— Non moverti di quì fin che non torno — disse l'Angela alla Maddalena,
la cameriera fidata ch'era in casa già da vent'anni. — E se mi chiamano
— ella soggiunse guardando i due usci aperti di destra e di sinistra che
mettevano alle camere del suo babbo e della sua mamma — di' che torno
subito... Se sei stanca, sdrajati sulla mia poltrona.
Già da un pezzo, rinunciando alla camera propria, l'Angela dormiva in
quella specie d'andito che divideva le stanze dei suoi genitori.
— Oh, si figuri — replicò la Maddalena. — Lei piuttosto dovrebb'essere
estenuata e farebbe meglio ad andare a letto.
— No, no. Non vado a letto fin che non ho visto co' miei occhi se tutto
è in ordine... Ma! È una casa alla vecchia, e vi mancano quegli agi che
le mie sorelle e i miei fratelli, a eccezione forse di Cesare, giudicano
indispensabili.
— Al solito lei si ammazza pegli altri e non riuscirà a contentarli —
notò la cameriera.
Pentita d'aver toccato questo tasto, l'Angela riprese: — Non perdiamoci
in chiacchiere. Quelli lì mi aspettano in cucina.
Con l'indicazione generica di _quelli lì_, l'Angela voleva alludere a
Giacomo, il domestico sessagenario ma ben portante, alla cuoca Marianna,
e a Pietro il cocchiere.
I tre personaggi seduti intorno alla tavola su cui ardeva una lucerna a
petrolio si alzarono al giungere della padroncina.
— Dunque, Pietro — ella disse — siamo intesi... Qualche minuto prima
delle sette andrai alla stazione ad aspettare il signor Cesare... E
quando hai attaccato mi fai avvertire... Se posso, vengo... Chi sa se
potrò?
Indi la colse uno scrupolo. — Se pur non vengo, sei ben sicuro di
riconoscerlo, il signor Cesare?
Pietro protestò. — Come non lo riconoscerei?... Mi par jeri l'ultima
volta che l'ho accompagnato alla ferrovia... Aveva un bagaglio
leggero... Si credeva che facesse solamente una corsa a Parigi, dal
signor Luciano... Invece...
— Invece due settimane appresso s'imbarcava all'Havre.
Congedato il cocchiere, l'Angela si rivolse alla Marianna, la cuoca. Era
una donna di mezza età, sempre in grembiule e cuffia bianca, grassoccia,
lucida in viso come se portasse sull'epidermide il riflesso delle sue
casseruole.
— Se non ci sono ritardi nel treno, il signor Cesare sarà a Villarosa
alle 8 e tre quarti circa... Forse avrà fame.
— Non dubiti che la colazione sarà pronta.
— Domattina vi sarà anche la Lisa per ajutarvi. Ha promesso di esser quì
per le sette.
— Ci sarà senza dubbio — affermò Giacomo. — L'ho vista due ore fa.
La Marianna, che compensava con la petulanza le deficienze della
statura, atteggiò le labbra a un risolino sarcastico.
— Per gli ajuti che può dar la Lisa!
— L'avete pur scelta voi — notò l'Angela.
— Naturale. Piuttosto di quel cuoco che volevano far venire da Milano e
che avrebbe preteso di comandare a bacchetta.
— E perchè vi lagnate?
— Non mi lagno. Basta che non pretendano l'impossibile. Non si può da un
giorno all'altro passare da una cucina casalinga per tre persone a una
cucina di lusso per dodici... Quando sono entrata al loro servizio ne
sapevo più di adesso... È molto se si accende il forno una volta per
settimana.
— Via, via, — disse in tono conciliante l'Angela che non voleva
provocare una crisi in un momento così difficile — ora avrete campo di
farvi valere... Del resto, non vi sarà nessuno che abbia esigenze
superiori ai vostri meriti.
Rabbonita dagli elogi, la Marianna ripigliò:
— Domani a pranzo saranno in dieci, non è vero?
— Appunto... In dieci... semprechè non vi siano sorprese.
— Uno di più uno di meno non importa... Si prepara per dodici... Doman
l'altro poi?...
— Per ora non sono annunziati che i miei due fratelli di Roma e di
Parigi e quel mio nipote Tullio ch'è già stato parecchie volte.
— Un gran bravo giovine — dichiarò la cuoca con accento di profonda
convinzione. — Gli piace tanto il mio _vol-au-vent_.
— Benone! Per doman l'altro ci farete un _vol-au-vent_.
La cuoca assentì con un cenno dignitoso del capo. Ma a un tratto,
battendosi il fronte, ella esclamò: — A proposito, signorina, ha pensato
che doman l'altro saranno in tredici?
— Come?
— Scusi; domani sono in dieci, ne arrivano tre nella giornata di sabato:
dieci e tre tredici... Del resto, si fa subito il conto.
E con mirabile rapidità ella principiò e finì la sua enumerazione.
— Il signor Prefetto, la padrona e lei, questi son tre; la signora
Letizia e due figliuoli, tre e tre sei; il signor Cesare, il signor
Girolamo, il signor Luciano e il signor Tullio, sei e quattro dieci; la
signora Marialì col marito e la ragazza, dieci e tre tredici.
Giacomo, che assisteva al colloquio, parve maravigliato d'una precisione
di calcolo che la Marianna non soleva possedere nell'addizionare la
cifra delle spese; ma la più confusa fu l'Angela che non si capacitava
d'aver trascurato una circostanza così grave... Non era superstiziosa,
ma insomma quel tredici a tavola in una solennità domestica l'era di
cattivo augurio.
Tuttavia ella si limitò a rispondere: — Non è ancora ben certo che non
venga una delle mie cognate; in ogni modo c'è sempre il tempo d'invitare
il dottore, o il parroco, o qualche amico, e in tredici non saremo. E
adesso coricatevi pure, Marianna, che domattina dovete esser lesta di
buon'ora anche voi.
L'Angela fece un cenno a Giacomo che con un lume in mano precedette la
padroncina su per le scale e intraprese con lei il giro delle camere
riservate agli ospiti, cominciando da quella del signor Cesare, il primo
che doveva arrivare.