II.

La regata doveva cominciare alle cinque pomeridiane, ma fin dalle

quattro il piano nobile del palazzo formicolava di dame e di cavalieri,

e il conte Zaccaria col pomposo genero a fianco conduceva in giro per

l'appartamento tre o quattro austriaci d'alto affare, duri, impettiti,

coperti di decorazioni. Era un bel palazzo davvero quello ch'egli

mostrava a' suoi ospiti, uno di quegli edifizi maestosi e leggiadri ad

un tempo di cui gli architetti moderni hanno perduto il segreto. _Stile

del classicismo avviato alla decadenza_, lo dicono le Guide, e ne

attribuiscono la costruzione al Sansovino o a uno dei suoi discepoli.

Cinquant'anni fa, esso era anche uno dei pochi palazzi veneziani che

nell'interno serbassero il carattere primitivo. Dalle travi dello

spazioso androne pendevano due grandi fanali che avevano già appartenuto

a due galere della Repubblica; il soffitto della lunga sala era adorno

di elegantissimi stucchi che incorniciavano degli affreschi non privi di

merito; sopra gli usci che nella sala stessa s'aprivano a destra e a

sinistra c'erano dei ritratti di famiglia, quali col corno ducale in

testa, quali in armatura, quali con la zimarra senatoriale, quali col

vestito paonazzo a larghe maniche dei procuratori di San Marco. Altri

quadri coprivano le pareti, e fra i molti ce n'erano alcuni realmente

pregevoli, un Tintoretto, un Palma giovane, un Paris Bordone. Il salotto

di ricevimento, i cui muri erano coperti d'arazzi di Francia, aveva un

caminetto di marmo scolpito dal Vittoria, un'antica lumiera di Murano e

due bei candelabri di bronzo, che riproducevano in assai minori

proporzioni i due famosi della Cappella del Rosario a' SS. Giovanni e

Paolo. Pesanti cortine di damasco rosso, un po' sfilacciate e sgualcite,

moderavano la luce ch'entrava dall'ampie finestre, e la medesima stoffa

rivestiva i seggioloni dagli alti schienali intagliati ch'erano disposti

in giro simmetricamente e davano alla stanza un aspetto grave e solenne,

come se dovesse a ogni momento adunarvisi il Consiglio dei Dieci. Nel

salottino attiguo si ammiravano alcuni quadretti del Canaletto e del

Longhi e due pastelli di Rosalba Carriera. E qua e là, nell'altre parti

del palazzo, erano pure oggetti artistici di pregio, senza contare le

argenterie, le maioliche, le porcellane. Si diceva, per esempio, che la

collezione di vecchio Sassonia ch'era stata acquistata dal nobil'uomo

Cristoforo Bollati durante la sua ambasciata a Vienna fosse la più bella

che c'era in Venezia.

Mentre che il conte Zaccaria faceva da cicerone agl'illustri forestieri

e il marchese genero gli serviva da interprete, gli altri invitati si

pigiavano nel salotto degli arazzi intorno alla languida contessa

Chiaretta, o, prudentemente, prendevano il loro posto sul poggiuolo o

davanti a qualche finestra per goder meglio dello spettacolo.

Chi ha un po' l'abitudine della società sa benissimo che in ogni

ricevimento, in ogni festa c'è un manipolo di persone alle quali nessuno

bada e che i servi stessi dimenticano volontieri nell'andar in giro coi

rinfreschi. Sono i parenti poveri, i vecchi conoscenti di famiglia, i

maestri dei bimbi, tutta gente a cui s'è detto a bocca stretta:--Se

venite ci farete un piacere--lasciando sottintendere un'altra frase--Se

non venite, ce ne farete due.

In questa condizione umiliante si trovavano quel giorno il conte Luca e

la contessa Zanze Rialdi, cugini dei padroni, relegati insieme con la

loro figliuola Fortunata a una finestra di fianco che dava sul _rio_ e

dalla quale il Canal Grande si vedeva solo in iscorcio. Nè la finestra

era esclusivamente per i Rialdi, chè anzi essi dovevano dividerla con

Don Luigi, precettore del contino Leonardo, e con un'altra signora

soprannominata la contessa Ficcanaso per la rara abilità con cui essa

riusciva a insinuarsi dappertutto e a saper tutti i pettegolezzi della

città.

La contessa Zanze e la contessa Ficcanaso si facevano mille moine, ma

in fondo non si potevano soffrire. E quel giorno poi a trovarsi appaiato

nella stessa mortificazione provavano una stizza grandissima.--Che

vogliano levarsi dai piedi la Ficcanaso--pensava la contessa

Zanze--questo si capisce, ma un trattamento simile a me, che sono della

famiglia!--E l'altra diceva in cuor suo:--Facciano quante asinerie

vogliono a una parente povera; chè già quella è una vera mignatta, ma

usino i dovuti riguardi a una persona del mio grado.

Malgrado del disprezzo reciproco, è probabile però che le due contesse

si sarebbero sfogate a sparlar dei padroni di casa se la presenza di don

Luigi non le avesse tenute in riga. E sì che don Luigi della roba sullo

stomaco ne aveva anche lui, e aveva una voglia di dirne quattro! Per San

Filippo Neri! Un sacerdote par suo, un letterato, il precettore del

padroncino, il cappellano della famiglia, cacciarlo in un angolo come se

fosse una spazzatura, come se si vergognassero di lui! E si vantavano

d'esser gente devota alla Chiesa! Queste cose don Luigi le aveva sulla

punta della lingua, ma non le diceva per paura degli altri, e

specialmente di quelle femmine chiacchierone. Così, per darsela ad

intendere a vicenda, il prete e le due signore andavano a gara nel

levare a cielo la bellezza degli addobbi, il buon gusto dei ristauri e

lo sfarzo con cui si faceva tutto in casa Bollati, e solo di tratto in

tratto si permettevano qualche osservazione a carico dell'una o

dell'altra fra le dame raccolte nel geniale ritrovo. Erano allusioni

velate, erano suggestioni piene di carità evangelica, erano timidi dubbi

seguìti dall'onesta frase: Non bisogna credere alle cattiverie del

mondo;--erano lamentazioni generiche sul pervertimento dei costumi e

sulle gravi conseguenze della vanità.

Nè il conte Luca, nè Fortunata prendevano parte a siffatte mormorazioni.

Il conte Luca non aveva fiele, e per lui, a metterlo in disparte, gli

facevano un piacere fiorito, chè alla società egli non si era mai potuto

avvezzare, e della Regata non gliene importava un'acca, e sarebbe

rimasto ben volentieri a casa sua, davanti alla scacchiera, l'unica

passione della sua vita, a studiarvi un problema intorno al quale

ammattivano da più giorni gli avventori del caffè alla _Vittoria_. In

quanto a Fortunata, ch'era una ragazzina timida e sbiadita di dodici

anni e mezzo, non le veniva neppure in capo di lagnarsi del posto che le

avevano assegnato. Di dove era, allungando un po' il collo, ella vedeva

benissimo il Canal Grande, vedeva perfino le signore che si facevano

fresco sul poggiuolo d'un palazzo prospettante il palazzo Bollati.

Sotto la sua finestra poi, all'imboccatura del _rio_, c'era un grosso

battello che serviva a sbarrare il passaggio (come s'usa nei giorni di

regata), ed era pieno di gente allegra, uomini, donne, fanciulli che

ingannavano il tempo mangiando semi di popone e disputando romorosamente

intorno all'esito probabile della gara. C'erano due partiti. Gli uni

tenevano per Tita Oliva, gli altri, meno numerosi, per quel Nane

Sandretti detto _Bisatto_ ch'entrava in regata per la prima volta. Tita,

come sappiamo, era il gondoliere di casa Bollati, e quando lo si

nominava, tutti gli occhi si alzavano verso la finestra a cui era

affacciata la ragazza Rialdi.

Il cuore di Fortunata batteva anch'esso per Tita, ch'era sempre gentile

con lei e che la chiamava padroncina. Nel venir a palazzo essa lo aveva

incontrato per istrada già vestito da _regatante_, con la sua fascia

rossa intorno alla vita, l'aveva incontrato insieme con tre o quattro

altri compari, ed egli aveva salutato rispettosamente lei, il conte Luca

e la contessa Chiaretta, e aveva detto:--Adesso si va col gondolino ai

Giardini, e speriamo bene.

Come la Fortunata gli augurava il trionfo! Come si sentiva inclinata

verso quelli che parteggiavano per lui, come l'indispettivano i fautori

di quel Nane Bisatto che aveva la petulanza di venir a lottare coi

provetti!

Un fremito di voci umane, un rumore crescente di applausi annunziò

l'avvicinarsi delle gondole di Corte, le quali, precedute e seguìte

dalle _bissone_, facevano il giro del Canal Grande prima che i gondolini

della regata si mettessero in moto. Il corteggio passò e ripassò come un

lampo davanti al palazzo Bollati, dove le signore sventolavano i

fazzoletti e gli uomini gridavano con quanto fiato avevano in corpo:

_Viva l'Imperatore, viva l'Imperatrice!_ È utile rammentare a questo

proposito che, quantunque anche in quel tempo vi fossero in Venezia

uomini gagliardi e generosi pronti a versare il loro sangue per

l'indipendenza della patria, e non mancassero gli affigliati alla

_Giovine Italia_, la grande maggioranza della popolazione accettava

rassegnata il dominio austriaco e applaudiva i Sovrani col solito

entusiasmo della folla per tutto ciò che brilla ed abbaglia.

--Viva, viva!--strillava Fortunata con la sua vocina. E continuava,

rossa dall'emozione:--Ah, ecco l'_Uscocca_, ecco l'_Uscocca_.... Mamma,

babbo, presto, guardate Leonardo.... Come sta bene!

In ginocchio sulla prora della sua svelta ed elegante _bissona_, sotto

un baldacchino tutto veli e frangie inargentate, il contino Bollati

animava i rematori col gesto e con la voce, e pareva un antenato di sè

medesimo alla battaglia di Lepanto.

--Ah!--seguitava la fanciulla in preda a un nuovo parossismo

d'ammirazione.--E quella è la lancia del collegio di marina... ci

dev'esser Gasparo lì dentro... sì, sì... eccolo là.... Babbo, mamma...

non lo vedete?... È lui che governa il timone....

--Sì, sì, cara--rispondevano i genitori--non spingerti tanto fuori dal

davanzale.

Gasparo era il fratello maggiore di Fortunata, allievo dell'Accademia di

marina, e prossimo a uscirne cadetto.

La fulgida visione disparve, e di lì a poco s'intese il cannone che

annunziava la partenza dei _regatanti_ dalla punta dei Giardini

pubblici. Un lungo mormorio corse attraverso la folla accalcata sulle

due rive del Canalazzo; poi si fece uno di quei silenzi solenni in cui

si sente palpitare il cuore d'un popolo. Oggi scaduta dalla sua

importanza, la regata era fino a trent'anni fa lo spettacolo favorito

dei Veneziani. A ogni modo, essa era ed è sempre lo spettacolo popolare

per eccellenza. La lotta dei gladiatori in Roma antica, la corsa dei

tori in Ispagna trovano forse una maggior partecipazione in tutte le

classi sociali, ma nessuna festa scuote più vivamente le fibre della

moltitudine. Quanto tempo prima se ne discorre nei _traghetti_, per le

osterie, nelle case, nei trivii, quanto tempo dopo si continua a

parlarne! E il giorno della prova, mezza Venezia si spopola per

riversarsi sull'altra metà. La gente s'insacca nelle barche, nelle

_peate_, nei battelli d'ogni forma e misura, fa ressa sulle

_fondamenta_, paga volentieri qualche soldo per assicurarsi una seggiola

o un posto sopra qualche panca, o s'arrampica sugli sporti delle

fabbriche, sull'inferriate delle case, sui piedestalli dei candelabri, o

s'addensa dietro le spallette del ponte di Rialto, la cui mole maestosa

e severa sembra acquistare il moto e la vita a quell'ondeggiamento di

teste. E in quel giorno più che mai il popolo è superbo della sua

Venezia, e s'inebbria in quel tripudio di colori e di luce onde ogni

cosa s'anima e si trasfigura, dal freddo marmo dei palazzi gotici,

arabi, lombardeschi, barocchi, alle carni pastose e alle fulve o brune

chiome delle donne e delle fanciulle.

Ma ecco nuovamente venir di lontano un rumore che somiglia al muggito

del mare, ecco una viva ansietà dipingersi nei volti, ecco tutti gli

sguardi tendere a un punto.

--Son vicini...

--Son qui...

--Chi è il primo?

--Non si capisce.... C'è il sole che confonde la vista.

Il conte Zaccaria, gonfio e pettoruto pel bel successo della sua

_Uscocca_, aveva annunziato come cosa sicura a' suoi ospiti che il primo

sarebbe stato il gondolino rosso N. 6 a poppa del quale vogava il suo

Tita Oliva. Ma, ohimè, il gondolino N. 6 non era che il secondo, e anche

questo secondo posto gli era fieramente contrastato dal gondolino viola

N. 4; l'uno e l'altro poi erano preceduti d'un buon tratto dal gondolino

celeste N. 8, su cui si trovava il formidabile Nane Bisatto. I gondolini

5 e 7 si disputavano il quarto premio, gli altri, ormai disperati di

riuscire, venivano dietro lentamente a grande distanza.

--Non è deciso nulla--disse il conte Zaccaria facendo di tutto per

nascondere il proprio dispetto.--Riderà bene chi riderà ultimo.

Infatti i gondolini dovevano ancora giungere al punto estremo del Canal

Grande, a Santa Chiara, poi girare intorno a un palo che qui chiamano

il _paletto_, e rifare una gran parte del cammino fin presso

l'imboccatura del _rio_ Foscari, ove sorge la cosidetta _Macchina_, ch'è

una elegante baracca di legno improvvisata sull'acqua e segna la meta

ultima della corsa. In tal maniera, da tutti i palazzi che stanno tra il

_rio_ Foscari e Santa Chiara, i _regatanti_ si vedono due volte, cioè

all'andata e al ritorno. E realmente il ritorno può serbare non piccole

sorprese, e tale che chi era primo diventa secondo, e tal altro che

pareva ormai fuori d'ogni speranza accenna a conquistarsi valorosamente

la sua bandiera. Ma questa volta gl'intenditori dicevano chiaro e tondo

che a Nane Bisatto il primo premio non lo portava via _neppure il Padre

Eterno_, giacchè c'era troppa distanza tra lui e il gondolino di Tita

Oliva, ed era già molto se quest'ultimo poteva mantenersi il secondo e

non esser sorpassato dal gondolino N. 4, quello dove c'era Menico

Fichetti da Pellestrina, un giovine piccolo e sottile, ma che aveva

nervi d'acciaio.

Questi discorsi si tenevano anche nel barcone ch'era fermo

all'imboccatura del _rio_ sotto il palazzo, e Fortunata che aveva preso

tanto a cuore la causa di Tita, si metteva nei panni di lui e aveva una

gran voglia di piangere.

La contessa Zanze, la contessa Ficcanaso e don Luigi erano in

disposizione d'animo affatto diverse, e, poichè il fiasco del barcajolo

veniva a ricader sui padroni, ne provavano una segreta esultanza, che

non esprimevano apertamente, ma che lasciavano trapelare. Don Luigi

faceva delle riflessioni filosofiche sulla caducità delle cose umane,

sullo sperpero del danaro pubblico e privato in feste e in bagordi e sul

poco giudizio che c'era a distrarre i ragazzi dagli studi per farli

andare sulle _bissone_.... Con quella voglia che avevano di studiare! Le

due contesse assentivano appieno alle savie parole del sacerdote, tanto

più che il servo aveva presentato loro il vassoio dei dolci quando tutti

s'erano già preso il buono e il meglio, e ciò le aveva esacerbate fuor

di misura.

Ma il dialogo fu troncato dal riapparire dei _regatanti_. Ora, la

finestra sul _rio_ guardava precisamente verso la parte dalla quale i

gondolini tornavano, e Fortunata vide ben presto che il _viola_

continuava ad essere il primo e aveva aumentato anzichè diminuito

l'intervallo che lo separava dagli altri. Il valore di Nane Bisatto

aveva finito ormai col trascinare i più restii, e, con una volubilità

che afflisse e irritò Fortunata, parecchi tra i fautori del suo protetto

si unirono anch'essi a quelli che applaudivano l'eroe della giornata. Ma

quel che è peggio, il gondolino rosso non era più nemmeno il secondo,

non era nemmeno il terzo; era il quarto, quello a cui era destinato

l'ultimo, premio, la bandiera gialla e il relativo porcellino, quasi

un'onta per Tita, avvezzo ai primi trionfi. Povero Tita! Egli non osava

alzar la testa, vogava per l'onor delle armi, ma avrebbe preferito esser

sott'acqua lui e il suo gondolino, piuttosto che sentire tutti quegli

sguardi fissi sopra di sè, piuttosto che passar davanti al palazzo dove

c'erano i padroni e tanti ospiti d'alto affare. Tita non si ricordava in

quel momento di Fortunata, oppure ell'era la sola che, pensando alla sua

umiliazione, aveva gli occhi pieni di lagrime. I padroni invece erano

irritatissimi, dicevano che Tita non era più buono a nulla, e che aveva

compromesso il decoro della casa, e che meritava d'essere strapazzato

senza misericordia.

Questo incidente fece sì che in palazzo Bollati si gustasse meno

l'ultima parte, pur così bella, dello spettacolo, quando cioè tutte le

barche prima raccolte, ristrette ai due lati del Canal grande, pigliano

il largo e formano un suolo galleggiante che copre e nasconde la

superficie dell'acqua. È per solito l'ora del tramonto, e gli ultimi

raggi del sole scintillano sui ferri bruniti delle gondole, sfolgorano

con bagliori d'incendio sui vetri delle finestre, danno risalto alle

dorature e alle stoffe colorate delle _bissone_, alle livree dei

gondolieri, agli abbigliamenti delle signore, alle vesti chiassose delle

popolane. Ed è un suono di musiche allegre, un vociare confuso, uno

strepito di remi che si urtano, di ferri che cozzano, di carene che

scricchiolano. Indi cala lento lento il crepuscolo, la folla si

disperde, il rumore a poco a poco svanisce, e il Canalazzo ritorna

nell'usato silenzio.

Frattanto, giù nell'entratura di Cà Bollati, Tita sedeva accasciato

sopra una panca, e non sapeva risolversi a salir dalle loro Eccellenze

dopo lo smacco subìto. Parecchi amici e compari gli facevano corona e si

sforzavano di calmar la sua agitazione e di persuaderlo a presentarsi ai

padroni con la faccia franca, chè già non l'avrebbero mica mangiato vivo

seppure una volta la fortuna gli era stata contraria. In quel gruppo di

confortatori c'erano anche alcune donnette, una sua sorella tra l'altre,

bel tipo di veneziana da Cannareggio, con certi occhi neri e lucenti

come due carboni e con una parlantina inesauribile.

--_Oh, corpo de diana_--ella diceva al fratello--vorrei anche vedere che

ti trattassero con mala grazia. Io risponderei: Lustrissimi, credono che

a vogare in regata sia lo stesso che a starsene lunghi distesi con la

pancia in giù sui cuscini d'una _bissona_?... Eh, non ho peli sulla

lingua io....

Tita s'impazientiva.--I rimproveri dei padroni sono il meno... È l'amor

proprio.

--To', non la può mica andar sempre bene... Una volta corre il cane e

l'altra il lepre... È stato così dacchè mondo è mondo.

--_Siora_ Cate ha ragione--soggiungeva un vecchio _gastaldo_ d'un

traghetto vicino, persona assai autorevole--non c'è ragione di

tribolarsi... E lascialo dire a chi se ne intende... _Bisatto_ non è

degno d'allacciarti le scarpe... E se ha vinto oggi, a rivederci domani.

--È stato quel colpo di vento alla Punta della Salute--ripigliò un

altro.--C'ero io, c'ero. _Bisatto_ l'ha sentito meno perchè il suo

gondolino si trovava più a destra.

Ma Tita non voleva esser consolato e andava in escandescenze,

soprattutto quando la sua umiliazione gli era rammentata dai guaiti del

porcellino che giaceva in un angolo, più morto che vivo.

--Povera bestia!--esclamò la Cate, chinandosi sull'infelice animale in

atteggiamento di suora di carità.--Come se ne avesse colpa!... È tutto

ammaccato... Che ragione c'era di pigliarlo a calci? Che se poi crepa di

bile, non è più buono da mangiare.

--È vero--notò gravemente un nuovo personaggio comparso in quel punto.

Era il signor Oreste, il cuoco, in abito da signore, col _metternicche_

in testa, una collana d'oro al collo e uno spillone di diamanti sulla

camicia.--È vero--egli riprese dopo una pausa. E inventandosi apposta un

proverbio per l'occasione continuò:--_Bestia ben trattata buona in

pignatta_.... E questa qui non ha bisogno d'altre disgrazie.... Conviene

ingrassarla per una settimana, e poi si potrà farne uno stufatino con la

salsa piccante....

--Ma che stufatino!... Ma che salsa piccante!--interruppe la

Cate.--Meglio arrosto.

--Scusi, _siora_ Cate, è troppo piccolo.

--Alla malora il porco e i suoi protettori--urlò Tita in una

recrudescenza di furore.--Ch'io possa morire d'un accidente se di quel

porco lì ne assaggio un boccone.... L'avevo detto al mio compagno che se

lo tenesse tutto per lui.

Ma la sorella, ch'era una giovane savia e positiva, protestò contro

quest'idea bislacca.--Neanche per sogno.... Quello ch'è giustizia....

Ciascuno la sua parte.

--Belle parti che si faranno--disse il signor Oreste con piglio

sprezzante, accennando alla piccolezza dell'animale.

--O che non potrebbe attendere alle sue casseruole, _sior

piavolo_?--rimbeccò la Cate, che non poteva soffrire il cuoco, il quale

un giorno aveva voluto mettere a troppo caro prezzo un piatto di

polpette ch'egli le aveva regalate.

--Ehi, ehi, la mia _tosa_, che fumi vi montano alla testa?

--Zitto--sussurrò qualcheduno--che c'è _sior_ Bortolo.

Infatti, l'agente generale discendeva dalla scaletta del mezzà in

compagnia d'un signore dai baffi grigi che faceva il sensale di mutui e

godeva di una mediocre riputazione.

--Siamo intesi, caro Bellani... Combinando l'affare l'un per cento a

me....

In quel punto la porta della scala di servizio si aprì con violenza, e

un cameriere in livrea gridò tutto trafelato.--Che qualcheduno vada

subito in farmacia a cercare un medico.... Dal dottor Zuliari andrò

io... È venuto un deliquio a Sua Eccellenza Leonardo.

Dal primo piano alla soffitta · 第 18 / 57 题