Caratteristiche della razza negra — Il paese dei _Scìluk_ — I cani —
Odio contro i Turchi — Raffronti della lingua dei _Dénka_ con quella
dei _Scìluk_.
Il viaggiatore che parte dal Cairo e si dirige, rimontando il Nilo,
verso il sud, traversa successivamente l'_Egitto_, la _Nubia_, il
_Sènnaar_; e a misura ch'egli s'avvicina all'equatore vede cangiarsi
intorno a sè il teatro delle creazioni di natura.
Arrivato però a _Chartùm_ (15°, 37′), s'egli continua il suo cammino
lunghesso il fiume _Azzurro_ sino a _Fazòql_, e quindi segue il _Tómat_
fin quasi alle sue sorgenti, si troverà finalmente in mezzo alle tribù
nere dei _Bèrta_, e crederà così d'aver veduto concatenarsi l'Egiziano
aborigene col crespo Etiope per una gradazione insensibile di colore,
che non gli permetterà di segnare il punto ove finisce l'uomo bianco ed
ove incomincia il nero.
Che se dalla città di _Chartùm_ veleggia pel fiume _Bianco_ verso il
mezzodì, egli distinguerà facilmente dall'Arabo giallognolo o bruno
i negri _Dénka_ della penisola del _Sènnaar_, che dal 12º grado si
estendono fino al 9º di lat., e i negri _Scìluk_, posti agli stessi
paralleli, a sinistra del fiume.
Ma i _Bèrta_, i _Dénka_, i _Scìluk_, i quali tutti hanno la pelle nera,
ci presentano forse tutti il tipo del vero Negro, del crespo Etiope?
Il color della pelle, che cade subito sott'occhio, non può essere
trascurato da un osservatore superficiale. Le differenze di forme
potranno sfuggirgli, ma non quelle di colore, le quali saranno per lui
base d'una classificazione grossolana.
Il naturalista al contrario poco o niun caso fa del colore, il quale
talora non serve nè manco a distinguere le varietà d'una medesima
specie; e altrettanto dicasi delle tinte dei fiori e delle foglie nelle
piante, dei peli e dei capelli negli uomini. La materia colorante, la
sostanza, (il pigmentum), che sta nelle cellule dello strato mucoso
dell'epidermide, si sviluppa e si condensa sotto l'influenza di alcune
circostanze, fuori delle quali sparisce o vi si mostra appena. Quindi
è che l'Arabo giallognolo dell' _Heggiàs_ si fa bianco in _Algeri_
e in _Aleppo_, e bruno nel _Sènnaar_ e sulle rive del _Senegàl_. Il
corpo umano trasportato da una in un'altra latitudine, vi perderebbe
la vita se non si producessero in lui delle modificazioni. Sotto una
temperatura elevata, un'aria secca, un vento rapido, la traspirazione
sarebbe eccessiva se la pelle non fosse resa assai meno porosa e quasi
impermeabile a certi fluidi, che sono i veicoli stessi della vita.
Una pelle densa e rugosa sottrae il corpo dall'azione troppo brusca
delle variazioni atmosferiche; lo preserva da congestioni cerebrali
e da colpi di sole; lo ripara dal freddo, imperciocchè arresta
l'irradiazione e la dispersione del calore del sangue: sicchè la
pelle dei Negri è al tatto meno calda della nostra, e li protegge come
protegge noi il vestito.
Questa pelle densa però non presenta presso tutti gli Africani
le medesime tinte di colore. Ma egli è certo che fra i popoli più
barbari del centro dell'Africa la pelle offre una tinta assai nera,
o s'avvicina a quella della fuliggine, pelle dura, rugosa, la quale
facilmente si screpola. Presso i Negri del _Sudàn_ le unghie sono
bianche o, dirò meglio, sembrano tali, e talvolta sono leggermente
colorite, e tal'altra hanno un color rosa.
Non si creda però che la pelle abbia lo stesso colore in tutte le
parti del corpo. Ov'essa è più densa ha un colore più oscuro, come sui
ginocchi, sul gomito, sulle tempie ecc.
La pianta del piede però, la palma della mano, la pelle posteriore al
ginocchio sono le parti meno oscure.
Il sudore dei Negri, che in generale è poco abbondante, manda un odore
acuto, acre, spiacevolissimo. Quindi non deve far meraviglia se le
bestie feroci attaccano i Negri a preferenza dei Bianchi. Il loro fiuto
annunzia assai più facilmente l'avvicinarsi dei primi che non quello
dei secondi.
Se non che non è la pelle, come già dissi, che noi dobbiamo interrogare
per conoscere le differenze reali che passano tra l'una e l'altra
razza.
La fisonomia del Negro puro è talmente caratteristica, che è
impossibile, anche a chi non sia molto addentro in questi studi, non
riconoscerla a prima vista, quando pure l'individuo avesse la pelle
bianca. Le sue labbra sporgenti, la fronte bassa, i denti in fuori, i
capelli corti, lanosi, semiricciuti, la barba rada, il cranio depresso,
il naso largo e schiacciato, il mento fuggente, le mascelle salienti,
gli occhi rotondi, le orecchie grandi, le braccia lunghe e gracili,
le gambe arcuate con polpaccio piccolo, i ginocchi semipiegati, i
piedi lunghi e piatti col tallone sporgente all'indietro, lo sterno
tondeggiante, il corpo un po' curvo all'innanzi e il portamento stanco,
gli danno un aspetto speciale fra tutte le altre razze umane.
La Negra sovente raccoglie da terra degli oggetti, senza punto piegare
le gambe; chinando il corpo tutto d'un pezzo, a partir dal bacino,
ella prende colla mano ciò ch'ella desidera. Una donna bianca a grande
stento potrebbe imitare tale movimento.
Ciò premesso, i _Bèrta_, quantunque la loro pelle sia nerissima,
non ci presentano il tipo del vero Negro[5], mentre invece sono veri
Negri i _Dénka_ e i _Scìluk_. Dei _Bèrta_ ho già parlato in un altro
mio lavoro, ove scrissi pur qualche cosa dei _Dénka_, dei quali però
molto ancora mi resta a dire, che dirò più tardi quando mi toccherà
di parlare delle tribù _Dénka_ del Nilo superiore. Or qui non farò che
trascrivere alcune note, le quali trovo sparse qua e là ne' miei vecchi
giornali di viaggio risguardanti i Negri _scìluk_ e il loro paese.
Il paese dei _Scìluk_, che conta dai 15 ai 20 mila, abitanti, dal
12º grado si estende lungo la riva sinistra del fiume fin quasi al 9º
di lat. settentrionale, mentre non oltrepassa un quarto di grado in
longitudine, partendo dalla riva verso occidente. Esso in generale è
fertilissimo; l'estremità sud-ovest però è assai paludosa, e sabbiosa è
quella a nord.
Nelle vicine boscaglie più che altrove crescono i tamarindi, e
moltissime piante, che gli Arabi chiamano _Àmbag_[6] (_Aedemone
mirabilis_), e _verdeggianti nàbak_ (_Rhàmnus Nabèca, secondo
Forskal_,) adornano ambedue le rive.
Nei luoghi paludosi cresce naturalmente il riso rosso selvatico, e
dopo il 10º grado, rimontando il fiume, s'incontrano boscaglie di palme
_delèb_ (_Borassus Aethiopum_) e di palme _dóm_.
I _Scìluk_ coltivano con amore il sesàme, il mais bianco (_dùrah_),
piccoli fagiuoli e tabacco. Non parlo degli animali selvaggi,
dell'ippopotamo, del coccodrillo, degli animali domestici, poichè
son quegli stessi che si trovano nella valle del fiume _Azzurro_,
e dei quali già dissi qualche cosa nel mio lavoro «_Il Sènnaar
e lo Sciangàllah_.» Non voglio tacere però che fra gli uccelli
si mostrano qui più frequenti le anitre, i pellicani, le folaghe
(_anas aegiptiaca_, _anas gambensis_, _anas melanotos_, _anas plotus
vaillantii_, _pelecanus rufescens_, _sterna leucoptera_, _fulica atra_
ecc.); quindi le gru (_grus pavoninus_, _anatamus camelligerus_); le
ibi, tra le quali la _religiosa_; le ardee (_ardea atricollis_, _ardea
minuta_, _ardea purpurea_).
Vidi fra i _Scìluk_ una bellissima razza di cani. Il fondo della loro
pelle è grigiastro e screziato qua e là di macchie oscure. Essi hanno
forme eleganti; somigliano a' nostri levrieri, ma sono più piccoli. Non
saprei per qual sentimento, i _Scìluk_ gli amano e li proteggono....
sarà forse per solo interesse, poichè i cani guardano nella notte i
loro bestiami. Avvicinandosi qualche fiera alle _zerìbeh_ (ricinti),
ove trovasi raccolto il bestiame, essi mettono urli, latrati e guaiti
da lacerare le orecchie ad un sordo; i Negri gridano l'allarme, aizzano
i cani; questi uniti in frotta s'avventano contro le fiere, e se
non possono raggiungerle le inseguono rabbiosamente fino a una certa
distanza; qualche volta però piombano loro addosso, e allora ne segue
una battaglia feroce, un sottosopra da non poter farsene idea. Le fiere
possono rimaner vinte; ma più spesso ci perdono i cani. Qualcheduno
nel mattino non si vede più a comparire; qualche altro è là sul terreno
disteso vittima della mischia; questi grondano sangue, quelli han rotte
le gambe o lacerate le orecchie. Poveri cani!.... e non meriterebbero
d'aver dei padroni che gli amassero e li proteggessero un po' meglio
di quel che non facciano i _Scìluk_? Ma essi invece sono abbandonati,
vagabondi, senza nome, senza una capanna che li ricoveri, senza leggi.
Sono tutti nel deserto, vi si scavano delle piccole tane, vi dormono,
vi mangiano, vi nascono, vi allattano i piccini e vi muoiono. Tutto
l'amore che i _Scìluk_ hanno per loro si riduce a non maltrattarli,
a non permettere che sieno maltrattati e a non lasciar loro mancare
il cibo. Non ho udito mai che un cane sia divenuto rabbioso; e sì
che da quelle parti i cani patiscono seti ardentissime a lungo tempo
sostenute. Bisogna dire adunque che la sete ardente non sia il motivo
o, dirò meglio, l'unico motivo della rabbia dei cani. Certo è ch'essa
nasce spontanea nel cane, nel lupo, nella volpe, nel gatto, e che
questi animali la trasmettono agl'individui della loro specie, ai
quadrupedi di specie diversa, ed all'uomo; ma non s'è potuto fin
qui dimostrare in che consista la disposizione di detti animali, e
specialmente del cane, la quale da origine alla rabbia spontanea,
nè quali sieno le circostanze o le condizioni a ciò necessarie. E
supponendo pure colali condizioni, si ignorano le cause, onde sono
poste in atto. Molte, a dir vero, se ne sono divisate, ma non àvvene
alcuna la quale regga ad un esame profondo.
I primi viaggiatori e mercanti europei che visitarono i Negri _scìluk_,
li trovarono sospettosi, diffidenti, e per conseguenza pericolosi e
crudeli. E tali divennero specialmente dopo la spedizione egiziana in
_Nubia_ (1821), del cui passaggio si risentirono tanto, mentre essa
era diretta verso il fiume _Sóbat_, e nel suo ritorno a _Scèndi_.
Ma il loro odio contro i Bianchi, ch'essi credevano tutti Turchi,
crebbe assai più allorquando, un anno dopo, intesero la disumana
strage di _Scèndi_, per la quale si volle in qualche modo vendicata
la morte d'_Ismail-Pascià_[7]; odio che il monarca e i vecchi del
paese non tralasciarono mai d'istillare nel cuore dei giovani, allo
scopo di renderli avversi ad ogni relazione coi Bianchi. Fin d'allora
i _Scìluk_ ebbero in fondo all'anima il vago sentimento d'una forza
aggressiva, crescente, minacciosa de' popoli bianchi, dalla quale
temevano o presto o tardi d'essere schiacciati. E quando gli Europei
dopo alcuni anni tentarono di metter piede fra loro per recar doni al
Capo supremo, in apparenza, ma in realtà, pensavan essi, per vedere,
scrutare, fiutare, corrompere e spiare così il terreno per farne una
conquista; quando furono veduti con taccuini in mano, con cannocchiali,
con istrumenti misteriosi ficcarsi da per tutto, notar tutto, misurar
tutto, voler saper tutto.... tanto più crebbero i sospetti ed i
timori d'un'invasione, e immaginavano questa invasione accompagnata
da tutti gli orrori dell'odio e della vendetta, persuasi com'erano
che i Bianchi nutrissero contro di loro gli stessi sentimenti, ch'essi
nutrivano contro i Bianchi. Ma a poco a poco i _Scìluk_ cominciarono a
distinguere i Turchi dagli altri Bianchi europei ed a comprendere che
questi non avevano mire ostili, e che tutt'al più attendevano al solo
commercio.
La prima volta ch'io vidi i _Scìluk_ fu nel 1858, allo spuntar
dell'alba del 28 gennaio. Ero coi miei compagni e col missionario
Matteo Kirchner, che fu poi degno successore del defunto Provicario
Ignazio Knoblecher, quando la _dahabìah_ (gran barca) della Missione,
carica delle provvisioni di un anno per le due stazioni di Santa Croce,
nella tribù dei _Kic_ fra il 6º e il 7º lat. N., e di _Kondókoro_,
nella tribù dei _Bàri_ tra il 4º e il 5º grado, arrenò in un banco di
sabbia presso la sponda sinistra, ov'erano attendati provvisoriamente
alcuni Negri _scìluk_ pescatori colle loro famiglie. I nostri
barcaiuoli fecero tutti gli sforzi per disimpacciarla, ma inutilmente.
Dovemmo aspettare il chiaro giorno, ed invitare que' Negri che
venissero in nostro soccorso, promettendo loro un bel regalo in perline
di vetro che essi amano tanto. Ma non ci fu verso di persuaderli
a venire fin quasi al mezzodì; essi non si fidavano della nostra
lealtà; ci credevano Turchi. Allora uno dei nostri barcaiuoli, di nome
_Mahàmmed-Chèr_, saltò in acqua e s'avvicinò alla sponda mostrando
loro alcune file di perline di vetro delle più belle che avevamo
per adescarli, assicurandoli nello stesso tempo che i Bianchi che si
trovavano nella gran barca non eran Turchi, e che perciò non temessero
di nulla. Capitarono quindi sopra una mal connessa barchetta circa
dodici _Scìluk_, e giunti alla distanza d'una decina di passi da noi,
s'arrestarono, ci squadrarono ben bene, si scambiarono a bassa voce
alcune parole, vollero vedere la quantità de' regali che noi avremmo
data; fecero poi sforzi incredibili, insieme coi nostri barcaiuoli,
per cavare la barca dall'arena, ma non riuscirono nè manco a smoverla.
Noi demmo loro il regalo convenuto e li pregammo d'indurre anche i
loro compagni, che ci stavano osservando dalla riva, perchè venissero
a prestarci assistenza, facendo loro nuove promesse. Accorsero allora
su quattro o cinque barchette tutti i _Scìluk_ pescatori che colà
si trovavano e che saranno stati intorno a trenta, muniti di lancia,
lasciando sole le donne con i bambini. A dir vero noi temevamo questi
liberatori, che alzando la voce pretendevano vedere quali e quante
perline avremmo loro date; e vedutele ce le presero fuor di mano quasi
colla forza; lanciando poi grida selvagge cominciarono a spingere la
_dahabìah_ verso il corso d'acqua navigabile; ma non appena essa fu
smossa, le donne dalla riva, agitando le braccia e mettendo acutissimi
strilli, incitavano i loro mariti a fuggire. Questi saltarono
tosto nelle loro piroghe e in pochi istanti guadagnarono la sponda,
negandoci ogni ulteriore soccorso e dicendo che noi eravamo Turchi.
Stemmo lì fermi fino al giorno seguente; i Negri durante la notte
erano già scomparsi; che cosa fare?... Noi credemmo miglior partito
di alleggerire la _dahabìah_ delle casse più pesanti, improvvisando
alla meglio una zattera coi remi e con altro per adagiarvele; quindi
tentammo a tutto fiato di smuoverla, ma indarno; calammo allora altra
roba sulla zattera; e finalmente alle due pomeridiane, la Dio mercè,
siamo usciti dal difficile passo e ci rimettemmo sul buon canale. I
barcaiuoli ricaricarono con gran fatica ogni cosa, e alle ore cinque e
mezza partimmo col vento in poppa.
Nell'anno 1860 io tornai a visitare i _Scìluk_ e li trovai trattabili
e pieni di fiducia specialmente verso gli Europei non Turchi, ch'essi
sapevano distinguere assai bene.
In questa occasione io ebbi la fortuna di parlare più volte con un
Capo di questi Negri, il quale oltre la propria lingua e quella dei
_Dénka_ parlava speditamente anche l'araba, essendo egli stato schiavo
per alcuni anni nella casa di un Turco, alla morte del quale potè
ricuperare la libertà che aveva perduta fin da tenero giovinetto.
Da questo Capo io raccolsi principalmente quanto sto scrivendo sui
Negri _scìluk_, ed ho ragione di credere che tutto ciò che mi disse sia
vero, perchè è conforme a quello che udii ripetere da qualche Arabo, il
quale da lungo tempo trattava con questi Negri, ed a ciò ch'io stesso
ho potuto osservare.
Ho detto altrove che i _Scìluk_, come i _Nuèr_, non sono compresi
nel novero dei veri _Dénka_ (_Gièn_), dai quali vengono considerati
come antichi invasori delle loro terre; e di fatto essi fanno uso
di un'altra lingua, sebbene intendano e parlino pure quella dei
_Dénka_[8].
Io volli notare alcune parole della lingua propria dei _Scìluk_, per
indagare a quale altra razza potessero appartenere, e dedurne così la
provenienza.
Ecco le poche parole ch'io trascrivo quali trovo segnate sul mio
giornale di viaggio, a fronte delle quali porrò quelle della lingua
_dénka_, per conoscerne e valutarne il divario.