VI.

Cihari fu di parola: prima che la settimana finisse venne dal conte e

gli indicò una lunga carovana che saliva prestamente la china. Era il

_balubassa_ che arrivava.

Nick coi suoi uomini scendeva in gran fretta ad incontrarlo.

I nuovi venuti, giunti in cima alla collina, si fermarono aspettando il

permesso del conte.

Essendo Cihari ridisceso a recarglielo, salirono dalla strada nel Ronco

di San Nazario, terreno dissodato di fresco, ricchissimo di erba, che

il proprietario aveva loro per speciale deferenza concesso.

Trassero i carri in circolo, staccarono i cavalli; tirarono le tende;

e in meno di mezz’ora il villaggio primitivo sorse come per incanto;

non vi mancava nulla: nè il gridìo dei ragazzi che schiamazzavano nei

dintorni, nè l’affaccendarsi delle donne, nè le spire turchine di fumo

dei focolari, nè la tranquilla beatitudine degli uomini che riposavano

sul limitare.

Il conte Emanuele pensava con viva emozione ai suoi antichi padri, che

dopo un lungo e travaglioso ramingare, erano venuti forse in quella

stessa guisa, così poveri e cenciosi, a posarsi sul terreno concesso

poi alla loro progenie.

Poco prima del tramonto il conte venne in persona a trovar Dan al Ronco

di San Nazario.

Cihari l’introdusse.

L’accampamento era il doppio più grande di quello di Nick: lo formavano

nove tende, quattro per banda ed una in fondo, rimpetto all’ingresso,

raccolte in un cerchio elittico, aperte dalla parte interna, occupate

quasi interamente dai carri, che servivano di letto pei bambini, di

canterano e di guardaroba, pieni zeppi di ciarpe, di barattoli, di

cose senza nome e senza colore, alla rifusa, a mucchi informi, donde

spuntavano braccia nude e gambe calzate di lunghi stivali. Le donne,

sedute, agucchiavano silenziose, e un brulichio di bambini seminudi

ingombravano lo spazio nel mezzo.

Il _balubassa_, geloso della propria dignità, non si mosse punto

all’arrivo del conte; l’aspettò seduto colle gambe incrociate innanzi

alla sua tenda in fondo, la più alta, la più grande di tutte, — sul

confine del doppio suo regno di padre e di capo.

Aveva l’aspetto d’un uomo molto innanzi negli anni, ma non decrepito:

il suo volto pingue, un po’ floscio, rivelava una grande robustezza

e serbava le traccie di una primitiva arditezza; due lunghi baffi

bianchi gli scendevano giù sul petto. L’abito degli slavi danubiani

mezzo greco, mezzo ungherese, il portamento maestoso, gli davano

un’aria di re orientale. Fumava in una lunga pipa. Sdraiato alla sua

destra un giovinetto macilento, smunto, guardava il conte con occhio

cupo, malinconico; era il povero Suceawa, l’ultimo dei figli di Dan,

moribondo superstite di una numerosa schiera di fratelli.

Dan parlò a Cihari sommessamente; — egli comprendeva perfettamente la

lingua del paese, ma, per decoro, si serviva d’interprete.

Cihari disse al conte porgendogli un piccolo sgabello:

— Dan, figlio di Michel, nostro capo, fa augurio, o _derai_, che

i vostri cavalli abbiano lunga vita, e vi prega di sedere e dirgli

l’animo vostro.

Il conte rispose:

— Voi Cihari sapete ciò ch’io voglio; ditelo a Dan e riferitemi le sue

intenzioni.

Dan gli fe’ dire da Cihari che la cosa non era regolare: ma che

avrebbe acconsentito a patto che egli facesse alla tribù i doni che si

convenivano alla stirpe della fanciulla.

Suceawa si contorse gemendo, e saettò al conte un’occhiata di odio

ineffabile.

Cihari enumerò poi le pretese del _balubassa_.

Intanto il vecchio lisciava i suoi lunghi baffi bianchi e scrutava,

coll’avidità di un mercante, il volto del conte.

Questi accettò le condizioni senza discuterle, avrebbe pagato in danaro

la dote di Luscià, regalato un cavallo al _balubassa_ e un abito nuovo

a tutti i suoi capi squadra.

Dan fe’ recare una tazza colma di acqua, fe’ bere il conte, v’intinse

egli le labbra, poi la infranse. — Così la strana alleanza fu

suggellata; — e servirono d’augurio i sordi gemiti di Suceawa.

Tenda e castello · 第 11 / 55 题