Nei dintorni dell'Alhambra frotte di gente che si affrettavano,
discutendo animatamente. Il teatro era già gremito, in ogni parte, sin
nel vestibolo, e l'Allori dovette farsi largo vigorosamente tra la folla
per non giungere tardi sul palcoscenico dove era aspettato.
La grande luce del pomeriggio estivo entrava a ondate dagli ampi
finestroni spalancati e dava una crudezza lucida e sfacciata alle tinte,
una volgarità sciatta e grottesca ai fregi grossolani di quell'immenso
baraccone di legno, in stile pseudo-moresco. E l'ampia sala risonava
tutta nell'impazienza del pubblico ansioso; risonava di mille voci, di
mille rumori diversi che si fondevano in un solo fracasso assordante e
somigliante al muggito del mare co' suoi alti e bassi e le sue tregue.
Il popolino minuto, che per istinto, per abitudine, era accorso mezz'ora
prima, avea preso d'assalto la galleria ed ora l'affollava tutta così da
offrire l'aspetto di una sola massa palpitante, in cui i colori scuri e
i vivaci si confondevano. Un'altra moltitudine giù in platea, andava
sempre più accalcandosi per il lento continuo insinuarsi di nuovi gruppi
che venivano come ingoiati dalla massa. E questa poteva sembrare a tutta
prima la folla consueta, chiassosa e insolente che, nell'aspettativa del
banale spettacolo, se la gode per proprio conto, offre spettacolo di sè
a sè stessa, si abbandona a tutte le licenze del grosso umorismo
popolare.
Infatti correvano per l'aria grida, urli, fischi, grugniti e richiami;
qua e là era uno sventolare carnevalesco di giornali, di manifesti e di
ventaglietti; in un angolo, in alto, un gruppo di ragazzacci, di
monelli, s'erano levati le giacche col pretesto del caldo e dirimpetto,
sull'opposto lato, altri giovinastri, dall'aspetto equivoco, si erano
dati a picchiare con i bastoni, dal manico di corno di cervo ricurvo,
sulla ringhiera di ferro, con un crescendo infernale. L'Allori, tosto
riconosciuto ed accolto da un primo moto di curiosità e d'impazienza
soddisfatta, si faceva strada lungo la corsìa, dietro i palchetti del
primo ordine.
Ad un tratto questi, già in parte occupati, vennero brutalmente invasi
da altra gente, rozza ed audace che non avrebbe avuto alcun diritto
d'entrarvi. Fu un momento di baccano orribile; s'incrociarono grida
sguaiate di conquista ed altre furibonde di protesta, si videro
pennacchi rossi e nappine azzurre disseminate un po' dappertutto,
ondeggiare e affrettarsi verso i palchetti. Ma fu un attimo.
Sul palcoscenico la luce era più blanda, calma e dorata come una luce di
tramonto in chiesa. Lassù vi era un'altra folla composta di persone
meglio vestite, alcune anzi vestite di nero, col cappello a cilindro,
altre con cappello piumato e con un ciondolo di medaglie al petto. Più
in fondo, da un lato, un gruppo di bandiere, dall'altro lato, gruppi di
antichi e più o meno autentici superstiti delle campagne garibaldine,
con le camicie di flanella rossa, nuova fiammante, e col berrettino
sulle ventitrè. Le sedie disseminate sul palcoscenico erano state
offerte ai vecchi e ve n'erano alcuni, quasi tutti veterani, non
apocrifi, delle patrie battaglie, che ostentavano con fanciullesca
vanità le loro decorazioni, e si arricciavano i baffi bianchi con una
certa spavalderia innocua e senile. V'erano anche delle donne, borghesi
e popolane, le prime infagottate nelle vesti di seta delle grandi
occasioni, ma senza roba d'oro addosso perchè nella folla «non si sa
mai»; le altre, per lo più ragazze, belle ragazze dalle bocche
sorridenti, dagli occhi scintillanti, liete della loro giornata di
riposo e dello spettacolo gratuito del Comizio, sudate e scarmigliate,
che si narravano, con grandi scoppi di risa, le loro avventure nel lungo
tragitto attraverso la folla per arrivare sino sul palcoscenico e sentir
bene ed essere vicine al fratello o all'innamorato, nel caso di un
«quarantotto». I _reporters_ dei giornali, stretti a gomito nella più
bizzarra promiscuità dei colori politici, intorno a due tavolini,
traballanti presso la ribalta, cominciavano a scrivere furiosamente, a
matita, sulle piccole cartelle, guardandosi intorno sul serio, per poi
«dipingere l'ambiente» con la diversa intonazione, secondo il diverso
colore del giornale.
«Le più note e spiccate personalità dei partiti popolari, i
rappresentanti dei sodalizi promotori, i compagni venuti a fare atto di
solidarietà dalle vicine città sorelle» avevano una cert'aria decorativa
e guardavano, con calma serena, gli incidenti della platea, come chi è
abituato a certe cose e ne ha vedute di più gravi, e sa di aver fissi
addosso gli sguardi del popolo, gli sguardi di tutta Milano, quindi di
tutta Italia.
E mentre giù, nella platea, la gente tumultuava per l'assalto ai
palchetti, in quei gruppi, sul palcoscenico, vi fu un breve rimescolìo,
poi d'un tratto, scoppiò un applauso fragoroso che coprì ogni altro
clamore, e le bandiere si agitarono, i gruppi si aprirono ed un bel
vecchio, dall'aspetto simpatico e dolce, con passo sicuro, si avanzò
insieme a tre o quattro altre persone di varia età, fra cui Giusto
Allori, fin presso il tavolo, dinanzi alla buca del suggeritore, ch'era
stata coperta. Tutto tacque repentinamente nel teatro. Poi, subito, come
lo scoppio del fulmine, un grande applauso breve e secco. Un attimo
soltanto di sosta e ancora lo stesso applauso, ugualmente vigoroso, ma
questa volta insistente, prolungato, interminabile, risolventesi alla
fine nelle grida, negli «evviva», negli «abbasso» dapprima informi e
confusi, poscia determinati e diretti da voci isolate, gagliarde e
squillanti.
Giusto Allori stette ad assaporare con gioia palese quello spettacolo
per qualche istante, girando lo sguardo vivo dietro le lenti degli
occhiali, verso ogni punto del teatro, abbasso e in alto, come a
persuadersi, che dappertutto vi fossero anime vibranti e cuori aperti.
Poi alzò la mano ad un gesto largo ed imperioso di calma, e quasi subito
un po' di calma infatti si fece, in mezzo però a nuovi clamori, di
plauso, che si ridestavano qua e là, rivolti a lui, dai più impazienti
di udirlo parlare. Ed egli parlò subito, ma soltanto per invitare
l'assemblea ad eleggersi un presidente; ciò che risollevò un altro
uragano di grida, fra le quali cominciò però tosto a prevalere distinto
un nome.
Ed allora il bel vecchio, dall'aspetto dolce e simpatico, ch'era in
piedi presso al tavolo, un po' incitato e poi sospinto quasi a forza da
Giusto Allori e dagli altri vicini, si fece nel mezzo, accennò
ripetutamente alla folla che si chetasse e con molta energia,
sbatacchiando a lungo il grosso campanello, ottenne un qualche silenzio:
allora, con voce ancora robusta, ringraziò dell'onore che gli veniva
fatto. Aggiunse anche altre frasi, evidentemente preparate, e spiegò lo
scopo del Comizio; ma tosto si smarrì, e ripetè più volte le cose già
dette, finchè trovò il coraggio di correre alla conclusione, anch'essa
preparata, raccomandando la calma, il rispetto alle opinioni di tutti e
la brevità dei discorsi.
Ma i primi discorsi furono tutt'altro che brevi. Dapprima parlò un
antico ex-deputato, retorico e prolisso, ogni frase del quale celava un
rancore. Poi il rappresentante di una confederazione di fuori, un
dicitore rapido, verboso, cui l'aspetto bizzarro e l'accento
spiccatamente dialettale e qualche immagine nuova avevano sul principio
guadagnata l'attenzione; alla quale però erano poco dopo successi il
tedio e il fastidio.
Il pubblico si impazientiva, si irritava.
Il presidente trovò modo di persuadere l'oratore, già scalmanato in
viso, a chetarsi a metà di una argomentazione, e tosto Giusto Allori,
mosse avanti, sino alla ribalta, represse quasi subito l'applauso che
era ricominciato per lui, e prese a dire stringendo nella destra un
fascicoletto di bozze, assicurandosi di frequente, con un gesto abituale
della sinistra, gli occhiali d'oro e volgendosi or da un lato or da un
altro, fissando per un momento gli sguardi proprio sotto di lui, poi
alzandoli alla folla pigiata, lassù, in mezzo alla galleria.