La sera è venuta; Giacomo e Maurizio discorrono soli nel tinello,
mentre Martina è in cucina ad allestire la cena. Cioè Maurizio parla
sempre lui.
Egli è in vena d’umorismo; ha trovato un argomento di scherzi e di
motteggi che pare inesauribile. Parla della contessina e nomina qualche
volta anche il dottore.
Il vecchio domanda:
— Anche... oggi... mio nipote... è stato... lassù?
— Credo di sì... a farle il ben servito... Eh eh!... era allegro
quando è tornato, proprio come un litigante che ha ottenuto sentenza in
favore.
— Che non... si lasciasse... abbindolare... da quella... nobiluzza, —
brontola Giacomo.
— Ah!...
— Anche sua madre... ti ricordi... aveva... dei pregiudizi... per quei
del castello...
— Sì, ma il medichino... quello lì, l’ho allevato io!
E dopo una pausa, soggiunge ammiccando maliziosamente:
— Volete che ve la dica? noi abbiamo pensato a metter le mani sul
pollaio, ed egli il medichino, sapete il galuppo...
— Eh!
— Ha voluto beccarsi la pollastrina... Ah! ah!
Il vecchio fa una smorfia schifosa e colla bocca aperta ride
oscenamente di un riso secco, asmatico, stridulo.
— Ah! ah!... sghignazza Maurizio... ci lascerà qualche penna.
— Eh! Eh! Eh!
— E la cresta... la contessina...
Giulio arriva in quel punto, sente l’ultima parola. Manda fuori
Maurizio con un qualche pretesto; chiude l’uscio a chiave e viene a
sedersi presso il nonno.
— Maurizio vi discorreva della contessina?
— L’hai guarita... Eh! — Eh! Eh!
— Anch’io voglio parlarvi di lei.
— A me?...
— Maurizio l’ha diffidata a vostro nome di lasciare la casa entro tre
giorni che scadono domani... lo sapete?
— Sicuro...
— Non sarebbe meglio nonno, che... ritiraste quell’ordine?
— Come?...
— Che ritiraste quell’ordine...
— Per... chè?...
— Perchè, mio caro nonno, vi fa del torto...
— Ah!
— Sì, vi fa del torto, e se voleste pensarci un pò con calma, sareste
d’accordo con me.
— Per di... ana... io non fo che il mio diritto...
— Non sempre ciò che la legge tollera è ben fatto. Mi pare, nonno, sia
sconveniente il trattare a questo modo quella giovinetta... che non ha
più nessuno... che è sola, senza appoggio...
— Oh!... cosa... t’importa... a te?... Eh! la mia casa... non è un
ricovero...
— Voi che bisogno avete adesso di quelle due povere stanze?...
— Vo... glio... trar... ne partito... voglio...
— La contessina non ci starebbe che poco tempo; non è proprio il caso,
per qualche settimana, di farle scortesia...
— Ho... da... affittarle... io... le stanze...
— No, non dite così, non è per quel meschino interesse che voi... vi
ostinate... ma per un altro motivo, è per puntiglio... per rancore...
contro la famiglia della contessina...
— E... non avrei... ragione?... di rifarmi... contro... quei prepotenti?
— Quei prepotenti, come voi li chiamate, da gran tempo non sono più
prepotenti... sono poveri morti... che non possono più far del male e
neppure patirne... le nostre rappresaglie essi non le saprebbero mai;
chi invece ne soffrirebbe, e certamente molto a torto, è una povera
fanciulla... innocente, che non v’ha fatto mai nulla, che quasi non vi
conosce.
Il vecchio col capo chino sul petto, aggrotta le ciglia canute in segno
di malumore.
— Il vostro sdegno, — continua Giulio, — pesa già pur troppo su di lei;
tutte le disgrazie che da sessant’anni sono venute a colpire la sua
famiglia, si accumulano sul capo di quella buona creatura... Credetemi,
non ci può essere gusto ad accrescere le sue umiliazioni, e invece
ce n’è uno immenso a far una buona azione... Datemi retta, nonno,
lasciatela tranquilla! Ritirate quell’ordine.
Giacomo scuote la testa con impazienza.
— Fatelo per compiacermi...
— No... no...
— Sentite, i suoi vecchi avranno certo avuto dei torti...
— Oh!...
— Sì, ve lo credo... ma lei, io la conosco, è degna di tutti i
riguardi, è... buona... è...
— Sai... che... mi... secchi?...
— Vi domando così poco... contentatemi...
— No... no... no... oh!
Giulio si frena a stento.
— No? ma ditemi almeno il perchè... in nome di Dio...
— Perchè... voglio... così... basta!...
— Ebbene io vi dico che voi avete torto, che la vostra collera
è ingiusta... esclama vivamente Giulio alzandosi dalla sedia e
passeggiando a passi concitati per la stanza. — Voi volete ostinarvi a
tormentare una povera creatura senza motivi o per motivi indegni di uno
della vostra condizione... E sapete cosa si dirà?... si dirà che tutte
le vostre collere passate furono come questa, ingiuste, crudeli senza
ragione... che la causa della vostra famosa guerra contro il castello
non è già stato un risentimento scusabile, ma bensì una sordida
avarizia, una cupidigia sfrenata... Si dirà, e si dice già, sappiatelo,
me lo si butta in faccia a me, vostro nipote che voglio potervi
difendere, si dice che i signori del castello, voi non volevate che
spogliarli con angherie, cavilli e peggio... e si dice che la nostra
ricchezza non è pulita... e...
Giacomo allo scoppiare di questa sfuriata ha levato il capo, ha spinto
fuori i suoi piccoli occhietti sull’orlo delle palpebre sanguigne: a
questo punto frenetico di rabbia, poggiando le mani sui bracciali grida
con voce rauca:
— Impertinente! birbo!...
Le sue membra irrigidite dallo sforzo, tremano convulse.
Giulio lo guarda spaurito; — si pente di essere andato troppo in là con
parole, e non osa fiatare.
— Birbo! ripetè il vecchio, io ho lavorato novant’anni per metter
insieme quello che ho... me lo sono guadagnato... capisci?
— Nonno, — dice sommessamente Giulio, — non ho detto per offendervi...
— Me lo sono guadagnato!...
— Non volevo che persuadervi a non fare una cosa che...
— Una cosa che voglio fare... Sono ancor io... il padrone qui... tu
non sai ancora dov’hai i piedi... te lo dico io... e giusto perchè me
ne vuoi imporre... se quella... stracciona... domani... non... esce...
la... faccio... cacciare colla forza... vedrai!
Queste parole mettono nuovamente fuori dei gangheri la pazienza di
Giulio, che dice a bassa voce con amarezza profonda:
— Debbo dirvi che quella che voi volete cacciare... è... la mia sposa!
— Ah!... lo... sapevo!... dice Giacomo ricadendo accasciato sul
seggiolone.
Egli è stremato di forze, le sue labbra si agitano come per parlare; ma
per lunga pezza non riescono a modulare alcun suono.
Un silenzio sinistro succede al diverbio tempestoso. Finalmente il
vecchio si risolleva sulla persona e voltosi a Giulio gli dice con voce
fioca e tremante di sdegno:
— Tieni... a mente... che... colei... là... la figlia della ciarlatana
non entrerà... qui dentro...
— Sta bene; non entrerà...
— Guai! se viene...
Giulio rivolge uno sguardo di dolorosa compassione al vecchio ed esce
precipitosamente.
— Non vada fuori che la cena è pronta, gli grida dietro la Martina.