V.

Vediamo ora di far più stretta conoscenza col contino Leonardo Bollati,

unico rampollo maschio della famiglia, unico erede d'un nome illustre

negli annali della Serenissima.

Per cominciare _ab ovo_ diremo che il contino Leonardo nacque nel 1823,

come può verificarsi, oltre che dai registri parrocchiali, anche da un

volumetto di poesie stampato in quel tempo, col titolo: _Versi di vari

autori in occasione del battesimo di S. E. il conte Leonardo Bollati P.

V._ (leggi Patrizio veneto).

C'è fra gli altri componimenti un sonetto che principia così:

O tu in cui dritta la virtù discese

Onde Venezia ebbe del mar l'impero,

Certo tu pure, o pargoletto altero,

Famoso andrai per memorande imprese;

Mel dice il nobil tuo sembiante, il fiero

Lampo degli occhi tuoi mel fa palese...

. . . . . . . . . . . . . . .

E ci pare che basti.

Nonostante le feste con cui egli fu accolto al suo nascere, il contino

Leonardo non fu guastato con troppi baci e troppe carezze. Il conte

Zaccaria, libertino incorreggibile, s'occupava più delle crestaie e

delle ballerine che de' suoi figliuoli, e la contessa Chiaretta, tra le

pratiche di devozione e il teatro, il fare e il ricever visite, il

curare i suoi mali veri e l'almanaccar dietro ai suoi mali immaginari,

il bever tazze di cioccolata e il mangiar pasticcini, esauriva tutte le

forze del corpo e dello spirito, nè le restava più tempo o voglia di

dedicarsi alle cure materne. Dimodochè S. E. Leonardo Bollati, progenie

di dogi, passò dalle braccia della balia e delle bambinaie a quelle

dell'altre persone di servizio, e ne' primi anni della sua gloriosa

esistenza non era ammesso al cospetto de' genitori che la mattina appena

alzato e la sera avanti di coricarsi. In questi momenti solenni egli

baciava la mano al nonno, al signor padre e alla signora madre, e dava

loro il buon giorno e la buona notte. Nelle grandi occasioni (a Pasqua,

a Natale, al Capo d'anno, ecc.) lo si faceva portare a tavola alle

frutta. Allora il contino dava prova di ottimo appetito e di rara

precocità nel dir parole indecenti, ch'egli apprendeva in cucina e che

esilaravano il conte padre ed erano accolte con un sorriso benevolo

anche dai commensali, soprattutto dai Rialdi, parenti poveri, mentre la

contessa Chiaretta si limitava ad esclamare:--Maria Vergine santissima!

Che discorsi!

Ma il contino Leonardo non imparava in cucina soltanto le schiette

grazie del linguaggio popolare.

Un barcaiuolo pensionato della famiglia, morto nonagenario un anno prima

del padrone vecchio, lo aveva erudito in certe cronache domestiche assai

edificanti. Nicola (il barcaiuolo si chiamava così) era nato in casa e

avea pei Bollati una devozione a tutta prova. Per isfortuna egli non era

cresciuto nei tempi in cui i Bollati maschi si coprivano di gloria, ma

in quelli in cui le Bollati femmine facevano d'ogni erba un fascio. E

raccontava le gesta di queste civette con la identica compiacenza con la

quale due secoli innanzi avrebbe raccontato quelle del nobiluomo Almorò

che aveva preso una bandiera ai Turchi, e del nobiluomo Biagio che a

venticinque anni aveva sbalordito il Maggior Consiglio con la sua

eloquenza. La madre del conte Zaccaria non aveva avuto tempo di far

discorrer di sè perch'era morta da parto dopo un anno di matrimonio, ma

Sua Eccellenza Adriana e Sua Eccellenza Marina, mogli di due fratelli

del N. H. Leonardo ne avevano fatte di grosse. Belle, piene di spirito e

di salute, avevano goduto la vita, loro due, non come Sua Eccellenza

Chiaretta, una buona donna, ma via, un po' troppo monachella, troppo

dinoccolata, troppo paurosa della sua salute. Perchè in fin dei conti,

diceva il vecchio Nicola, che cosa fanno a questo mondo le donne se non

fanno il chiasso e l'amore?

--Eh--continuava il barcaiuolo epicureo--ai tempi delle lustrissime

Adriana e Marina ci si divertiva in Palazzo. Altro che adesso! Non

s'eran mai viste due cognate che se la intendessero meglio di quelle.

Mai una gelosia, mai la cattiva azione di portarsi via i _morosi_, ma

invece un aiutarsi, un difendersi ch'era un piacere a sentirle. Io ero

il confidente di tutt'e due, e quando l'una o l'altra diceva di voler la

gondola a un remo solo e che quel remo dovevo esser io, sapevo benissimo

di che si trattava. Qualche volta i due mariti e i due rispettivi

cavalieri serventi volevano tirarmi in lingua. Mi ricordo che un giorno

il nobiluomo Barbo, che serviva la lustrissima Adriana, mi disse:--«Tu

tieni il sacco a quella fraschetta.»--«Nobiluomo--io risposi--la parli

con rispetto della padrona.» Sicuro; perchè io non ammettevo scherzi su

questo proposito.... Ma quando potevo, coi debiti riguardi, dare un buon

consiglio alle _lustrissime_, mi facevo coraggio. E raccomandavo loro di

usar prudenza e di salvare le apparenze, che son quelle a cui il mondo

bada di più. Così facevo il mio dovere, e le padrone, che non avevano

ombra di sussiego, me ne ringraziavano. Erano due angeli, quelle donne,

e non è mica a credere che fossero cattive mogli. Bisognava vederla Sua

Eccellenza Adriana durante la lunga malattia del marito. Pareva una

suora di carità. E quando S. E. Alvise morì, che macchina di monumento

ella gli fece innalzare in chiesa dei Gesuiti! E quante messe all'anno

faceva dire in suffragio del povero defunto! Se quell'anima lì non ha

scontato presto il suo purgatorio, non deve certo prendersela colla

moglie. E S. E. Marina? L'ho accompagnata io stesso due anni di fila ad

Abano con S. E. Vittore che andava a curarvi la sua sciatica. Che

pazienza da santa quella donna! Perchè S. E. Vittore (che Dio l'abbia in

gloria!) era una pasta di zucchero finchè stava bene, ma se aveva un

dolor di capo, usciva dai gangheri addirittura. Non c'eravamo che la

padrona ed io che potessimo sopportarlo.--«Eh, Nicola,»--la mi diceva

scherzando--«non si va mica in gondola adesso. »--«Ma, lustrissima;

torneranno quei tempi.»--E lei, con una scrollatina di testa:--«Intanto

s'invecchia, caro Nicola.»--Benedetta quella vecchia!--io avrei voluto

soggiungere, ma non ero che un povero gondoliere e non dovevo prendermi

certe libertà.... So ch'era da mangiarla S. E. Marina quando parlava

così. A quarant'anni ell'era ancora un boccone prelibato. Una vitina, un

busto, un giro di spalle, dei capelli neri come la pece, due occhi da

svegliare i morti.... E una manina bianca, grassottella, che aveva tutti

i sapori.... Posso dire di avergliela baciata quella mano.... Ma! Le due

_lustrissime_ son morte tutt'e due in fresca età e di donne come quelle

s'è persa la stampa....

Questi e altri discorsi consimili il vecchio Nicola li teneva

soprattutto nelle sere d'inverno, durante la siesta, quando seduto sul

focolare sopra un seggiolone impagliato egli protendeva le gambe

stecchite sulle ceneri calde, e fumava la sua pipa di gesso o centellava

un bicchiere di vino generoso. Il resto della servitù stava ad

ascoltarlo ad orecchie tese, e le cameriere, ghiotte di pettegolezzi

scandalosi, lo tempestavano di domande. Ed egli, sempre vantandosi

d'esser stato un modello di discrezione in gioventù, spifferava una

quantità di aneddoti circa alle scappate delle padrone, e al brio delle

loro conversazioni nel casino ch'esse tenevano in comune a San Giuliano,

e ai loro travestimenti in carnevale, al Ridotto, e ai loro trionfi alla

venuta dei conti del Nord e del Re di Svezia. Intanto il contino

Leonardo, ora sulle ginocchia d'una fantesca, ora sotto la tavola in

compagnia del gatto, sbadigliava aspettando che lo mettessero a letto.

E, se vogliamo esser giusti, egli si curava pochissimo di queste glorie

casalinghe, e preferiva il racconto dei fatti memorabili del brigante

Mastrilli, che il signor Oreste, il cuoco, sapeva a memoria, e di cui

mostrava al padroncino le illustrazioni a colori sopra una ventola di

cartone.

Altra occupazione gradita pel nostro contino, sin dalla più tenera

infanzia, era stata quella di dar la caccia ai granchi che salivano su

per la _riva_ del Palazzo. A questo nobile esercizio egli dedicava un

paio d'ore al giorno sotto la vigilanza dell'uno o dell'altro dei

gondolieri di casa, e, quando aveva preso una di quelle innocue

bestiuole, egli trovava un gusto infinito a legarla con uno spago per

una delle branchie e a tirarla su e giù per l'androne.

Però i gondolieri non insegnavano al contino Leonardo solamente a

pigliare i granchi; essi lo addestravano eziandio nell'arte del remo,

l'unica ginnastica a cui si dedicassero in quel tempo i nobili veneti. A

quattr'anni egli aveva già un remino microscopico che appena sfiorava

l'acqua; poi di mano in mano che il ragazzo cresceva gli si faceva fare

un remo più grande e il remo smesso si conservava come trofeo di

famiglia. Quando il contino Leonardo non possedeva ancora le lettere

dell'alfabeto, egli era ormai in grado di vogare a poppa e di diriger

bene o male la gondola nel Canalazzo e pei meandri dei _rii_. I

barcaiuoli dei traghetti lo conoscevano tutti, e se qualcheduno

vedendolo passare gridava poco rispettosamente:--_Occhio ai granchi,

Eccellenza_--i più rendevano giustizia alle sue felici disposizioni e

gli pronosticavano uno splendido avvenire.

Con la sorella, alquanto maggiore d'età, Leonardo non aveva mai avuto

buon sangue; del resto si può dire ch'egli l'avesse anche conosciuta

poco, perch'ella entrò ben presto alle Salesiane e vi stette fino al

momento del matrimonio. La piccola Rialdi, che aveva quattr'anni meno di

lui, era stata sempre, come sappiamo, la sua compagna favorita di

giuoco. E quand'egli non era in cucina con le serve, o in gondola, o

presso alla _riva_ coi barcaiuoli, era con Fortunata in uno stanzone del

secondo piano detto lo stanzone degli armadi, ove i bimbi potevano fare

il chiasso senza disturbare la _lustrissima_ Chiaretta che pativa di

emicrania e di sfinimenti.

Così trascorse l'infanzia del contino Leonardo Bollati. Alla fine il suo

signor padre si decise a dargli un precettore, e la scelta cadde sopra

un sacerdote di nome don Luigi, al quale il conte Zaccaria,

nell'affidargli l'educazione del giovinetto, tenne questo notevole

ragionamento:

--Grazie al cielo, Leonardo non ha bisogno di guadagnarsi da vivere, non

deve far l'avvocato, nè il medico, nè l'ingegnere, nè, Dio guardi, il

professore. Sotto la Serenissima era un altro paio di maniche. Il

ragazzo avrebbe dovuto entrare prima nel Maggior Consiglio e più tardi

forse nei Pregadi, e non ci sarebbe stata nessuna carica, per quanto

alta, a cui egli non avesse potuto aspirare. Adesso il più che possa

toccargli è di diventare assessore municipale, o amministratore dei

Luoghi Pii, o presidente della Fenice, come me, e per questa roba non

occorre troppa dottrina. Dunque, don Luigi, siamo intesi. Un poco di

religione, di storia sacra e di storia veneta, le quattro operazioni

dell'aritmetica, una tintura di latino, e quel tanto d'italiano che

basta a scriver discretamente una lettera, e, se occorre, un sonetto per

nozze o per monaca. Insomma non sopraccarichiamo il ragazzo di scienza.

Don Luigi s'inchinò in segno d'assenso, e promise al conte Zaccaria di

uniformarsi interamente a' suoi desiderii.

Proprio un asino don Luigi non era; aveva un certo bagaglio di cultura

classica e aveva scritto in gioventù un panegirico di San Luigi Gonzaga,

lodato dal Padre Cesari. Ma era una mente gretta, piccina, di quelle che

non possono spargere intorno a sè altro che la loro piccineria e la loro

grettezza. In fatto di letteratura, il suo più forte convincimento era

questo: doversi combattere ad oltranza il Manzoni. Per don Luigi,

innamorato degli _avvegnachè_ e dei _conciossiachè_, il Manzoni era un

barbaro, e non c'era scribacchino d'istanze ch'egli non preferisse

all'autore dei _Promessi Sposi_. Onde sopra una sola cosa egli domandò

al conte Zaccaria che gli fosse lasciata mano libera:--Bisogna ch'ella

mi permetta--egli disse--di formare a mio modo lo stile del mio allievo.

Sarei veramente umiliato s'egli dovesse scrivere come il signor Manzoni,

quel corruttore della lingua italiana.

--Oh in quanto a questo--rispose il conte Zaccaria--faccia come le pare.

Le inquietudini di don Luigi non durarono un pezzo. Non solo il contino

Leonardo non accennava a voler scrivere un giorno come il signor

Manzoni, ma dopo cinque anni d'insegnamento era ancora dubbio s'egli

sarebbe mai riuscito a scrivere in nessuna maniera. Il pronostico fatto

dal nonno poco prima di morire pareva aver molta probabilità di

avverarsi. L'ultimo rampollo dei Bollati aveva tutta la disposizione di

restare un somaro. Invece, dal lato fisico, egli era cresciuto meglio

che la gracile infanzia non promettesse, era abbastanza alto per la sua

età, snello e ben proporzionato della persona. Fatta eccezione dal naso

un po' grande, i suoi lineamenti erano regolari, e, non guardando pel

sottile all'espressione della fisonomia insignificante e sbiadita, lo si

poteva anche dire un bel ragazzo.

Dal primo piano alla soffitta · 第 21 / 57 题