Il conte rientrò nel suo castello sull’imbrunire, quietamente,
soprappensieri, come se tornasse dalle sue solitarie passeggiate di un
tempo.
Chiese tosto d’Aurelia.
Dopo cena, non vedendo comparire la governante, ridomandò di lei — e
allora soltanto intese la risposta del servo: Aurelia era morta.
Ripigliò un po’ più tristamente ancora le sue antiche consuetudini; con
qualche restrizione però. Egli evitò nelle passeggiate qualche strada,
condannò le finestre che guardavano verso San Nazario. Durante la sua
assenza egli aveva venduto quel podere, la parte migliore dei suoi
fondi, le antiche quercie erano state abbattute e di là un aratro non
suo si spinse per la prima volta fin contro le mura del castello.
Questo era il marchio obbrobrioso che la manina sottile della piccola
zingara aveva impresso sul vecchio dominio feudale, votandolo alla
rovina.
Ma v’erano altri segni più dolorosi, che l’erede di Peveragno voleva
dissimulare; e che la sua fronte calva innanzi tempo e il suo occhio
incavato rivelava.
I giorni tornarono a scendere nel suo spirito lenti, monotoni, tristi
come cade la goccia nell’acqua morta di una cisterna abbandonata in
mezzo nel deserto.
Passò l’inverno, sbocciarono e caddero volta a volta i fiori dei pruni,
dei meli, delle siringhe, delle gaggie, delle madriselve.
La verzura dei prati si fè oscura, ingiallì quella dei campi. Scoppiò
fra i solchi lo strido della cicala e lo squittir delle quaglie
raminghe.
Il viale dei tigli gettava l’ultimo tributo di profumi al sole di
primavera.