Pasquale obbedì, ma a modo suo, con tutte le restrizioni possibili, a
questo desiderio del dottore.
Gli scriveva immancabilmente tutte le settimane, al mercoledì, per
mezzo del cavallaro; riassumeva ciò che poteva interessare gli sposi
in paese in poche frasi laconiche, infilate l’una dopo l’altra senza
scrupolo di punteggiatura, e terminava sempre: _del resto nulla di
nuovo_. Quando Giulio, non pago di questa frase troppo generica,
gli chiedeva espressamente notizie della _cascina_ e del nonno, egli
rispondeva ancora: _nulla di nuovo_ — senz’altro. E non se ne poteva
cavare di più.
Giulio s’era provato di scrivere al nonno egli stesso: nessuna risposta.
Dopo sei mesi Maurizio venne a Torino; cercò di lui; con quella sua
famigliarità protettrice gli disse che egli aveva fatto di tutto per
piegare il vecchio Giacomo a suo favore e promise di rinnovare gli
sforzi. Poi gli scrisse di quando in quando, ma tutte le sue lettere,
attese con ansietà sempre maggiore, recavano a Giulio la stessa
delusione. Il vecchio era inflessibile.
Passarono tre anni. Il cuore decrepito del Bellardi custodì la sua
collera come per mezzo secolo aveva custodito l’odio contro gli Ormeto.
Un giorno Pasquale scrisse al dottore: «Se vuol venire, venga, laggiù
non si sta bene.»
Giulio accorse ad Ormeto con Maria, che volle seguirlo.
Alla cascina nessuno li aspettava.
Entrano nel tinello. È di sera, — l’ora della cena, — ma non c’è che
Maurizio, il quale nel vederli mette un’esclamazione.
— Mio nonno?... — chiede Giulio con voce soffocata.
— Eh! è un benedetto uomo, non vuol intendere la ragione.
Colui non può parlare senza quella smorfia beffarda, quel ghigno
maledetto.
— Non rider così, perdio! — grida Giulio. — Mio nonno... dov’è?... è...
malato?
— Non lo sa?
Giulio corre alla stanza del vecchio, ch’è lì accanto, al pianterreno.
Giacomo è a letto, ha gli occhi chiusi, pare assopito, il suo volto ha
una rigidità sinistra... Martina è in piedi al capezzale.
Essa vede Giulio e gli fa cenno di tacere. Giulio cade sopra una sedia
e resta immobile, atterrito.
Dopo un quarto d’ora il vecchio apre gli occhi; Giulio gli viene
accanto, gli prende senza parlare il polso.
Il vecchio non sembra riconoscerlo.
— Guardate, è Giulio.
— Ah!... — brontola Giacomo.
— Nonno! — dice sommessamente Giulio.
Il vecchio non risponde.
— È Giulio, — ripete Martina, — è vostro nipote, non vedete?...
— No...
Poi Giacomo scuote leggermente il capo e mormora:
— No... mio... nipote... è... con quella stracciona, la figlia... della
ciarlatana...
E resta a bocca aperta.
Un gemito fa voltar Giulio dalla parte della porta. Maria è là tremante
contro lo stipite; essa l’ha seguito, ha udito tutto. Pasquale è dietro
di lei nel vano dell’uscio.
Giulio accorre e gli dice:
— Menatela via, menatela via!
Pasquale obbedisce e porta la contessina, quasi di peso, nel tinello
e l’adagia sopra una ricca poltrona. È la poltrona del salotto
ottagonale, che Giacomo tre anni prima ha fatta recare per sè dal
castello.
La povera Maria è mezzo svenuta e mormora:
— Mio Dio, che brutte cose!... — E singhiozza ed abbrividisce.
Dopo mezz’ora entra Giulio barcollante, col viso disfatto: le corre
vicino, l’abbraccia stretto e rimane un po’ angosciato senza parlare,
poi dice sottovoce:
— Perdonagli, il povero nonno non è più...