Cihari fu di parola: prima che la settimana finisse venne dal conte e
gli indicò una lunga carovana che saliva prestamente la china. Era il
_balubassa_ che arrivava.
Nick coi suoi uomini scendeva in gran fretta ad incontrarlo.
I nuovi venuti, giunti in cima alla collina, si fermarono aspettando il
permesso del conte.
Essendo Cihari ridisceso a recarglielo, salirono dalla strada nel Ronco
di San Nazario, terreno dissodato di fresco, ricchissimo di erba, che
il proprietario aveva loro per speciale deferenza concesso.
Trassero i carri in circolo, staccarono i cavalli; tirarono le tende;
e in meno di mezz’ora il villaggio primitivo sorse come per incanto;
non vi mancava nulla: nè il gridìo dei ragazzi che schiamazzavano nei
dintorni, nè l’affaccendarsi delle donne, nè le spire turchine di fumo
dei focolari, nè la tranquilla beatitudine degli uomini che riposavano
sul limitare.
Il conte Emanuele pensava con viva emozione ai suoi antichi padri, che
dopo un lungo e travaglioso ramingare, erano venuti forse in quella
stessa guisa, così poveri e cenciosi, a posarsi sul terreno concesso
poi alla loro progenie.
Poco prima del tramonto il conte venne in persona a trovar Dan al Ronco
di San Nazario.
Cihari l’introdusse.
L’accampamento era il doppio più grande di quello di Nick: lo formavano
nove tende, quattro per banda ed una in fondo, rimpetto all’ingresso,
raccolte in un cerchio elittico, aperte dalla parte interna, occupate
quasi interamente dai carri, che servivano di letto pei bambini, di
canterano e di guardaroba, pieni zeppi di ciarpe, di barattoli, di
cose senza nome e senza colore, alla rifusa, a mucchi informi, donde
spuntavano braccia nude e gambe calzate di lunghi stivali. Le donne,
sedute, agucchiavano silenziose, e un brulichio di bambini seminudi
ingombravano lo spazio nel mezzo.
Il _balubassa_, geloso della propria dignità, non si mosse punto
all’arrivo del conte; l’aspettò seduto colle gambe incrociate innanzi
alla sua tenda in fondo, la più alta, la più grande di tutte, — sul
confine del doppio suo regno di padre e di capo.
Aveva l’aspetto d’un uomo molto innanzi negli anni, ma non decrepito:
il suo volto pingue, un po’ floscio, rivelava una grande robustezza
e serbava le traccie di una primitiva arditezza; due lunghi baffi
bianchi gli scendevano giù sul petto. L’abito degli slavi danubiani
mezzo greco, mezzo ungherese, il portamento maestoso, gli davano
un’aria di re orientale. Fumava in una lunga pipa. Sdraiato alla sua
destra un giovinetto macilento, smunto, guardava il conte con occhio
cupo, malinconico; era il povero Suceawa, l’ultimo dei figli di Dan,
moribondo superstite di una numerosa schiera di fratelli.
Dan parlò a Cihari sommessamente; — egli comprendeva perfettamente la
lingua del paese, ma, per decoro, si serviva d’interprete.
Cihari disse al conte porgendogli un piccolo sgabello:
— Dan, figlio di Michel, nostro capo, fa augurio, o _derai_, che
i vostri cavalli abbiano lunga vita, e vi prega di sedere e dirgli
l’animo vostro.
Il conte rispose:
— Voi Cihari sapete ciò ch’io voglio; ditelo a Dan e riferitemi le sue
intenzioni.
Dan gli fe’ dire da Cihari che la cosa non era regolare: ma che
avrebbe acconsentito a patto che egli facesse alla tribù i doni che si
convenivano alla stirpe della fanciulla.
Suceawa si contorse gemendo, e saettò al conte un’occhiata di odio
ineffabile.
Cihari enumerò poi le pretese del _balubassa_.
Intanto il vecchio lisciava i suoi lunghi baffi bianchi e scrutava,
coll’avidità di un mercante, il volto del conte.
Questi accettò le condizioni senza discuterle, avrebbe pagato in danaro
la dote di Luscià, regalato un cavallo al _balubassa_ e un abito nuovo
a tutti i suoi capi squadra.
Dan fe’ recare una tazza colma di acqua, fe’ bere il conte, v’intinse
egli le labbra, poi la infranse. — Così la strana alleanza fu
suggellata; — e servirono d’augurio i sordi gemiti di Suceawa.