Il deliquio del vecchio conte non durò che pochi minuti, ma i medici,
considerando l'età avanzata e il fisico indebolito di Sua Eccellenza, lo
giudicarono un sintomo gravissimo e non tacquero le loro inquietudini
alla famiglia. Nè s'apponevano a torto; chè di lì a qualche giorno
apparve evidente che il nobil'uomo Leonardo Bollati, patrizio veneto e
comandante di galera sotto la Serenissima, si spegneva a oncia a oncia,
come lampada a cui manchi l'olio. Egli conservò per altro sino
all'ultimo la lucidezza della mente, e quando s'accorse d'essere ormai
bell'e spacciato, chiamò al suo letto il figliuolo e gli tenne
all'incirca questo discorso:
--Lasciamo i preamboli, perchè non ho tempo da perdere. Presto sarete
voi il capo della famiglia di nome e di fatto. È dunque bene che
sappiate, se non ve ne foste ancora accorto, che, da un secolo a questa
parte, c'è in casa nostra tutta la disposizione ad andare in malora. La
mia colpa ce l'avrò anch'io, ma si è cominciato molto prima di me a
spendere più di quello che si poteva. Se cercherete su nell'archivio le
lettere del vostro prozio Almorò, ambasciatore a Parigi, vedrete ch'egli
domandava 120 mila franchi all'anno per lui solo e l'agente aveva un bel
da fare a trovarglieli. E vedrete anche la polizza delle spese occorse
per le feste date in occasione della nomina a Procuratore di San Marco
di vostro nonno e mio padre Zaccaria. Oh bazzecole! venti mila ducati!
Notate che in quei tempi c'era ogni tanto la sua brava eredità che
capitava in buon punto a colmare i vuoti. Ma adesso i pochi parenti che
ci restano son tutti spiantati, e non so quali eredità si possono
sperare.... Se non fosse da parte dei Rialti....
Questa supposizione parve sì comica al conte Leonardo ch'egli si mise a
ridere, e, poichè il riso gli fece venire la tosse, dovette interrompere
la sua arringa.
--Sì, sì--egli riprese di lì a un paio di minuti--tutti ebbero le mani
bucate nella nostra famiglia. Non è da eccettuarsi che una bisavola, la
quale aveva invece la manìa dell'avarizia, e, fra l'altre cose, lasciò
alla sua morte una cinquantina di pacchi di curadenti con scrittovi
sopra: _usati, ma servibili_. Insomma quello che volevo dirvi si è ch'è
necessario metter giudizio; se no vi assicuro io che, nonostante i due
dogi, i tre procuratori e gli altri illustrissimi personaggi che
vantiamo per antenati, di tutte le nostre ricchezze non ci resterà fra
poco il becco d'un quattrino. E queste cose ditele alla mia degnissima
nuora, che non si sa proprio come spenda il danaro, perchè le nostre
vecchie si divertivano, e quella lì consuma una sostanza in caffè,
cioccolata, _baicoli_ e paste sfogliate. Badate poi al vostro figliuolo
Leonardo, che giurerei destinato a restare un somaro e a diventare un
cattivo soggetto. Finalmente credo utile avvertirvi che tutti i nostri
dipendenti ci succhiano il sangue come tanti vampiri, cominciando
dall'agente generale _sior_ Bortolo e terminando coll'ultimo fattore di
campagna. Già saprete il proverbio: _Fame fator un ano, e se moro de
fame xe mio dano_. Non vi suggerisco di cambiarli, perchè ne prendereste
di quelli che vi ruberebbero ancora di più; solamente tenete gli occhi
aperti e procurate di far meglio di quello che ho fatto io. Io me ne
lavo le mani. È il meno che si possa fare quando si va all'altro mondo.
In complesso il sermone del conte Leonardo era pieno d'idee giudiziose,
ciò che prova come tutti gli uomini in punto di morte abbiano
l'attitudine a dar buoni consigli, perchè sanno di non doverli più
avvalorar con l'esempio, e perchè non temono più le conseguenze dei
sacrifizi che suggeriscono agli altri.
E invero quando, dopo pochi giorni, Sua Eccellenza morì con tutti i
conforti della religione, il suo testamento parve fatto apposta per
ismentire le savie massime ch'egli aveva predicato, tanti e di tante
specie erano i legati che imponeva all'erede. Ce n'era sotto forma di
elargizioni a opere pie, di somme da pagarsi in una sol volta a parenti
ed a amici, di elemosine ai poveri, di pensione alla servitù, ecc., ecc.
Nè mancavano istruzioni precise, minute, circa ai funerali che dovevano
essere tra i più splendidi che si fossero visti.
Questi funerali i vecchi parrocchiani se li ricordano ancora. Essi si
ricordano perfettamente quanti minuti impiegasse il corteo per giungere
dal palazzo alla chiesa, quanti preti, quante confraternite, quante
rappresentanze civili e militari, quanti servi di casa, quanti
gondolieri di famiglie patrizie vi prendessero parte, e che folla di
curiosi venisse in coda, donne, ragazzi, pezzenti d'ogni età e d'ogni
sesso, che, trattenuti a fatica dai fanti del Municipio, si accalcavano
gli uni sugli altri, mormorando per non aver potuto avere il torcetto.
In chiesa poi era uno spettacolo imponente. Le pareti e i pilastri erano
rivestiti di drappo nero con galloni d'argento, un gran catafalco con
iscrizioni ai quattro lati s'ergeva nel mezzo, le fiamme oscillanti dei
ceri abbarbagliavano gli occhi e gettavano in faccia dei buffi d'aria
infocata. Dopo che il feretro fu issato sul catafalco, intorno al quale
stavano ritti ed immobili quattro pompieri con le spade nude e quattro
servitori con le torce accese, principiò la cerimonia religiosa, una
cerimonia che non voleva finir mai. Le onde sonore che partivano dalla
cantoria accrescevano, s'era possibile, il caldo affannoso, la gente,
stipata come le sardelle in barile, si rasciugava i sudori con la manica
del vestito (seppur le riusciva di alzare il braccio), e di tratto in
tratto, non potendone proprio più, metteva dei muggiti simili a quelli
del mare in burrasca. Insomma, quando piacque a Dio, il parroco
pronunziò l'assoluzione e il funerale si mosse. Ci fu di nuovo un serra
serra, qualche bimbo rischiò di restar schiacciato, qualche donna cadde
in deliquio, ma non s'ebbero a deplorare disgrazie maggiori. Nel _campo_
davanti alla chiesa un picchetto di soldati di marina rese alla bara gli
onori militari; poi, non usandosi in quei tempi i discorsi, la bara fu
accompagnata sino al canale, e venne deposta in una _peota_ riccamente
addobbata, nella quale salirono i famigli del defunto, alcuni pompieri e
fanti del Municipio. La _peota_ preceduta da una barca con la musica e
seguita da uno stuolo di gondole si diresse verso il cimitero di San
Michele di Murano.
La folla si disperse da varie parti. Solo un centinaio di poveri (donne
in gran parte) s'avviarono al palazzo per buscarsi qualche soldo
d'elemosina.
_Sior_ Bortolo, il quale, soffrendo un po' d'asma non era andato in
chiesa, ebbe un bel da fare a liberarsi da quest'arpie ch'eran riuscite
a penetrar nel _mezzà_ e lo assordavano delle loro querimonie.
--A mio marito non hanno dato nemmeno una candela.
--Ho quattro creature, io....
--Son due giorni che non si accende fuoco in casa....
--Sono un povero vecchio impotente....
--Ho il figliuolo coscritto.
--Andate in pace--diceva _sior_ Bortolo--chè già nel testamento di S. E.
Leonardo c'è un legato pei poveri della parrocchia.
--Oh _paron benedeto_!--stillavano alcune di quelle megere--di quei
soldi lì noi altri non ne vediamo.... Se li mangia il pievano.
--Eh, vergogna. Che discorsi!
--Pur troppo, _sior_ Bortolo.... Pur troppo la è sempre così.
--Se anche non li mangia tutti--soggiungeva una femmina d'opinioni
moderate--li distribuisce a suo modo, a chi non li merita, a chi non ha
bisogno.... Sia buono, _sior_ Bortolo, ci dia qualche cosa.
_Sior_ Bortolo si lasciava commuovere e cacciava le mani dentro un
cassetto.--Uno alla volta.... Marco.
Marco era un fattorino addetto all'agenzia.
_Sior_ Bortolo gli diede una manata di soldi con l'incarico di
licenziare tutta quella gente, e Marco ricorrendo a _sior_ Bortolo ogni
volta che la provvista era esaurita, persuase i postulanti ad andarsene.
In questa delicata operazione egli seppe far in modo che qualche mezza
svanzica si smarrisse nelle tasche della sua giacchetta. _Sior_ Bortolo,
dal canto suo, nel registrare la sera tutte le spese innumerevoli della
giornata, stimò opportuno di arrotondare la cifra, sembrandogli forse
che il decoro della nobile famiglia Bollati esigesse di far comparire
nei libri una somma maggiore del vero.
Sua Eccellenza il conte Leonardo Bollati, che scendeva sotterra in quel
giorno d'ottobre 1838, non era un grand'uomo, come volevano far credere
i suoi panegiristi. Egli aveva avuto la fortuna di conquistare in
gioventù una certa riputazione di valore combattendo sotto gli ordini
dell'ammiraglio Emo nell'impresa di Tunisi, e aveva avuto l'abilità di
conservar quella riputazione, non mettendola mai alla prova. Così più
d'uno aveva creduto (e abbiamo visto che tale era anche l'opinione del
vecchio barbiere) che se, nel 1797, egli fosse stato alla testa della
flotta, le cose sarebbero andate diversamente.
Caduta la Repubblica, Sua Eccellenza non volle più servire nè sotto il
Governo democratico che le succedette per pochi mesi, nè sotto alcuno
dei Governi che si avvicendarono poi, e quest'atto, che forse in lui era
da attribuirsi a sola pigrizia, fu interpretato quale una protesta
dignitosa contro i nuovi ordinamenti politici della patria. È vero che
questo suo nobile disdegno non gl'impedì d'essere tra i patrizi
veneziani i quali sollecitarono dall'Austria la corona di conte.
Se Sua Eccellenza Leonardo Bollati abbandonò dopo il 1797 i pubblici
uffici, non si può dire ch'egli si consacrasse con molto zelo alle sue
faccende private, chè anzi, mortagli la moglie in età ancora fresca,
egli non si diede alcun pensiero dell'unico figliuolo rimastogli, e
continuò invece, fin che la salute glielo permise, a menar vita
dissipata e galante. A ogni modo, sia pel fascino esercitato dal suo
nome storico, sia pei ricordi che gettavano una luce favorevole sulla
sua gioventù, sia per una certa prontezza e festività di spirito, sia
per le maniere affabili sotto le quali egli dissimulava l'alterigia e
l'egoismo nativo, sia pel largo patrimonio ch'è mezzo sicuro di coltivar
le aderenze, il conte Bollati era un uomo assai popolare e molti
riverivano in lui uno degli ultimi rappresentanti di quell'aristocrazia
veneziana che diede così splendidi esempi di senno civile. E quantunque
da alcuni anni egli non si facesse veder quasi da nessuno e lasciasse
far tutto al figliuolo, la sua morte recò una scossa notevole al credito
della famiglia, cosa di cui l'agente generale fu il primo ad accorgersi
nel combinare l'operazione finanziaria indispensabile pel pagamento dei
numerosi legati.
_Sior_ Bortolo era una perla d'agente, che non seccava mai i padroni coi
molesti predicozzi dei commessi troppo scrupolosi, che non lesinava mai
il danaro, nè sollevava dubbi e difficoltà. A ogni straordinaria
richiesta di fondi, egli atteggiava le labbra a un sorrisetto serafico e
rispondeva:--Sarà fatto.--E non c'era pericolo ch'egli non mantenesse la
sua parola. Ohibò! Si era sicuri di vederlo comparire il domani più
sorridente ancora del consueto con la somma precisa di cui si aveva
bisogno. E la soddisfazione che _sior_ Bortolo provava nel compiacere la
nobile famiglia era tale ch'egli diventava ogni giorno più lucido e
grasso, tanto lucido da parer spalmato di lardo, tanto grasso da
raggiunger quasi la forma sferica.
Sappiamo già che il conte Leonardo era intimamente persuaso che l'ottimo
_sior_ Bortolo rubasse a man salva. Ma egli diceva:--Non posso mica
attender io stesso ai miei affari. E a qualunque altro li affidassi,
sarebbe peggio.--Il conte Zaccaria poi non faceva neanche questo
ragionamento; egli lasciava correre senza badare più in là.
Adesso però, sotto l'impressione delle profezie e delle ammonizioni
paterne, egli stimò necessario di veder coi suoi occhi come stavano le
cose, e ordinò a _sior_ Bortolo di preparargli un prospettino da cui
apparisse chiaro lo stato del patrimonio. E _sior_ Bortolo con mirabile
sollecitudine allestì un lavoro degno della sua perizia di contabile e
di calligrafo. Frutto di queste lucubrazioni furono due nitidi specchi a
doppia colonna, l'una per il dare, l'altra per l'avere. Nel primo
figuravano a destra le somme a cui erano stimati i beni della famiglia,
possidenze in città e in campagna, oggetti d'arte e oggetti preziosi,
ecc. ecc.; a sinistra si leggevano i nomi dei varii creditori insieme
con le cifre dei loro crediti. Qui c'era una bella differenza in più
nell'avere. Nel secondo specchio erano disposte nello stesso ordine
l'entrata e l'uscita: spese domestiche presunte, livelli, tasse,
interessi dei mutui. E c'era una bella differenza anche qui, ma in senso
contrario; il dare superava l'avere di parecchie migliaia di lire.
--Capisco, capisco--disse il conte Zaccaria dopo aver esaminato per
mezz'ora i due prospetti in lungo e in largo--noi avanziamo ogni anno
dai quattro ai cinquemila ducati.
--Scusi, Eccellenza--interpose l'agente--è proprio il rovescio. Si
spendono quattro o cinquemila ducati in più.
Il conte Zaccaria si grattò la nuca.
--E come va questa faccenda?
--Ma!--rispose _sior_ Bortolo, sprofondando la testa fra le spalle.--Mi
pareva che S. E. Leonardo (pace all'anima sua) l'avesse avvertita....
--Sì, sì, mi disse qualche cosa.... senza parlare di cifre....
--Del resto--ripigliò l'agente per dorar la pillola--del resto, se ci
fossero due buoni raccolti di seguito, un aumento nelle entrate lo si
dovrebbe vedere. Poi c'è qualche livello che sta per cessare.... In ogni
modo, non lo dissimulo, un po' d'economia sarebbe assai utile. Dal canto
mio, per quanto riguarda l'agenzia, procurerò sicuramente.... ma
bisognerebbe che anche in famiglia.... perdoni, Eccellenza, se mi prendo
questa libertà.... ma è la mia devozione per la casa Bollati.
--Bene, bene.... vedremo.... Capisco....
--Di qui ad alcuni anni poi--soggiunse _sior_ Bortolo--il contino
Leonardo, col suo nome e con le sue belle qualità, che il Signore Iddio
gli conservi, potrà trovar la dote che vuole....
--Affari lontani, caro amico, affari lontani....
--Lontani, ma sicuri.
A questo punto _sior_ Bortolo mostrò al principale un polizzino
supplementare con la nota delle tasse e dei legati che conveniva pagar
subito, e disse in qual modo, salvo sempre l'approvazione di S. E., egli
aveva creduto di provveder la somma occorrente. E S. E., che rispondeva
sempre _capisco_ e non capiva mai nulla, si spicciò con due parole:
--Fate voi.... Purchè non si tratti di vendere.... Vendere significa
diminuire il patrimonio, e io voglio tramandarlo intatto a mio figlio.
Esposta questa savia massima amministrativa, il conte Zaccaria prese la
eroica risoluzione di raccomandare alla sua illustrissima consorte una
maggiore economia nelle spese di casa, e citò a sostegno della sua tesi
gli avvertimenti del defunto genitore e quelli dell'agente generale.
La signora Chiaretta, donna ordinariamente molto fredda ed apatica, fu
punta sul vivo dalle considerazioni del marito, e gli rispose per le
rime. Ella disse prima di tutto che si maravigliava molto che si
venissero a raccontare a lei queste storie; che se da più secoli gli
uomini della famiglia non avevano avuto giudizio, ella non sapeva che
farci, e se Sua Eccellenza Almorò, quand'era ambasciatore a Parigi,
spendeva 120 mila franchi all'anno, e Sua Eccellenza Zaccaria per
festeggiare la sua nomina a Procuratore aveva gettato 20 mila ducati
bisognava prendersela con Sua Eccellenza Almorò e con Sua Eccellenza
Zaccaria, e non con lei. Del resto, quand'ella, l'ultima degli Orseolo,
era entrata in casa Bollati aveva creduto di entrare in una casa di gran
signori, e non era disposta affatto a vivere di pane e di noci. A ogni
modo ella sarebbe stata curiosa di sapere quali risparmi si potevano
fare.--Perchè--ella continuava rispondendo da sè alla propria
domanda--non pretenderete mica che si stia senza gondola.
--Sfido io.... Nemmen per sogno.
--O che si licenzi il cuoco?
--Ma chi dice questo?
--O che io mandi a spasso la cameriera?
--Ma no, ma no.
--O che rinunzi al palco alla Fenice?
--Nemmen per idea.
--O che mi vesta come una serva?
--Via, Chiaretta, nessuno pretende una roba simile.
--Che cosa si pretende adunque? Che si dia il benservito al precettore
di Leonardo, e che si mandi il ragazzo alla scuola pubblica?
--Ci mancherebbe altro! Un Bollati alla scuola pubblica?... In mezzo
alla marmaglia?
--Lo vedete voi stesso, è chiaro come la luce del sole che meno di quel
che si spende non si può spendere.... almeno per parte mia. Se voi
sprecate il danaro senza discernimento....
--Io!--interruppe scandalizzato il conte Leonardo. E allora toccò a lui
di provare come due e due fan quattro che sulle sue spese particolari
non c'era da risecare un centesimo, mentre non si poteva certo
pretendere che un Bollati non appartenesse al Casino dei nobili, e non
avesse un posto nel _palcone_ di società in tutti i teatri, e non
frequentasse il caffè, e si tirasse indietro dal giuocare una partita a
_tre sette_ per paura di perdere qualche zecchino.
La contessa Chiaretta avrebbe voluto dire che tutte le spese del marito
non finivano lì, ma tacque per ispirito di conciliazione.
Dopo questo colloquio pareva che le cose dovessero restar al punto in
cui erano prima; nondimeno i due coniugi, ritornando sull'argomento,
ebbero uno slancio sublime, e mostrarono di quanta abnegazione fosse
capace l'animo loro. Sua Eccellenza Chiaretta, che prendeva sei tazze di
cioccolata al giorno, deliberò di sacrificarne una, e il conte Zaccaria,
sempre fermo nell'idea di lasciare intatto il patrimonio al figliuolo,
immolò sull'altare della famiglia un bicchierino di curaçao, ch'egli
soleva centellare dopo colazione.