I dolcissimi baci — La Lettera per Bill Oward — L’attesa del momento

Hulda, abbigliata con lo sfarzo della massima signorilità, già più

calma, benchè trepidante ancora, nel salottino di Evaristo ascoltava

attentamente le parole che questi aveva tanto vagliate e meditate

prima.

— Malgrado tutto, malgrado l’offesa terribile che hai recato al mio

cuore ed al mio amor proprio, Hulda, io t’amo ancora... ancora come

quando avrei giurato che dal primo dì che ci siam visti, tu eri mia,

tutta mia... Ecco perchè non so più insistere su quanto di primo impeto

avevo deliberato. Ecco perchè ti bacio come prima...

Gli occhi di Hulda brillarono di lagrime. Evaristo le passò gentilmente

la mano su la nuca e la trasse sul suo petto con dolcezza, con una gran

dolcezza, nella quale l’amore non avrebbe potuto essere nè più soave,

ne più intenso.

Hulda lo abbracciò e stettero così qualche istante, senza parole,

guardandosi negli occhi.

— Baciami...

— Prendi... tutta tua e per sempre... Mi hai perdonato?... Mi hai

perdonato?

— Io, no.

— Tu no?

— Io no. Il mio amore sì... E poichè il mio amore mi possiede tutto e

mi comanda... io ubbidisco...

Il salottino, quieto nella luce blanda, armonizzava con la pace dei

due cori riconciliati. Un profumo intimo di idillio novo, dopo tanta

ebbrezza carnale, pareva aleggiare d’intorno. Le due anime vi nuotavano

nell’estasi d’una placidezza, non gustata ancora, in una viva e cara

dilatazione di tutti i sensi, proprio come al tornar del sereno dopo la

tempesta dello spirito.

Nella vita agitata di Hulda, quello fu senza dubbio uno dei momenti

più sinceri. In quell’ora di letizia suprema e direi casta, dimenticò

tutto, e stringendosi forte con le belle braccia al collo di Evaristo e

inebriandolo del suo profumo gli sussurrò dolcemente:

— Tua nel perdono, tua nella vendetta, sempre tua. Sento che la mia

vita è da oggi veramente legata a te.

— Come ti sei comportata con Guy Stein? Sii franca: sospetta di nulla?

Foste gli stessi come prima?

— Come prima, amor mio. Non fece altro che vuotarmi il borsellino.

— Tu sai già che ora, con lui, bisognerà farla recisamente finita...

— Lo so.

— E a questo scopo, mi aiuterai, non è vero?

— Ti aiuterò.

— Non temere per te. Ciò che devi fare è poca cosa. E dopo questa,

tu sarai salva... Se Guy Stein arrivasse anche lontanamente a

sospettare... non potrebbe raggiungerti col suo pugnale... Non potrebbe

farti nulla, stanne certa, nulla.

Evaristo andò nell’altra camera e tolse da uno scrignetto la lettera

che avea scritto a macchina e della quale il lettore ricorderà.

— Tu mi hai detto, e anzi è notorio, che Bill Oward e Guy Stein sono

nemici...

— Acerrimi.

— Ebbene, questa lettera, vedi, è indirizzata a Bill Oward. In essa

è preposto, non intimorirti, un ottimo affare nel loro genere. Tu

fingerai di aver trovata la lettera per istrada, mentre andavi a

trovare il _tuo_ Guy Stein.

Avrai pure teco un giornale che io ti darò e nel quale sarà annunziato

lo smarrimento di essa ed il premio, se la consegna, ancora intatta la

busta, al Consolato italiano.

Tutto questo è una fandonia, un artifizio per far cadere Stein

in trappola. Se egli ti consigliasse di non aprirla per prendere

il premio, tu, inducilo ad aprirla con ogni mezzo... E d’altronde

vedendola indirizzata al suo rivale Bill Oward, il desiderio di aprirla

lo vincerà prima ancora delle tue parole.

Egli farà quello che è scritto nella lettera, certo, ma se stasse in

dubbio, tu spronalo. Mostragli quanto la cosa sia facile e sicura.

— Ma che contiene questa lettera?

— Nulla di male per te. Tu, per caso, l’hai trovata dopo aver letto

l’appetitoso annunzio del giornale e fingi di averla portata a lui

chiedendone l’avveduto consiglio.

— Ma non si può proprio sapere che cosa contenga?

— È inutile perfettamente adesso. La leggerete insieme. Mi pare di fare

un mondo di chiacchere inutili.

— Proprio così?

— Proprio così. Hai detto che mi vuoi bene?

— Sì.

— Dunque per primo pegno del nostro inalterabile amore, dammi una prova

d’ubbidienza.... Hulda. Hai capito? obbedienza. Guy Stein deve cadere

in mano alla giustizia, deve essere colto in flagrante... Ti basta?

Tutto quello che leggerai, e che ti parrà strano, non ti sgomenti. Così

avessi saputo prima tante cose e già il vigliacco orgoglio di Stein

sarebbe fiaccato.

— Obbedirò — disse Hulda con sicurezza, — obbedirò. Baciami ancora...

tanto, tanto, stringimi, così, forte...

Ed Evaristo la strinse forte, facendole male, proprio male, come voleva

lei, che felice gli arrovesciò la testa sul petto e digrignò i denti

e si contorse maliosa come al momento supremo, quando gli gridava:

Angelo, uccidimi!

Con molto accorgimento, con finezza squisitissima, Evaristo aveva

consegnato a Hulda la lettera chiusa tacendole il contenuto, per tema

che ella non aderisse, o meglio non osasse; mentre venuta a conoscenza

di tutto, al fianco di Guy Stein, avrebbe trovato per la stessa

propria salvezza, tutto il coraggio dovuto, accettando la situazione

improvvisata. Avrebbe trovato tutto il coraggio tutta la sfrontatezza

necessaria per fare la sua parte nella triste commedia.

Ai baci, che parvero di angelo, doveva succedere il ghigno di Satana.

Il _milione_, il futuro milione, voleva così.

*

* *

Hulda era pienamente decisa di assecondare in tutto Evaristo, ma dove

mai fosse stata cosa alcuna che l’avesse tenuta perplessa un istante

l’avrebbe spinta, anzi spronata, la vecchia Bess, troppo certa di avere

corso un gran pericolo, di averla scampata bella, in seguito al doppio

segreto amore (chiamiamolo amore) di Hulda.

I giornali del mattino giusta la inserzione commessa da Evaristo

all’avvocato Gasperal avevano tutti annunciato lo smarrimento della

lettera diretta a Bill Oward, e la ricca mancia, dove la missiva fosse

stata riconsegnata con il suggello tuttavia intatto.

L’indomani, come aveva detto Evaristo a Hulda, era il giorno della

prova.

A pranzo Evaristo aveva finito, non solo per convincere Hulda che ad

ogni modo doveva esserlo, ma per entusiasmarla.

Si trattava di dare una prova d’amore ad Evaristo. Ebbene, che quella

prova, costasse pure la sua vita, che quella prova fosse la benvenuta!

Il lettore entri con Hulda nel quartiere da noi descritto in principio,

ne segua attento i passi e più attento ancoratypo for efferatoascolti

il dialogo e studi la disinvoltura di lei a contatto d’un uomo

singolare tra i delinquenti, ributtante come un rettile, efferato come

un carnefice, superbo come un genio e innamorato di sè stesso.

*

* *

Hulda entrò ad arte frettolosa nella stanza vasta e bassa dove stava

Guy Stein.

— Adesso? — chiese questi notando l’ora insolita.

— Proprio adesso, ho bisogno di te...

— Di me?

— Sì.

— Che vuoi?

— Un consiglio...

— Soltanto? — fece con un riso sinistro Guy Stein.

— Sì, un consiglio, ma importante... della somma importanza, perchè si

tratta anche di dollari...

— Di dollari? — domandò Guy Stein aguzzando lo sguardo.

— Sì... ecco.

— Parla... dunque...

— Questa mattina, come sempre, leggo il _New York Herald_, per caso

mi vanno gli occhi a queste righe (così dicendo spiegò il giornale)

queste righe, dove si annunzia una mancia addirittura favolosa, per chi

consegnerà ancora suggellata, ecc. ecc., una lettera... una diretta,

indovina a chi?

— A chi? — domandò Guy Stein pigliandola brutalmente pel polso.

— A Bill Oward, rispose con lentezza e circospezione Hulda...

— A lui?

— A lui.

— Chi può avergli scritto una lettera di tanta importanza?

— Ma non basta, non basta, sai...

— Che c’è? C’è dell’altro?

— Ma sicuro, una combinazione strana, stranissima, una cosa che non mi

sarei aspettata mai più. Io mi vesto...

— E poi?

— Esco a fare la mia solita passeggiata. Faccio forse duecento passi da

casa mia, ancora in forse se dovevo venire a dirti ciò che avevo letto

sul _New York Herald_ quando trovo io stessa...

— La lettera?! — chiese Guy Stein puntandole al petto l’indice...

— La lettera... precisamente e... allora son corsa da te... da te per

un consiglio...

— Dammi la lettera...

— Prendi... vedi, io ho avuto la tentazione di aprirla subito, ma poi

volli anche te del mio consiglio... venni qui, perchè tu mi dicessi,

se conviene più prendere, senza rompere il suggello, la ricca mancia

di mille dollari, o pure penetrare il mistero di Bill Oward. Ciò poteva

essere anche più interessante... almeno per te.

— Sicuro... Sicuro... — rispose concitato Guy Stein. A me importa

sopratutto conoscere le marachelle di Bill Oward. Sapere qualche

cosa di segreto di un uomo, vuol dire, poterlo possedere e vincere e

abbattere all’occasione.

— Vuoi proprio aprire la lettera, adunque?

— E subito — rispose Guy Stein. Così dicendo stracciò la busta e

lesse, mentre Hulda fattasele da lato, leggeva anch’ella nascondendo

mirabilmente l’emozione che la prese appena dopo le prime righe.

Ecco il documento scritto da Evaristo a macchina, come dicemmo in uno

dei capitoli precedenti:

«_Caro Oward_,

«Abbiamo lavorato insieme più di una volta e con buon esito. Mi

rivolgo perciò di nuovo a te certo del tuo aiuto.

«Il giorno otto del corr. mese alla sera nella povera trattoria di

Brendly, si troveranno a mangiare nella saletta di sopra Francis

Webb ed Evaristo Grinfieri suo segretario.

«Ognuno di essi ha una chiave. Con due chiavi si apre la cassa

forte di Francis Webb, dove in una cassetta di ferro si troverà

chiuso un valore di duecentomila dollari.

«Sotto la camera della cassa forte è il giardino. Nel giardino

una scala rimastavi dei muratori che lavorano alla facciata. Con

la scala passerai dalla finestra che si aprirà appena spinti i

cristalli.

«La cassetta, all’incrocio delle vie _Bendy_ e _Vaynel_, sarà

consegnata al cocchiere _N. 13_, che sai fidatissimo come in tutte

le altre volte. Tu consegna e mettiti in salvo sempre come l’altra

volta, noi ci rivedremo dopo giorni quindici per la ripartizione,

quando sarà tornata la calma.

«Per impossessarti delle chiavi adopera il mezzo che credi

migliore.

«Usa meno persone che puoi e le strettamente necessarie, svelte,

espertissime.

«Per qualunque cosa ti possa occorrere prima che siano spirati i

quindici giorni, rivolgiti sempre a Ben il _cocchiere N. 13_, al

quale, consegnando la cassetta col milione, dirai queste parole:

_Ecco le gioje_.

«_Intesi._»

A modo di firma seguiva un segno speciale...

— Questa volta ho finalmente nelle mie unghie la vendetta e la fortuna

— disse trionfante, Guy Stein. — Io canzonerò l’uno e l’altro. Mi

gioverò di questo piano e farò il colpo tutto per me...

— Come? — disse Hulda — escludendo il cocchiere, che è la chiave di

tutto?

— Perchè no?

— Sarebbe un errore.

— Perchè?

— Perchè in un piano prestabilito come questo tutto è studiato, tutto

è preveduto, e a spostarlo, non solo ci si può rimettere il denaro, il

milione, ma la libertà può essere compromessa. Tu..., _noi_, abbiamo

bisogno di questi complici...

Ma a proposito, e questi complici si presteranno più all’opera dal

momento che la lettera è stata smarrita? Non aggiorneranno la cosa?

Ci vuole della prudenza e tanta. Io non vorrei che tu ti avessi a

rovinare. Tu sei il mio aiuto, la mia forza, guai se tu mi avessi a

mancare. Chi mi rispetterebbe più?

Guy Stein stette lungamente pensoso per raccogliere le idee...

— Ti credi, aggiunse quasi timidamente Hulda, che fatta la cosa, non

cadranno dei sospetti anche su te? Come nascondi, senza avere aiuti di

chi ha già studiato il necessario, la cassetta col milione? Di notte,

nella premura, nell’imbarazzo del primo momento?

— Io penso a questo — disse con gravità Guy Stein — Se fosse stata

scritta a Bill Oward un’altra lettera, mentre si cerca di avere intatta

la prima smarrita?

— Potrebbe darsi...

— E allora ci troveremmo (se non cambian la data) ci troveremmo in due

la medesima notte a fare la stessa operazione...

— Questo mi impensierisce assai, assai — fece Hulda con gravità,

preoccupata veramente per la situazione che le si era posta dinanzi,

così nuova, così improvvisa, e tuttavia decisa irremovibilmente ad

assecondare Evaristo, che ora, secondo lei, in qualche cosa doveva

aver mancato, qualche cosa doveva aver non preveduto, malgrado la sua

mirabile lucidità.

— Senti, Guy Stein, io in queste cose ci perdo la testa. Io temo di non

consigliarti bene pur volendolo fare..... C’è ancora qualche giorno,

rifletti...

— Ehi, dico — a proposito — fece con aria di canzonatore Guy Stein —

non ti passerà neanche per la testa, voglio sperare, di fare due parti

in commedia?

— Come? Che sarebbe a dire?

— Cioè di parlare con me a un modo e poi dire tutto al tuo Evaristo...

svelare tutto; magari per fare la sua fortuna presso Francis Webb e la

tua anche; per farti, se occorre, sposare.

— Come? Tu mi credi capace di tradirti?

— Sei donna... non ragioni con la testa... Puoi essere capace di

tutto... Io, credilo, non dubito, ma se avessi un sospetto soltanto,

vedi questo pugnale?

Guy Stein levò un pugnale che non pareva neppure avesse avuto sulla

persona.

— Inginocchiati.

Hulda s’inginocchiò tremante.

— Giura che non mi tradirai?

Così dicendo la strinse colla sinistra ai capelli e le puntò sul petto

il pugnale.

— Lo giuro...

— Davanti a Dio?

— Davanti a... Dio.

— Ed ora, perchè tu conosca chi è Guy Stein, sappi che del tuo

giuramento nulla m’importa, perchè io nulla farò, nulla voglio fare.

E diede in uno scroscio di risa.

— È cosa che non riesce bene; dov’entra una donna, tutto è perduto...

Dietro alla donna qualche volta c’è la polizia... benchè io della

polizia m’infischi, quanto nessuno potrà mai, perchè se anche mi

cogliessero sul fatto, avrebbero sbagliato....

Quando voglio, _io non sono più io_. Dimmi — urlò — riconosci tu in me

Guy Stein.

Dicendo queste parole il meraviglioso ladro, portò rapido la destra

agli occhi e alla bocca, poi la stese dimesso e supplichevole con

queste parole:

— Fate la carità a un _povero cieco_!

Hulda diè un balzo indietro inorridita.

Le pupille grigie taglienti di Guy erano scomparse. Aveva invece la

pupilla bianca cenere e opaca del cieco, senza raggio, senza riflessi,

immota e ributtante.

Nella bocca larga mancavano tre denti, scoperti dalle labbra sottili

e come rialzate da uno spasimo abituale e dalla pena si direbbe di chi

soffra per non vedere la luce...

Hulda seguitava a guardare, sempre più inorridita, quella inattesa

trasformazione.

Guy Stein ripetette ancora con mutato accento e supplichevole:

— Fate la carità a un povero cieco!

— Guy Stein! — gridò Hulda portando le mani alla testa.

. . . . . . .

— Va, va, Hulda; a questi così misteriosi milioni io ci rinunzio.

— Davvero?

— Farò recapitare la lettera a Bill Oward... Se è un tranello sarà per

lui... Resti dunque avvertita, che io non mi muovo, cara... Denari,

pochi, e subito... Ne hai portato? I tuoi sono tanto più sicuri...

— Fra questi due uomini io ho perduto la testa, io non mi raccapezzo

più — pensò tutta sconvolta Hulda, e intanto vuotò il borsellino nelle

mani di Guy Stein.

*

* *

Guy Stein, rimasto solo, si consigliò lungamente col vecchio padre:

— Hai fatto molto bene la tua parte — disse il vecchio — mai donne

negli affari, specie di questo genere. L’hai convinta che tu non

muoverai neanche un dito?

— L’ho convinta.

— Sei certo che ti crederà?...

— L’ho abituata a credere o per amore o per forza...

— Ora, se la rivedi, non parlargliene neppur più di questa cosa.

— Niente.

— Sta bene...

— Ed io intanto...

— Tu intanto ti prepari, ed al momento opportuno... all’opera...

— E per il cocchiere?

— Il cocchiere bisogna che sia dei nostri. Non capisci che dev’essere

un uomo giudizioso ed interessato, così compromesso com’è? Egli anzi è

il più esposto di tutti, è la vera garanzia delle due parti, giacchè

non solo se ne conosce il nome, ma è una persona che deve stare

continuamente esposta in pubblica via a cassetto, e con un numero

di riconoscimento che accusa lui e salvaguarda noi, che nel caso di

qualche sinistro...

— Capisco, un cocchiere pubblico è una garanzia delle più importanti

nel nostro caso, ma bisogna anche pensare...

— Che vorrà la sua parte?

— Certamente... e grossa.

— Ma, caro mio, una mano lava l’altra... non bisogna essere egoisti

a questo mondo.... Quanto alla persona che ha architettata la cosa,

l’accetterà compiuta tanto da te, quanto da Bill Oward. Potrebbe

ricusare il fatto compiuto?... Lo scopo è tutto, ed anzi il cocchiere,

che noi abbiamo in mano quando vogliamo, che deve stare su la piazza,

che non può nascondersi e sfuggirci, il cocchiere sarà il tratto

d’unione e la garanzia... Perchè, quel milione non è di oro, si

capisce, ma di carte che noi (noi commercianti) non possiamo spendere,

senza l’aiuto di terzi.

— Avete ragione, avete ragione, padre mio. A questo non avevo pensato.

Accettiamo i complici. Per la sera indicata sarò al mio posto...

— Se non troverai Webb e Grinfieri, vorrà dire che la cosa fu differita

o abbandonata, per lo smarrimento della lettera, che per eccesso

di prudenza, non fu ripetuta. Io invece, proprio in seguito allo

smarrimento che toglie ogni sospetto, farei arditamente il colpo...

— È proprio quello che ho pensato anche io.

— È già notte — disse Guy come per accennare il rapido passar

dell’ora...

— Per me lo è sempre — rispose il vecchio sospirando.

Entrava intanto qualcuno degli uomini che _lavoravano_ sotto la tutela

e l’indirizzo di Guy Stein.

Egli dava consigli, esortazioni, biasimi, elogi. Ad uno di essi che

dinanzi a uno specchio si provava una barba, come un attore si prepara

per la scena, raccomandò di avere uno sguardo più dolce, poichè il

naso pronunziatamente aquilino e la lunga barba nera gli davano un’aria

arcigna troppo, fuori dal naturale, e facile ad essere sospetta.

Ad un altro raccomandò un po’ più di attività. — Sono più sere che non

fai proprio nulla — vai forse a far l’amore?

Il busto d'oro : romanzo · 第 23 / 41 题