I grandi commercianti americani hanno di queste poesie.

Webb leggeva una lettera dell’unica sua figliuola allogata in un

educandato, ed era in viaggio.

Il viaggio di chiusura, l’ultima emozione, quasi a preparare l’entrata

nel mondo alle signorine che ormai avevano compiti gli studi e stavano

per abbandonarli.

Webb leggeva con attenzione la lettera di Mary, anzi l’aveva letta più

d’una volta e non se ne stancava mai. Tornava sempre da capo.

Le signorine educande viaggiavano con tutto lo sfarzo e le cautele che

si conveniva a loro, quasi tutte milionarie, future dame della nuova

aristocrazia.

Nulla si risparmiava, per gli agi e per la coltura insieme.

La signorina Mary scriveva dall’Italia, dove lei e le compagne

avrebbero dimorato per oltre un mese, visitando le città principali.

Diceva a un certo punto della lunga lettera.

«Papà, papà mio, non mi manchi che tu. Se tu mi fossi vicino, tutte

queste cose belle che io vedo, sarebbero più belle ancora. L’Italia

è davvero un paese meraviglioso, dove ogni città ha i suoi speciali

incanti.

«Perchè non sei venuto con me?

«Quando penso che la mamma è morta e che io sono nel paese della mamma,

io vedo nella mia memoria una madonna. Tale doveva essere quella cara,

quella santa...

«Anche tu la vedrai spesso la povera mamma, non è vero? E allora come

ti sentirai ancora più solo, perchè non hai neppure la tua Mary accanto

per consolarti, per dirti una buona parola, con tanta soavità come

detta l’amore... tanta... tanta... Ma confortati, papà. Il periodo

dell’educandato sta per finire. Al ritorno avrò compiuti i miei studi e

uscirò per venirmi a buttare fra le tue braccia e starvi per sempre...»

— Che figlia! che figlia!... Tutta sua madre... tutta quella povera

donna, che dovrebbe essere viva adesso... e vedere la mia fortuna e

compensarsi dei tempi crudi, quando soffrivamo... quando, basta...

Doveva andare così. Purtroppo la felicità non è mai completa. Quando

c’è il denaro, manca sempre qualche cosa d’altro... Quando c’è il

denaro...

*

* *

Evaristo, spogliandosi lentamente, nella sua camera da letto, piccola

ed elegantissima, e di nobilissimo vecchio stile, pensava a quanto

gli era accaduto... meravigliandosi del suo contegno correttissimo.

Meravigliandosi, di non esser andato su tutte le furie e di trovare in

ultimo pensieri di compatimento e di altero disdegnoso disprezzo, per

quella avventuriera, alla quale avea portato molto amore e che lo aveva

per tanto tempo abbindolato.

Conchiuse mentalmente che doveva da una simile donna aspettarsi tutto

ciò e che, se a un essere simile si poteva chiedere gratitudine, certo

non si doveva chiedere neanche una parvenza di amore.

Convenne che non a Hulda egli dovea pensare, al milione che gli

occorreva, per liberarsi un dì dal giogo di Webb, e spiegare le sue

nuove e superbe qualità di speculatore e di commerciante geniale.

Sarebbe stata la sua vendetta, e si sarebbe posto su la via di

trionfare su tutti i ricchi della città. I ricchi di America.

L’idea dunque che lo possedeva, malgrado tutto, e sopratutto, era

quella di procurarsi un milione. Il primo per la semente del miliardo.

Quel suo arditissimo sogno da giorni lo possedeva interamente e quanto

altro gli avveniva per lui non aveva aspetto che di piccole parentesi

nella vita, di piccoli inciampi su la grande strada.

Diede una scorsa rapida e sintetica a parecchi giornali più diffusi

e più autorevoli di commercio e di finanza, poi si addormentò,

relativamente tranquillo.

Così passò la notte.

*

* *

Al suo primo svegliarsi, a mattino inoltrato, quasi senza volerlo,

la mente gli corse a tutto quell’arruffio di cose del giorno innanzi,

ed in ispecie a Hulda, che non volendo, aveva sorpresa, e dalla quale

senza esigere spiegazione di sorta, si separava così recisamente.

Anche adesso trovava commendevole il proprio operato e si compiaceva,

malgrado la sua passione, d’essere stato così risoluto e in modo così

rapido.

In questa entrò Tommy, il vecchio servo affezionato e confidente.

— _Una_ signora... — fece con sorriso malizioso — desidera parlarle.

— Chi?

— _La_ signora — ripetè il servo.

— Hulda?

— Precisamente.

— Che cosa vuole?

— Deve parlare con lei.

— Che mi aspetti.

Evaristo si alzò e si vestì in fretta, quasi desideroso di rivedere

quella donna, che doveva aver passata una notte davvero angosciosa.

I lettori si saranno già accorti, a questo punto del racconto, del tipo

eccezionale di Evaristo Grinfieri, uomo che alle tante sue risorse di

larghe vedute per immediato sdoppiamento di ingegno univa una strana,

fortissima potenza di dominarsi.

Dominare se stessi, vietare a se stessi ogni ira, ogni scatto

passionale, imperare col senso dell’utile netto sul proprio carattere:

quello doveva essere il segreto che lo affidava dell’esito.

Dalla via tracciata a sangue freddo nessuno doveva rimuoverlo. Nessun

mezzo, nessuna potenza farlo deviare.

Pure, quando uscì dalla camera per entrare nel salottino dove Hulda lo

attendeva, sentì un brivido per tutta la persona.

Quante volte in passato a quell’ora l’avea avuta fra le sue braccia con

l’anima in uno stato ben dissimile tra l’oblio e il piacere!

Appena entrò, Hulda gli mosse incontro, sollevò le braccia per cingerlo

al collo; ma non ebbe l’ardire, e cadde in ginocchio...

— Alzatevi, signora! Che novità son queste?

— Perdono! Perdono! Perdono! Anch’io ti amo... Tu mi hai condannata

senza nemmeno ascoltarmi... Tu hai ragione...

— E dunque?

— ... ma ho ragione anch’io.

— Abbiamo ragione tutti e due, signora? È strano, io non capisco,

veramente, come ciò possa avvenire...

— Senti, non mi chiamar signora... chiamami Hulda, la tua Hulda come

prima... Dopo che mi avrai inteso... condannami, scacciami.

— Hulda, alzatevi — disse Evaristo allontanandosi un poco da lei —

Alzatevi... signora e risparmiate le vostre parole... Non vi pare che

esse siano perfettamente inutili, dopo quanto è avvenuto?

— Evaristo...

— Voi, signora, avete e con ragione, rivendicata la vostra libertà...

Io ho riavuta la mia, che non volevo... Ora andate, lanciatevi, non vi

mancheranno vagheggini, conquistatori, amanti... Mi hanno invidiato

tanti quando eravate al mio braccio... Imbecilli! Non sapevano che

anche allora eravate conquistabile, conquistabilissima.

— Ma perchè aggiungere lo strazio di queste parole, quando tu non sai

tutto?

— E mi bisogna di sapere? Non ho io veduto? A quell’ora, verso quel

quartiere, in carrozza, e con quell’abito? Strano il luogo dove

andate a reclutare i vostri amanti del cuore, o signora... Siete di

gusti molto modesti ed anche... molto depravati... suppongo... non vi

offendete.

Queste parole erano tanti colpi di coltello in petto a Hulda, cui

la notte aveva fatto pensare seriamente al nuovo stato di cose, e

non belle, che le si veniva disegnando alla mente, snebbiata dal

risentimento e dai fumi del liquore, e adesso tutta volta a considerare

il male con la lucidità spaventosa di chi prevede un domani di sciagura

irreparabile.

Così accorata e accasciata, Hulda guadagnava in bellezza. L’espressione

affascinante del sentimento che le sarebbe mancata altre volte,

quell’espressione l’irradiava adesso, tutta.

Evaristo aveva finito per guardarla con una certa fissità, che non

isfuggì a Hulda.

Hulda aveva sempre riso per lui in passato, folleggiando come una

fanciulletta viziata e maliziosa, avevano sempre bevuto insieme da

smemorati e da baccanti alla coppa della gioia.

No, non l’aveva mai vista nè con gli occhi, i bellissimi occhi

stellanti, velati dalle lagrime, nè tanto meno l’aveva vista

inginocchiata a’ suoi piedi, supplice...

Il sapere che quella donna finalmente soffriva, gli faceva gustare,

prelibare, un senso d’orgoglio nuovissimo, non ancora provato, e dava

alla donna seduzioni, che in lei non avea ancor visto.

Pareva che ora scoprisse in Hulda quel tesoro dell’addoloramento,

per cui ogni moto, ogni sguardo, ogni sospiro, assumono un incanto

speciale e comandano alla persona che affanna e potrebbe con una parola

consolare: perdona!

— Io ti amo, e tu devi crederlo e lo crederai, certo, se mi lascierai

parlare... Ascoltami. È l’ultima carità che ti domando, Evaristo,

ascoltami.

Evaristo rispose con la voce un po’ fioca...

— Via... _siedi_... Io vorrei da te l’impossibile; vorrei che tu avessi

ragione.

Evaristo premette la molla del campanello e comparve Tommy.

— Comandi, signore...

— Volevo... cioè... niente. Va pure, Tommy.

Che cosa aveva voluto, così un po’ accigliato, ed ora più non voleva?

Hulda sedette, lasciandosi cadere come affranta e pure guardando fisso

Evaristo, vedeva accanto a lui la figura di Bess che tanto poco prima

le aveva detto e insegnato.

— Devo raccontarti tutto, perchè tu non sai tutto. Quello che ti è noto

della mia vita è la parte più recente, la conseguenza dell’altra. Ho

soli ventitre anni, ma ho girato molto, e molto sofferto...

Io non mi chiamo, è bene che tu lo sappia prima di ogni altra cosa,

io non mi chiamo Hulda, ma Concetta, _Concettella_ come mi dicevano a

Napoli dove son nata, di padre napoletano e di madre oriunda francese.

Mio padre che contava molti anni più della mamma era macchinista in un

teatro, ora demolito.

Guadagnava poco, ma guadagnava il bastante per mantenere la famiglia se

non fosse stato un bevitore. Beveva mio padre, beveva di tutto, sempre,

insaziabilmente.

La povera mamma, essa è morta, lavorava di cucito, e credilo, se non

fosse stata lei, quante volte avrei sofferto la fame!

Quando rimanemmo soli, mio padre ed io, allora cominciarono i giorni

veramente dolorosi... Ero _intatta_ e virtuosa come un angelo, sì! lo

ero allora, e capii che la mia missione era quella di guardare me e mio

padre. Ciò che faceva prima la mamma. Perchè quella donna che lo amava

tanto e sinceramente, riusciva spesso con la energia, a ricondurlo

a casa dopo lo spettacolo, con la testa ancora a posto e con qualche

soldo di più in tasca.

Io ne seguii l’esempio. Avevo sedici anni. Lavoravo alla macchina,

unica eredità della povera mamma, fin dopo le dieci; poi lesta

lesta andavo a riprendere mio padre, prima che i compagnacci se

ne impossessassero per condurlo alla taverna. — Sei già qui? — mi

chiedeva spesso seccato. — Perchè? — rispondevo io — ti rincresce? —

Ah, no! ma sarebbe meglio che tu ne stessi a casa... Le ragazze sul

palcoscenico... piacciono poco a me.

Non verrò più, babbo, se mi prometti che all’uscita tornerai difilato

a casa... Non andare alla taverna. Ti farò trovare io un bicchiere di

vino a casa, poi te ne andrai a letto e ti riposerai, chè ne hai di

bisogno.

Quell’uomo aveva il vizio infiltrato nella midolla delle ossa.

Prometteva sempre e non manteneva mai.

Allora mi decisi di andare al teatro risolutamente, ogni sera, per

ricondurlo a casa malgrado lui e malgrado la volontà de’ suoi perfidi

amici.

Come costoro mi vedevano di mal’occhio tutti!

Avevo 17 anni ed ero una persona sviluppata quasi quanto adesso.

Là sul palcoscenico, nell’attesa, io sedeva in un angolo, con l’anima,

col pensiero al disopra di tutto quanto vedevo, osservando tutto,

starei per dire me ne accorgo ora, studiando tutte le miserie, tutti

i falsi splendori di quel mondo di cartone, di stracci, di orpello e

di belletto, fra le quinte. Ogni sera faceva una scoperta per rimaner

sempre più scandalizzata e nauseata.

Io credeva ancora a troppe cose belle, avevo ancora su la mia persona

intatta, intatto il sentimento, alto, altissimo, di mia madre.

Io ero religiosa... religiosa, capisci? Figurati che il mio cuore non

sentiva veramente e profondamente altra musica che quella dell’organo

in chiesa. Quella da teatro non mi conquistava, perchè nel mentre la

udivo, io avevo davanti a me lo spettacolo di creature infelici e di un

mondo falso...

— E poi, malgrado tutto questo...

— Lasciami dire — riprese Hulda (noi la chiameremo sempre così) dando

in un gran sospiro — lasciami dire...

Le compagnie si succedevano al teatro e mio padre conosceva tutti.

Capicomici, direttori, artisti, maestri d’orchestra, coristi...

Anch’io a poco a poco feci parte di quelle conoscenze, anch’io

entrai in una certa famigliarità, ma sai... restando pur tuttavia al

mio posto, il che mi attirava sempre più le simpatie di quanti mi

avvicinavano. Degli uomini, intendiamoci bene; perchè le donne, le

donne del palcoscenico, mentre mi parlavano e mi ridevano, m’avevano

in uggia, e le ho sorprese più d’una volta a canzonarmi, quasi in gergo

loro speciale, in mezzo a quelle fetide quinte, tra un atto e l’altro,

fra l’una e l’altra uscita.

Forse non erano proprio tutte cattive quelle donne, ma lo diventavano o

lo sembravano, quando erano riunite dietro le quinte in gruppi, pronte

per l’entrata in scena, tutte inorpellate, tutte false, tutte lustre

dalle testa ai piedi....

Ma c’erano anche delle prime donne in quelle compagnie di terz’ordine

che si occupavano un poco di me.

Talune per darmi della stupida, per disprezzarmi, tal’altra per

compiangermi... qualcuna, bisogna pur che lo dica, per invidiarmi...

Una specialmente... Ah, quella, non la dimenticherò mai... mai.

Una sera le mancò la solita cameriera che l’aiutava in camerino per le

vesti, per le maglie, per le acconciature.

Essa ne era disperata tanto che io non potetti a meno di

meravigliarmene.

Avrebbe potuto chiamare una corista, ve ne sono delle abili a

sostituirla e farsi servire, certo non meno bene, ma non volle e uscì

in una imprecazione che mi fece rabbrividire.

Mio padre che aveva visto e notato tutto, come la prima donna fu in

camerino v’entrò a parlarle... Dopo un minuto, venne a me, dicendo

con una cert’aria di mistero — Fa un favore a tuo padre. Va in quel

camerino per aiutare la signora, ma... ti raccomando... e si pose,

sporgendo la testa e fissandomi, l’indice attraverso la bocca. — Non

dubitare, babbo.

Scesi alcuni gradini, traversai un corridoio stretto e lungo che girava

attorno al palcoscenico ed entrai nel camerino della prima donna

che mi aspettava con l’uscetto socchiuso. — Eccomi, posso servirla?

Sì, rispose guardandomi attentamente e con una fissità che mi parve

maligna; aiutatemi un po’ voi, da che quella maledetta, che domani si

dirà malata, sarà a fare la sgualdrina con l’amante.

Poi rabbonitasi, ma si vedeva con sforzo violento, prendendomi per

mano, domandò:

— Mi promettete, non è vero, di non dir nulla di quanto vedrete?

Pagherò bene la fatica di questa sera ed il silenzio che desidero per

sempre... Ognuno, Concetta, a questo mondo ha il suo coloroso secreto

— e cominciò a spogliarsi, per poi indossare le maglie, dovendo nel

secondo atto cantare in costume di ballerina.... Ma purtroppo, quando

la signora bella e dalla bellissima voce, si tolse le calze, ebbi

la ributtante sorpresa del suo segreto. Aveva ragione di custodirlo

gelosamente! Indovina?

— Parla!...

— Le sue gambe... erano di scheletro...

— Di scheletro?! — chiese meravigliato e sorpreso Evaristo.

— Pur troppo!

— È orribile... — disse Evaristo aggrinzando il naso ed allungando le

labbra strette...

— Ed era, pur troppo, la verità... Non coscie, non polpacci, nulla...

Tutto ciò sarebbe stato nella maglia preparata. Solo degli orribili

stinchi da chiudersi tra il pollice e l’indice. Quando si rizzò su la

persona, temetti che que’ piedi, tutti fatti d’ossicini, di pezzetti,

si dovessero disgregare, sotto il peso della testa, proporzionata e

stupenda e sotto il busto ampio, ricolmo e leggermente vermiglio. Ora

capivo la collera della signora mancandole la cameriera solita, custode

esperimentata di quel segreto che propalato da una indiscreta, le

avrebbe tolto tanto fascino sul pubblico... perchè l’arte è bella, è

grande; ma quando a farla è una donna, si cerca anche la femmina.

— In verità, Hulda, io non ti avevo mai udito parlare a questo modo...

— Non meravigliartene, girando il mondo sempre qualche cosa s’impara.

Per parecchie sere, continuai in quella mansione di cameriera, e la

signora se ne mostrava contenta.

Ora ascolta. Il direttore d’orchestra e proprietario della compagnia,

non mancava mai tra un atto e l’altro d’abbandonare lo scanno e

correre, proprio correre in camerino presso la signora che era sua

moglie... dicevano con qualche ironia gli altri, compreso mio padre che

i misteri di quel teatro conosceva tutti.

Quell’uomo, forte, brutto, antipatico, non mi staccava mai gli occhi di

dosso, e io tremava nel vederlo.

La prima donna che s’accorse del fastidio, dell’imbarazzo, del

turbamento che mi dava la di lui presenza mi rassicurò dicendo che

egli era così con tutti, e che anzi ci voleva a capo di una compagnia

di operette un uomo simile, altrimenti la compagnia sarebbe andata a

rotoli; perchè ci voleva un tipo come quello per tenere a freno certi

artisti cani e certe coriste sgualdrine.

Io ebbi trenta lire di regalo dalla signora e ne fui contentissima, più

contenta ancora, che tutto fosse finito per lo meglio. Ma un giorno,

prima che la compagnia partisse...

Evaristo nuovamente toccò il bottone e comparve il vecchio servo.

Questa volta finalmente ordinò quello che prima si era pentito di voler

fare, per non parere d’arrendersi tantosto.

Ora un nuovo senso, diciamo così di pietà, cominciava a possederlo. I

casi di Hulda lo interessavano e se non potevano riaccendere l’amore,

preparavano una scusa alla simpatia che è indistruttibile e alla

vittoria del senso che è troppo umano per non seguirla.

— Porta due tazze di caffè.

— Permettete... permetti che te lo offra? Io aspetto ancora

l’impossibile, aspetto che tu abbia ragione...

Hulda respirò con una scossa, approvando Bess in cuor suo. Le pareva,

anzi era convinta che sarebbe riuscita a riconquistare l’affetto di

Evaristo, a tornare le cose come prima.

— La compagnia intanto aveva finito la stagione. Eravamo all’ultima

recita — sai, disse mio padre, il direttore (sono un po’ consuetudini)

mi ha invitato a cena, per dopo l’ultima recita... e la signora

desidera tanto che ci sia tu pure. Io dissi di sì — Questo invito

non mi piaceva per nulla; ma pensando che c’era in compagnia nostra

la signora, e che mio padre sarebbe andato ad ogni costo, risposi: —

Verrò.

Il busto d'oro : romanzo · 第 14 / 41 题