VI.

I Bollati avevano poderi in più parti del Veneto, ma la loro villa

signorile era posta sulla Brenta, ed essi andavano a passarvi alcune

settimane della primavera e dell'autunno. Vi andavano per tradizione,

per non rimanere a Venezia quando non c'era nessuno, ma quel soggiorno

campestre non aveva per loro la minima attrattiva, come non può averne

per quelli che portano in campagna i gusti e le abitudini della città.

Già per la contessa Chiaretta era un affar di stato il solo tragitto da

Venezia a Fusina, e prima di avventurarvisi ella consultava una dozzina

di volte l'aspetto del cielo e il parere dei gondolieri esperti nelle

cose meteorologiche. Quando non c'era neanche una nuvola, quando non

spirava un fiato di vento, quando i barcaiuoli erano d'accordo nel

pronosticar la durata del bel tempo, quando a Sua Eccellenza non doleva

un callo (ciò ch'era per lei un sintomo infallibile di cambiamenti

atmosferici), quando non era nè martedì, nè venerdì, allora

s'intraprendeva finalmente il gran viaggio. Partiva prima la gente di

servizio coi bagagli (parevano le salmerie d'un esercito), poi venivano

i padroni in due gondole, portandosi, fra l'altre cose, un gatto

favorito dentro un paniere. A Fusina si trovavano le carrozze pronte e

la comitiva si avviava verso la Mira. E anche qui S. E. Chiaretta era in

preda a notevoli trepidazioni.--_Le bestie son bestie_--ella diceva

saviamente,--ed è sempre un miracolo quando non ne fanno di

grosse.--Cosicchè ella sottoponeva il cocchiere a un interrogatorio in

piena regola.--Era proprio sicuro dei cavalli? Non aveva mica dato loro

troppa biada? E le ruote della carrozza le aveva esaminate bene? Non si

sa mai; si senton tante disgrazie.... Adagio.... Era inutile di correre

in quella maniera.

Basta; presto o tardi s'arrivava, e il fattore, il giardiniere e il

gastaldo venivano a baciar la mano ai padroni. La contessa Chiaretta,

tutta intontita dal viaggio, si ritirava prestissimo nel suo

appartamento, e per quel giorno non discendeva nemmeno a desinare, ma si

faceva servire un brodo in camera da letto. Nè è a credere che nei

giorni successivi ella uscisse frequentemente in giardino o facesse

delle gite nelle vicinanze; tutt'altro; gran parte della giornata ella

la passava in un gabinetto con le imposte accostate per non lasciar

entrare il sole, coi vetri chiusi per non lasciar entrare le mosche e la

polvere; e soltanto a ora di colazione e di pranzo si trascinava a gran

fatica fino in tinello, dicendo che non aveva fame e che non capiva come

ci fosse della gente che poteva trovarsi bene fuori di città. La sera

però, quand'erano accesi i lumi, quando capitavano l'arciprete, il

cappellano, il medico condotto e qualche villeggiante per il tresette,

la fronte di S. E. si spianava un poco, ed ella si abbandonava un poco

alla dolce illusione d'essere nel salottino del suo palazzo di Venezia.

E poichè le seccava di andare a letto presto, essa costringeva quei

poveri diavoli a farle compagnia fino a mezzanotte, e li teneva

svegliati a forza di tazze di caffè.

Il conte Zaccaria, in fondo, aveva per la campagna la stessa passione di

sua moglie, ma non voleva dirlo, e si dava l'aria d'intendersene di

agricoltura, e ne sballava di grosse col fattore e col gastaldo, i

quali, pur mostrando di ascoltarlo con deferenza, si prendevano gioco di

lui. Il peggio si era che di tratto in tratto egli non si contentava

delle chiacchiere accademiche, ma s'impuntava a ordinar sui suoi fondi

dell'esperienze in _corpore vili_ e sciupava il tempo e i quattrini.

In quanto al contino Leonardo, egli avrebbe assai volentieri fatto senza

della villeggiatura. Egli trovava che i ranocchi, le cicale, le

lucertole valevan meno dei granchi e che la carrozza valeva meno della

gondola. A far lunghe passeggiate non ci aveva gusto; l'imparar a guidar

delle bestie gli pareva ignobile, e l'equitazione gli era venuta in

uggia dopo che un cavallo lo aveva gettato a gambe levate sopra un

mucchio di ghiaia. Sicchè, tutto sommato, s'annoiava mortalmente; tanto

più che, cosa abbastanza singolare, in campagna aveva meno libertà di

quella che avesse in Venezia. A Venezia andava in gondola anche solo

affatto, e quand'egli riusciva a scender nell'entratura e recarsi presso

alla _riva_, era sicuro di non esser molestato più.--Sarà con

qualcheduno dei barcaiuoli,--dicevano in famiglia, e nessuno aveva altro

da soggiungere, e don Luigi era esonerato dall'obbligo d'invigilare sul

suo pupillo. In campagna invece don Luigi doveva seguire il contino

dappertutto, e badare ch'egli non andasse sotto una carrozza, o non

fosse morsicato dai cani idrofobi, o non isdrucciolasse giù nella

Brenta.--Con l'acqua dolce non si scherza--sentenziava S. E. Zaccaria.

Don Luigi, a tener dietro a S. E. Leonardo, non ne poteva più, e alla

fine della giornata aveva l'aria d'uno di quei cani che per ore e ore

inseguono la selvaggina, e alla sera si accovacciano sul vestibolo

ansanti e con la lingua penzoloni. Onde, se gli riusciva di sgattaiolar

via con la scusa di qualche indisposizione appena faceva notte, correva

a rifugiarsi nella sua camera, e si cacciava sotto le coperte,

maledicendo al destino che costringeva lui, un uomo di tanto merito, a

sciupar la sua vita con un ragazzo balordo e maleducato. Ma

ordinariamente non gli era concessa neppur questa consolazione, perchè

S. E. Chiaretta, che aveva sempre bisogno di seccar qualcheduno e

trovava assai comodo di seccare di preferenza il prete di casa, lo

sforzava spesso a rimanere alzato per fare il quarto a tresette in un

tavolino o per leggerle la _Gazzetta_ fino a che le venisse sonno. Già

ell'aveva dichiarato che alle sue indisposizioni non credeva punto, e

che a ogni modo non poteva permettere ai suoi dipendenti di darsi il

lusso dell'emicrania e del mal di nervi.

Per don Luigi era meglio che ci fossero ospiti in quantità. E infatti ne

capitavano ogni autunno, ed erano, qual più qual meno, tipi di parassiti

spiantati e famelici.

Uno degli assidui era il nobiluomo Pietro Canziani, dell'ordine dei

segretari, poeta sprositato, autore di madrigali galanti in lode della

contessa Chiaretta, la quale si ostinava a chiamar _sonetti_ tutti i

componimenti di vario metro che il suo devoto e maturo adoratore le

dedicava. Il signor Barnaba Sughillo, impiegato di contabilità, nel fare

il suo giro per le varie villeggiature sulla Brenta, non dimenticava i

Bollati, e intratteneva anche loro co' suoi giuochi di prestigio e con

la sua prodigiosa abilità nell'imitare il canto degli uccelli, meriti

che gli avevano procurato il benigno compatimento delle famiglie

patrizie. Nè mancava, sebbene non invitata, la contessa Ficcanaso, la

quale, dichiarando di non poter stare a lungo senza vedere i suoi

dilettissimi amici, veniva a stabilirsi in casa loro per un paio di

settimane almeno. Ella veniva con uno scarso bagaglio di biancheria, ma

con una ricca collezione di pettegolezzi, che le facevano perdonar dai

padroni l'uggia della sua visita. Nascite, morti, matrimoni, scandali

aristocratici e borghesi, arrivi e partenze di forestieri, promozioni e

traslochi d'impiegati, tutto aveva un posto nella cronaca della contessa

Ficcanaso, e Sua Eccellenza Chiaretta, tra uno sbadiglio e l'altro,

pendeva dalla sua inesauribile parlantina. Gli scandali l'attraevano in

ispecial modo, come accade a molte donne oneste, che sono piene di

curiosità patologiche. E di S. E. Chiaretta, fosse virtù vera, o

freddezza, o salute cagionevole, o mancanza di occasioni, non si poteva

davvero dir nulla.

I Rialdi poi, l'ho già detto, facevano in villa Bollati la permanenza

più lunga possibile. Certo che talvolta, pur di rimanere, dovevano ceder

la loro stanza e contentarsi dei peggiori bugigattoli della casa. Ma se

ne contentavano perchè la contessa Zanze voleva far economia, il conte

Luca aveva bisogno d'una boccata d'aria libera dopo le fatiche

dell'impiego, e Fortunata non riprendeva un po' di colore che quand'era

in campagna. Il solo Gasparo preferiva di passare in collegio anche le

vacanze.

Gli ospiti di minor riguardo erano vittime del lugubre buon umore di S.

E. il conte Zaccaria. Così il nobile Canziani, il signor Sughillo, la

contessa Ficcanaso, i Rialdi avevano di tratto in tratto la compiacenza

d'esser svegliati prima di giorno da un gallo nascosto in un canterale,

o di trovar sparsa l'assafetida sulle lenzuola, o di sentirsi nel cuor

della notte strappar via le coperte che erano state insidiosamente

legate a una cordicella di cui uno dei capi era fuori della stanza.

Quando la burla passava la misura--Ah,--borbottava la contessa Zanze al

marito,--se foste almeno nell'amministrazione!

Il conte Luca si stringeva nelle spalle. Gli scherzi del cugino Zaccaria

non gli turbavano la digestione, a lui non pareva vero di poter mangiar

bene tutti i sette giorni della settimana e di dare qualche capatina

furtiva in cucina per assaporare prima del tempo i ghiotti manicaretti

apprestati dal signor Oreste. Inoltre, poichè _non de solo pane vivit

homo_, il nostro conte Luca aveva, in quel periodo della villeggiatura,

delle insigni soddisfazioni d'amor proprio. Al caffè della Mira non

c'era nessuno che gli tenesse testa agli scacchi. Perciò, sia ch'egli

giocasse, sia ch'egli assistesse alle partite d'altri giocatori, egli

trovava, al cospetto della scacchiera, un brio e una loquacità

inesauribile, ed esilarava la compagnia con certi sali attici d'ottimo

gusto, come: _Fiat lux, faccia lui._--_Veda lei che ha quegli occhi così

bei._--_Tacete su quegli olmi, o passeri inquieti._--_Pur che il reo non

si salvi i giusto_ POMI (garbatissima variante al verso del Tasso).--_Tu

taci Solimano e a nulla pensi._--_Fermi là e nessun si muova_--e altre

spiritosaggini simili.

Di Fortunata non si discorre neanche. Ella si lasciava cucinare in tutte

le salse, e i capricci dei cugino erano altrettante leggi per lei.

Leonardo, il quale non voleva intorno a sè che persone sommesse, stava

appunto con Fortunata, con la Rosa nipote del gastaldo, chiamata per

vezzeggiativo Rosetta, e con tre o quattro ragazzi di contadini, ch'egli

pigliava a scappellotti se si mostravano recalcitranti ai suoi ordini.

Ma già la Fortunata e la Rosetta erano le sue favorite. Con loro

deludeva spesso la vigilanza del precettore, e s'inzaccherava nei fossi,

o si ravvoltolava sui mucchi di fieno, o andava a zonzo pei campi

sgranellando i grappoli d'uva lungo le viti. Ora, per un gran tempo, la

Fortunata e la Rosetta, ch'erano quasi coetanee, procedettero d'amore e

d'accordo, senza ombra di gelosia, chè la Rosetta riconosceva la sua

inferiorità di fronte all'altra, la quale, per quanto spiantata, era

sempre una damina. Ma in quell'autunno 1838 il contino Leonardo, che

sentiva ormai le prime inquietudini dell'adolescenza, si divertì a

prendere verso le due ragazze un atteggiamento di sultano fra le

odalische, e accordando ora una preferenza a questa, ora a quella, fece

sorger tra loro una specie di rivalità. Sicchè esse finirono col non

potersi soffrire, e Fortunata, che pur adorava la campagna, vide con

piacere la villeggiatura giungere al suo termine. A Venezia, ella

pensava, le cose torneranno come erano prima, e quella pettegola della

Rosetta non farà più le sue smorfie.

Quest'era vero, ma Fortunata errava grandemente nel credere che, levata

di mezzo, almeno per qualche tempo, la Rosetta, il cugino Leonardo non

avrebbe avuto altri grilli pel capo. Invece, giunto in città, Leonardo

mostrò di aver progredito in pochi mesi in malizia più di quello che in

molti anni non avesse progredito nell'ortografia, e Fortunata non gli

pareva che una bimba insipida con la quale non c'era sugo a perdere il

tempo.

Le tribolazioni di don Luigi in questa fase critica del suo allievo non

si possono descrivere. Quand'egli usciva a passeggio col contino, costui

guardava le donne in una maniera così sguaiata, così provocante, si

lasciava sfuggir di bocca delle esclamazioni così ardite che il povero

sacerdote avrebbe desiderato d'esser mille miglia sotterra, tanto se ne

vergognava. E borbottava fra i denti:--Anime sante del Purgatorio! Che

cosa mi tocca!

Finalmente don Luigi dichiarò che proprio egli non si sentiva in grado

d'andar più fuori di casa solo col contino, perchè, lasciando stare il

resto, egli non poteva nè tenerlo per le falde del vestito, nè corrergli

dietro quando il ragazzo s'impuntava a seguir le serve, o le crestaine,

o.... c'intendiamo.... chè già un paio di volte i monelli gli avevan

dato la baja, a lui sacerdote per bene, e avevan fatto sul suo conto chi

sa che razza di supposizioni offensive.

Il conte Zaccaria accolse con filosofica serenità questi avvertimenti, e

disse che riconosceva in suo figlio il sangue dei Bollati. I Bollati

erano stati sempre così, e poco più d'un secolo addietro il nobiluomo

Giuseppe Antonio era fuggito a quattordici anni con una cameriera.

Effetti del sangue.

Nondimeno per vigilar meglio sul suo chiaro rampollo, il conte Zaccaria

deliberò di affidarlo meno alle cure del precettore e di condurlo più

spesso con sè, al caffè Suttil di giorno, al teatro la Fenice la sera,

quando c'era spettacolo o c'erano prove. Poichè il conte Zaccaria ch'era

uno dei presidenti, aveva libero accesso anche al palcoscenico. In quel

recinto sacro alle Muse il contino Leonardo trovò subito oneste e liete

accoglienze, soprattutto dal corpo di ballo. Infatti le pudiche allieve

di Tersicore avevano troppa stima del conte Zaccaria da non far buon

viso al suo nobile erede, il quale mostrava le migliori disposizioni a

seguir gli esempi paterni. Il contino Leonardo, dal canto suo, si

pavoneggiava molto di queste sue nuove conoscenze, e quand'era in palco

con sua madre nominava a una a una le vaghe giovinette di rango francese

o italiano che volteggiavano sulla scena in vestito succinto.

E se la contessa Chiaretta si sgomentava delle inclinazioni libertine

del figliuolo e manifestava dei timori al marito, questi tirava in campo

la solita scusa del sangue caldo dei Bollati, e soggiungeva:--Ci

vogliono le valvole di sicurezza, ci vogliono. Se no la macchina

scoppia.

Dal primo piano alla soffitta · 第 22 / 57 题