Pasquale resta fulminato; si butta sopra una sedia, si pone una mano
sulla fronte, sugli occhi, si soffia il naso e riflette lungamente in
silenzio:
— Signorina, — dice poi, — bisogna cercare per adesso un altro luogo
per lei.
— Perchè?
— Perchè lei deve uscire di qui fra tre giorni; e l’ordine è venuto
insieme coll’uva del medichino. Glie l’ho detto io che gente sono
quelli là!
La contessina resta senza fiato.
— Bisogna cercare un qualche posto provvisorio; le toccherà contentarsi
di quel che si può avere.
— Ma, povero Pasquale, dove vuoi ch’io mi trovi il posto provvisorio,
— esclama piangendo la contessina, — dove vuoi che vada a cercarlo?
perchè lo dici a me questo?...
— Egli è che... se lo vuole, il posto, così com’è, io l’avrei
trovato... un buco, un letto.
— Dove?
— In casa mia.
— Oh Pasquale, mio buon Pasqualone!
— Vuole? — domanda trepidante il contadino.
— Ma sì, ma sì; io starò meglio di qui con voi altri due: qui mi annoio.
E la contessina, tutta rasserenata, scuote a Pasquale le due mani, e
Pasquale ride anche lui tutto contento. Maria però si rannuvola tutto
ad un tratto.
— Ma, povero Pasquale, io vi darò fastidio a voi altri.
— Oh giusto! lei mi farà un grande onore.