L’assalto alla vettura — La signora misteriosa — I pensieri di Bess

— Lei si allontani di qui, tornando su la via già fatta. Io resto ad

aspettare la signora, poi partirò... Dove la strada fa angolo, metterò

il cavallo al passo...

Due degli avventori che avevano bevuto e giuocato fino a quel momento

uscirono, dando prima un’occhiata circospetta all’ingiro e passando

innanzi ai due che interloquivano squadrandoli con attenzione...

Come si furono allontanati di alcuni passi, Ben accostando la sua

alla testa di Evaristo e ponendo l’indice attraverso la bocca, disse

sottovoce:

— Due agenti di polizia travestiti. Io li conosco lo stesso.

— C’è il pericolo di rivederci all’angolo?

— No; essi non fanno quella via. Ritornano per di là, vedrà.

I due, che presero a camminare con qualche sollecitudine, scomparvero

al lato opposto, nel buio...

— Dicevi dunque?

— Il cavallo al passo... Lei verrà vicino alla carrozza in fretta e,

_certo_ che la vettura sia vuota, mentre mi grida un indirizzo, aprirà

svelto lo sportello, introducendosi.

Io griderò di scendere, ma, se la dama accetta compagnia... frusterò

il cavallo, se no, prenderò le parti della signora, e intanto lei

l’avrà veduta, udita... si sarà tolta la curiosità... In questo io non

c’entro! È come un’aggressione e posso far la vittima anch’io... Siamo

intesi?

— Intesi...

— Se la donna però non volesse profittare per aver compagnia, non

insista, se ne vada... se ne vada, ha capito?

— Me ne andrò — rispose l’altro per contentare il suo interlocutore.

Non lui, in tal caso, ma la situazione doveva decidere.

Dopo questo, che ormai si faceva tardi, pagato il conto, Evaristo

Grinfieri si allontanò, giusta le indicazioni ricevute dal cocchiere...

*

* *

Tutto quello che prima gli era parso impossibile, tanto l’amore per

Hulda cominciava ad acciecarlo, adesso gli diventava quasi naturale e

tormentoso, esasperandolo.

Amando una donna come quella, perchè non avrebbe potuto toccargli un

fatto simile?

Se egli manteneva quella donna, se quella donna riguardava in lui un

padrone, come non avrebbe potuto odiarlo, sotto la menzogna di tanti

sorrisi, di tante carezze, e, odiandolo, per tacita vendetta tradirlo?

Tradirlo con uno che fosse la sua simpatia, la sua vera, unica,

vivissima simpatia, l’amante del cuore?

Forse i denari che spendeva gli davano diritto alla fedeltà?

Nel turbine di questi pensieri sentiva sempre più aperta la ferita di

vedersi tradito e di pagare egli stesso il tradimento.

Ma come mai — si domandava — sono stato sì cieco e tranquillo sul conto

di lei? Sapeva dunque far proprio le cose a modo Hulda? Possedeva tutte

intere le male arti e padroneggiava così abilmente i suoi complici, da

non venir tradita mai?

Tutt’a un tratto, in quella tempesta, si accendeva un bagliore di

speranza.

— E se io mi ingannassi? Se io, fin’ora, non avessi fatto che giudizi

temerarii, se non avessi fatto altro che calunniarla con l’anima?

Ma sì, sono io colui che ha torto. Perchè Hulda dovrebbe agire così

con me? Le ho mai fatto del male? La ho non assecondata in qualche

cosa? Quale dei suoi capricci può dire che non mi sia stato legge?

E poi non sono io giovane, vigoroso? Non sono simpatico, non mi so

rendere obbligante? E all’occorrenza non sono energico ed ardito come

piace alla donna? Ah, no, non può essere. È un inganno il mio, una

allucinazione, un pessimo sogno. Non è Hulda. È un’altra, un’altra...

Udì il rumore della carrozza che si avvicinava. Sentì pulsare il cuore

con violenza e quasi sotto i piedi spalancarsi il terreno... Quale

tremenda emozione quella così terribile incertezza!

La carrozza si udiva sempre più distintamente, anzi la vide avanzarsi

nell’ombra della via quasi oscura... Avanzarsi lentamente... giusta

l’intesa.

Aspettò qualche secondo ancora, con l’animo sospeso su di un abisso,

poi al momento opportuno, si precipitò sullo sportello gridando al

cocchiere, indovinate? L’indirizzo della dama che gli dava tanto

spasimo.....

Un grido di terrore rispose alla sua voce.

Evaristo afferrò la donna pei polsi e le gridò in faccia, a sua volta,

ancora sorpreso dopo tutto quello che aveva pensato:

— Hulda? Tu?!

— Signore, esca! La vettura è occupata! — vociava a sua volta Ben da

cassetto. — Signore, prego... Ma questo è un tradimento!...

Il cocchiere si precipitò da cassetto, mise la testa dentro...

— Signore, scusi... prego...

— La signora permette — rispose Evaristo contenendosi a stento.

— Non è vero, signora?

Hulda con un filo di voce rispose, sporgendo un poco la testa...

— Si.

— Contenta lei, contento tutto il mondo — ribattè il fiaccheraio

facendo di cappello e risalì al suo posto lieto e orgoglioso che la

commedia fosse riuscita a perfezione.

Era merito suo e pel quale non tarderebbe avere presto un’altra mancia.

Impugnò le redini, diede una scossa su la groppa e prese la via

pensando:

— Hanno proprio del buon tempo questi signori.

Il cavallo si pose al trotto sonoro per la via lunga e solitaria.

Seguirono a tutto questo alcuni interminabili minuti di silenzio

angoscioso; dopo il quale Evaristo, voltosi a Hulda, interrogò:

— Dunque?... Parla!

Confusa, annichilita, Hulda non si mosse, nè proferì parola. Sentiva

un malessere novo farle gruppo alla gola. Una forza misteriosa che la

costringeva suo malgrado alla immobilità.

Evaristo attese invano qualche secondo, poi, come pazzo, le urlò

nell’orecchio:

— Parla!!!

Hulda, con uno scatto improvviso, gli buttò le braccia al collo...

Al rapido martellare del core sentiva spezzarsi il petto; la violenza

del sussulto e il terrore angoscioso che l’invadeva le avevan preclusa

la parola, e gli occhi che non davano lagrime parevano quelli di chi si

svegli su l’orlo di un abisso.

— Parla, maledetta!! — urlò ancora Evaristo, e la scosse brutalmente

per un braccio.

Hulda, come fulminata, gli cadde con la testa su le ginocchia e

allora... solo allora pianse.

Com’era lunga quella via e come ne’ due animi aumentava l’angoscia di

indole diversa per diversa cagione, ma egualmente profonda, man mano

che la vettura inoltrava nel cuore della città, dove da per tutto

ancora brillavano lumi e ferveva la vita.

Ferveva la vita, come di giorno, ma sospinta in quell’ora dalla

spensieratezza del riposo dei più, dalla ricerca della conversazione,

del sollazzo, del piacere...

Sfilavano davanti allo sportello vetrine sfolgoranti, che vi mettevano

a tratti, rapidi e quasi direi, ingiuriosi bagliori...

Altre carrozze aumentavano il movimento e il rumore, e passanti

e _trams_ e venditori si succedevano con vicenda continua, con

l’animazione delle grandissime città, dove si vive sempre ed ove, in

apparenza, si direbbe non siano possibili la tregua, il riposo.

New York è così?

*

* *

Bess, la cameriera, attendeva la padrona leggendo e per nulla

preoccupata, relativamente, da che non era scorsa l’ora in cui doveva

far ritorno Hulda, la quale non si decideva mai ad andare per l’ultima

volta e ritornare, con una rottura completa di quel legame.

Era questa la consolazione che un po’ per cuore, un po’ per egoismo, e

certo più per questo, la vecchia cameriera si attendeva dalla giovine e

non ancora bene esperta padrona.

E degli esempi glie ne aveva portati, e accaduti a persone che essa

conosceva e di cui sapeva come si suol dire vita e miracoli.

Sperava sempre, con infinito desiderio, che un bel giorno si decidesse,

mandasse al diavolo quell’uomo ignobile in tutto e così vile nella

sua forza e nella sua potenza di cattivo soggetto da chiederle sempre

denari, denari sempre.

E di quelle richieste anche lei sentiva il contraccolpo, chè troppe

volte, prima che finisse il mese, la signora restava senza denaro, e

Bess avanzava parecchie mesate.

Quando invece, con un po’ di giudizio, con un po’ di regola, solo

levandosi da dosso la tirannia di Guystein, potevano benissimo, ognuna

a suo modo e secondo l’età, essere due signore.

Bess non era stata previdente in gioventù, che ricordando gli anni

trascorsi aveva a rimproverarsi le stesse cose che ora rimproverava

alla sua padrona, adesso si preoccupava dell’avvenire con un sacro

terrore.

Essa infatti aveva pensato a diventare sotto colore di cameriera,

la guardiana, la tutrice di Hulda, diventando, per custodirla e

salvaguardarla, l’alleata di Evaristo, di quello che con signorile

larghezza pensava al mantenimento.

Come mai si doveva essere sempre in debito con i fornitori?

Come mai continuare a vivere così spensieratamente? Come mai non

pensare che gli anni passano, che la bellezza sfiorisce?

Certo alla signora tutti facevano buon viso e buon credito, perchè la

sapevano fortemente appoggiata, ma se avessero potuto penetrare che da

un momento all’altro tutto ciò poteva diventare un passato, che cosa

sarebbe avvenuto di loro?

La serva, quella dei lavori grossi, ancor giovane, avrebbe potuto

collocarsi e pensare per tempo a sè stessa, la padrona, ancor bella,

scendere un altro gradino verso l’abbiezione, ma lei, lei che non aveva

più nè gioventù, nè bellezza, nè forza?

Dio, che miseria! Dio che rovina!

Quando si ingolfava in questi pensieri, le veniva una gran voglia di

fare una cosa, non bella certo, ma utile, e dopo tutto di interesse

comune.

Toccava a lei aver giudizio se non lo aveva la padrona. Non c’è anche

un proverbio che dice: chi ha più giudizio l’adoperi?

Era un piano prestabilito da un pezzo e sempre rimandato di giorno in

giorno, nell’attesa che Hulda pigliasse energicamente la decisione di

piantare quell’altro, quel mal soggetto, che invece di dar denaro alle

donne, dalle donne lo voleva.

Quel cosaccio senza _amore_ e senza scrupoli, ignorante, volgare,

manesco e ladro senza pregiudizio del resto, a seconda del caso.

E la decisione in cui Bess era intensionata di venire, consisteva

nel mettere, con garbo e secondo il momento, Evaristo a capo della

situazione.

Se non altro, scoprendosi il tutto, non sarebbe stata complice, e

data quella prova di attaccamento al _signore_, egli avrebbe potuto

collocarla, con poteri di sorveglianza presso di un’altra, perchè

certo, al saper della cosa, sarebbe stato rotto l’incantesimo e

spezzata la catena.

Dapprima quella idea le ripugnava, ma poi a poco poco tenendosela nel

cervello e studiandola e rivolgendola spesso, vi si era adattata e

finiva per trovar buone ragioni a giustificarla.

Interrottamente leggicchiò ancora un poco, indi rimise il libro sul

tavolo, chè udì avvicinarsi al portone la carrozza.

Allora, tolto il lume, andò all’uscio, l’aperse ed attese.

Allo scalpiccio che udì sulle scale s’accorse che erano in due persone

a salire e pensò che, come tante volte accadeva, l’avesse accompagnata

l’_altro_ che ne profittava talvolta per darsi il lusso ed il gusto di

sedere ad una tavola riccamente imbandita e pigliare una buona satolla

e magari la più sconcia ubbriacatura.

Una volta ad uno di quei _desserts_, Hulda ebbe un tremendo schiaffo,

ma non si ribellò. Stein sarebbe stato capace di troncarle un braccio

e di buttarglielo in faccia. E lei di quella brutalità pareva quasi

orgogliosa.

All’angolo dell’ultima scala in fondo al pianerottolo Bess ebbe la

terribile sorpresa che temeva da tanto, ma che non s’aspettava quella

sera.

Dopo Hulda, che saliva faticosamente, a testa china e tutta rossa di

pianto, vide apparire l’aristocratica e rigida figura di Evaristo.

Capì tutto Bess e sentì vacillare le gambe. La tremula mano reggeva a

stento il lume. Ella si fece da lato, salutando appena col capo, e i

due entrarono in silenzio.

Entrarono, come abitualmente, in quel salottino che era studietto e

gabinetto di lavoro per Hulda.

Qui, come se avesse fin’ora dubitato de’ suoi occhi e delle sue

orecchie e di tutte le dolorose impressioni che aveva subito l’anima

sua, Evaristo fissò ancora lungamente e muto Hulda, anche in quel

costume di popolana, bella, forse anche più bella.

— Hai ragione, mormorò sommessamente Hulda, hai ragione, fa di me quel

che tu vuoi... Ammazzami...

— Signora, _siate_ falsa e ingrata, quanto volete, _siate voi_, quanto

più vi aggrada, ma non vi rendete ridicola. Ammazzarvi?! E perchè?

Con qual diritto? Non lo farei, non lo penserei nemmeno se foste mia

moglie, figuratevi poi, per una donna che in fin dei conti è libera...

libera del fatto suo...

— No! No! Evaristo...

L’altro, come se quelle parole non lo riguardassero, con una calma,

tremenda più di qualunque collera, con una calma superiore ad ogni

scatto, continuò:

— Certo, io non debbo darvi più a lungo il fastidio della mia

compagnia. Ma che colpa ho io se... lo confesso... vi ho amato?

Sapevate far tanto bene che era impossibile non... adorarvi... perchè,

vedete come son sincero? io vi ho adorato... Voi, senza amarmi, pure

sempre tanto buona, m’avete sopportato finora, non avete avuto il

coraggio di dirmi: vattene...

Ora che so tutto, è a me che tocca di contentarvi, è un doveroso

ricambio di gentilezza e null’altro. Sarete così libera... potrete

disporre di voi... come avete fatto fino a tutt’oggi.

Hulda, abbandonata sopra un lato del divano, voleva piangere, ma ormai

non aveva più lagrime e lo strazio di quelle parole fredde, incisive,

la toccava più che nel cuore, nel cervello.

Ora pensava seriamente e suo malgrado, lei che aveva sempre pensato

così mal volontieri e di sfuggita.

Il contegno d’Evaristo non era nè studiato, nè dell’occasione, ma pur

troppo rappresentava la genuina espressione del suo carattere in un

momento consimile.

Era così. Quella era proprio l’espressione sincera del suo sentire e

del suo giudicare.

Diventava freddo, compassato, riflessivo e... sarcastico. La mirabile

lucidità mentale, che seguiva ad ogni suo motto o ad ogni colpo

improvviso, gli permetteva di riflettere e, col massimo sangue freddo e

quasi dentro i termini della cortesia, di martirizzare la sua vittima o

vincere l’avversario.

— E prima di tutto, continuò guardandosi la mano ben fatta, un po’

rossa e nervosa, non dovete neanche per questa notte avere presso di

voi la mia imagine. Essa vi turberebbe anche nel sonno, o signora, come

certo vi turbò in passato...

Si fece su l’uscio e chiamò:

— Bess!

— Eccomi, signore.

— Favorite di togliere dalla cornice il mio ritratto.

Bess cominciò ad obbedire senza rispondere. Tutto ciò era il meglio che

si potesse fare, mentre nel suo interno, per la inevitabile tempesta

che si scatenerebbe, andava ripetendo:

— Ah, se avessi parlato! se avessi parlato! Ora non rovinerei assieme

a quella stupida di Hulda. I miei consigli! I miei consigli! — E

tratteneva a stento i sospiri che le volevano erompere dal cuore

angustiato dalla perdita del suo dolce sogno di egoismo.

Come Bess fu pronta, non seppe resistere alla volontà di intromettersi

e facendo timido atto verso Evaristo, con la fotografia, disse:

— Vo ad avvolgerla in una carta... se proprio ha deciso di portarla

via... ma non lo credo ancora, mi pare impossibile, signore, che lei

voglia, che lei... si calmi... fu un errore, sono inesperienze... È

tanto giovane... Io poi devo obbedire...

— Più a me, che a lei — interruppe Evaristo... — Ah, questo sì, pur

troppo, ha ragione...

— Dunque, se ho ragione, Bess, fate silenzio...

— Signore...

— Il ritratto non lo porto con me... Ho pensato bene... di non

portarlo...

Fu un baleno di sollievo per le due donne... Ciò poteva significare un

mutamento di idee...

— Perchè portarlo meco? fece ancora con voce quasi dolce. Non ho con me

l’originale?

In queste parole, prese lentamente la fotografia e la stracciò...

Sotto le mani febbrili, ma sicure, il cartoncino parve mandare un

lamento, un suono di strazio. Con la sua immagine, Evaristo sapeva di

stracciare in quel punto due cuori.

Evaristo si volse lentamente a Hulda che restava alla sua destra. Le si

volse di fronte, con una solennità semplice e inesorabile:

— Signora, poichè nulla di quanto è qua dentro vi appartiene, non vi

sarà difficile consegnarmi libero l’appartamento per la sera di domani.

Siamo intesi.

Dopo queste parole s’avviò per uscire.

Allora, come fossero state spinte da una comune precedente impresa, le

due donne si precipitarono su lui.

Hulda ponendogli la destra al collo, Bess prendendolo per la mano.

— No, non te ne andare così; non te ne andare, perdonami, supplicava

l’una...

— Pietà di noi, signore, non ci abbandoni! Non ci lasci così! Sia buono!

— Hai ragione, ma perdonami, diceva a gran voce Hulda. Fui cattiva, fui

infame... eppure se tu sapessi... se tu sapessi tutto! Non è tutta mia

la colpa!

— L’ascolti, le ha sempre voluto bene questa povera ragazza... creda....

Così le due donne tentavano di smuovere Evaristo dal proposito di

cui avrebbero dovuto sentire i crudi effetti l’indomani; ma egli si

svincolò da loro, sordo ad ogni preghiera, ad ogni lamento, aperse

l’uscio e partì.

Prima di scendere, con solennità che diede l’ultimo sgomento alle due

donne, ripetè ancora:

— Siamo intesi. Domani.

*

* *

Ciò che Evaristo non si aspettava di trovare in istrada, avendolo

licenziato, fu Ben.

Ben tranquillamente a cassetto davanti al portone, aveva l’aria

dell’uomo che attenda per ordine ricevuto.

— Come? Tu qui?

— Signore, aspettavo.

— Chi te lo aveva comandato?

— Nessuno.

— Dunque, perchè sei qui?

— Perchè....

— Sentiamo.

— Perchè... scusi sa, immaginavo bene che non sarebbe rimasto sopra.

— Già... anche tu immaginavi che non sarei rimasto?

— Capirà, signore, è da un pezzo che fo il cocchiere, sono uno dei

più vecchi della piazza... E certe cose si giudicano dall’odore, si

respirano nell’aria.

— Poichè hai avuto tanto buono senso, ecco... approfitto.

E salendo diede l’ordine:

— A casa mia.

Adesso era vuoto quel posto accanto a sè. Adesso non lo occupava più la

donna che aveva disconosciuto così vilmente un amore, che malgrado il

di lei passato poteva diventare il legame della sua vita, e con quello

avere una riabilitazione.

Si è infelici e disonorati finchè non si trovi un’anima superiore che

ami e perdoni.

Amarissime riflessioni attraversavano la mente di Evaristo.

Ora più che prima gli davano un fastidio stizzoso gli sprazzi di luce

che tratto tratto rischiaravano l’interno della vettura, quando questa

passava dinanzi ai grandi caffè dove brillava una luce intensa come

di giorno, per l’elettricità, che vi profondeva il suo bianco e freddo

raggio meraviglioso.

Senza volerlo, senza, si può dire, avvedersene, Evaristo, s’era

rincantucciato proprio a destra, sul lato poco prima occupato da Hulda,

la quale vi aveva lasciato un poco di quel profumo che sempre emanava

dalla sua persona, che nel bagno, tutti i giorni prodigava a intere

boccette la favorita e dispendiosa essenza.

Di essa rimaneva ora un sottile profumo di rosa.

Evaristo lo aspirava con una amara voluttà di rimpianto.

*

* *

— L’avevo o non l’avevo detto io, che un giorno saremmo arrivati a

questo punto?

Tali furono le prime parole che con aria disperata insieme e rabbiosa

mosse la cameriera a Hulda.

Questa, sempre rossa in viso, ma senza più lagrime, non rispose.

Colla testa china ascoltò i rimproveri via via sempre più acerbi della

vecchia Bess, finchè non ne fu sazia, finchè non ne fu infastidita; poi

la interruppe bruscamente gridandole:

— Basta! Dico di smettere! Ormai quello ch’è stato è stato.

— Quello che è stato è stato? Ma a lei non pare che sia avvenuta

proprio qualche cosa di grave, d’irrimediabile? Non si è persuasa

ancora della rovina in cui siamo piombate?

— Rovina, rovina dici?

— Sì!

— Perchè? Per quei quattro soldi?... Ne troveremo degli altri; no,

non mi voglio affliggere, anzi mi pento di aver pianto... Infine sono

sempre bella e fresca, ho appena ventitre anni. Degli amanti ce ne sono

degli altri al mondo...

— Degli altri, come quello?

— Via! al diavolo tutte le malinconie. — Per l’ultima sera che son

padrona di casa, obbediscimi. Porta del cognac.

Bess obbedì, brontolando. Hulda la lasciò dire, perchè capiva che,

povera donna, non aveva tutti i torti e aveva parlato nel comune

interesse.

Ma mentre essa beveva lentamente il liquore, affettando fiduciosa

sicurezza nella nuova situazione che le si sarebbe schiusa, qualunque

fosse stata, l’altra ricominciò:

— Sloggiare sarebbe nulla, se non ci fossero debiti, tanti debiti da

pagare. Anche a questo io pensavo.

— Tu hai un gran talento, una gran testa; tu pensi a tutto...

— Ma come non capire che se ora tutti ci fanno credito, e non ci

molestano gran che i creditori, il motivo è che fra noi e loro c’è il

signor Evaristo? Non lo sapete, che se domani, se adesso sapessero a

che punto sono le cose, farebbero già la processione per le scale?

— Insomma, non mi devi seccare...

— Non vi seccherò, ma voi dovete ascoltarmi. Può essere che vi riesca

ancora a smuovere Evaristo dal suo proposito.

— Smuoverlo? Io? Ma ormai, se ben lo potessi non lo farei più... Dopo

tutto sono giovane e bella e non mancheranno a me gli amanti, a te

i padroni ricchi che vai cercando. Ah, vivadio, fin che si hanno di

queste figure... si incantano gli uomini... Pane e diamanti non ne

mancano...

E si rizzò fiera su la persona bella e stette un poco immobile con le

nere pupille un po’ fosche, dinanzi un grande specchio.

— Hulda, disse con accento di rimprovero insieme e di affetto Bess —

Hulda, con chi credete di parlare? Credete ch’io non sappia come vadano

le cose, come finiscano la gioventù e la bellezza? Ma non sapete che se

io vi so servire così bene, è proprio perchè anch’io sono stata come

voi? Io che oggi sono serva a voi, fui _signora_ anch’io, come voi...

non mi ci fate pensare, soltanto ascoltatemi ed evitate di peggio a

voi ed a me. Certo per qualche tempo ancora durerà la nostra fortuna,

poi di giorno in giorno... Iddio non voglia... vedete, io vi parlo col

cuore in mano.

— Ah, non posso dire che tu non mi abbia sempre voluto bene... Non

posso lamentarmi per questo...

— E per questo appunto ascoltatemi... ascoltatemi...

Hulda vuotava il terzo bicchierino...

— Non bevete più, non bevete. Perchè cercate di stordirvi? Per non aver

più la mente serena? Per non ragionare più? Mi ascoltate? Promettete di

ascoltarmi?

— Parla, via, parla, povera e paurosa Bess.

Hulda accese una sigaretta. Bess ricominciò...

— Ora andate a dormire. Volete nasconderlo, ma siete agitata, molto

agitata. Domani mattina, nell’ora in cui potete trovarlo in casa,

andate da Evaristo, andate da lui... Non conoscete gli uomini? Quella

è un’ora propizia... voi buttatevi ai suoi piedi... Dovete farlo...

dovete...

Bess fu interrotta dal campanello elettrico.

— Possibile? A quest’ora? chi sarà?

— Apri... — disse Hulda e il cuore le diè in petto un balzo repentino —

apri, ripetè con un filo di voce.

Bess aprì.

— Sono io — disse Ben il cocchiere. — Ho lasciato a casa _quel

signore_, che mi ha dato l’incarico di portarvi questo biglietto...

— Qua... disse Hulda tremante.

— Fosse la consolazione!

— Fosse la consolazione? — chiese Bess agitata e speranzosa anch’essa...

— Leggi! fece seccamente Hulda, e le porse la lettera che diceva così:

«_Signora_,

«Se vi fossero debiti verso i vostri fornitori, come credo,

lasciatemene senz’altro la nota sulla vostra scrivania.

«Penserò io al resto.

«Siamo intesi.

«_Evaristo Grinfieri_.»

Hulda diè la mancia al cocchiere e lo congedò.

Appena furono sole le due donne, Hulda disse scattando:

— Vedi, Bess? Altro che sperare! altro che i tuoi consigli! questo è il

colpo decisivo. Egli mi ha abbandonata e con quest’ultimo schiaffo, da

gran signore.

— Non importa. Domani, per tempo, anzi, prima che egli abbia lasciata

la sua camera, dovete essere da lui... Vi dirò domani il resto.

Il busto d'oro : romanzo · 第 12 / 41 题