Vendette — Guerre — Armi — Coraggio passivo e fierezza — Ostinazione
degli Arabi — Il suicidio — Le montagne dei _Dénka_ — Il _Tarciàm_.
I _Baggàra_, come tutti gli Arabi e i popoli barbari, non hanno
tribunali per deliberare intorno alle pene dovute ai delinquenti;
non hanno polizia per invigilare, prevedere ed evitare i delitti;
non hanno prigioni per tenervi chiusi i rei o gli accusati e per far
loro scontare la pena ch'essi han meritata; e quindi s'attengono alla
legge del taglione, che è la legge della Bibbia, di Menu e del Corano.
Occhio per occhio (_aèn be aèn_), orecchio per orecchio (_uèden be
uèden_), sangue per sangue (_ed-dàm b'ed-dàm_); l'uccisore deve morire
quand'egli non acqueti i parenti della sua vittima, cedendo loro una
parte delle proprie sostanze.
All'insulto fatto ad un Arabo _Baggàra_ o ad un suo ospite deve
rispondere sovente un'intera famiglia, o tutta la tribù dell'offensore.
Il più leggiero pretesto dà origine tante volte a lotte le più lunghe e
le più sanguinose fra tribù e tribù.
Io so di una carovana la quale recandosi dal _Kordofàn_ al _Dar-Fùr_
venne di notte tempo assalita, a poca distanza dalle frontiere, dagli
arabi _Baggàra_ i quali uccisero quindici uomini, senza darsi alcun
pensiero di trafugarne le mercanzie.
Un Arabo, che conosceva appieno e raccontava minutamente le circostanze
di questo incidente, asseriva che i _Baggàra_ avevano compiuto così un
atto di giustizia, una vendetta, tarda sì.... ma legittima.
Otto anni prima, alcuni mercanti, _giallàba_, che battevano questa
medesima via, s'erano incontrati in pochi _Baggàra_, la cui marcia era
sembrata loro sospetta, e ne uccisero due, mettendo gli altri in fuga.
Ma da questo momento i _Baggàra_ vendicati lasciaron libera la strada,
che potè essere poi percorsa dalle carovane senza alcun timore.
Il beduino _Sciànfara_, come dice la tradizione, pretendeva il taglione
per la morte violenta di suo padre. Egli aveva ucciso in diverse
imboscate novant'otto de' suoi nemici. Finalmente, sorpreso da alcuni
all'orlo di un pozzo, non seppe trovar modo allo scampo e dovette egli
stesso perire, ma dopo d'averne ammazzato uno ancora con un colpo di
pugno nel petto. Egli però aveva giurata la morte a cento, e il suo
voto.... verrà esaudito. Il cadavere dell'Eroe fu sospeso ad un albero
e non tardò a decomporsi; le sue ossa si disarticolarono; e un pastore
della tribù nemica, passando per caso sotto quell'albero, premette col
piede sulla punta di un osso e restò ferito. Nello stesso giorno gli
si contrassero spasmodicamente i muscoli e dovette soccombere. Così il
voto di _Sciànfara_, secondo la favola, ebbe il suo compimento.
Una delle cause, e forse la più attiva, delle lotte che di quando in
quando intraprendono le tribù del deserto, è la sete ardente che tutti
i popoli nomadi hanno del bottino. Guerra e bottino suonano presso loro
la stessa cosa; essere vincitore vuol dire spartirsi la preda; vedere
un Arabo tornare dal campo di battaglia coronato di gloria, è vederlo
ricco di montoni e di cammelli tolti al nemico. Insomma l'eroismo degli
Arabi è l'eroismo de' Cosacchi. Essi combattono a cavallo armati di
lancia e di sciabola, sparpagliati, stuzzicando il nemico di fronte e
dai lati, e tenendolo inquieto continuamente; uccidono il cavaliere per
avere la sua giumenta; salvano sè stessi per assicurare la propria.
Havvi in ciascuna tribù una quantità di giovani poveri, i quali
ambiscono di far mostra del loro coraggio e di procacciarsi in tal
maniera la dote che essi debbono, volendo sposarsi, offerire al padre
della fidanzata, dote che generalmente consiste in un certo numero di
capre, di pecore, di cammelle o d'altro.
Per questi giovani la guerra è una buona fortuna; la loro
suscettibilità quindi per il punto d'onore non conosce confini; il
più leggiero pretesto dà origine spesso a lotte le più tremende. Raro
è il caso che una tribù viva in pace per più di due anni senza che
succeda alcuna infrazione delle leggi del deserto. I vecchi allora ne
gioiscono, mentre s'incamminano senza inquietudine verso la tomba.
Ma la gioventù?... La gioventù s'agita, si lamenta, si dispera per
tanta disgrazia; finchè sorge qualcuno fra i principali personaggi
della tribù, rinomato per bravura ed esperienza delle cose di guerra,
il quale approfittando della speciale condizione in cui trovansi gli
spiriti irrequieti della gioventù, la chiama a sè e le dichiara ch'egli
è pronto a guidarla ovunque per derubare i vicini de' loro bestiami,
per saccheggiare le carovane, per la tratta dei Negri.
Il Capo, in due o tre giorni, s'è formata una truppa di circa un
migliaio d'uomini, e la campagna incomincia.
Da questo momento esploratori sono inviati qua e là per investigare di
nascosto ogni cosa; e il Capo sa minutamente quanto succede di giorno
in giorno, di ora in ora, nel deserto e presso le tribù vicine. —
Viene egli a conoscere che gli uomini forti di una tribù sono partiti
per la guerra o per la caccia? — Egli si mette in marcia, sorprende
le loro mandre guardate da piccoli fanciulli, le rapisce e dispare in
un istante. — È stata veduta una carovana nel deserto? — Egli dispone
subito la sua gente a gruppi, e tutti se ne vanno silenziosi verso la
carovana tenendo gli occhi sempre all'erta; e questi la precedono,
quelli la fiancheggiano, altri la seguono a poca distanza, protetti
dalle colline di sabbia che nascondono alla stessa il segreto dei loro
passi. Il Capo frattanto e tutti i suoi bravi la spiano cautamente,
contano le sue armi, ne studiano l'accampamento, osservano la maniera
di allestire i cammelli; l'aspettano al varco, e allora, la sera
o il mattino, quando mercanti, servi e cammellieri sono occupati a
scaricare o a caricare le tende, le casse, il mobilio, la cucina, i
viveri, le mercanzie, o nel momento che si prendono un po' di riposo,
un po' di cibo, o appena desti dal sonno, gli Arabi, ad un cenno del
loro Capo, si slanciano contro di loro, uccidono quanti si oppongono
all'improvviso loro assalto e tutto portano via, non lasciando colà che
un campo di morti.
Qualche anno prima del mio arrivo nel _Sudàn_, una grossa carovana,
composta di 120 uomini e 200 cammelli, cadde vittima d'una insidiosa
aggressione degli arabi _Benì-Geràr_. Un solo uomo, di nome
_Abd-El-Kàder_, ebbe la sorte d'aver salva la vita e di poter dare
esatti ragguagli del crudele e pietoso avvenimento.
La carovana, partita da _Dòngola_, era diretta a _El-Obèid_
nel _Kordofàn_, ove trasportava merci provenienti dall'Europa e
dall'Egitto, e datteri di Nubia. Essa si trovava vicina al pozzo
_Bir-Uày_, ove si sarebbe accampata; quando 600 Arabi dei _Benì-Geràr_,
montati sopra 300 cammelli e guidati da un Capo de' più arditi,
passarono un po' a sud del pozzo allo scopo di sorprendere e derubare
i _Kubabìsc_ del numeroso loro gregge che intorno a quei luoghi da
qualche giorno pascolava. I pastori però ch'erano alla custodia di
quel bestiame non appena ebbero qualche sentore dell'avvicinarsi dei
_Benì-Geràr_, lasciarono quel posto e s'avviarono verso il pozzo di
Elài, che dista da _Bir-Uày_ un giorno e mezzo circa di cammino. E
quando i _Benì-Geràr_ s'accorsero della ritirata dei _Kubabìsc_, due
esploratori annunziarono al loro Capo la venuta della carovana al
pozzo _Bir-Uày_. Quindi il Capo adunò la sua gente per chiedere se
fosse miglior partito quello di dar tosto l'assalto alla carovana, o
l'altro di seguir prima le orme dei _Kubabìsc_ e impadronirsi dei loro
bestiami. E tutti furono d'avviso di mover tosto verso il pozzo di
_Elài_, imperciocchè la carovana per tre giorni almeno sarebbe rimasta
al pozzo _Bir-Uày_ per ristorarsi delle fatiche del viaggio e per dar
riposo e nutrimento ai cammelli.
Partíron subito, e dopo alquante ore di buon trotto giunsero in _Elài_,
ove il gregge dei _Kubabìsc_ non era custodito che da qualche vecchio e
da alcuni giovinetti, i quali, come videro i _Benì-Geràr_, si diedero
alla fuga. I _Benì-Geràr_ s'impadronirono di tutto il bestiame e lo
incalzarono verso _Bir-Uày_, ove arrivarono dopo due giorni. Colà si
misero in agguato, presso la carovana, dietro a due lunghe colline di
sabbia aspettando il momento opportuno per assalirla.
I mercanti frattanto coi loro servi vivevano sicuri, tranquilli,
allegri almanaccando intorno ai guadagni che speravano ricavare dal
traffico delle loro mercanzie.
La vigilia del giorno fissato per la partenza, colui che soleva
dirigere la carovana diè l'ordine di riunire i cammelli ch'erano sparsi
qua e là, lasciati liberi di pascere gli arbusti spinosi della vallata.
Tutti furono rinvenuti ad eccezione di un solo, che apparteneva a un
mercante, il quale non poteva darsi pace d'averlo perduto; e vedendo
appressarsi la notte, comandò a un suo schiavo di ricercarne le tracce
e di seguitarle finchè l'avesse trovato. Lo schiavo, riconosciute le
pedate, rinvenne il cammello del mercante, ma presso i _Benì Geràr_, i
quali, come del cammello, divennero padroni anche dello schiavo.
Frattanto il mercante, passate alcune ore, vedendo che oltre il
cammello anche il servo era scomparso, voleva egli stesso mettersi in
cerca dell'uno e dell'altro; ma il suo amico _Abd-El-Kàder_: no, disse,
è notte, e temo che tu smarrisca la via; andrò io, che sono un po' più
pratico del deserto.
_Abd-El-Kàder_ aspettò che tutti si fossero ritirati nelle loro
tende; si ravvolse in una cappa bianca, e con un triste presentimento
nell'anima si diresse pian piano a quella parte verso la quale s'era
incamminato lo schiavo. — In tutto l'accampamento regnava un silenzio
profondo. — Dopo circa un quarto d'ora, salì sopra una collina di
sabbia, discese, traversò una stretta valle, ove qua e là vedeva
qualche macchia nera. — Erano cammelli accosciati. — Ebbe allora
per un momento la tentazione di rinunziare all'impresa di procedere
più innanzi; cominciò a sospettare d'un'imboscata, e temeva d'essere
sorpreso da qualcheduno dei nemici. Ma la curiosità vinse la paura e
tirò avanti in punta di piedi, finchè trovossi sur una seconda collina
e vide a un tratto brillare davanti a' suoi occhi i fuochi accesi
dei _Benì-Geràr_. — L'oscurità della notte lo proteggeva; egli potè
arrestarsi un istante; contò press'a poco i fuochi e gli uomini; si
stese in terra, e tese l'orecchio; udì confusamente qualche discorso
che gli parve si riferisse alla sua carovana; e tutto commosso di ciò
che aveva veduto ed udito tornò frettoloso e tremante all'accampamento
de' suoi.
Tutti erano quieti nelle loro tende; solamente l'amico l'attendeva
con qualche buona notizia; ma quando intese ciò ch'eragli avvenuto: ci
siamo, sclamò; ora convien pensare a salvarci.
Furono tosto chiamati a consiglio i mercanti, i servi e i cammellieri,
ai quali _Abd-El-Kàder_ raccontò ogni cosa e gli invitò a una pronta
deliberazione.
Ecco i due quesiti proposti: «dovrem noi partire stanotte?... o sul far
dell'alba?...
Meglio sarebbe stato, secondo il parer mio, appigliarsi al primo
partito. I mercanti però risolsero di differire la partenza allo
spuntar del giorno, poichè nella notte, com'essi dicevano, il grugnito
de' cammelli avrebbe svegliato i nemici, i quali sarebbero accorsi per
impedire che fossero caricati. — Ma il grugnito de' cammelli, io dico,
gli avrebbe pure svegliati all'alba, quando fossero stati addormentati.
— Meglio era partire la notte, perchè allora i _Benì-Geràr_ dormivano
senza dubbio; avrebbero dovuto quindi svegliarsi, accordarsi, riunire
i loro cammelli; la qual cosa richiedeva tempo e presentava maggiori
difficoltà fra le tenebre della notte. Oltre a che la carovana,
se fosse riuscita a partire prima d'essere assalita, poteva mutar
direzione nel suo cammino e rendere così malagevole al nemico
l'inseguirla; e nel caso fosse stata raggiunta, essa avrebbe potuto
opporgli una resistenza assai meno pericolosa che durante la lunga
e faticosa operazione del suo allestimento, il quale sarebbe stato
certamente interrotto dagli Arabi all'alba del mattino. Di fatto,
mentre un po' prima dell'aurora i cammellieri, i servi e i mercanti
stessi s'affaccendavano a mettere in pronto la carovana, duecento
_Benì-Geràr_ montati sopra cento cammelli sboccarono nella valle,
e al primo vedere la loro preda saltaron giù dalle cavalcature, e
sparpagliati in un grandioso disordine, agitando convulsivamente le
lance, imprecando, e mandando grida selvagge, le s'avventarono contro
come leoni affamati. I mercanti credendo dapprima di non avere altri
nemici da combattere tentarono di resistere all'improvviso assalto;
tirarono alcuni colpi di fucile contro di loro che non erano armati
che di lance: ma, tutt'a un tratto, e nel momento in cui la carovana
cominciava a pigliar confidenza nelle proprie forze, cento cammelli
da una parte e cento dall'altra trasportarono sul campo di battaglia
quattrocento Arabi ancora. Fu quindi un terrore, un'angoscia da non
potersi descrivere. La gente della carovana stretta tutt'all'intorno
dai _Benì-Geràr_ venne barbaramente trucidata in pochi minuti. Solo
_Abd-El-Kàder_, non avendo ricevuta alcuna ferita, riuscì a gittarsi
a terra e a fingersi morto. Ma un Arabo passandogli accanto lo punse
leggermente colla sua lancia, e da un movimento che vide lo riconobbe
per vivo; lo fece alzare e lo condusse davanti al suo Capo. — La
carneficina era già consumata; tuttavia il Capo allettato dall'odore
del sangue propose di legarlo a un albero, e così per passatempo di
ucciderlo a colpi di giavellotto. — A un segnale del Capo il crudele
divertimento incominciò a spese di quel disgraziato. Ma per un
singolare accidente, cui il Capo ascriveva a miracolo, dieci o dodici
colpi successivi di lancia sfiorarono la pelle di _Abd-El-Kàder_ senza
ferirlo gravemente. Il Capo allora stupito esclamò: la tua vita, o
amico, è molto dura, o Dio ti vuol salvo. Ebbene! sii adunque libero,
e vattene pure ove meglio ti aggrada. — _Abd-El-Kàder_ che da quel
momento era libero, ma libero in mezzo al deserto, senza camicia e
senza cibo, stette fermo al suo posto. — E dunque! gli domandò il Capo,
tu non pensi di andartene? e che altro t'aspetti? — E dove mai, egli
rispose, vuoi tu ch'io me ne vada? e come potrò campare la vita senza
alimento alcuno? ho io nè manco un otre per conservarvi un po' d'acqua?
— Gli Arabi frattanto si dividevano i datteri tolti ai mercanti; e per
far giuste le parti li contavano ad uno ad uno. — Il Capo quindi, messa
la mano in una cesta, ne prese trenta e li consegnò ad _Abd-El-Kàder_,
a cui diede pure un vecchio otre, e poi gli disse: or vattene; che ti
guidi Iddio e che ti benedica. — _Abd-El-Kàder_, incerto della via che
avrebbe dovuto prendere per imbattersi in qualche carovana ed unirsi
ad essa, s'avviò pensoso e sconfortato verso il pozzo per riempirvi
d'acqua il suo piccolo otre. Ma l'otre era forato, e invano n'avrebbe
chiesto un altro agli Arabi. Egli allora si risolse di non abbandonare
il pozzo, e di attendervi rassegnato tutto ciò che di lui avesse voluto
il destino. La sera del giorno stesso i _Benì-Geràr_ erano scomparsi,
e l'infelice _Abd-El-Kàder_, sentendosi morir di fame, mangiò i
trenta datteri senza poi sentirsene sazio. Fortuna che il torrente che
conduceva al pozzo era coperto d'arbusti spinosi chiamati dagli Arabi
_es-segiàr_, e _rhamnus lotus_ dai botanici, il cui frutto, che è una
bacca, forniva anticamente l'alimento ai _Lotofagi_; e gli Arabi, che
lo dicono _nàbak_, ne fanno uso pure oggidì; _Abd-El-Kàder_ dovette
rassegnarsi a questa manna che gli dava il deserto, la quale però ci
voleva per salvargli la vita. Così tirò avanti per quindici giorni; ma
in ultimo era ridotto sì male da non potersi più reggere in piedi, e
fu costretto a ritirarsi in un antro sinuoso, ove per pietà invocava
la morte. Finalmente un _gawàs_ (sgherro) turco guidato da un Arabo e
diretto, a dromedario, verso El-Obèid s'avvicinò al pozzo per rinnovar
l'acqua al suo otre.
_Abd-El-Kàder_, che altro non s'aspettava che la morte, li vide di
lontano e cominciò a sperare la vita; fece sforzi incredibili per
levarsi da terra e mover loro incontro, ma invano; le braccia e le
gambe più non gli servivano: a stento riuscì a strascicarsi fino alla
bocca della spelonca e a mandar fuori lamenti e gemiti da intenerire
il cuore più duro. Il _Gawàs_ fu il primo ad udir quelle grida, e disse
al Beduino che lo accompagnava: ascolta.... ascolta tu pure.... queste
sono certamente le grida d'una bestia che soffre dolore.... ed escono
da quella grotta che tu vedi là presso il torrente; eccola, eccola la
fiera che si contorce.... debbo io inviarle contro la palla della mia
pistola?
— No, no, rispose il Beduino: io son d'avviso ch'esse sieno invece le
grida d'un infelice che chiede soccorso, e io voglio assicurarmene:
balzò giù dal dromedario, e dopo pochi salti fu alla spelonca. — Oh
spettacolo!! — Il Beduino levò di peso _Abd-El-Kàder_ e sei portò al
pozzo, ov'egli venne trattato con umanità e si sentì subito ristorato.
I due passeggieri consecrarono inoltre quel giorno a sotterrare i morti
compagni di _Abd-El-Kàder_, i cui corpi disseccati dal sole giacevano
ancora sopra la sabbia rossa del loro sangue; e l'indomani partirono
tutti e tre alla volta di _El-Obèid_.
Dopo qualche anno alcuni _Baggàra_ raccontavano con tuono di vanto
questo avvenimento colle più minute circostanze.
Il suono d'un tamburone, chiamato _noggàra_, battuto a misurati colpi
invita la tribù al combattimento ed annunzia ancora una semplice
mutazione di posto per comodità dei pascoli.
L'arma degli Arabi nel _Sudàn_, e così presso i _Baggàra_, è la lancia
(_hàrba_), la quale serve loro anche da giavellotto. Questi Arabi non
hanno nè arco, nè frombola, che tanto solevano usare i loro antenati.
I capi specialmente si servono pure di lunghe spade diritte cui
imbrandiscono con ambo le mani.
In guerra si difendono collo scudo che non è altro che un telaio ovale,
formato d'un legno flessibilissimo e traversato per lungo da un asse
della medesima specie, sopra il quale essi stendono e fissano la pelle
del dorso d'un'antilope. La sua larghezza è circa di due piedi, e dai
tre ai cinque l'altezza. La superficie esteriore è convessa, e nel
mezzo della parte opposta sta l'impugnatura. Sull'orlo poi superiore
sono, per lo più, alcune tacche, delle quali si valgono per appoggiarvi
l'asta della loro lancia e per dirigerne quindi meglio i loro colpi.
Quantunque la pelle di cui è formato lo scudo sia molto dura, pure
succede talora che vien perforata dalle punte dei giavellotti;
perciò il guerriero cerca di ripararne i colpi o colla sua lancia
o collo scudo, che oppone in direzione obliqua alla linea percorsa
dai giavellotti. L'Arabo minacciato dal nemico s'abbassa, mettendo
un ginocchio in terra e coprendosi nello stesso tempo collo scudo;
scatta poi su come una molla allorquando alla sua volta egli tenta di
attaccarlo.
I _Baggàra_ combattono possibilmente a cavallo, ed allora non hanno
lo scudo, di cui sono quasi sempre muniti i soldati a piedi. Questi
vengono tradotti a cammello sul teatro del combattimento; e ciascun
cammello ne trasporta due, dei quali l'uno siede sul gibbo e l'altro si
tiene in sulla groppa del ruminante. Questo mezzo di trasporto torna
nel _Sudàn_ assai facile e pronto; e siccome i cammelli vi si trovano
in una quantità enorme, così arrivati a posto i combattenti non se ne
danno gran pensiero, ma gli affidano a pochi guardiani, i quali a non
molta distanza attendono inquieti l'esito della pugna.
Gli Arabi del fiume _Bianco_, come i _Nubi_, hanno quasi tutti legato
sopra il gomito sinistro un pugnale del quale si servono a vari usi,
e qualche volta per isfogare le loro gelosie o per far mostra del loro
coraggio. — Un d'essi ha preso moglie e trovasi contento, beato d'aver
ottenuto quella mano, a cui tanti altri aspiravano ardentemente ma
invano. Or questi ingelositi della sua felicità non lo perdono d'occhio
mai, gli tendono continue insidie, non gli lasciano un istante di
riposo; e quand'egli meno ci pensa sente che la punta di un pugnale
gli trapassa la polpa d'una gamba o lo ferisce in un braccio o in una
spalla. Se il ferito giunge a conoscere il feritore, lo sfiderà poi a
duello davanti al Capo della tribù, duello che avrà luogo col pugnale
e alla presenza del Capo stesso. Ma nell'atto del tradimento si guardi
bene il tradito dal lasciarsi sfuggire un grido, dall'emettere il più
piccolo lamento per non meritarsi fama d'uomo debole e vigliacco,
servo del dolore; s'egli camminava non s'arresti punto: se parlava
non interrompa il discorso, non si conturbi, nè volga il capo verso
l'assassino.
Qualche volta un giovine guerriero racconta ad altri giovani le sue
prodezze e se ne vanta, dicendo che nessuno può superarlo in valore;
e un altro giovine, che non può più tollerare le sue petulanti
presunzioni, senza rispondergli afferra il pugnale e se lo conficca in
una coscia, e passandolo poi insanguinato al millantatore, lo invita a
fare altrettanto s'egli non vuol essere da meno.
Questi costumi sono senza dubbio barbari e feroci; non si può negare
però ch'essi imprimano in coloro dai quali vengono praticati una
singolare energia, un coraggio passivo, invincibile e stoico. E si noti
che questi atti di eroismo si manifestano specialmente fra i giovani
che appartengono alle più distinte famiglie della tribù.
Molti fra noi male sopportano un forte dolor di capo, di denti, di
stomaco; la più leggiera ferita strappa loro un grido; ma l'Arabo
invece saprà sostenere senza risentirsi e senza rammaricarsi i più
atroci tormenti; e non è ch'egli non soffra; egli soffre quanto noi
soffriamo; ma il punto d'onore gli fa dire come allo stoico: «Non sarà
mai, o dolore, ch'io ti confessi in nessun modo.» Non la sete, non
la fame nè la stanchezza nè le ferite profonde di una lancia potranno
indurlo ad inquietarsi; e mentre nei divani dell'Egitto si veggono i
_Fellahìn_, condannati al bastone o alla sferza, trascinarsi piagnolosi
ai ginocchi delle autorità turche perchè sia loro conceduto il perdono
o alleviata la pena, s'è ammirato più d'una volta l'Arabo del _Sudàn_
subire lo spaventevole supplizio del palo senza accordare a' carnefici
assetati di vendetta il trionfo di un gemito, la soddisfazione di una
lagrima.
Io so d'un Arabo il quale, facendo parte d'un drappello militare che
aveva seguito il governatore del _Kordofàn_ in una spedizione contro
i _Baggàra_, si rese colpevole d'omicidio, ed assiso quindi presso
il cadavere della sua vittima attendeva paziente e tranquillo che i
satelliti del Governo venissero ad arrestarlo. Alcuni soldati, che di
là passarono per caso, lo videro, l'afferrarono e lo condussero alla
tenda del Governatore.
Più di venti uomini stringevano l'omicida il quale non opponeva alcuna
resistenza; e chi lo tirava per le braccia, chi per le gambe, chi
pel collo e chi per i capelli; e com'egli fu davanti al Governatore:
«Sappi, o Signore, sclamò, ch'io non ebbi la viltà di fuggire dopo
l'uccisione del mio Capo, ma attesi imperterrito la mia cattura; or
dì adunque a' tuoi cani che mi lascino in pace, affinchè libero io
possa, se mai, marciare al supplizio come un uomo.» Il Governatore
ordinò fosse lasciato libero; e l'Arabo allora cominciò ad esporre
i motivi che, secondo lui, erano più che sufficienti a giustificare
il suo delitto. Ma il Governatore lo condannò a morire legato alla
bocca di un cannone carico a palla, a cui egli stesso avrebbe dovuto
dar fuoco. Mentre si facevano i preparativi per l'esecuzione della
sentenza, l'Arabo che aveva sentito con tutta indifferenza la propria
condanna uscì dalla tenda ove si trovava, e avvicinatosi a un gruppo
di soldati che lì presso erano accoccolati, pregò uno di essi che
fumava a voler cedergli un istante la pipa; quindi si raccolse più
che gli fu possibile in sè stesso, fumò mezza pipa, e quando lo si
venne ad avvertire che tutto era pronto pel suo supplizio, la restituì
al padrone, lo ringraziò, lo salutò e mosse con passo fermo verso il
cannone, infame strumento della sua morte.
Le esecuzioni, di cui noi fummo parecchie volte testimoni in Europa,
offrono uno spettacolo ben differente; la maggior parte dei colpevoli
che prima d'essere caduti nella mano inesorabile della giustizia
facevano i rodomonti, vinti poi dal terrore furono veduti strascicarsi
sul palco più cadaveri che persone vive.
Noi abbiamo veduto l'Arabo fiero e dotato della più squisita
suscettibilità; ma invincibile è pure la sua ostinazione; non c'è caso
di smuoverlo quando egli si sia fissato con la mente in un'idea, in un
capriccio qualunque; le preghiere tornano vane, inutili le minacce,
il bastone e la sferza; la morte stessa non l'indurrebbe a mutar
consiglio; meglio è allora abbandonarlo a sè stesso finchè da sè stesso
rinsavisca.
Un mercante europeo viaggiava in un deserto del _Sudàn_, e guida della
sua carovana era un Arabo, a cui solo era nota la via che si dovea
percorrere per giungere a un dato luogo. Dopo due o tre giorni di
cammino, l'Arabo non avendo di che cibarsi chiese al cuciniere, che
preparava la cena pel mercante, qualche cosa da mangiare. Il cuciniere
gli rispose con mal garbo d'aver pazienza un poco. L'Arabo aspettò un
quarto d'ora, e poi rinnovò la domanda. Il cuciniere indispettito gli
diè sulla voce, e intanto capitò là il mercante che fece all'Arabo un
acerbo rimprovero, perchè voleva essere servito prima di lui ch'era il
padrone. L'Arabo, che credeva di non meritare tali parole di censura e
di biasimo, insistette nella sua domanda, che questa volta espresse con
un «voglio mi si dia da mangiare.» Allora il mercante: ebbene, disse,
poichè sei così prepotente da volere quel che vuoi tu, e non quello
che voglio io, sappi che ti tratterò da qui innanzi come un asino
indocile.... e stasera non cenerai per dio! — Così fu — l'Arabo tacque,
abbassò il capo e si ritirò in disparte.
All'indomani il mercante si levò di buon'ora, e com'era solito di
fare, uscito dalla tenda, risvegliò la sua gente ed ordinò il carico
de' cammelli; quindi rientrò a bervi il caffè aspettando che tutto
fosse in punto per rimettersi in via. Ma poco dopo un servo veniva ad
avvertirlo che la guida si ricusava di sellare la sua cammella e di
continuare il cammino. Egli stimò bene di tacere, sperando che l'Arabo
non l'avrebbe durata a lungo nel suo proposito; fece un giro intorno
all'accampamento; passò vicino alla guida fingendo di non essersi
accorto di nulla. Venuto il momento della partenza, l'Arabo colla sua
lancia in mano era sempre là immobilmente assiso sopra la sabbia come
uno che non dovesse far parte di quella carovana. Ma.... come? — disse
il mercante — tu non se' pronto ancora? — No, rispose, poichè non
posso partire; tu non ignori che ieri io non assaggiai briciola; il mio
ventre è vuoto ed ha bisogno di riposo. E poi tu mi dicesti, n'è vero?
ch'io sono un asino; e tu pure devi sapere che non è possibile che un
asino possa guidare degli uomini. — Alzati, te lo impongo, gridò allora
con voce animata il mercante. — L'Arabo non si mosse di così com'era.
— Ed egli lo percosse con un colpo di sferza. — E l'Arabo sempre fermo
al suo posto come una statua. — Il mercante cavò quindi dalla sua
cintura una pistola, e drizzatane la bocca alla fronte della guida: tu
partirai, le disse, o ti farò saltare in aria la dura tua cervice.
Un Italiano, un Francese, un Inglese, un Turco avrebbero ubbidito, o
si sarebbero difesi. Ma l'Arabo? l'Arabo armato della sua lancia nè
volle ubbidire nè difendersi, e levatosi ben tosto da sedere, gittò via
la lancia e cominciò a danzare davanti al mercante dicendo: ammazzami
adunque, ammazzami presto: sono io forse un turco da temere la morte?
Il mercante ch'era ben lungi dal credere che la cosa la sarebbe andata
a finire così, si trovò in un bell'imbarazzo. Aspettare che di là
passasse qualche carovana e unirsi ad essa.... avventurarsi senza
guida in un deserto ove non esisteva traccia alcuna di via.... era
un esporsi a morir di sete con tutta la sua gente. Egli s'appigliò
finalmente al partito, ch'io credo sia stato il migliore, di seguire
cioè le tracce già stampate da' cammelli nella sabbia, e rifare così la
strada, la quale l'avrebbe condotto ad un pozzo, che aveva abbandonato
da circa due giorni; sperava frattanto d'incontrarsi in alcuni Arabi
e di provvedersi d'un'altra guida. Montò in sella, e senza lasciare
trasparir nulla di ciò che lo inquietava moltissimo comandò alla sua
gente di ritornare verso il pozzo, mentre egli contava i passi del
suo cammello, risoluto di retrocedere e di uccidere la guida, se prima
d'averne contati cento non l'avesse veduta marciare alla testa della
carovana.
Ma non appena questa si mosse, ecco l'Arabo che si rizzò lestamente,
si diresse verso la sua cammella, la sellò in un batter d'occhio, le
si slanciò sopra, e raggiunta la carovana la rimise sul sentiero che
dovea condurla là dove il mercante era diretto. Or questi in tutto
quel giorno non fece parola alla guida come non l'avesse veduta, e
come niente fosse accaduto. Venuta la sera, e posto l'accampamento,
l'Arabo si prostrò ai piedi del mercante piangendo come un bambino;
ma il mercante due volte lo respinse; e due volte l'Arabo, pentito,
gli s'inginocchiò davanti dicendo: ah! perdonami, o Signore; non è il
gastigo da me giustamente meritato ch'io temo; conosco il male che feci
e l'angustia che ti recai colla mia condotta, e son pronto a scontarne
la pena; ma ti supplico, per ciò che hai di più caro al mondo, a non
conservar rancore contro di me, a volere dimenticar tutto; e ti giuro
che non avrai più di che lagnarti del mio servizio. — Il mercante
ordinò al cuciniere gli si portasse da mangiare; l'assicurò del suo
perdono, ed imparò ancora una volta come gli Arabi debbano essere
trattati.
Vogliamo notare però che, quando l'Arabo non sia giunto a un certo
grado di ostinazione, se v'ha mezzo d'indurlo a far qualche cosa è
quello delle minacce e della forza, non mai quello delle promesse e
della preghiera.
Il suicidio è rarissimo fra gli Arabi, e non v'ha, si può dire, caso in
cui lo si approvi o lo si scusi; tutti, senza eccezione, lo condannano
e gli si dichiarano contro più o meno severamente secondo i motivi
dai quali esso è determinato. E faccio qui osservare che gli Arabi,
quelli almeno coi quali io parlai, non vogliono nè manco supporre che
l'attentato contro la propria esistenza possa avvenire con volontà
pienamente libera, e quindi con perfetta coscienza dell'atto che
viene commesso. L'istinto naturale della propria conservazione è così
sentito, che non permette loro di fare una tale supposizione.
L'uomo, dice il Beduino, deve colla sua savia condotta saper evitare
la passione, il dolore, il rimorso, l'infortunio che lo inducono a
tanta viltà; o se pure è colto da qualche sciagura improvvisamente,
deve trovarsi apparecchiato ad affrontarla e a vincerla. L'Arabo
insomma non la intende di scusare in nessun modo il suicida da lui
sempre considerato qual vile insofferente del dolore; e però sommamente
spregievole.
E chi crederebbe esservi fra noi, che pur non siamo beduini, chi loda
ed esalta il suicidio? — Si volesse almeno riflettere che mentre fra
gli Arabi il sentimento di alta riprovazione dei suicidi ne diminuisce
grandemente il numero, presso noi invece la lode e la scusa tanto
spaventosamente l'accrescono.
La riva destra del fiume, da _Chartùm_ al 12º grado, non presenta al
viaggiatore quell'interesse che gli desta nell'animo la riva sinistra.
Passato il confine della dominazione egiziana, e dopo le secolari
foreste vergini e impenetrabili che a sinistra la dividono dalla
potente e brutale razza dei Negri _Scìluk_, s'ergono a destra del
_Bàhr-el-Àbiad_ le montagne dei _Dénka_. — Ed ora mi tornano alla
mente con affettuoso e profondo sospiro i bei momenti quando io e la
buon'anima del missionario Angelo Melotto, mio collega, nel 17 marzo
del 1859, salimmo la cima di una delle più alte di quelle montagne,
per adocchiare in un istante tutta la parte da noi con tanta fatica
esplorata nella penisola del _Sènnaar_ ove abitano alcune tribù
_dénka_, fra le quali speravasi di fondare la Missione Italiana. — Le
montagne dei _Dénka_, poste tra il 12º e il 13º grado di latitudine,
diconsi _Niemàti_ dalla tribù più vicina degli _Abialàñġ_; e sulla
carta del Werne trovansi del pari fra questi due gradi e son chiamate
da lui _G. Njemàti_; le vedo pure segnate sulla confusa carta di
Brun-Rollet sotto il nome di _Dj. Hemàja_, e su quella del Zimmerman
di _Jeb.-jemàti_. Dagli Arabi poi sono dette _Giobàl-ed-Dénka_,
perchè un tempo i _Dénka_ della penisola s'estendevano a nord fino
a quelle montagne; ma, fatti scopo alle continue incursioni degli
Arabi _Abù-Ròf_, si ritirarono poi alquante miglia geografiche verso
sud. Tuttavia gli _Abù-Ròf_ fanno a cavallo frequenti scorrerie tra i
_Dénka_ per derubare il _dùrah_, di cui abbondano, e, potendo, anche i
loro figliuoli[3].
Questi Negri, abitanti tra il 12º e il 9º lat. N., sono chiamati
_Dénka_ dagli Arabi della penisola del _Sènnaar_; dagli Arabi poi
situati alla sinistra del fiume _Bianco_ sono detti _Gianghè_, come la
tribù che divide i _Scìluk_ dai _Nuèr_. Ma gl'indigeni si riconoscono
col nome di _Gièn_; e con questo nome generale appellansi tutte le
tribù che parlano la lingua dei _Dénka_, avendo ciascuna anche un nome
proprio significativo, come meglio vedremo parlando delle tribù _Dénka_
del Nilo superiore, le quali hanno con queste comuni i costumi.
I _Scìluk_ però e i _Nuèr_ non sono compresi nel novero dei _Gièn_, dai
quali vengono considerati come antichi invasori delle loro terre. E in
fatto essi fanno uso di un'altra lingua, sebbene intendano e parlino
pure quella dei _Dénka_.
Chi amasse entrare in particolari sulla conquista che la potente
e fiera tribù dei _Scìluk_ fece, molti anni sono, del _Sènnaar_,
rendendosi tributario il paese fino a _Bèrber_, non ha che a leggere il
Bruce e il Brocchi[4].
Presso l'11º grado, a destra del fiume Bianco, s'alza un piccolo monte,
che gli Arabi nominano _Tefafàn_ o _Bìbar_, e i _Dénka Kur-uìr_, cioè
masso del fiume. In questo punto Brun-Rollet sulla sua carta segna un
influente, ch'io trovo notato anche su altre carte, a cui dà il nome di
_Pìper_ (dal monte _Bìbar_); ma in realtà non è che un canale, o, per
usare della frase dei _Dénka_, un occhio del fiume (_ñġàen_) chiamato
da essi _Tarciàm_, il quale esce dal fiume presso il monte _Bìbar_,
e dopo un giro di circa quindici miglia geografiche ritorna nel fiume
stesso. La sua maggiore distanza dal fiume è dalle quattro alle cinque
miglia. Ciò riscontrai col mio collega defunto Angelo Melotto in una
nostra esplorazione fra i _Dénka Abialàñġ_.