XVII.

Fermo in mezzo al viale, sempre con la mano al cappello perchè il vento

non glielo portasse via, Tullio guardava le nuvole che si rincorrevano,

guardava le masse degli alberi che si staccavano cupe sul cielo plumbeo

e a ogni raffica si piegavano e si contorcevano con uno schianto secco

dei rami e un fremito doloroso di tutte le foglie.

Uno strider di ruote sulla ghiaja lo scosse, ed egli si fece da parte

per lasciar passare un carretto ov'erano allineati in due file alcuni

vasi di limoni. Il carretto era tirato da un mulo che un contadino

teneva per la cavezza; veniva dietro, sorvegliando il lavoro, Bortolo,

il giardiniere.

— Oh signor Tullio — disse costui. — Sta a prendersi il fresco.

Il giovine tentennò la testa in aria d'uomo scontento.

— No, non son questi i temporali che mi piacciono... Appena se si sente

brontolare il tuono in distanza.

— Ah! — soggiunse Bortolo ridendo — A lei piacciono i lampi e le

saette... Non è la stagione... Oggi tutto finirà in pioggia... Mi

basterebbe intanto mettere al coperto questi limoni.

— L'avremo presto la pioggia?.

Bortolo diede un'occhiata in giro e rispose: — Temo di sì... Del resto,

è già una buona mezz'ora che il tempo minaccia e quei signorini che sono

partiti in _tandem_ potrebbero essere ormai di ritorno... E anche gli

altri, se non sono andati tanto lontano...

— Chi? Chi? — domandò Tullio.

— In _tandem_ sono partiti i signorini Alvarez — spiegò il giardiniere.

Tullio fece un gesto d'impazienza.

— Che me ne importa?... Chi sono gli altri?

— Il signor Frassini e la signorina Antonietta... Sono usciti insieme a

piedi verso le quattro.

— E avevano ombrello?

— Non mi sembra... Allora non c'era che qualche nuvola sparsa.

Tullio continuava a interrogare.

— Da che parte si sono diretti?

— Saperlo!... Forse dalla parte di San Vito...

Dimentico delle sue bizze di poco fa, ormai Tullio aveva un solo

pensiero; quello di correre incontro all'Antonietta e di ajutarla a

cercarsi un ricovero se un acquazzone la coglieva per via.

— Dalla parte di San Vito, avete detto? — egli ripigliò.

— Suppongo... Non son mica sicuro.

— A ogni modo, andando per di là è probabile che li trovi.

— E non si provvede d'un ombrello? — chiese Bortolo.

Tullio accennò alla casa ch'era un cinquanta o sessanta metri più

indietro.

— Non ne vale la pena. Perderei tempo.

In quella, sotto un ombrellone aperto benchè ancor non piovesse,

sbucarono sul viale i tre bimbi del giardiniere. Rosso in viso e con

l'aria d'uomo che sia conscio della gravità del suo ufficio, Piero, il

maggiore, teneva forte con ambe le mani l'asta dell'arnese troppo

pesante per lui; i due piccini, la Lina di quattr'anni e Cencio di tre

si stringevano al fratello ridendo e strillando ogni volta che una

folata di vento faceva cigolar le stecche e scuoteva con violenza la

stoffa del baldacchino che li riparava.

— Bada... Si rovescia.

— Ecco... Or ora si vola.

— Piano... Mi schiacciate.

— Oh!... C'è il babbo.

Quì la baldoria ebbe fine perchè in un batter d'occhio Bortolo tolse

l'ombrello alle mani inesperte del suo primogenito, lo chiuse e lo

consegnò a Tullio, dicendogli:

— Se si degna, prenda questo... Non è elegante, ma è solido e ci si sta

sotto comodamente in tre persone... Lo prenda, lo prenda, e lasci fare i

conti a me con questi signorini... Chi v'ha permesso?... Dov'era la

mamma?

Mentre i bimbi, piagnucolando, spiegavano al genitore come fossero

usciti di casa in un momento che la mamma era salita a chiuder le

imposte del primo piano, Tullio, decisosi ad accettare l'offerta, si

dirigeva di corsa verso il cancello, e in mezzo a un nembo di polvere

infilava lo stradone.

Frattanto, appesa al braccio del fratello Cesare, l'Angela camminava

lentamente su e giù per la sala terrena. Chi l'avesse vista alla luce

sarebbe rimasto colpito dal suo pallore, ma Cesare non se n'accorgeva,

sia perchè l'ombre avevano ormai invaso la sala, sia perch'egli era

infervorato a discorrere de' suoi disegni per l'avvenire. Ah, egli non

sapeva che male le aveva fatto con quella sua semplice comunicazione:

— Sorellina mia, m'è arrivata una lettera che mi chiama a Roma per

Mercoledì.

Ella ebbe appena la forza di balbettare: — Vai... a Roma?

— Sì, mi pare di averti detto che ci sarei dovuto andare... Ma non

credevo che fosse così presto...

— Per tornare?... — soggiunse l'Angela, trepidante.

Ed egli aveva risposto: — Ripasserò certo di quì... per due o tre

giorni... Anche dall'America mi sollecitano.

Come? Egli partiva!... Che disgrazia! Che disgrazia! Quando, nel

rientrare in casa, l'Angela s'era trovata a faccia a faccia con Cesare

l'incontro l'era parso provvidenziale. Chi meglio del suo fratello

prediletto avrebbe potuto consigliarla, ajutarla nei dubbi, nelle

angustie in cui ella si dibatteva? Aver l'intimo convincimento che

Tullio e l'Antonietta si amavano, poter forse con una parola toglier di

mezzo l'equivoco che li divideva, e quella parola non aver il coraggio

di pronunciarla, e con la propria indecisione, col proprio silenzio

servire al meschino egoismo di chi insidiava la felicità di due esseri

nati l'uno per l'altro, ecco il cruccio dell'Angela, ecco ciò che

l'avrebbe spinta a confidarsi con Cesare, ad attingere da lui l'energia

necessaria per lottar con sè stessa, per vincer dentro di sè l'influenza

malefica delle cose morte contrastanti alla vita.

Ma ora a che prò? Le avrebbe egli dato ascolto? Avrebb'egli, a ogni

modo, avuto il tempo d'occuparsi del piccolo romanzo domestico che le

stava a cuore?

Egli parlava, parlava con impeto giovanile d'un'opera buona da lui

iniziata a Nuova York, d'una serie d'istituzioni, che insieme con alcuni

fra i migliori della colonia italiana egli voleva fondare in vantaggio

dei nostri poveri emigranti, taglieggiati, insidiati, indifesi, esposti

a tutte le tentazioni cattive... E per questo, poichè occorreva il

patrocinio del nostro Governo, per questo aveva domandato udienza al

Ministro, e avendola tosto ottenuta si recava a Roma... Gli avevano

promesso il loro appoggio due o tre deputati autorevoli... non Girolamo

però col quale egli si sarebbe ben guardato dal toccar più

l'argomento... Figuriamoci! A una lettera scrittagli dall'America

Girolamo aveva risposto che c'era in Italia un'unica questione urgente:

buttar giù il Ministero; e che a quella egli doveva consacrar le sue

forze... Che miseria!

L'Angela gli badava appena. Ripeteva soltanto, quasi non credendo a sè

stessa: — Tu parti... Se hai da essere a Roma Mercoledì, parti doman

l'altro...

— Appunto — confermò il fratello. — A Roma mi tratterrò il meno

possibile, verrò a risalutarvi di volo, e alla fine del mese

m'imbarcherò a Genova o a Napoli.

Ella non potè a meno di esclamare:

— Oh Cesare, Cesare!... Avrai traversato l'Oceano, sarai venuto nella

tua casa, nella tua famiglia dopo cinque lunghi anni d'assenza per

rimanervi meno di una settimana! E sarà l'ultimo addio che avrai dato ai

tuoi genitori!... E potrebb'esser l'ultima volta che vedrai Villarosa!

— Perchè dici questo?

— Perchè chi sa quello che accadrà _dopo_? — replicò l'Angela con le

lacrime nella voce. — Chi sa in quali mani finirà questo luogo pieno di

tante memorie?... Chi sa dove finirò io?

Cesare premette il braccio di lei sotto il suo.

— Tu? Tu?... Ma dovunque io sia tu potrai sempre raggiungermi... Un

posto per la mia sorella ci sarà sempre presso di me.

— Grazie, Cesare. Ma tu dimentichi che non sarai sempre solo... che

forse oggi stesso c'è chi ti aspetta laggiù.

— Una donna, tu credi?

Ella tacque.

Cesare riprese: — E t'avrei tenuta all'oscuro d'una cosa di tale

importanza?... Non t'ho sin dall'infanzia messa a parte d'ogni mio

segreto... perfino di quelli che si tacciono alle sorelle?... Non ci

sono ne fidanzate, nè amanti... Ho una nobile impresa da compiere... non

altro mi chiama di là dall'Oceano... Ah se t'avessi compagna! Che

preziosa alleata saresti!

L'Angela scrollò il capo malinconicamente.

— Come t'inganni, Cesare mio!... Io non ho più che un ufficio nella

vita, e non so neanche se mi basterà la lena per quello... Render meno

penosi gli ultimi anni ai nostri vecchi, ecco la mia unica ambizione...

E quando avrò chiuso loro gli occhi non impetro che una grazia dal

Signore: morire anch'io, morir quì, in questa villa.

Sciogliendosi dal fratello, s'era accostata alla portiera che metteva in

giardino, aveva posato la fronte sui vetri.

Cesare le portò una sedia.

— Devi essere esausta... Non hai avuto un minuto di requie in tutta la

giornata.

— È meglio ch'io non segga — ella disse. — Fin che la macchina va...

Dormirò un'ora di più domattina.

Guardava fuori, nella luce sempre più fievole del crepuscolo. Il vento

continuava a infuriare; cadevano sull'ajole l'ultime rose; divelti dai

gracili rami, i bianchi fiori stellati del bel gelsomino che

s'arrampicava tra le finestre volteggiavano in aria come fiocchi di

neve, e venivano ad ammucchiarsi sul ripiano della scalinata...

— È l'inverno, è l'inverno che s'annunzia — sospirò l'Angela. E la

tristezza della sua anima si confondeva con la tristezza della natura.

Pareva invece che il brutto tempo ed il bujo avessero ingalluzziti

quelli che si trovavano in salotto. Fra risate ed applausi una voce di

donna, la voce della Marialì, canticchiava una strofa sguajata della

_Vie parisienne_.

— Beata lei che ha sempre buonumore! — esclamò l'Angela rivolgendosi al

fratello.

Cesare rispose: — Sì, ma se verrà il momento in cui nessuno più le

faccia la corte, morirà disperata.

— Non verrà mai quel momento — soggiunse l'Angela con un'intonazione

amara in cui si tradiva il malanimo della donna virtuosa e non bella

verso l'avvenente e leggera alla quale vanno tutti gli omaggi.

— Verrà tutto in una volta, non dubitarne — ribattè Cesare Torralba. — E

allora sentirà il vuoto della sua vita... sentirà che cosa sia non esser

stata nè buona moglie, nè buona madre.

La Marialì, accompagnandosi sul pianoforte, seguitava a cantare:

_Je suis la veuve... la veuve d'un colonel._

Ma s'interruppe ad un tratto, e spalancando l'uscio fece irruzione nella

sala.

— O che non ci son lumi in questa casa?

Dietro di lei, nel vano della porta, si movevano alcune ombre: don

Antonio, la signora Cesira, il maestro di scuola, l'organista di San

Vito.

Don Antonio borbottava: — Che bisogno c'era di lumi?

— Già — ribatteva petulantemente la Marialì; — a lei piace l'oscurità...

Scommetto che le riceve all'oscuro le sue pecorelle... Ah don Antonio,

don Antonio, se lo sapesse don Luca!... E lei, signora Cesira, non vada

mica a confessarsi da quel poco di buono.

Don Antonio alzava la voce per protestare, ma la Marialì lo fece tacere

con un gesto, ed essendosi accorta della presenza dell'Angela la

sollecitò a dar gli ordini perchè accendessero i lumi.

— Ci tieni come le galline, diavolo!

Nozze d'oro: romanzo · 第 25 / 44 题