XV.

Poichè in Calabria era avvenuto quello che tutti prevedevano.

Sopraffatti dalle forze borboniche presso San Giovanni in Fiore il 19

giugno di quell'anno 1844, tratti a Cosenza dinanzi a una Corte

marziale, Attilio ed Emilio Bandiera, Domenico Moro e i principali fra i

loro seguaci, venivano condannati a morte il 24 di luglio e fucilati il

dì appresso. La _Gazzetta privilegiata_ di Venezia di martedì 6 agosto

riproduceva dal _Giornale di Napoli_ l'estratto della sentenza

pronunciata ed eseguita. Non una riga di commento, non una parola di

compianto pei tre veneziani che pur lasciavano qui tanta eredità di

memorie e d'affetti. Era già molto se l'insulto villano non li

accompagnava nella tomba. Ma nel segreto delle pareti domestiche,

nell'intimità dei crocchi giovanili, i nomi dei tre martiri erano

susurrati con affettuosa riverenza, e il sacrifizio magnanimo richiamava

a più alti pensieri i popoli della Penisola immersi in frivole cure.

Ciò che Gasparo Rialdi provasse alla notizia della strage di Cosenza, è

inutile il dirlo. Egli giurò allora, e mantenne il giuramento, di

consacrare la sua vita all'idea per la quale i suoi compagni d'armi

erano caduti. Certo non era piccolo sforzo per lui il far violenza alla

sua natura schietta e leale, il continuar a indossare una divisa

abborrita, a servire sotto una bandiera ch'egli tradiva; però i tempi

tristissimi non lasciavano libertà di scelta ai generosi che i voleri

delle famiglie o la dura necessità costringevano a militare sotto lo

straniero; o venir meno agli obblighi di cittadini, o venir meno agli

obblighi di soldati.

Comunque sia, sotto la prima impressione della tragedia di Calabria, il

nostro ufficiale non seppe padroneggiarsi appieno, e il luogo e il modo

in cui egli uscì dal suo riserbo diedero origine a un fatto che poteva

avere per lui conseguenze gravissime.

Egli aveva pregato un suo conoscente d'introdurlo una sera nel Casino

dei nobili affine di leggervi nei fogli napoletani i particolari del

processo contro i Bandiera e i loro complici.

Ora nel momento in cui Gasparo entrò con l'amico, quei fogli erano tutti

accaparrati da un gruppo di persone, tra cui primeggiava il marchese

Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen, quello stesso che avrebbe

voluto dare una buona lezione al Rialdi se non fosse stata la paura

d'insudiciarsi le mani. Il signor marchese leggeva ad alta voce con la

sua pronunzia ostrogota, fermandosi a ogni due parole per pigliar fiato

e per interpolare qualche sua riflessione in italiano o in tedesco, un

articolo del _Giornale di Napoli_, contenente un giudizio sommario

sull'impresa di Calabria. Impresa _incredibile al racconto, di

superlativa stoltezza, di crassa ignoranza_, la chiamava il dotto

articolista, e l'illustre signor marchese stava appunto deliziandosi in

queste frasi concise, vibrate, degne di Tacito. Egli vide con la coda

dell'occhio Gasparo Rialdi, ma finse di non accorgersene e tirò innanzi

nelle sue osservazioni, mettendoci forse una maggiore acrimonia.

Anch'egli opinava, come la suocera, che Gasparo fosse un po' carbonaro,

e non gli dispiaceva di slanciargli indirettamente qualche frecciata,

tanto più che l'ufficialetto gli era antipatico per cento altre ragioni.

La condotta del signor marchese non era punto generosa, giacchè egli

doveva sapere che nel campo politico il Rialdi non aveva libertà di

parola. Noi non abbiamo però detto mai che il marchese fosse un uomo

generoso. Anzi egli non era punto tale, sebbene non fosse certo un

vigliacco come il cognato Leonardo.

--Penissimo--esclamò il marchese Ernesto, sempre col giornale in

mano--_Superlativa stoltezza... crassa ignoranza. So ist es..._ Così è.

L'uditorio approvava. Era proprio da matti furiosi il pensarsi una cosa

simile... In trenta o quaranta voler abbattere un regno... E poi, se

fossero padroni loro?

--_Gott bewahre!_ Dio guardi! meglio la fine del mondo... Sarebbe come

Rifoluzione francese... Ladrerie, stragi, sacrilegi.

--Quel Mazzini!--disse un signore grave e maturo tentennando la testa.

--Sicuro--assentì il marchese.--Quel Mazzini, gran canaglia... Se si

prende, non fucilarlo... troppo onore... _Erhängen muss man ihn_... come

si dice in italiano? ah sì... impiccare, impiccare...

--Quello non si piglia--osservò un altro--e intanto dei poveri giovani

vanno a farsi ammazzare per lui.

--Che poferi giovani? che poferi giovani?--esclamò infastidito il nobile

moravo.--Esempi ci vogliono, e queste condanne faranno puonissimo

effetto... Che poferi giovani?.... Tanto peggio per loro... Non poferi,

impecilli forse... ma impecillità non scusa.

Gasparo s'era frenato fino allora. Seduto dinanzi a un tavolino

all'angolo opposto della stanza, egli avea fatto il possibile per non

sentire, per immergersi nella lettura di uno stupido giornale di _Mode e

Varietà_. Ma il sangue gli saliva alla testa; e all'ultime parole del

marchese egli non ne potè più, e senza ben sapere quel che volesse fare

o dire, si alzò di scatto dalla seggiola, e respingendo l'amico che

s'era provato a trattenerlo, si diresse verso il crocchio ove l'altro

dottoreggiava. Era infiammato in viso, i suoi occhi lampeggiavano.

Quei patrizi rimminchioniti non eran leoni e subodorando una scena si

tirarono in disparte. Il marchese Ernesto però, antico capitano degli

usseri, non poteva battere in ritirata, e levatosi da sedere quanto più

presto glielo permise la sua corpulenza, s'appoggiò coi pugni alla

tavola, e disse:--_Was wünscht der Herr Offizier? Ja..._ Che desidera?

--Io?... nulla--rispose Gasparo sforzandosi d'esser calmo.--Anzi mi

dispiace di aver disturbato la bella conversazione.... Volevo dire

solamente....

--Ah, foleva dire qualcosa? _Bitte_... Prego... Parli....

--Volevo dire che bisogna mancar d'ogni gentilezza d'animo per

scagliarsi contro della gente che può esser stata illusa, che può aver

sbagliato, ma che in ogni modo sacrificò la vita per un'idea....

--_Bitte... Prego... Der Herr..._ Il signore difende i Pandiera?... _Ach

sehr gut..._ Penissimo.... Un imperiale e reale ufficiale....

--Io non entro nella questione, io non giudico il tentativo dei fratelli

Bandiera e dei loro seguaci, ma ripeto, e l'esser ufficiale della marina

austriaca non me ne toglie il diritto, che l'insultare alle tombe è

viltà.

Il marchese era divenuto anche lui rosso come una ciliegia, e ansava più

del solito.

--Viltà?... _Ach ja, Feigheit.... Und mir sagen Sie das?..._ Dice a me

questo?

--A lei, a lei.... O a chi dunque?

--Ah capisco.... Il signore vuole... come si dice?... _mich

herausfordern... ach ja..._ provocare... provocar me, marchese

Geisenburg-Rudingen von Rudingen? Capisco assai pene.... I Pandiera sono

un pretesto. Il signore vuol provocare perchè sono contrario a

speculazioni matrimoniali di sua famiglia....

--Lei mente, lei è un codardo--urlò Gasparo Rialdi fattosi livido

all'atroce ingiuria.

E la sua mano alzatasi con piglio minaccioso sarebbe certo caduta sulla

nobile guancia del marchese Ernesto di Geisenburg-Rudingen von Rudingen

se i presenti non si fossero interposti a tempo.

Però quello scandalo pubblico tra due militari non poteva finire così, e

il giorno appresso il marchese Geisenburg-Rudingen von Rudingen e il

conte Gasparo Rialdi si trovarono l'uno di fronte all'altro su una

striscia di terra non coltivata a poca distanza da Fusina. Il marchese

era stato in gioventù uno spadaccino di prima forza, e conosceva ancora

alla perfezione le finezze dell'arte, ma il Rialdi era più svelto, più

risoluto, più audace e con un colpo bene assestato ferì l'avversario

alla spalla destra e gli fece cader l'arma di mano.

Il curioso si è che questo duello, il quale ragionevolmente avrebbe

dovuto spazzar via l'ultime speranze di Fortunata, produsse un effetto

tutto contrario alle previsioni.

E in primo luogo diciamo che la disgrazia del marchese non afflisse

nessuno in famiglia Bollati. La prosopopea di quel feudatario era stata

sempre intollerabile, ma adesso era più uggiosa che mai, dacchè s'era

scoperto che, dietro a tanto fumo c'era pochissimo arrosto, e che i

famosi castelli moravi erano stati ipotecati per pagare i debiti di

giuoco del signor marchese, il quale poi gli altri debiti non li pagava

affatto. Siccome però i creditori non avevano l'opinione del signor

marchese che un gentiluomo non dovesse curarsi che degl'impegni

contratti dinanzi a un tavolino di _roulette_ o di faraone, così le

citazioni fioccavano, e raggiungevano l'illustre viaggiatore anche di

qua dalle Alpi. I suoi due camerieri, quando avevano ben mangiato e

bevuto in cucina, deponevano per poco l'usata albagìa, e ne raccontavano

di belline. Essi medesimi, a sentirli, non ricevevano il salario da più

mesi, e si adattavano a restare ancora per qualche tempo presso le loro

Eccellenze unicamente nella speranza che il conte Zaccaria venisse in

aiuto del genero e della figliuola. Già, essi soggiungevano mezzo in

tedesco e mezzo in italiano, il vero scopo della gita in Italia della

nobile _Herrschaft_ era stato quello di procurarsi danaro. La servitù

dei Bollati, che cominciava ad accorgersi degli impicci finanziari

della famiglia, non rispondeva nulla, ma dubitava grandemente che la

nobile _Herrschaft_ fosse costretta a tornarsene indietro con le mani

vuote, nel qual caso addio mancie! Infatti il _lustrissimo_ Zaccaria,

per levarsi la seccatura, mandò il marchese dall'agente generale,

_sior_ Bortolo, e questi protestò di non poter dare un centesimo. Ormai

l'ingegnoso amministratore era a corto d'espedienti, e non ci teneva

punto a ingraziarsi i Geisenburg, che, invece di secondarlo, avevano

attraversato alcuni suoi disegni. Il marchese Ernesto e la marchesa

Maddalena intronarono allora di querimonie gli orecchi dei congiunti

dicendo ch'era una vergogna il lasciarsi dettar la legge da un

bifolco, e che quel _sior_ Bortolo era un ladro, e ch'era tempo di

vederci chiaro, e altre cose simili, tutte fatte apposta per seccare i

Bollati, i quali a vederci chiaro non ci pensavano nemmeno e parevano

disposti ad andar placidamente in rovina piuttosto che aver sopraccapi.

Onde la contessa Chiaretta, discorrendo de' suoi parenti, ebbe a

confessare che preferiva mille volte la Fortunata Rialdi alla marchesa

figlia, e che perfino Gasparo, quantunque carbonaro, le era meno uggioso

del proprio genero. Il _lustrissimo_ Zaccaria aveva su per giù la

medesima opinione, e quando vennero a dirgli che il marchese era stato

ferito--Auff--borbottò fra i denti--se la ferita lo guarisse dalla

petulanza!

E neppure il contino Leonardo avrebbe creduto opportuno, in massima,

d'intenerirsi pel cognato; chè anzi quel manichino impastato di

arroganza gli era insoffribile, ed egli non sapeva perdonargli

l'etichetta fastidiosa che la presenza di lui introduceva in palazzo,

onde conveniva mutar vestito a ora di pranzo, e star composti a tavola,

e non dir parolaccie. Se la stoccata fosse venuta al marchese da

un'altra parte qualsiasi, il nostro giovinotto sarebbe stato

capacissimo di mettere un gran respiro di soddisfazione. Ma il duello

del Geisenburg col Rialdi lo turbò tutto per ragioni sue personali.

Senza dubbio quel terribile Gasparo meditava un grande eccidio, e dopo

aver provato la punta della sua spada sulla pelle del marchese Ernesto,

si disponeva a cacciarla a mezza lama nella pancia di qualchedun altro.

Anime sante del Purgatorio! come diceva don Luigi.

Al contino veniva la pelle d'oca al pensarci, e la notte successiva al

duello fu per lui una notte d'inferno. Si voltava e rivoltava fra le

lenzuola ansando, smaniando, balzando a sedere a ogni più lieve romore.

Peggio poi se pigliava sonno un momento. L'assalivano subito tetre

visioni, gli pareva d'essere infilzato come un capo di selvaggina, e si

svegliava in sussulto sbarrando gli occhi e palpandosi di qua e di là

per esser ben sicuro che il ferro traditore non gli fosse penetrato

nelle viscere. Allora, un po' più calmo, cercava di persuadersi che

Gasparo Rialdi non l'avrebbe mica aggredito per la strada come un

volgare assassino, e che in quanto al battersi bisognava essere in due

per volerlo, ed egli, Leonardo Bollati, non sarebbe stato mai uno di

quei due. Egregiamente; ma queste ottime ragioni non avevano efficacia

durevole. Alle corte, il bravo giovinotto prese una risoluzione eroica e

la comunicò ai genitori.

--Ci ho pensato su, e mi son convinto che non posso far di meno di

sposar Fortunata. Ho degli obblighi.

Il lustrissimo Zaccaria e la lustrissima Chiaretta rimasero di sasso,

perchè fino allora il contino non s'era mostrato così soggetto agli

scrupoli.

--Ta, ta, ta, ta--disse Sua Eccellenza il conte Zaccaria--meno furia, ci

siamo anche noi.... E com'è che fino a pochi giorni fa il signorino

protestava di non volersi ammogliare nè adesso, nè mai, nè con la

cugina, nè con la figlia dell'imperatore del Mogol, se, puta caso, ella

fosse venuta da queste parti?

--Io volevo liberarmi dalle seccature di _sior_ Bortolo che s'impuntava

a darmi la sua Vinati.

--Di quella non si parla--interruppe la contessa Chiaretta--non è

neanche nobile.

Il conte sospirò pensando che la Vinati avrebbe portato in casa

cinquecentomila lire sonanti. Pazienza. C'era di mezzo il decoro della

famiglia, e conveniva rinunziarci.

--Ma io non voglio saperne nemmeno delle tedesche di mio

cognato--seguitò Leonardo.

--Oh quelle lì--disse il conte--sono _in mente Dei_. Il marchese mio

genero non fa che citarle a memoria dall'almanacco di Gotha.... Del

resto--soggiunse il nobiluomo con maggiore solennità--è fuor di dubbio

che l'unico rampollo maschio d'una famiglia come la nostra deve pigliar

moglie per assicurare la discendenza.

--Ebbene, io sposo mia cugina, e la discendenza è già assicurata.

--Adagio, Biagio--ripigliò il conte Zaccaria.--Il matrimonio d'un

Bollati non è faccenda da risolversi su due piedi, e cinquant'anni

addietro avrebbe voluto entrarci il Serenissimo....

--E le prime famiglie del patriziato sarebbero venute a offrirci le

figliuole--esclamò la signora Chiaretta.

--Sfido io.... Con tanti dogi e procuratori e ammiragli che abbiamo fra

i nostri vecchi... le prime famiglie e le più ricche...--soggiunse il

conte moderando un poco l'intonazione pomposa del discorso.

--Sarebbero venute anche adesso--disse la moglie--senza questi

scandali, senza questa condotta indecente.--Indi rivolgendosi a

Leonardo--Vergogna! Sei la rovina dei Bollati.

Naturalmente da questo colloquio non si concluse nulla. _Sior_ Bortolo,

chiamato di nuovo a consulto dai nobili padroni, tenne un linguaggio

insolito. Egli non voleva più impicciarsene, perchè s'era accorto che le

sue intenzioni erano fraintese e il suo zelo mal ricompensato. A

proporre, giorni addietro, un partito di cinquecentomila lire pel

contino Leonardo, s'era tirato addosso una tempesta, e il marchese e la

marchesa Geisenburg gli avevan dette di quelle ingiurie che feriscono al

vivo un galantuomo. Facessero dunque il piacer loro. Già, esclusa la

Vinati, egli non vedeva nessun altro buon matrimonio possibile. Egli se

ne lavava le mani.... Ricordava soltanto alle Loro Eccellenze che il

signor Vinati era deciso a non rinnovare il mutuo.

--Mi pare,--disse il conte Zaccaria, quando l'agente generale

s'accommiatò,--mi pare che _sior_ Bortolo _alzi la cresta_.

--Pare anche a me,--rispose la contessa Chiaretta.

Il fatto si è che _sior_ Bortolo aveva ormai messo da parte un bel

gruzzolo di quattrini e si curava assai meno del favore delle Loro

Eccellenze.

Ammutolitosi l'agente, screditati i Geisenburg per la loro tracotanza e

i loro dissesti ormai palesi a mezzo mondo, il conte e la contessa

Bollati rimanevano esposti agli assalti della cugina Zanze, del

nobiluomo Canziani, di monsignor Lipari e di tutti i favoreggiatori

dell'unione di Leonardo e di Fortunata. Dal canto suo Leonardo, ogni

volta che vedeva da lontano Gasparo Rialdi con la sua aria marziale e la

sua spada al fianco, sentiva la tremarella alle gambe, e tornava a

palazzo strepitando che bisognava riparare ai proprii torti senza

perder altro tempo. Batti oggi e batti domani, le ultime resistenze del

conte e della contessa furono vinte, e con immenso sdegno dei

Geisenburg-Rudingen von Rudingen, i quali partirono da Venezia

lasciandovi un lungo strascico di debiti e dichiarando di non volervi

più rimetter piede, le prossime nozze del contino Leonardo Bollati P. V.

con la contessina Fortunata Rialdi furono annunziate ai parenti e agli

amici.

Però il matrimonio si celebrò quasi clandestinamente, tra gli epigrammi

dei maligni e le mormorazioni di quelli che erano avvezzi alle pompe di

casa Bollati. Nè regali, nè fiori, nè componimenti in verso o in prosa.

Il nobile Canziani dovette ringhiottire un epitalamio, e don Luigi fu

costretto a rinunziare alla stampa d'un altro capitolo della sua opera

colossale destinata a polverizzare la gloria di Alessandro Manzoni.

L'unica persona a cui nel giorno solenne brillasse in viso una schietta

felicità era Fortunata. Il voto del suo cuore era pago, il suo onore era

salvo, la creaturina che stava per nascere da lei non sarebbe entrata

nella vita senza padre e senza nome; che poteva ella desiderare di più?

Contro le nuove prove che l'aspettavano le pareva di esser forte

abbastanza, forte di rassegnazione, di tenerezza, di fede in Dio, in

quel Dio ch'ella oggi ringraziava dal fondo dell'anima pel bene che le

aveva concesso.

Fatto si è che tutti gli altri, qual più, qual meno, avevano la faccia

scura.

Leonardo, quantunque deciso a continuar la vita da scapolo anche

dopo ammogliato, s'arrabbiava già con se medesimo d'aver così

docilmente piegato il collo al giogo coniugale; il conte Zaccaria e la

contessa Chiaretta vedevano in quel matrimonio un sintomo

dell'umiliazione del loro casato, e la contessa Zanze Rialdi aveva

amareggiata la gioia del trionfo dalla meschinità della festa e più

ancora dai molti indizi della decadenza economica dei Bollati. Aver

aspirato con tanto ardore a far entrare la figliuola in quell'illustre

famiglia e riuscirvi solamente quando l'illustre famiglia minacciava

d'andar in rovina, era proprio un'ironia della sorte! La contessa Zanze

si sfogava col marito e gli diceva all'orecchio durante la

cerimonia:--Se foste un altro uomo, non avreste permesso che la cosa si

facesse in questa maniera.... Pare che ci facciano una grazia.... E poi

Dio voglia che non siamo alla vigilia del _patatrac_.... Se almeno foste

nell'amministrazione!--Tacete,--rimbeccava il consorte.--Voi parlereste

anche sott'acqua. Non siete mai contenta, voi.

Gasparo Rialdi non assisteva a quelle nozze ch'egli, sebben riluttante,

poteva dire d'aver imposto con la punta della sua spada. Sventata, mercè

la benevola interposizione di qualche ufficiale superiore suo amico, la

tempesta che si addensava sul suo capo dopo la scena nel Casino e il

duello col Geisenburg, egli era partito da più giorni per la nuova

destinazione di Pola, datagli dal Comando della marina. In apparenza lo

si mandava a dirigere alcuni lavori a quell'arsenale, in fatto si voleva

tenerlo lontano dalla squadra del Levante ove serpeggiavano umori

rivoluzionari.

Dal primo piano alla soffitta · 第 33 / 57 题