In extremis

Guardando giù nell'immenso giardino, tutto pieno di silenzio, di fresco

e di umidità, si dimenticava di essere nel cuore di Milano, a cento

passi dal Duomo e dal grande forno brulicante della Galleria. Quelle

piante secolari, quei viali invasi dall'erba, quelle vecchie statue di

granito dal tronco verdognolo, facevano pensare al parco di qualche

villa solitaria e disabitata.

Una malinconia sonnolenta stagnava nell'aria coll'odore acuto e

snervante delle magnolie che sfiorivano sopra un albero gigantesco,

presso la fontana. Dall'albero cadevano a intervalli con un rumore ora

secco, ora velato, le foglie lucenti e metalliche già accartocciate e

ingiallite.

Quei lievi strepiti, qualche eco indistinta di voci lontane passavano

soli dentro a quella pace torpida, di clausura.

Il marchese Pier Luigi, appena finito di sorbire il caffè, si era alzato

ed ora indugiava sul balcone verso il giardino, le due mani nelle tasche

della giacchetta chiara, aspirando grosse boccate di fumo dall'avana

squisito. Una passeggiatina mattinale, — dalle dieci alle undici, — in

certi quartieri della città, gli aveva dato, a colazione, il «nervoso»

allo stomaco.

Era una giornata splendida di giugno, un sole caldo e giocondo, quel bel

sole domenicale che non pure alla piccola gente sembra così diverso dal

sole degli altri giorni.

Egli si era avventurato, ballonzolando in tempo di valtzer nel fondo

della _charrette_, guidando egli stesso, — col _groom_ accanto, dalle

braccia al sen conserte, come un piccolo Napoleoncino in tuba, — si era

avventurato nelle vie più lontane dell'antico sobborgo, nei quartieri

più popolari e più popolosi dove sorgono le numerose officine, gli

opifici, e le enormi case operaie, quadrate, forellate dalle spesse

finestre, simili a caserme o a gabbie mastodontiche. Quivi, sulle porte,

sugli usci, nelle bettole e nei caffè, così frequenti da far disgusto e

quasi terrore, in quel brusìo di gente affrettata e animata, non ostante

la giornata di riposo, egli aveva trovato il popolo, il popolo tanto

diverso da quello che egli aveva descritto, con foga retorica — non

improvvisata — a' suoi colleghi del Parlamento; il nuovo popolo delle

grandi città, cui il lavoro e l'industria dànno una fisonomia così

tipica.

Il marchese Pier Luigi, sempre ballonzolando nella gialla, rilucente

_charrette_, in mezzo a quei gruppi di operai, invece della soggezione

ammirativa e invidiosa, che gli mostravano i contadini delle sue tenute,

raccoglieva occhiate sarcastiche e irose, capiva di attraversare quel

tal mondo reale e formidabile del quale egli ed i suoi amici si

ostinavano, per convenienza più che per convinzione, a negare

l'esistenza.

Ma l'ultima, la più sgradevole impressione gli era toccata nel ritorno,

percorrendo le strade del quartiere di Porta Garibaldi, dove erano più

spessi alle cantonate certi enormi manifesti di una tinta scarlatta,

ch'era di per sè una provocazione. Quegli avvisi invitavano «i

cittadini» per le due di quella stessa domenica, ad un grande comizio

pubblico all'Alhambra. I «Partiti popolari» avrebbero discusso del

«momento politico» e oratore del comitato era il dottor Giusto Allori.

Egli lanciava contro il suo baio dei dispettosi colpetti di frusta e

sogghignava:

— Ah! Ah! Il dottor Giusto Allori!

Con un colpo di frusta avrebbe voluto stracciare anche i manifesti!

— Pagliaccio! Buffone! Anche oratore nei comizi! Buffone... Pagliaccio!

E ingrato! Non bastavano i giornali, gli opuscoli, tutto quel suo

lavoro, quei due o tre anni di... sobillazione! Adesso anche in teatro,

anche in piazza!

E Pier Luigi tornava a guardare di traverso i manifesti.

— «Il momento politico!» Sì! Lo avrebbero studiato e capito e

rappresentato loro il «momento politico» quei disgraziati capaci appena

di compitare la _Lotta di classe_!

Il marchese Pier Luigi lo aveva vissuto a Roma, lo viveva ora a Milano

il «momento politico!» Ma, pur troppo, quella plebaglia che sarebbe

accorsa in una baracca di legno a cianciare, a sbraitare, a batter le

mani a quell'ambizioso esaltato dell'Allori, era la stessa che del

momento, appunto, era l'arbitra... in caso di elezioni.

Il marchese Pier Luigi aveva affrettata la corsa verso il palazzo, ormai

risoluto a non mettere piedi fuor di casa in tutto il giorno. Era

rientrato prima delle undici, si era impazientito perchè donna Maria

tardava a farsi vedere, arrischiando quindi di perdere la messa e la

predica del mezzodì a S. Fedele, poi aveva osato — ardimento ben raro —

di mandar la cameriera a farle premura, e finalmente si era seduto solo

a colazione.

Donna Maria entrò quasi subito: anch'ella appariva dello stesso umore

del marito. Un umore che si intonava con maravigliosa armonia al colore

del luogo, alla penombra triste, ai mobili austeri, alle tappezzerie

oscure, al vasellame pesante, ai grandi quadri di «natura morta» della

sala da pranzo, così sfarzosa e così opprimente.

Subito dopo colazione, il marchese Pier Luigi era uscito a fumare sul

terrazzino. Temeva uno sfogo della moglie per il contegno troppo debole

del gruppo lombardo alla Camera. Donna Maria, ritta sul busto e armata

dell'occhialetto di tartaruga che dava un'espressione ancor più severa e

quasi arcigna al suo bel volto di medaglia d'avorio antico, leggeva

attentamente il _Neo-Guelfo_ di quella mattina: non era opportuno

distrarla nè disturbarla.

Giù nel giardino, sembrava che la pace e il silenzio aumentassero con

l'avanzare dell'ora meridiana. Appena il _tic_ metallico delle foglie di

magnolia che cadevano a terra, appena qualche eco flebile dei rumori

della strada. Chi avrebbe detto che oltre quella muraglia coperta di

muschio e di edera si agitasse tanta vita sonora di voci e di anime?

Il gran mare fragoroso dell'ire popolari veniva a rompere le sue ondate

ai piedi di quelle mura massicce, che resistevano impassibili,

incrollabili da secoli. Oh! Esse ne avevano vedute e sopportate delle

burrasche... e ben più terribili!

— Un comizio più o meno? Un comizio all'Alhambra non è ancora il

finimondo, la rivoluzione!... Il «momento politico?» Buffoni!

A un tratto si sentì alle spalle la marchesa e voltandosi capì subito

che la lettura del _Neo-Guelfo_ non le aveva dato le stesse impressioni

di calma consolatrice trasfuse in lui dalla quiete del giardino.

— Guarda — La marchesa gli segnò con l'unghia rosea un articolo del

giornale. — Il dottor Giusto Allori fa anche il tribuno!

— Già.

Pier Luigi rispose con un sorriso di scherno, ma la marchesa, invece,

ebbe un impeto di collera.

— E tutto questo è in gran parte colpa tua.

— Colpa mia?

— Sì. Con la tua debolezza verso il padre, hai contribuito alla rovina

morale del figliuolo.

Pier Luigi rientrò nella sala e cominciò a girellare in lungo e in largo

rannuvolandosi di più ad ogni passo.

Sua moglie aveva ragione: la colpa era anche sua. Non aveva data

importanza alle eccessive indulgenze del vecchio Lorenzo verso il

figliuolo. Anzi, per dir la verità, lui pure si era lasciato vincere

qualche volta, dalla prontezza di quel ragazzetto, così pieno di sè.

Egli stesso aveva tollerato, aveva letto le prime poesiole, le prime

novelline del giovine studente, appena comparse sui giornalucoli

letterari.

Invece sua moglie, no. Ella aveva sentito subito che in quel monello,

male infagottato negli abiti smessi, che il padrone regalava a Lorenzo,

si maturava uno spirito insofferente, un ribelle, un ambizioso, un

declamatore; e lo aveva anche messo in guardia più di una volta, ma

inutilmente.

Debole il padrone: il padre infatuato.

Una sera anche Monsignore gli aveva parlato dello scandalo di quel

rivoluzionario che cresceva proprio nel suo palazzo, che mangiava il suo

pane, che dormiva sotto il suo tetto; ma neppure allora egli aveva

voluto intervenire, comandare. Sua moglie aveva ragione. Il nibbio

cominciava a mettere le ali e gli artigli!... Ma che andasse almeno ad

annidarsi altrove, lontano da casa sua!

— Lorenzo è in casa? — domandò il marchese ad un servitore.

— Credo di sì. È tornato alle undici dalla messa e dalle funzioni.

— Che cosa gli vuoi dire? — La marchesa, rannicchiandosi nella sua

poltroncina sotto una finestra, e rompendo la fascia alla rivista _Les

dames du bien_, sorrise crollando il capo: — Adesso è troppo tardi! Il

figlio è quello che è, ed il padre è il primo ad essere pentito e

spaventato.

— Non è mai troppo tardi! Lascia fare.

Pier Luigi si volse di nuovo al servitore:

— Chiamate Lorenzo.

Qualche momento dopo Lorenzo entrò, e, fatti pochi passi nel salotto,

chiese licenza di poter sedere, perchè quella mattina il suo mal di

cuore lo tormentava e quei pochi scalini gli avevano già dato l'asma.

Il maggiordomo, costretto ormai dagli acciacchi ad un riposo assoluto,

aveva infatti una bruttissima cera. Gli occhi aveva pesti, incavati,

cerchiati di livido, la pelle delle guance, sbarbate di fresco, floscia

e cascante, e le labbra smorte erano agitate da un fremito angoscioso,

come se il malato cercasse continuamente di bere a piccoli sorsi l'aria

che si sentiva mancare.

— Mi dispiace di dovervi fare dei discorsi... antipatici, tanto più

perchè non vi sentite bene; ma così non si va avanti. Sapete la nuova

pagliacciata? Quella d'oggi?

Lorenzo, seduto sull'orlo di una sedia, le mani scarne abbandonate sulle

ginocchia, cominciò a tremare in tutta la persona, ma quel tremito non

era di spavento, nè di soggezione; il pover'uomo, soffriva assai.

— Il signor Giusto Allori va a fare il predicatore al popolo!

Lorenzo accennava di sì, con la testa, dolorosamente. Poi si sforzò a

gridare:

— So, so, signor marchese. Il comizio all'Alhambra! Ho supplicato

Giustino anche ieri sera, con le lacrime agli occhi; almeno una

pubblicità simile... non la facesse per lor signori! Gli ho ricordato

tutti i benefizi ricevuti... L'ho scongiurato di aver compassione di me,

così vecchio, così malandato. M'ha risposto quello che mi risponde

sempre, da un anno: — «È inutile, babbo! Tu non capisci, tu non puoi

capire certe cose. Quello che io faccio è il mio dovere!»

— Il suo dovere! Il suo dovere! — balzò a dire la marchesa Maria con un

sussulto di sdegno e di odio nella voce. — Il suo dovere sarebbe di

rispettare il nome della famiglia presso la quale suo padre ha lavorato

tutta la vita, di non schierarsi con i più furibondi nemici del nostro

sangue e della nostra religione! Questo sarebbe il suo dovere! Questo è

il suo preciso dovere!

Il vecchio guardò la padrona, stupito e sconcertato da quell'ondata di

avversione che le prorompeva dalle labbra, e non rispose. Egli accennava

sempre di sì, continuamente di sì, chinando la testa grigia, respirando

con fatica. Non avrebbe immaginato mai che il suo figliuolo fosse tanto

odiato!

La marchesa proseguiva, implacabile, senza guardarlo:

— Dal canto mio, non ho nulla a rimproverarmi. Ho cercato di giovare

materialmente e moralmente a vostro figlio, come la mia religione e il

mio cuore mi consigliavano. Sì, anche il mio cuore; perchè quel...

ragazzo prometteva tutt'altro: era sveglio, molto vivace, ma docile,

riflessivo. Non dico già che lo si dovesse mettere in seminario... ma

almeno non si doveva permettere che gli montassero la testa con tutte le

empietà, con tutte le mostruosità che sono state inventate dai nemici

del bene.

— Appunto, — intervenne Pier Luigi, il quale trovava opportuno lo sfogo

della moglie, che sebbene un po' eccessivo, arrivava ad una conclusione.

— Che cosa avete creduto di farne col seguire la vostra vanità e la sua

ambizione? Sacrifici d'ogni sorta, per sette od otto anni, perchè

diventasse dottore! Dottore in scienze economiche! Belle... scienze!

L'ingiustizia del capitale, l'abolizione della proprietà.

L'onorevole si concitava al suono della propria voce come un vecchio

cavallo di razza al suono di una fanfara. Era un pezzo che non aveva

occasione di far udire in casa, a sua moglie specialmente, come il

gruppo neo-guelfo avesse approfondita anche la questione sociale. E

tirava via, contro l'inganno indegno dei marxisti, sostenitori di una

possibile socializzazione degli arnesi del lavoro, contro

l'auto-suggestione morbosa e collettiva delle masse verso un'utopia

rivoluzionaria alla quale giungevano dopo essersi lasciati adescare

dall'illusione «deleteria» della tattica evolutiva, da parte dei

sobillatori, capaci di tutto pur di appagare le loro sfrenate ambizioni

personali. Camminava in su e in giù, con le mani dietro il dorso, lo

sguardo al suolo, come ascoltando attentamente le parole ed

approfittando dell'occasione per immagazzinare ed ordinare un po' di

materiale adatto alla sua prossima conferenza, sulla enciclica papale

d'incoraggiamento ai cattolici della «vera democrazia». Ma ad un tratto,

nel volgere un'occhiata a Lorenzo, lo vide così accasciato, così

disfatto, così piegato in due sull'orlo della sua sedia, ch'ebbe

compassione del vecchio servo fedele e pensò ch'era tempo di liberarlo

da quella tortura.

— Già, ormai, sono parole inutili! Mi ricordo, quando vi è nato questo

vostro unico maschio, dopo parecchi anni di matrimonio! Sembrava che vi

fosse piovuta dal cielo una speciale benedizione! E anche nella scelta

del nome, vi ricordate? Non avete avuto niente affatto la nostra

approvazione. Chiamarlo Giusto!

— Giustino...

— Giusto! Come se non ci rintronasse abbastanza la testa con la

giustizia, senza cacciarla anche nei nomi! Avete già la disgrazia di

quel vostro cognome, così... bizzarro, di Allori!... Anche Giusto! Così

n'è venuto fuori il Giusto Allori. Un tutt'insieme... spettacoloso, che

pare proprio combinato apposta per fare del chiasso, per battere la gran

cassa di tribuno e di martire!

— Ma queste cose poi, signor marchese, chi le va a pensare! — osò

mormorare Lorenzo, giungendo le mani tremanti.

Donna Marianna intervenne, alzandosi ed accennando al povero vecchio

ch'era finita l'udienza.

— Non si tratta di parole nè di nomi, ma di fatti. Ed il fatto... grave

ormai, insopportabile, è che abiti ancora qui nella nostra casa, quello

stesso individuo che fuori, nei giornali, nelle assemblee...

— No, no, scusi, signora marchesa, non si inquieti più — supplicò

Lorenzo, in piedi, con una certa energia. — Credevo ne fosse già

informata. Giustino, da quasi due mesi, non abita più precisamente qui,

con me. Viene di tanto in tanto, a trovarmi, a sentire come sto; ha

ancora qui... qualche libro, ma ha capito anche lui che non era più il

caso!... Sicuro, signora padrona, anche questo dolore mi era riserbato.

Non aver più vicino il mio figliuolo, alla vigilia di andarmene per

sempre. E loro signori hanno tutte le ragioni! Con tanta bontà che hanno

sempre dimostrato a quel ragazzo, con tanti benefici... Ah! Io capisco,

capisco, e non dimentico nulla... Ma che fare? È la mia disgrazia! Il

Signore ha voluto così. Non bastava la malattia, questo asma, che mi

tronca il fiato... scusino, scusino tanto!... Giustino in casa, se

credono non ci verrà più affatto! Andrò io a trovarlo, fuori del

palazzo, finchè potrò... E poi una volta morto io... gli perdonino per

me... soltanto per me!

Il vecchio si portò le mani alla gola per aprirsi il colletto: la

commozione, il dolore, le lacrime gli avevano accresciuta l'asma. Uscì a

ritroso, inchinandosi barcollando e annaspando con le mani. Impiegò non

meno di dieci minuti a fare i tre piani della scala di servizio, per

rifugiarsi nelle sue camerette dove almeno avrebbe potuto starsene solo,

solo col suo struggimento, con la sua disperazione. Non sarebbe uscito

neppure pei vespri. Gli era impossibile fare ancora le scale in quel

giorno. Poi lassù, poteva raccogliersi e pregare con tutta la devozione,

come in chiesa. Avrebbe letto tutti i vespri ed anche compieta ed un po'

di salmi, guardando dalla finestruola il suo bel Duomo, così vicino, che

gli pareva di poterlo toccare allungando la mano, tutto bianco e roseo

ed azzurro, co' suoi terrazzi, le sue balaustre, le sue guglie, e le

statue, i santi, gli angeli, le madonne! Lorenzo le guardava, le

salutava più volte ogni giorno da oltre quarant'anni e le conosceva ad

una ad una, aveva parlato con ciascuna, aveva rivolta a ciascuna qualche

preghiera speciale, nelle disgrazie della sua vita, quando era rimasto

solo col bimbo, poi quando Giustino era cresciuto così sempre

mezz'ammalato, poi negli ultimi anni quando Giustino aveva manifestato

quelle idee, e si era buttato come un matto a quella maledetta politica

ed a lui, povero vecchio, per le paure e i dispiaceri e i rimbrotti dei

padroni, si era aggravato il mal di cuore.

Dopo una lunga sosta, premendosi le due mani sul petto perchè gli pareva

che il cuore gli volesse saltare in gola, salì anche l'ultima branca

della scala, la più breve, ma anche la più ripida e finalmente fu al

pianerottolo pieno d'aria e di luce, come le sue camerette. Prima di

scendere aveva chiuso l'uscio: come mai adesso era aperto con la chiave

nella toppa? Da un leggero e noto colpo di tosse nell'interno capì

subito.

— A casa, a quest'ora? A far che? — pensò il vecchio sempre più

angosciato all'idea di incontrarsi col figliuolo, mentre si sentiva così

male.

— Animo! — Spinse l'usciolo, ed appena entrato si lasciò cadere sopra

una seggiola, affranto, con un sospiro che finì in un gemito.

— Perchè hai voluto fare le scale sentendoti così male? Avevi promesso

di startene tranquillo o in casa o sul terrazzo.

— Sono stato chiamato giù dai padroni.

Il giovane, a questa parola «padroni», arrossì leggermente.

— Che cosa volevano? Lo sanno pure che sei ammalato!

— Dovevano parlarmi!

Il giovane aveva trovato finalmente un fascio polveroso di opuscoli, nel

quale si era messo a frugare, febbrilmente, perdendo la pazienza,

arrabbiandosi, pauroso di non arrivare a tempo.

— Se non ho il riassunto del _Capitale_ fatto da Gabriele Deville, oggi

sono senza una mano. Ed era qui, in questo pacco. Dove si è cacciato?

— Io già, sai... non tocco mai niente! — mormorò il vecchio.

Giusto alzò gli occhi e lo fissò commosso, turbato da quella voce

addolorata, in quel momento per lui così grave. Poi gli sorrise,

mormorando:

— So, so, babbo; i miei libri tu non li tocchi; ma bisogna che io trovi

questo Deville. Voglio chiudere il Comizio...

— Lascia stare il Comizio! — interruppe Lorenzo giungendo le palme in

atto d'umile, ma fervida preghiera. — Non ci andare a questo Comizio!

Evita almeno uno scandalo, per riguardo a tuo padre, alla famiglia che

tuo padre ha sempre servito con onore, con fedeltà...

— Servito? Ah! Ah! La fedeltà, la devozione colla quale tu hai servito

questi signori, dovrebbero impedire a me di servire le mie idee? Ed è

per dirti queste cose che ti hanno chiamato? E chi sa contro di me, la

marchesa specialmente, chi sa che accanimento!... Via, via! Non ho tempo

da perdere, io! Dirai giù, ai signori, che ho anch'io i miei padroni, e

i miei padroni sono i miei doveri, che valgono molto più del signor

marchese e della signora marchesa.

— No, no, Giustino! Non fare, non parlare così anche tu, quest'oggi!...

Non arrabbiarti, anche tu! Non darmi altri dolori. Il mondo non cambierà

nemmeno co' tuoi discorsi, perchè è sempre andato e andrà sempre allo

stesso modo. È il buon Dio, il solo padrone dei grandi e dei piccoli,

che vuole così!

Il giovane lo interruppe, col viso intelligente, illuminato da un lampo

di indulgenza e di pietà.

— Basta, basta, babbo mio, povero vecchio mio! Oggi no, oggi no, non mi

stare a ripetere queste cose, oggi. Son tre, quattromila persone,

operai, lavoratori che si riuniscono, ora, ed io dirò a tutti quello che

da un mese mi va fermentando qui dentro... Ma abbi pazienza, mettiti

quieto e prendi, leggi il tuo libro da messa... Tu, non puoi capirmi.

Ecco, ecco il mio Deville! Meno male! L'ho trovato! — Il giovane dà

un'occhiata all'orologio come per avere la spinta e trovare il coraggio

di finirla e di andarsene. — Le due meno un quarto?... Salto in tram e

via all'Alhambra! Non posso arrivar tardi! E tu pensa che io sono sempre

un galantuomo, qualunque cosa ti dicano contro di me per le mie idee!

Il giovane, piegando l'alta persona secca, ossuta, angolosa, per uscire

dal piccolo uscio un po' basso, fece ancora un cenno d'addio al povero

Lorenzo, scese rapidamente le scale e si diede a camminare ancor più in

fretta verso il tram di Porta Garibaldi, sfogliando ed annotando in

margine, a grossi segni di matita azzurra, il volume del Deville. Col

cappello a cencio, gli occhiali d'oro, il vestito trasandato, una grande

cravatta nera mezzo disfatta, le tasche piene di giornali, i gesti

rapidi, nervosi, concitati, masticando fra i denti lo spunto di qualche

frase oratoria, egli passava tra la gente senza veder nessuno, osservato

da tutti, conosciuto da molti, e lo seguivano sguardi di curiosità, di

ammirazione, di simpatia, ma anche di compatimento, di scherno, e di

avversione palese ed astiosa.

Casta diva · 第 48 / 54 题