Pasquale e il dottore scendono insieme la collina, vengono insieme al
villaggio; camminano silenziosi, impensieriti; Pasquale ha l’aria di
non accorgersi affatto del compagno. Quando son giunti innanzi alla sua
casa, il dottore gli dice:
— Avrei qualcosa da dirvi.
Egli, senza parlare, apre l’uscio e gli fa segno di entrare.
Attraversano una specie di bottega ingombra di assi e di arnesi da
lavoro. Pasquale fa un po’ il legnaiuolo e alterna le occupazioni del
mestiere con la coltura di alcuni piccoli fondi ch’egli possiede.
Riescono nella cucina, dove la moglie ha scodellata la minestra, e
così per ingannare il tempo e l’appetito fa ripetere le orazioni a due
ragazzi, che divorano cogli occhi il _pane quotidiano_.
La donna saluta sommessamente il dottore, gli pone una sedia accanto
al fuoco. Pasquale si mette a desco. Cenano in fretta: poi i ragazzi
vanno a letto e la donna ritorna al castello, dove, dopo la morte della
contessa, suole passar la notte.
Quando sono rimasti in due, il dottore dice al legnaiuolo che gli volta
le spalle:
— Pasquale, voi non mi volete bene.
Ma l’altro è tutto intento a sorbire la sua _monferrina_, cioè l’ultimo
piatto di minestra condita col vino.
— Mi sono accorto che... non siete contento che io... parli con la
contessina... Non siete contento?
— No.
— E... perchè?
— Perchè tutto il paese ci trova a ridire.
— E cosa dice il paese?
— Ci vuol poco talento ad immaginarlo. Che la signorina è sola, è
giovane, e che lei, signor _medichino_, non può avere delle buone
intenzioni...
— Ah!... e voi, Pasquale, cosa ne pensate voi?
— Cos’ho da pensar io?
— Non credete ch’io sia amico sincero della contessina?
— No.
— Anche voi credete ch’io abbia delle cattive intenzioni?
— Sì.
— Ebbene, voi non mi conoscete.
— Ah!... ho lì nell’orto un pero cotogno. Questa primavera ne levai un
messiticcio e l’ho piantato; fra due anni porterà frutto: io giurerei
che anch’esso farà pere cotogne... e lei?
Il dottore rimane dolorosamente colpito da questo sillogismo metaforico
e non sa cosa rispondere. Dopo un breve quarto d’ora Pasquale gli
domanda brusco brusco:
— Cos’ha da dirmi?
— Oh... volevo... persuadervi che mi giudicate male.
— Che cosa glien’importa a lei dei miei giudizi?
— Me n’importa assai.
— Uh!
— Sì, me n’importa assai; perchè voi siete un brav’uomo, il migliore
ch’io conosca; poi perchè voi siete il confidente, l’aiuto, il sostegno
di una persona per cui io ho moltissima stima...
— Eh!
— Sì davvero.
— Sì! non v’è angheria e malignità che i _suoi_ non abbiano fatta a
quella povera famiglia; cose che gridano vendetta. Non parlo delle
antiche, tutti le sanno; ma solo di quelle che ho viste io in questi
ultimi dieci anni: appena occupato il castello l’hanno affittato a
della canaglia: al ferraio che picchiava tutta la notte sull’incudine
mentre la contessa era malata; ad Ambrogio che le faceva il letamaio
sotto le finestre e glielo rivoltava tutti i giorni a mezzodì nell’ora
del pranzo. Poi hanno cominciato a demolire con tanta buona grazia,
che un muro comune rovinò e fu miracolo se la contessa non rimase
sotterrata; poi le hanno lasciato rubare le tegole, intorbidar l’acqua
del pozzo, saccheggiare il giardino, e l’hanno fatta schernire e
ingiuriare da Maurizio ogni giorno... E ora lei mi dice che ha della
stima! bell’avanzo per la contessina che non ha più casa, non ha più
nulla, che ha il danno e le beffe di tutto il paese...
Pasquale s’è venuto a poco a poco scaldando e continua senza lasciar
mezzo al dottore di aprir bocca.
— La cacciano di casa sui due piedi, senza carità, senza compassione,
mentre è ancora mezza malata: questa è la stima. Le fanno una triste
pubblicità, le fanno un’intimazione per mezzo d’usciere! E dopo questo
lei vuol saper cosa penso io? io penso che lei dovrebbe lasciarla stare
quella povera creatura; che dovrebbe lasciarle almeno quel po’ di buon
nome che le resta. Il mio parere è questo; se le spiace, non so che
farci; non doveva chiedermelo.
— Pasquale, voi avete ragione; ma sentite: di quello che hanno fatto...
gli _altri_ io non ho colpa... mi rincresce e, ve lo dico fermamente,
qui a quattr’occhi, me ne vergogno per loro. Non ho saputo che oggi
quest’ultimo affronto; se avessi potuto impedirlo l’avrei fatto. Vi
giuro, Pasquale, che se potessi dire alla contessina: — Stia dov’è,
faccia conto d’essere in casa sua; — darei non so cosa. Ma, voi lo
sapete, il castello e tutte le antiche proprietà dei conti d’Ormeto
appartengono a mio nonno, e con lui non si può parlare di nulla... io
non posso per adesso far contro le sue volontà.
— Nessuno le chiede nulla a lei...
— Eppure io vorrei fare qualcosa: vorrei avere il mezzo di rimediare al
male che si è fatto: son venuto qui per questo... perchè mi aiutiate a
cercare questo mezzo...
Pasquale si volta allora per la prima volta, si alza dal tavolo su cui
stava appoggiato colle gomita, viene a piantarsi in faccia al dottore e
lo guarda con grande curiosità.
— Dunque, cosa mi dite?... — riprende Giulio.
— Ma!
— ... Se la contessina volesse... se si contentasse... vorrei farle una
proposta... volete incaricarvene voi?
Il dottore s’appressa a Pasquale e gli sussurra nell’orecchio una
sola parola che ha la virtù di mozzargli il fiato e fargli rifluire il
sangue al viso.
— Come!... davvero? — esclama Pasquale non appena riesce a snodare la
lingua.
— Vi do parola d’onore... Volete voi aiutarmi, Pasquale?
Pasquale leva un bicchiere dalla scansia, lo pone sopra un piatto
di maiolica a fiorami turchini: lo riempie di vino e lo presenta al
dottore.
Egli non aveva ancora offerto da bere al compagno, e questa mancanza,
che colà non può essere involontaria, è uno dei più gravi insulti che
un contadino dell’Astigiano vi possa fare.
Colma anche il suo bicchiere, e, sporgendolo per _toccare_ col dottore,
risponde alla domanda che questi gli ha fatta:
— Se lei parla da galantuomo, sì, con tutta l’anima.
Versa quindi nuovo vino al dottore e poi domanda:
— Dica un po’, quando?
— Ma... se la contessina... acconsente... io non chiedo altro...
subito...
— Alla buon’ora!...
Il dottore vuole andarsene e Pasquale vuole accompagnarlo _per
discorrere_. Ma per istrada nessuno apre bocca.
Sulla porta della _cascina_ Pasquale dice sottovoce:
— Dunque, ho proprio da parlare alla signorina?
— Ma sì, ricordatevi che avete promesso d’aiutarmi... di far tutto
quello che potete.
— E lo farò: ma guardi di far l’_uomo_, che poi non ci manchi!
— Non temete;... quando le parlerete?...
— Domattina.
— Bene, verrò io da voi a mezzodì a prendere la risposta... Mi
raccomando!
Pasquale ritorna verso casa, e a poco a poco rallenta il passo come
fosse sopraccolto da gravi e moleste riflessioni. Sull’uscio si ferma
perplesso. Poi dà volta ancora e adagio adagio rifa la strada innanzi
alla _cascina_, sale al castello; trova la moglie che sta per porsi a
letto nella stanza attigua a quella della contessina e le chiede:
— Che fa la signorina?
— Dorme.
Egli esce, passeggia per qualche mezz’ora sulla spianata benchè soffi
un rovaio indiavolato, poi scende, passeggia ancora a lungo innanzi
e indietro con precauzione avanti la porta dei Bellardi, e finalmente
si decide, di malavoglia, a ritirarsi. Egli ha un sospetto. Perchè la
contessina ha voluto rimanere quella sera? Aveva parlato col dottore...
Se fosse un tranello...
All’indomani per tempissimo egli è in piedi, ritorna al castello e
quivi chiede di nuovo alla moglie:
— La contessina dorme?
— Certo che dorme; che volete che faccia a quest’ora? — risponde la
donna stupita.
Egli allora ridiscende a girellare intorno alla _cascina_ finchè, verso
le nove, vede uscirne il _medichino_.
Questi gli corre incontro e gli domanda:
— Ebbene, le avete parlato?
— Non ancora... lei è ancora dello stesso sentimento?
— Certo... voi dubitate ancora di me...
— Che vuole, mi scusi, non mi posso ancora persuadere che lei sia un
onest’uomo.
Il dottore sorride tristamente: il suo viso smorto dimostra ch’egli non
ha fatto nottata troppo quieta.
— Vado adesso... Venga ad aspettarmi sulla spianata.
— Sì... Sentite, ditele per bene le cose: ditele che voglio renderle in
bene tutto il male che... gli altri le han fatto.
E continua così le sue raccomandazioni fin che sono in cima. Quivi si
separano, Pasquale si allontana, egli lo richiama indietro e gli dice
ancora:
— Ah! ditele... che... le voglio un gran bene.
— Eh!... questo s’intende, — risponde Pasquale.