Qualche tempo dopo gli avvenimenti narrati, e quando già Francis Webb
si rassegnava ormai a non rivedere più i duecentomila dollari che
con tanta finezza gli erano stati rubati, qualche tempo dopo, finito
il viaggio e gli studi, tornò definitivamente in famiglia Mary. Webb
abbisognava davvero in quel punto della consolazione di riabbracciare
la figliuola diletta, della quale oramai non si distaccherebbe più.
Da un pezzo si sentiva troppo solo, da un pezzo non gustava il piacere
di una così cara intimità quale poteva dargli Mary.
E la fanciulla era davvero amabilissima. Il sorriso più squisitamente
buono fioriva sulle sue labbra e quella vera bontà, che conquista e
ammalia, era tra le bellissime prerogative di lei.
Ora tutta entusiasta del suo viaggio aveva un mondo di cose da narrare
al babbo che l’ascoltava rapito, che se la stringeva al petto con nuova
intensa effusione.
In Mary egli vedeva rivivere la cara sposa perduta; in Mary presentiva
lontanamente, vagamente, il piacere e l’orgoglio di sentirsi presto un
uomo felice.
Egli aveva in testa abbozzato, se non concretato ancora, un progetto di
matrimonio nel quale si concentrava ogni sua idealità: ma pur troppo,
come vedremo in seguito, Mary non divideva le idee del padre, per
quanto gli fosse una figliuola singolarmente affezionata.
*
* *
Evaristo Grinfieri aveva in passato veduta poche volte la fanciulla
e proprio quando, giovanetta ancora, non s’era in lei delineata per
anco quella personalità forte e compiuta che può ispirare una seria
passione.
Le molte cure dell’azienda, che per tanta parte poggiava su di lui, e
l’attaccamento allora sincero per Hulda, avevano pure contribuito a non
lasciargli fissare mai troppo il suo pensiero su Mary.
Ora rivedendola spesso cominciava a sentire un vago bisogno di vederla
sempre, di parlarle, di gustare tutto il fascino innocente che emanava
da quella creatura così bella e tanto buona.
Mary, perfettamente ignara de’ di lui precedenti, cominciò a trovarlo
d’una simpatia irresistibile, cominciò a pensare che in Evaristo si
concretava il tipo che qualche volta le era balenato alla mente ne’
suoi sogni di fanciulla sana e forte che aspira con sincerità al bacio
dell’amore.
Francis Webb non si dava pensiero dell’intimità ognor crescente fra sua
figlia ed Evaristo. Egli aveva la convinzione che fosse nulla più di
una vera confidenziale amicizia e che il giovane sarebbe davvero ben
lungi dal voler in Mary una sposa.
Per la sua Mary ci voleva ben altro di quell’uomo, che egli aveva da
giovinetto educato al commercio e alla lotta delle speculazioni. La sua
mente vedeva un partitone ben diverso, vagheggiava uno di quei connubi
d’alta linea nobiliare che sono il desiderio e la spina di molti
americani di recente ricchezza.
Non solo, ma nella sua bonarietà nutriva la certezza, avrebbe giurato,
che la figliuola non penserebbe dissimilmente dal babbo.
Come si ingannava, e come di giorno in giorno, i due giovani si amavano
sempre più!
Evaristo, che prima di allora non s’era mai sentito soggiogato da un
affetto vero ed intenso, ora provava nell’anima una nuova voluttà.
Il suo spirito si sentiva attratto con tanta violenza verso il nuovo
ideale, che man mano quell’amore diventava per lui un martirio.
Il vero, il potente amore, quello che non si può nascondere è proprio
così, ed ormai quello che egli provava rispecchiava l’altro elevato,
intenso di Mary.
Quante dame aveva già conosciuto Evaristo! ma quale di esse si
era fatta amare con tanta passione, e fatta amare per la sua casta
bellezza, pel sorriso angelico, per la virtù, pel riserbo mirabile?
Ah, nessuna, nessuna come Mary! in entrambi era quello un primo amore,
con tutta la sua veemenza, con tutti i suoi spasimi, con tutte le
lusinghe crudeli, con tutte le grandi fedi inalterabili.
Mary doveva essere sua, doveva diventare la madre de’ suoi figli.
Bisognava perciò decidersi una buona volta e farla finita per sempre,
con quella precedente vita di scapolo, passata mutando amore sempre e
non amando mai.
La figura di Hulda ora impallidiva. Hulda per lui non aveva che le
risorse di una mondana e l’attaccamento suo non era che l’effetto del
pane e forse di una certa gratitudine.
Non si poteva amarla davvero, non si poteva a lungo andare viverle
dappresso, consacrarsi a lei, tutto a lei che era stata di altri.
Ma questo pensiero gli dava uno sgomento così forte, quale egli non
avrebbe mai sospettato che potesse avvenire, sentiva che Hulda era
un ostacolo, che troncare la relazione con l’amante sarebbe stata una
prova difficilissima.
Era tra due fuochi.
Intanto seguitava ad amare con crescente ardore la candida Mary.
Hulda, che pur continuava a visitare, più d’una volta gli aveva fatto
notare la di lui freddezza.
Egli rispondeva continuamente:
— Troppe preoccupazioni, troppi affari, troppe cose per la testa!
Quando, lasciata Hulda, ritornava a Mary, la sua fronte si rasserenava.
Gli pareva di trovare l’oasi della sua anima. Senonchè baciandola lo
assaliva quasi direi un rimorso. Gli pareva di contaminarla perchè la
sua bocca si era posata poco prima su quella di Hulda.
L’amore dà di queste così squisite delicatezze, e le dà più
specialmente a certi individui che, scettici e spesso elegantemente
brutali, si diedero in braccio liberissimi a ogni senso di voluttà.
A questo punto delle cose, o diciam meglio della intimità, fra Mary
ed Evaristo, Francis Webb non aveva ancora nulla veduto, ancor nulla
notato.
Che diamine? La buona Mary amerebbe e si lascerebbe amare, senza il suo
permesso? Una figliuola così affettuosa, così obbediente?
*
* *
Non basta, quello che già fu detto a riguardo di Evaristo, pur troppo
non è tutto. Una nuova spina veniva ora a fare strazio di lui. Di
fronte alla sincerità del suo amore, si ergeva lo spettro del rimorso.
Con che coraggio poteva egli chiedere la mano di quella fanciulla al
cui padre aveva rubato?
Questo fu a poco a poco il terrore che si ingigantì nel suo animo,
questo fu il nuovo tormento insieme con l’altro, cui cominciava ad
avvezzarsi, di Hulda.
Hulda, molto probabilmente, e ben preparata da Bess, si sarebbe per
denaro lasciata abbandonare.
Quelle donne in fondo in fondo sono un po’ tutte così.
In loro la questione saliente non può essere che la finanziaria. Esse
non amano, non devono amare.
Quando hanno rappresentata la loro commedia basta. Noi non domandiamo,
ed esse non possono e non devono dare di più.
Con questi pensieri si andava confortando, ma assai scarsamente,
Evaristo, che più spesso, dopo tante considerazioni si sentiva
attorcigliato da dubbi crudeli, da presentimenti angosciosi.
Frattanto erano corsi parecchi mesi e s’iniziavano i lavori per la
_linea dell’Est_.
L’ardimentoso concetto di Evaristo non poteva proprio concentrarsi
in modo migliore. Egli non poteva desiderare che più efficacemente la
pratica assecondasse la visione della sua intelligenza.
Un giorno che Mary ed Evaristo erano in giardino quella chiese
dolcemente al giovane:
— Che hai che ti turba?
— Nulla dolcezza mai.
— Eppure... mi sembra che da qualche giorno tu non sia più quello di
prima.
— Mary... sai pure che noi uomini abbiamo tante preoccupazioni...
— Ma adesso per te, come è per me, l’amore dovrebbe essere tutto ed
assorbirti interamente.
— Dubiti forse?
— Ed allora quando darai la lieta novella a mio padre?
Egli che ti vuol tanto bene, che ti stima tanto, ne sarà veramente
felice.
Evaristo rimase muto e pensoso, sotto lo sguardo innocentemente
indagatore di Mary, della buona fanciulla, che non sapeva quante cose
gravassero in quel punto sull’anima dell’uomo, che ella amava con tanto
impeto giovane, con tanta tenerezza.
— Parlerai dunque a mio padre?
— Domani, senz’altro.
Evaristo, preso alle strette, non smentiva mai il proprio carattere
dell’uomo che, visto il nuocere irreparabile dell’indugio, si
precipita, forte del suo coraggio, confidente nella sua arte, alle
sorti improvvise del nuovo destino.
Il domani, quando furono soli, Evaristo, dopo ch’ebbe ascoltato per
la centesima volta le recriminazioni di Webb sull’insufficienza della
polizia, e la sua incapacità a trovare i ladri dei suoi dollari, colto
il momento opportuno di tregua, gli disse:
— Ho bisogno di parlare per un motivo molto importante, un motivo che
son certo, non le dispiacerà.
— Hai forse dei sospetti? Sai forse per la tua furberia dove mettere le
mani?
— Non si tratta di questo, ma di una altra cosa, migliore assai o più
importante.
— Più importante dei miei duecentomila dollari?
— Ma sicuro...
— Mi pare impossibile. Di che vuoi tu parlarmi?
— Del mio matrimonio. Sento ormai di non poter più rimaner solo.
— E come c’entro io nel tuo matrimonio?
— Come c’entra? Ma è parte principalissima.
— Io?! Tu sbagli...
— Non sbaglio no.
— Dunque, io entro nel tuo matrimonio.
— Sicuro... come suocero.
— Come suocero?! Ma allora tu vuoi sposare mia figlia?
— Precisamente...
— Vedo che la sigaretta di quella sera ti ha proprio dato alla testa...
e molto più di me...
— Signor Francis Webb, queste non sono cose da trattarsi in burletta.
— Ma tu dici sul serio? Tu Evaristo vorresti sposare la mia Mary?
— E perchè no?
— Perchè è una cosa impossibile. Ma ti pare, figliuolo? Tu credi che io
voglia dare mia figlia al primo venuto?
— Veramente io non sono il primo venuto.
— E chi sei allora tu?
— Sono la giovane intelligenza, che vi ha aiutato a fare la vostra
attuale fortuna.
— Tu hai fatto il tuo dovere e ne sei stato ricompensato. Ed io non
credo che tra i miei obblighi ci abbia ad essere quello di darti mia
figlia. Ti voglio bene e ti amo sinceramente, perciò sinceramente ti
parlo. Io non credevo che le cose arrivassero a questo punto. Certo, tu
hai scaldato la testa a quella innocente figliuola che io ho avuto il
torto di lasciare troppo discorrere con te.
— Signor Francis Webb, i motivi della vostra disapprovazione?...
— I motivi? Dovresti saperli da per te. Esamina il tuo passato, pensa
che quel poco che sei è merito mio...
— E non mio?
— ... è merito mio, ripeto, e non mi sembra che si dia il diritto di
fare a me simili domande di matrimonio.
— Signor Francis Webb, io ho fatto questa domanda col più necessario
dei consensi, quello di sua figlia. Lei non vuole? Io dirò il suo
_no_ a Mary, e a Mary, a null’altri che a lei, toccherà la ultima
decisione...
— Ma questo si chiama parlar da padroni! — scattò Francis Webb.
— Sicuro — rispose pacatamente Evaristo — da padroni del cuor di Mary.
Io sono pronto a obbedirvi, a rimanermene col mio amore e col mio
desiderio, bisognerà vedere se sarà pronta ad obbedirvi Mary.
— Mary è mia figlia! gridò Francis Webb, — Mary è mia figlia, essa farà
ciò che vuole suo padre; ha abbastanza giudizio Mary.
— Sì, abbastanza giudizio; ed è perciò che non dispero di vederla
presto mia moglie.
— Tua moglie? Ma tu spingi la tua... sicurezza fino a questo punto? Ma
questo non è più coraggio, è temerità.
Mia figlia, lo ripeto, farà la volontà di suo padre. E basta.
— Basta per ora. Avete ragione. Abbiamo parlato troppo per concluder
nulla.
— In verità, Evaristo, io non ti riconosco più. Eri tanto buono, tanto
esperto, eri la perla del commerciante, e adesso, tutto d’un tratto mi
perdi la testa... ed esci con delle idee di matrimonio. Via, via, fa
giudizio! Ti mancano i divertimenti?
Sta a vedere che un giovanotto ha proprio bisogno di moglie!
— Lei mi incita a perderle il rispetto. Io invece glielo conservo.
Sicuro, io penso che Francis Webb deve diventare mio suocero, ecco
perchè ammutolisco.
— Questo si chiama aggiungere l’ironia, la beffa.
— No, si chiama seguitare a dire con coraggio la verità.
L’audacia del giovane meravigliava a un punto e indispettiva il
vecchio, che non poteva assolutamente acchetarsi nel pensiero che un
uomo allevato da lui, che un uomo di poveri natali, per quanto abile,
potesse aspirare alla mano di sua figlia. Non era quello il suo sogno e
solo il suo sogno doveva realizzarsi. Perbacco! Egli non era padre per
nulla.
Stette di malumore tutta la giornata, sempre attanagliato dal pensiero
di prendere una risoluzione energica, ma bene inteso dopo aver
avvertito la figlia di mutar pensiero, e, facendole, se occorreva, una
paternale per giunta.
*
* *
Mary notò che a pranzo il padre non era del solito umore e sagace
come non mancano mai di essere anche le fanciulle in apparenza più
ingenue, visto che il babbo taceva, perchè forse non trovava le parole
per cominciare ottenebrato dalla recente bile, risolse di rompere il
ghiaccio.
Evaristo l’aveva preparata e incoraggiata narrandole con parole
veementi la nuova e singolare tirannide paterna, e togliendo argomento
dal rifiuto per iscusare l’indugio.
— Io lo sapeva, io lo presentivo che avrebbe detto di no. Quell’uomo,
perdonami se parlo così di tuo padre, non arriva ad afferrare certe
finezze. Ora non rimane altra risorsa che quella dell’opera tua. Ora
fa tu, mia buona, mia amata Mary. Io penso che per l’amore che egli
ti porta, tu certamente riuscirai... Se poi, come non credo, dovesse
essere altrimenti, allora prenderemo consiglio dal dolore nostro e dal
nostro amore.
Mary levò gli occhi in viso al padre con una grande e naturale
espressione di tenerezza, sorrise pur conservando nel volto un senso
di mestizia rispecchiata dall’anima, e poi chiese tutta semplice e
candida:
— Che hai, babbo? Mi sembri mesto e preoccupato.
— Finalmente! parve dire fra sè Francis Webb — finalmente! Sicuro che
son mesto, sicuro che sono preoccupato. Quando c’è della gente che mi
fa certe domande, io non so davvero più in che mondo mi sia. A tutto
si pensa, ma a certe cose mai, non si pensa mai che possano accadere.
Eppure, capisci, accadono...
— Babbo, parlami chiaro... Io così non intendo bene ciò che tu voglia
dire; spiegati, su.
— Mi spiegherò; ma bada, bada di non darmi torto veh, perchè ho tutte
le ragioni possibili e immaginabili. Tu sei mia figlia, possiedi quel
che possiedi, sudori miei, stenti miei, e io non intendo per nulla che
un individuo qualunque, aspiri all’onore della tua mano.
— Babbo io sinceramente non capisco ancora.
— Tu fingi, tu sai già quello che io voglio dire.
— Posso bene averne idea; ma è d’uopo che tu parli ben chiaro. In certe
cose, inutili gli ambagi...
— Ah! inutili gli ambagi?
— Ah, tu voi proprio che io parli chiaro?
— Sì.
— Ebbene, il signor Evaristo Grinfieri, tu non lo sposerai nè oggi, nè
_mai_.
— Papà mio, quel _mai_ è superfluo. Io amo troppo Evaristo.
— Ma che troppo! Che troppo, se sono appena pochi mesi che vi
conoscete. Come si fa ad amare così? E poi se io vi avevo, fidandomi
di voi, data un po’ di libertà, non era certamente perchè mi tradiste
facendo l’amore. Queste, la mia cara Mary sono cose indegne di te, e
con l’educazione che hai avuto, io non me le aspettavo davvero.
— Papà, tu sai quanto bene io ti voglio.
— Oh, lo vedo, lo vedo...
— No, non giudicare così. Sei buono. Tu sai che ti voglio bene e che
ti rispetto: ora se io insisto nel chiedere che tu mi lasci sposare
Evaristo, gli è che il mio amore è ormai così forte, che io non mi
sento più di resistergli......
— Ma non capisci, povera bimba ingenua, che tu puoi esser moglie di un
altro uomo?
— Migliore di Evaristo?
— Ma sicuro!
— E chi?
— Un uomo molto ricco, immensamente ricco. Un nobile di Europa......
Insomma, un qualche cosa di grande, non un uomo del commercio, un uomo
come non ce ne sono tanti altri.
— Papà, io penso che tu non sia su la buona strada. Io penso che la tua
scelta non sia illuminata.
— Ma che cosa vuoi sapere tu, di matrimonii e di partiti?
— Che cosa ne voglio sapere io? Ma non sono io, la persona più
interessata?
— Ma se tu non lo conosci, bambina mia, l’interessante.
— Non ci intendiamo.
— Eppure finiremo, ragionando, per intenderci.
— Sicuro, e fare a mio modo.
— Cioè, fare a modo mio.
— Papà, certe risoluzioni, non vogliono tanti indugi. Prima che noi
ci alziamo da tavola bisogna aver deciso. Mi duole tenere questo così
risentito linguaggio, ma io amo, io amo con tutta l’anima mia Evaristo,
e quello voglio, quello intendo di sposare.
Francis Webb, guardava meravigliato la figlia. Mai l’aveva trovata così
calma, così energica, così risoluta. Dunque amava Evaristo proprio in
modo da non poterla rimuovere?
Dopo una pausa più o meno lunga e abbastanza angosciosa per Francis
Webb, Mary chiese bellamente, cercando col sorriso di attenuare
l’acerbità della frase:
— Dunque l’uomo che ti ha aiutato a fare la tua fortuna è indegno di
sposare tua figlia? E a chi vorresti affidarla meglio di lui che tu
conosci da tanto tempo e sai quanta serietà sia nei suoi propositi e
quanta assennatezza in tutta la sua condotta?
— Tu ora mi vieni facendo una quantità di chiacchere. Ciò che è stato
è stato. Chi lavorò ebbe la sua parte. E come l’ebbe! Se poi ciò non
basta e dobbiamo ancora a chi ha fatto il proprio dovere, dare ciò
che abbiamo di più prezioso e di più caro, cioè le figliuole, allora,
allora io non mi so più che dire...
— Papà, non insistere. Sarebbe perfettamente inutile.
— Perbacco! Ma io non ti credevo capace davvero di questa risolutezza.
Io mi domando se proprio tu sia mia figlia.
Mary, lo guardò seria, senza rispondere, ma quasi ringraziandolo con
lo sguardo dolcissimo dacchè aveva cominciato a capire che davanti alla
sua imperturbata costanza, il padre stava per cedere.
Avviene purtroppo così in certi caratteri.
Mentre sembra che vogliano ad ogni costo insistere nelle proprie idee,
basta poi che una persona le pigli con dolcezza energica di fronte,
cedono e si persuadono di aver torto.
Il pranzo continuò per altro in silenzio. A Webb sembrava troppo presto
ad ogni modo darsi per vinto, come a Mary sembrava un po’ indelicato,
mancante anche di buon tratto far capire al padre che era già in un
certo modo sicura della vittoria.
Fu in sulle frutta che Webb si sentì pietosamente gli occhi addosso
della cara fanciulla, quegli occhi i quali ad una grande bellezza
univano una espressione meravigliosa di bontà.
— Dunque — disse uscendo dal primo riserbo Webb — dunque noi dobbiamo
venire ad una conclusione?
— È quello che volevo dirti, babbo mio amatissimo.
— Ebbene, io ho pensato...
— Tu hai pensato? Su dillo, presto babbo, non farmi sospirare più a
lungo — tu hai pensato?
— Di accontentarti. Sì di accontentarti nel tuo desiderio. Io non ho
che te al mondo. E tu devi meco essere felice fino all’ultimo momento.
Mary diede un gran sospiro di sollievo. Si tolse dalla sua sedia, si
fece a fianco del babbo ed amorosamente gli pose le braccia al collo.
— Tu sei una biricchina...
— Perchè babbo?
— Perchè vuoi fare a tuo modo.
— E che, forse non ho fatto bene?
— Ecco... se torniamo sull’argomento, è un affar serio.
Mary lo capì subito e volle, se non tacere, deviare il discorso, ma
allora il padre insistette.
Pur troppo sono queste le fluttuazioni attraverso le quali passano i
nostri sentimenti, le nostre idee, prima che la realtà vagheggiata ci
sorrida.
Fra il padre e la figlia, vi fu di nuovo un istante glaciale, non privo
di un secreto sgomento per entrambi.
— No, fece allora coraggiosamente Mary, no, non torniamo su quel
che già si è detto. Grazie, babbo, per la tua decisione che mi darà
gratitudine per tutta la vita. Io ti ringrazio a nome mio e a nome di
Evaristo, e per tutti e due, prendi questo bacio....
— Veramente, veramente... ah, Mary! Mary!
— Padre mio!
— Nulla! Nulla! Ciò che è stato è stato. Svanisca pure il mio sogno.
Tu vuoi che Evaristo diventi tuo marito? Ebbene, quando lo vedi, non
appena lo vedi, puoi dirgli liberamente a mio nome che egli sarà mio
_genero_.
E qui al pensiero del genero Webb riandò al sè al dialogo avuto con
Evaristo, alla sua meraviglia ed alla cosa che da principio presa in
burletta, si risolveva ora tanto seriamente e così presto.