Un raggio di sole smorto, languido, si posava sopra la campagna coperta
dalla neve come una fiacca gioia sulla canizie di un ottuagenario.
Il conte seguiva coll’occhio stanco, affaticato, con un’istintiva
invidia, alcuni augelletti che svolazzavano fra i cespugli scotendone
la brina densa e polverosa, pigolando il loro tripudio minuscolo in
mezzo a tanta vastità di gelo, di solitudine, di desolazione.
Sul sedile davanti il vetturale discorreva con un montanaro che gli
sedeva al fianco:
— Perchè ho lasciata la corriera di Annecy, voi dite? Oh l’è una
storia curiosa. Il signor Molleton, il concessionario, non ve l’ha
detto? Lo credo, non ha di che vantarsi. (Uh, uh, una schioccata.)
Il signor Molleton ha l’abitudine di non consultar mai i suoi uomini
sulla scelta delle bestie. Io glielo andavo ricantando. — Guardate,
gli dicevo, voi non sapete cosa sia per noi vetturali un cavallo: l’ha
da essere all’incirca come fra marito e moglie, — una intesa a fondo,
limpida come l’acqua. — Non la voleva capire — e non se n’intendeva una
maledetta. Fatto sta che un giorno che era tornato da Montpellier, mi
ferma in istalla e mi mostra una bestiaccia d’inferno, — bella cavalla
d’apparenza, nera come una mora, con un pennacchietto bianco sulla
testa. Lui l’aveva tolta da un ufficiale francese, veniva dall’Africa
o da casa del diavolo, che so io. — Io ho subito capito che l’era una
malora — lui badava a dir — è bella, eh? — bella da imbalsamare, ho
risposto. — Difatti me le avvicino, la piglio alla cavezza, la guardo,
le apro la bocca, le caccio in gola il morso — pareva docile come un
cagnolino. Mi volto — paf — il morso era caduto nella greppia. — Le
mettevo la sella, colle zampe rompeva le cinghie e la buttava. — Ho
cominciato ad attaccarla al biroccio una domenica, e ho fatto un giro,
andava dritta finchè le tenevo le redini strette, rigide e la frusta
sulla groppa; — guai a rallentarle un minuto; si buttava traverso la
strada. Bastava che scendessi e la lasciassi, che pigliava il galoppo
legno e tutto. Insomma io gli dissi, al signor Molleton: — la venda
che non è affar mio — la bestia non m’intende, io non l’intendo; non
siamo compatriotti — se stiamo insieme, uno dei due ammazza l’altro.
Per fortuna sono stato io. L’attaccava da circa una o due settimane e
la tenevo d’occhio e stavo all’erta. La diavolessa aveva un occhio che
mi faceva paura — pareva sommesso, ma a fissarlo in fondo aveva certi
guizzi pieni di perfidia. — Non passava dì che non me ne facesse una
— o mi storpiava uno stalliere, o azzoppava un compagno, o mangiava
i finimenti — insomma era stregata. Un mattino esco d’Annecy; l’oste
della Scopa mi chiama per darmi una commissione. Scendo. Non ero
entrato nell’osteria, che sento un gridìo in istrada. Mi son subito
immaginato. — La diligenza partiva a precipizio. Dopo alcune rapide
svolte si fiaccava contro una ripa. Nessuno si fece male — ma fu un
brutto rischio. — Io addosso alla cavalla... era la causa di tutto, non
si chiede manco; la mettevo nel mezzo — essa aveva preso a calci e a
morsi le altre due bestie. — Ero fuori di me; non so come mi trovassi
un coltello in mano, e l’ho scannata come un maiale. Poi piantai lì
tutto: la diligenza e il posto. E nessuno venne a cercarmi — non sono
mica fuggito; anzi passai sull’uscio di Molleton un’ora dopo. E non
ebbe il coraggio di dirmi verbo. —