò mai!...

Guy Stein, ladro, credeva alla gratitudine.

Tanto è vero che anche gli uomini più furbi vanno soggetti ad

ingannarsi.

*

* *

Un altro, fra coloro che almanaccavano intorno al furto patito da

Francis Webb, certo con intenzioni ben diverse, era il grosso Isaiah

Wood.

— Ebbene, si è scoperto ancora nulla? — chiedeva a Francis Webb tutte

le volte che lo vedeva.

— Nulla — rispondeva l’altro ormai seccato di quell’insistenza in

fondo un po’ canzonatoria. — Nulla neanche oggi, e ormai, non ho più

speranza.

— Anche tu, benedett’uomo, vai a mettere i denari nella cassa forte...

— Come?! Dove volevi che li mettessi?

— In qualunque altro posto conosciuto e custodito solo da te.

— Già!

— Certo. Come vuoi che sia sicura una cassa forte? Dimmi, esiste o ha

esistito chi l’ha fatta? Dunque, esiste il segreto per aprirla. Di qui

non si scappa... È dalla cassa forte che scappano i denari.

E dava, così dicendo, in una risata sonora, spalancando la bocca

enorme, con i due denti di foca.

Il busto d'oro : romanzo · 第 31 / 41 题