Troppo grasso... e troppo grassi!
Quel gran cuoco del _Kurhaus_ — benchè cavaliere e malgrado tutte le sue
_stagioni_ di Vichy — aveva respirato troppo fumo di tedescheria e col
lezzo pesante delle sue cucine ammorbava anche l'aria della pineta.
Ecco!... Le zaffate di _goulasch_ e di _plumcake_ — compresi ogni giorno
nel _ménu_ per gli stomachi... deboli — arrivavano sin là, alla sua
panchina prediletta, dietro la chiesuola luterana, dove anche quel
giorno la marchesa Felicita avea riparato verso le cinque, mentre il
lungo servente dei grassi e delle grasse cominciava a snodarsi lungo il
viale della _Trinkhalle_. Com'era diventata opprimente e schiacciante
quella turba di pingui, in mezzo alla quale viveva da due settimane!
Ed era stata proprio lei ad insistere, perchè il dottore convenisse nel
dire che un po' di cura per dimagrare le era necessaria, e le avrebbe
fatto meglio del mare! Come l'aveva colta la paura di essere ingrassata,
di dover ingrassare?
La marchesa sorrise. Quella tremenda paura l'aveva presa una mattina di
maggio — era un giovedì — nel «gabinetto degli specchi» negli ammezzati
del Ventura.
Vi si era indugiata, in corsè, a riprovare l'amazzone per Castelletto.
A un tratto, sulla grande lastra di fianco, era apparsa e scomparsa via
come un fantasma, la figura mefistofelica del cavalier Febo, esile
esile, nero, nero, nel suo eterno lutto misterioso, e il sorriso freddo
ed arguto dello scapolo maturo, quel suo sguardo vivo ed intelligente,
l'avevano tutta rapidamente ravvolta e sapientemente accarezzata così
come ella si trovava in quel punto.
Soltanto Febo era capace di penetrare in un luogo simile, in un momento
simile, in uno specchio così riservato!
Rinetto, per esempio, non avrebbe mai osato farlo, e forse non sarebbe
mai arrivato nemmeno e pensarlo! Un ragazzo, nient'altro che un ragazzo,
quel povero Rinetto!... Tante volte l'aveva accompagnata sospirando, fin
sulla soglia del Ventura! Ma solo per far ridere alle sue spalle tutte
le madamine addette alla sartoria, mentre col visetto tondo volto in su,
il nasino schiacciato volto in su, l'aspettava gironzando sul Corso.
E nemmeno suo marito avrebbe mai avuto il coraggio di ficcarsi lì dentro
e di apparire in quello specchio! Suo marito che avrebbe tanto
desiderato di poterlo fare quando dal Ventura, in corsè, c'era la
contessa Ersilia!
In quello sguardo del cavalier Febo ella aveva letto una quantità di
restrizioni sulla bellezza troppo appariscente delle rose in pieno
sboccio, dalle foglie troppo spesse e carnose, di cui le aveva già
parlato una volta. Ella aveva sentito che la linea del suo corpo
minacciava di perder la purezza statuaria e, con quel pensiero molesto,
un altro ancora, anzi un vero brivido di malinconia, l'aveva scossa
tutta... Il pensiero degli anni, di quell'implacabile diciassette
d'agosto un'altra volta imminente. Così si era decisa per «il paese dei
grassi» e aveva gustato sin dai primi giorni la consolazione, la voluttà
di essersi ingannata, di doversi ricredere. Non si era mai sentita tanto
giovine, tanto flessuosa, tanto agile e fresca come in mezzo a quelle
opulenti dame esotiche, infagottate di seta come le «donne fenomeno»
delle fiere, tutte ciondolanti di gioielli come le Madonne della
Riviera, e sempre asmatiche, lustre, gocciolanti, preoccupate solo di
non riportare a casa tali e quali i loro novanta o cento chilogrammi di
peso.
E pazienza ancora le donne, elemento di contrasto e quindi di
conforto!... Ma gli uomini!? Non ne poteva più!
La Germania intera aveva dunque rovesciato in riva a quel fiume, in
quella conca verde, tutti i campioni della sua pinguedine, i suoi
colossi di gelatina tremolante, impastati di birra e di patate?
Da qualche giorno ogni diligenza che arrivava ne rotolava giù al
_Kurhaus_ un'altra dozzina.
E sempre quei ventri enormi che sembravano scappare fuori dalla cintola
dell'immancabile blusa di panno color ramarro, sempre quegli occhiali
d'oro, quei baffi color di stoppa, sempre quegli orribili capelli a pan
di zucchero, coll'antipatica piuma di fagiano piantata dietro!
Per qualche tempo la marchesa si era divertita col cavalier Febo e con
Rinetto, a godersi la sfilata dei tipi, e anzi soleva dire ridendo:
«Andiamo a sfogliare l'ultimo numero dei _Fliegend Blätter_!» Ma ormai
gente e luoghi, e quel continuo _ja! ja! so! so!_ nelle orecchie le
erano venuti a noia.. Non ne poteva più! Guai se non ci fossero stati —
soli italiani, soli magri e soli amici — quel povero Rinetto.... e il
cavalier Febo!
*
* *
Dopo un meriggio caldo, quasi come in pianura, lassù a quell'altezza si
diffondeva verso le cinque la deliziosa frescura delle Alpi e correvano
per la selva i primi aliti della brezza. Giù dai prati scendeva l'odor
forte del fieno e oltre il fiume e la valle, pel grande anfiteatro
dirimpetto, avvicendato di pinete, di frane, di immense pareti
granitiche, di nevai e di vette, cominciava a distendersi l'armonia
delle penombre, la delicata e morbida grazia dei violetti, degli ori
pallidi, quello spettacolo del tramonto, che la marchesa Felicita aveva
molte volte ammirato, come un grande quadro del Manzotti alla Scala, ma
senza alcuna persuasione, senza alcun intimo commovimento... E nemmeno
in quell'ora l'anima della bella signora s'apriva ai fascini della
splendida egloga vespertina. Ella pensava che non sarebbe scesa alla
_Trinkhalle_, tanto era stufa e infastidita della solita processione,
pensava al modo di sottrarsi, per quel giorno almeno, a quell'altra noia
ineffabile della _table d'hôte_, nel salone semibuio e triste come una
chiesa, dove soltanto in fin di tavola, al silenzio scontroso e
all'ipocrita parlar sommesso fra i commensali, succedeva un momento di
frastuono, il volgare acciottolìo delle tazze e delle posate, con
qualche nota aspra, qualche strappo di frase rauca, di tedeschi un po'
alticci.... E poi, la sera!.... I soliti cento passi lungo il fiume, che
sembrava correre ancor più livido ed iracondo nel buio, ed il solito
esame delle sue mantelle ed anche delle sue sottane di pizzo, da parte
delle grasse più curiose e più sfacciate... per finire poi dinanzi al
chiosco, a godere, sin verso le undici, il primo quarto di luna e il
miagolìo dell'orchestrina, che di milanese non aveva più che il nome e i
triangoli!... Ah, bisognava pur rompere il pigro ritmo di quella vita!
La splendida valle non finiva lì! Oltre quelle montagne s'aprivano altre
conche, altri incanti, dietro quella millenaria muraglia di pietre era
il mondo, il gran mondo.... Ella non aveva affatto bisogno di
mummificarsi intorno a quella fonte... Dunque?
*
* *
— È arrivata! Non ha sentito il _tuff tuff_?
Rinetto era comparso a capo del viale e si riposava della dolce e breve
salita, poggiandosi come un vecchietto, con le due mani inguantate di
bianco, sul bastoncino puntato innanzi.
Si era messe anche le scarpe di _melton_ tutte bianche, e le mani e i
piedi dell'elegantissimo ragazzone sembravano fatti di gesso ed
appiccicati alle braccia e alle gambe di quella sua lunga persona
dinoccolata e un po' fantocciesca, insaccata nell'abitone estivo di seta
color pulce. Nemmeno l'aria e nemmeno il sole delle alpi erano riusciti
a dare un po' di colorito e un po' di solidità alle guance flosce e
smorte di quel viso sempre volto in su, sovra il collo fasciato del
grande cravattone a tre giri, come nei ritratti di famiglia. Si sarebbe
detto che il buon genio del monte non volesse sciupar nulla della sua
tavolozza intorno al giovane prototipo dello snobismo cittadino, ben
sapendo che di ritorno al piano sarebbe bastata una settimana di veglie
buttate via fra le ragazze dell'Eden, per ridurlo di nuovo cascante,
imbambolato ed assonnato, come del resto egli godeva di mostrarsi.
Di fronte alla comica e bolsa virilità del giovinetto, la femminilità
forte e rigogliosa della marchesa trionfava ancor più nella sua rosea e
bionda bellezza, sullo sfondo verde cupo del bosco, nel molle abbandono
del riposo, sovra la rustica panca. Ogni volta che Rinetto le compariva
dinnanzi in una toeletta nuova, modestamente pretenzioso come un artista
sicuro di sè, la marchesa non poteva a meno di ridere, e Rinetto ormai
si era persuaso che era quella l'espressione irresistibile della sua
ammirazione. Ma quella sera neppur Rinetto, così bello e così
affascinante, riuscì a divertirla. Anzi, seccata, gli chiese, quasi
strapazzandolo, chi mai fosse arrivato.
— Come? Non si ricorda? _Eureka_, la nuova automobile di Febo.
— Ah! Sì! Arrivata? E dov'è?
— Alla villa del dottore, presso la «curva del latte». Di qui non la si
vede, ma credevo l'avesse scorta, quando Febo, poco fa, la manovrava
sullo stradone, laggiù... Immagini che ha mangiato quasi di volata le
due salite sino al _Waldhaus_. Una bella macchina, non c'è che dire.
— Di che forma?
— Una _vittoria_, una vera _vittoria_.
— Il colore?
— Grigio-piombo, filettata di turchino. Molto seria, forse un po'
troppo.
— Sarà goffa e pesante come le altre.
— Un po' meno; si progredisce. Anche il rombo non è così seccante come
nelle ultime provate a Milano. Farà un magnifico viaggio l'amico Febo!
Rinetto aveva insistito su quest'ultima frase, con un'intonazione così
fatua, che pareva avesse voluto dire alla marchesa: «Fra un paio di
giorni, presso di voi, rimango... io solo!»
Felicita lo guardò e questa volta rise di cuore, abbandonandosi
indietro, sulla spalliera della panca, sin quasi a celare la massa dei
capegli biondi tra i dardi verdi dei pini, mentre la bella gola ampia e
candida le sussultava nel riso aperto, traverso la tenue camicietta,
slacciata prima pel caldo.
Rinetto si provò a ridere anch'egli ma ebbe invece un momento di stizza;
di pallido si fece verdognolo. E dire che per lei aveva mancato al
patto, si era ridotto alla più insigne e bottegaia delle volgarità,
quella di andarsene da Milano in pieno luglio, e che da due settimane si
struggeva in mezzo a quei tedeschi, a quelle piante, a quelle capre,
mentre gli altri erano rimasti laggiù imperterriti sulla soglia del
_bar_, padroni del Corso, pieno di sole e vuoto di gente, difendendo
l'onore del gruppo! E dire che gli amici passavano serate deliziose al
Savini, mentre la gran folla borghese era scappata dai trenta gradi di
caldo, cosicchè essi soli avrebbero potuto dire con tutta semplicità:
«Non ci siam mossi un giorno da Milano!»
E per che cosa poi? Per vederla ridere?
Ridere... o _flirtare_ con Febo!
Allora, perchè la marchesa gli aveva fatto così chiaramente capire che
lo avrebbe avuto caro, con lei, in montagna?... E perchè qualche volta,
di tempo in tempo, quando egli osava dirle tante cose con un'occhiata,
ella non rideva più?
La marchesa scendeva lentamente lungo il viale, buttando via con la
punta del parasole scarlatto i rari sassolini bianchi fra la sabbia.
Prima di infilare il grande viale del _Kurhaus_, si volse d'improvviso a
Rinetto e quasi seriamente gli chiese:
— Quanti giorni durerà il viaggio del cavalier Febo?
— Non so bene... Otto o dieci giorni, credo. Non ricorda il famoso
itinerario? Cinque valichi alpini, dei quali due oltre i
duemilaquattrocento metri, quindi in mezzo alla neve, e per ultimo
ritorno in Italia dal Sempione. Un _record_... ed una pazzia!
— Vi pare? E di quanti posti è la nuova automobile, Oscar?
Quando la marchesa lo chiamava Oscar, invece di Oscarinetto o Rinetto,
c'era da sperare. Era segno che parlava quasi sul serio.
— Quanti posti? Ma tre, quattro, credo. Job la dirige stando a cassetta:
è una _vittoria_, tal quale una _vittoria_ di cavalli!
— Dunque, se io mi unissi al cavalier Febo, nel suo _record_, ci
potreste venire anche voi?
— Come?... Si andrebbe?
— Tutti e tre, come siamo stati qui, insieme, fino adesso, da buoni
amici.
Rinetto era rimasto di gesso — tutt'intero come le mani e i piedi! — e
il rapido sguardo rivolto al suo io, non appena udita la proposta della
marchesa, rivelò subito la prima, la precipua preoccupazione passatagli
in mente.
— Per gita alpina in automobile, disse Felicita — credo correttissimi i
costumi soliti di montagna. Anch'io dovrò acconciarmi alla meglio.
E la marchesa tirò via verso il _Kurhaus_ senza aprir più bocca.
*
* *
Fu Rinetto stesso che appena scorse Febo, ancora affaccendato intorno ad
_Eureka_, lo informò del capriccio della marchesa, come di una cosa
molto strana ed anche — via! — molto arrischiata. Febo, chino a serrare
le viti d'uno stantuffo, non si alzò, non si volse neppure. Sorrise, più
con lo sguardo che con le labbra, e con tutta flemma consolò Rinetto.
— È un'idea come un'altra. Che qui ci si diverta, non è cosa sicura, ti
pare? Per me non vedevo l'ora che Job arrivasse colla macchina per
cambiare aria.
— Tu... tu. Credevo appunto fossi soltanto tu!
— Già, capisco! L'idea della marchesa è un po' bizzarra; ma che vuoi
farci? Non è da oggi che la conosciamo, e poichè il viaggio le sorride e
lei si è invitata... io invito anche te, naturalmente, e la cosa va via
liscia.
— Già, come l'automobile.
— Speriamo bene! Ti dispiace forse il progetto? Non ti trovi bene con
me?
— Con te? Con te è un altro conto!...
— Ma ti troverai benissimo anche... con noi. In viaggio, come qui! Via,
non sei un ragazzo; devi capire che se la marchesa ci tiene allo svago
non potrebbe permetterselo nè con te, nè con me...
— Presi ad uno ad uno, nevvero?
— Precisamente. Cosicchè, senz'altro, posdomani mattina, _tuff, tuff,
tuff_.... In viaggio tutti e tre.... Sei contento?
E Febo tornò a chinarsi sugli stantuffi, fingendosi più che mai assorto
nel verificare la solidità delle viti. Ma si era fatto serio. L'occhio
gli scintillava ancor più fra le molte rughe sottili delle tempie già un
po' calve; su tutto quel viso d'uomo arguto pareva che una lunga
tensione di propositi e di desideri si allentasse nella certezza di una
grande soddisfazione imminente.
*
* *
Dopo una serata di cortesi e significanti insistenze — sottolineate, al
momento di separarsi, da un'occhiata di invocazione, quasi imperativa —
il cavalier Febo, il dì dopo, non aveva aggiunto parola, certo che la
marchesa era omai decisa. Nel pomeriggio, infatti, comunicazione
ufficiale: un lungo telegramma esplicativo alla mamma, in Brianza, un
altro molto più breve e molto più abile al marito, ancora a Roma, ed in
fretta e in furia, ed un po' anche di nascosto, i preparativi per la
partenza, la mattina seguente, prestissimo.
Avevano lasciato il _Kurhaus_ ch'erano appena scoccate le cinque, quasi
di soppiatto, mentre tutti dormivano ancora, ed _Eureka_ correva da
un'ora sulla magnifica strada piana verso quel paese romancio, che la
marchesa desiderava tanto di ammirare anche per tutto quello che gliene
aveva narrato Febo.
Il paesaggio era divinamente bello e vario così da rapire per qualche
tempo anche lo spirito poco infervorabile di Felicita. L'essersi alzata
così per tempo, dava alla marchesa un'eccitazione nuova, quasi
voluttuosa, ma buona, infantile.
Rassegnata ad ogni disastro della carnagione, si era tolta anche la
veletta, perchè l'aria viva della mattina le sferzasse forte le gote e
la fronte nella corsa rapida dell'automobile, una corsa bizzarra,
deliziosa verso il nuovo, verso l'alto... si sarebbe detto verso il
cielo. — Nello scompiglio dei riccioli biondi, nel fuggevole
rabbrividire per le improvvise sensazioni di freddo, ella era e si
sentiva ancor più leggiadra e più desiderata, ma ne aveva a volte un
senso lieve di turbamento, la intimidiva, di tanto in tanto, così il
desiderio ardente che scattava da certi sguardi quasi corrucciati di
Febo, come l'adorazione di Rinetto che nella sua sonnolenza invincibile
per l'ora mattutina diventava ancor più sentimentale.
*
* *
Nell'automobile ci stavano tutti, benissimo.
Rinetto di fronte alla marchesa e a Febo, e Job a cassetta. Ma ella ci
si sarebbe trovata mille volte meglio sola, per allora almeno, senza
sguardi che la fissassero, senza alcuno che le chiedesse ad ogni
momento, come si sentiva, se si trovava bene, se le piaceva il paese. E
siccome, ad onta di ogni sforzo, un senso nuovo di benessere e di
ammirazione le chiudeva la bocca, anche Rinetto, intimidito, non osava
più parlare; si preoccupava di tenersi sveglio e delle poche valigie
ch'erano state chiuse negli ampi fianchi di _Eureka_, mentre il grosso
dei bagaglio avrebbe viaggiato di tappa in tappa, con le diligenze
federali: Febo capiva ed aspettava, tacendo. Tutt'al più scambiava
qualche frase con Job, sulla manovra della macchina o sulla direzione
della corsa.
Job non era passato altre volte, come Febo, per quella strada, ma in
un'ora non aveva già più bisogno nè d'indicazione, nè di consigli.
Quel magnifico tipo incrociato di _starter_ e di _master_ che Febo prima
di lasciar per sempre l'Inghilterra e la diplomazia, era riuscito a
scritturare per sè, e che in breve lo aveva... sublimato in tutti i rami
dello _sport_, dall'ippica al _lawn-tennis_, dal _foot-ball_
all'automobilismo, s'era insediato a cassetta di _Eureka_, come un
capitano di nave sul ponte di comando, ed era già, a bordo, il padrone
dopo Dio, dignitoso e corretto, senza una parola oltre l'indispensabile,
sicuro e pronto negli incidenti della strada, disinvolto e imperioso nel
suo gergo fatto di tutte le lingue, quando _Eureka_ sostava alle porte
dei grandi alberghi, per la colazione, pel pranzo, per gli alloggi.
*
* *
Il sole, il grande sole di luglio, aveva inondato la valle. La strada
saliva e la carrozza procedeva lenta, ansimando, con qualche stridore a
intervalli. Febo era disceso e camminava a lato, e poichè Rinetto,
acciecato dal sole, si era tirato sugli occhi il berretto bianco di
marinaio, e cedeva al sonno lasciando ballonzolare la grossa testa, Febo
stringeva con la sinistra il polso della marchesa, nervosamente, perchè
non le sfuggisse nulla di quanto il paese offriva di interessante, ma
senza guardarla, soggiogandola, con quella espressione quasi brutale
della sua vicinanza e dei suoi desideri.... Venivano incontro e
passavano scendendo la china al gran trotto fragoroso dei loro cinque
cavalli, fra nembi di polvere e schioccar di frusta le enormi diligenze
gialle, alte e traballanti come navi, e dall'alto era un volgersi di
visi esotici, maravigliati e sorridenti verso _Eureka_ e verso la bella,
elegantissima signora bionda, che si sentiva ravvolta e seguita da una
vampa di ammirazione e di cupidigie.
A quegli incontri, anche Rinetto apriva gli occhi, si scoteva,
sorrideva, si dava un contegno, godeva egli pure un po' dell'invidia
lasciata dietro per via, ma poi il sonno — quel sonno invincibile della
mattina per chi suole dormire tardissimo — lo riafferrava alla gola e
non c'era verso... Febo poteva tornarsene a fianco della carrozza, e
stringere forte, con la mano scarna e nervosa, il polso tondo e ignudo
della marchesa, perchè non le sfuggisse nulla del paesaggio...
— Ecco lassù, più in alto... Appare adesso... È il primo lembo di
ghiacciaio che il panorama ci offre.... Vedete quanto è bruno e livido
in confronto dei nevai, bianchissimi, più sotto? Domani sera, saremo ai
piedi di quella grande muraglia che sembra lo sorregga... Chi direbbe
che si può arrivare sin quasi lassù, in automobile?
*
* *
Entravano in un villaggio. Che silenzio! Non giungeva all'orecchio altro
che il martellare argentino di un vecchio contadino seduto su di un
tronco d'albero, serio ed assorto come un filosofo, che affilava la
falce picchiandola a colpi uguali sopra un'incudine piantata nel ceppo.
Qualche donna vestita di nero, con una cuffietta di lana bianca annodata
sul capo, attraversava la strada frettolosa, senza quasi voltarsi a
guardare chi arrivasse e spariva in uno dei soliti _chalets_.... Altri
visi di donna — visi affaticati e invecchiati anzi tempo — comparivano
ai vetri delle finestrelle, chiuse, chi sa perchè, anche con quel
caldo.... Uno sciame di bimbi, tutti puliti, con le grosse scarpe a
chiodi, sbarravano tanto d'occhi all'arrivo di quella strana carrozza
senza cavalli, che aveva le ruote cerchiate di gomma e si lasciava
dietro un forte odor di benzina, e la seguivano a distanza, ficcandosi
un dito in bocca, scambiandosi le loro impressioni in un linguaggio
breve e dolce, che a Felicita ricordava la canzone provenzale di
_Magalì_ nella _Sapho_ del Massenet.
I piccoli indigeni si decidevano a fermarsi in crocchio dinanzi alla
solita botteguccia dei _conditorei_ co' suoi immancabili automi di
cartone, in vetrina, per la _rèclame_ del Maestrani: altri se ne
incontravano pure sui gradini della _chesa comunela_, il Municipio del
paese, il solo edificio oltre gli alberghi e le due chiese, la cattolica
e la protestante, che non fosse di legno e in forma di _chalet_.
— Sente come parlano? — le diceva Febo. — Questo non è ancora
precisamente il romancio; è ladino. Niente di tedesco, molto di voci
nostre e di vecchio francese. — Poi, sommesso, chinandosi su di lei: —
Ditemi, Felicita, che vi sentite lieta, così, qui... — E d'un tratto: —
Mi siete più cara che mai!
Ella volgeva il viso dall'altra parte, puntando il binoccolo sui pascoli
della montagna, di là della valle.
— Pecore ancora, lassù tanto in alto?... E qualche cosa gira presso quei
_chalets_... Ah! una cascatella... Un molino, forse.... Nemmeno voi,
scommetto, senza cannocchiale, non lo vedreste!
— L'ho già visto e ne ho già scoperto il nome, nel Bäedeker; guardate
qui; _Immersäge! Immer_, capite? Sempre! Nell'eternità... E vi è morto
un famoso cacciator di camosci... v'è tutta una leggenda d'amore
intorno...
— Mettetela in versi!
— E perchè no? Ancora qualche mattina come questa quassù, con voi, così
cara, così buona...
— E sarete poeta! Per fortuna siamo nelle mani di Job!...
Rinetto, poverino, pisolando più sodo, si era messo a fischiare,
leggermente, ma in modo insopportabile e Febo, sebbene a malincuore, per
l'onore del sesso, lo dovette svegliare, gridandogli con paterna
commiserazione:
— Sta desto se puoi! Guardati intorno ed ammira, disgraziato! Tra venti
minuti si smonta, si fa colazione, e ti concederemo anche un po' di
siesta...
*
* *
Ritta in piedi su quello strano blocco di neve immacolato, ravvolta,
anzi fasciata da quel suo costume morbido e fine a riflessi di bronzo,
che non turbava una sola delle grazie rigogliose della bella persona.
Felicita si poggiava all'alto _alpenstok_ cui aveva legato in cima un
fascio di rododendri; e il mazzo delle roselline delle Alpi spiccava
come una gran macchia di sangue sul fondo cupo e quasi verdastro del
cielo.
Sostava così ansante e commossa ad ammirare la distesa melanconica del
ghiaccio e siccome si era riempita anche tutta la cintola di fiori
dell'Alpi — raccolti con ostinata abnegazione pur nei momenti più
scabrosi della salita — così sembrava sbocciasse col busto forte ed
eretto e la testa superba, di mezzo ad una festa bizzarra di
violaciocche, di tulipani, di verbene, di anemoni, di petunie e di
calceolarie... La si sarebbe detta, tutt'insieme, la statua di un'iddia
dolce e fiera della montagna, ergentesi sopra un rozzo basamento di
marmo purissimo, alla quale il prodigio di una nuovissima gioia avesse
infuso vita e calore. Felicita, infatti, era tutta rapita e vibrante di
fatica, d'ansia, di curiosità e si sentiva sinceramente grata a Febo che
le aveva procurato un così strano piacere. Egli non l'aveva obliata un
minuto solo, dacchè erano scesi di carrozza per salire a piedi il
ghiacciaio, e la marchesa, per oltre due ore, in quella immensa e
suggestiva solitudine alpina, si era sentita in balìa di quell'uomo
quasi protervo che pur sapeva con squisita sapienza dirle troppo in
mille modi, ma senza dir mai tanto ch'ella potesse bruscamente punirlo.
In quello sforzo assiduo di forza e di resistenza fisica, ed in pari
tempo di coltura e di genialità dello spirito, l'ostinato amore si
rivelava con tutte le seduzioni, con tutte le arti e con tutte le armi
di una seconda o terza gioventù, intraprendente ed esperta. Chi lo
avrebbe mai detto, conoscendolo solo come un impenitente _viveur_
cittadino? Agile, destro, prontissimo, audace e discreto, egli l'aveva
per così dire portata lassù e quasi senza un battito più frequente dei
polsi, senza un più affannoso respiro, nè una stilla di sudore; aveva
larvato per lei la fatica e i timori della salita, narrandole le cose
più varie, insegnandogliene una quantità d'altre, tutte curiose ed
interessanti. Ora ella, _lo sentiva_ ancora tranquillamente seduto, lì
su di un greppo, sotto di lei e chi sa perchè, proprio in quel punto, di
fronte alla scena nuova e nella nuova commozione, le passavano dinanzi
come mortificate e piccine, le figure del marito e di Rinetto... quel
povero Rinetto che con cento pretesti, fino lassù, al ghiacciaio, non
c'era voluto venire...
*
* *
Una nube bianca e soffice passava sopra il disco del sole e tosto si
smorzò tutto lo scintillio di quell'immenso mare immobile di ghiacci, si
spensero le vive luci abbaglianti che venivano prima dai nevai. Sulla
scena desolata corse come un brivido di morte: tutto all'intorno si fece
squallido, livido, sinistro e Felicita n'ebbe un senso improvviso di
raccapriccio, di terrore: le parve che anche i suoi fiori declinassero
ad un tratto, improvvisamente avvizziti, si sentì sola, come una bimba
persa, nell'orrore di quel paesaggio spettrale, e fattasi smorta, si
lasciò scivolare dal suo piedestallo di neve, si lasciò prendere sotto
le braccia di Febo e stringere, quasi rabbiosamente, da lui...
Ma nel mentre egli stava forse per osare, la nube stopposa, veleggiando
e sfasciandosi a fiocchi, lasciò sgorgare ad un tratto la grande luce
del sole... Tutto si riaccese: un senso di tepore e di conforto rianimò
la bella smarrita... le sembrò che la vaniglia bruna di cui aveva tutto
ingombro il corsetto la richiamasse, con un alito repentino della sua
forte fragranza, ai sensi e al pericolo, cosicchè sorrise, si scosse,
dolcemente si sciolse, tentò col piede il terreno e arditamente cominciò
a discendere verso la strada che serpeggiava laggiù tra i larici
estremi, senza più volgersi indietro, senza parlare.
*
* *
L'itinerario di viaggio ideato dal cavalier Febo, era un capolavoro del
genere. Non un'ora sprecata, non un chilometro di strada che non
offrisse un'attrattiva, un godimento speciale; ed in pari tempo una
studiosa cura di evitare quei luoghi sciupati nella loro bellezza dalla
moda borghese, dalla _réclame_ più fastidiosa. La si sarebbe detta una
peregrinazione in paese ignoto, un viaggio di scoperta, fra genti
primitive e caratteristiche, disseminate nei recessi delle valli più
quiete.
L'interno morbido ed elegante dell'automobile in quella vita zingaresca
e un po' selvaggia, era divenuto come la cabina comune di un bastimento
in rotta attraverso un gran mare di verde. La marchesa vi si era fatto
il suo cantuccio, vi aveva disposte le sue piccole cose, e ridendo
diceva che vi riceveva le sue visite, quando Febo e Rinetto dopo qualche
tratto a piedi chiedevano licenza di risalire. Job, sempre taciturno,
sempre vigile, rallentava a tempo, quando il paesaggio rivelava
improvvisamente inattesi splendori, o quando, senza neppur voltarsi,
avvertiva che un incidente qualunque — uno stormo di corvi gracchianti
nel prato, un falco che s'aggirasse stridendo nell'azzurro, od uno
scoiattolino saltellante fra gli alberi — avesse destato la curiosità
della grande e bella bambina bionda che quei due dietro a lui — il
cavaliere ed il giovinetto — sembravano mangiarsi cogli occhi.
Rinetto — nella famigliarità di quella vita a tre, nell'abbandono quasi
studentesco che per forza di cose si era stabilito fra loro, durante i
pasti, spesso frugali, nei piccoli _gasthaus_ ove la marchesa aveva
vaghezza di soffermarsi, — smarriva tutta la sua spavalderia, il suo
snobismo artificiale, ritornava un buon bambinone, senza alcuno dei
piccoli ardimenti che la vita della città e dello stabilimento gli
avevano ispirato in quegli ultimi tempi, verso la marchesa.
La sua «cotta per la bella bionda» come una volta, un po' brillo, si era
permesso di definire la sua passione, in un certo ritrovo, si era
purificata, si era elevata sino a duemila metri sopra... le volgarità
del loro mondo. Ogni sera, separandosi da lei per coricarsi in un luogo
diverso, in un letto nuovo, si sentiva innamorato più che mai... ma
sempre più idealmente.
Egli stesso non si conosceva più. Per non farsi aspettare al mattino,
non si radeva più barba e baffi con quella scrupolosa cura che rendeva
un tempo tutto il suo viso mondo di ogni virile peluria... Qualche
mattina anzi era sceso con più di uno sberleffe del rasoio e qualche
aiuola rossastra qua e là. Si occupava molto meno delle cravatte, delle
calze e degli altri accessori della sua toletta, e molto più del paese,
delle cose nuove e belle che gli si offrivano dinanzi, in quel su e giù
sulle «montagne russe» inventate — come diceva lui — da Febo... per i
suoi fini.
*
* *
Ed anche intorno ai fini... insidiosi del _vecchio_ Febo, il buon
Rinetto aveva smesso omai ogni gelosia. Capiva che la marchesa non
voleva nè la felicità nè l'infelicità di alcuno dei due. Il dì prima,
ella si era fermata a tracciare con la punta dell'_alpenstock_ il suo
nome nella parete di un grosso blocco di neve che fiancheggiava la
strada come la bianca muraglia di un giardino invisibile. Rinetto,
seduto su di un paracarro vicino, compitava melanconicamente le sillabe
a mano a mano che comparivano incise sulla neve: Fe-li-ci-ta...
— Passerà qualcuno, — osservò ad un tratto timidamente, — e leggerà
male; crederà sia arrivata davvero quassù la felicità e che vi abbia
lasciato il suo nome...
La marchesa si volse e con la sua smorfietta di rimprovero:
— Non è forse così?
— Ahimè! È passata la bellezza, la grazia... ma la felicità no... Manca
sempre l'accento.
E fece atto di bucare la neve, col suo bastone ferrato sovra l'innocente
_a_ finale... La marchesa gli trattenne il braccio e ridendo, ma con una
intonazione seria e recisa, concluse:
— Nè voi, nè altri... Resta così, senza accento!
Quel «nè altri» aveva consolato il povero ragazzo. Che donna
straordinaria la marchesa! Che spirito! Che tatto!
Egli ormai aveva preso tutte le abitudini di lei, tutti i suoi gusti. Si
gonfiava ogni mattina di latte appena munto, di miele odoroso, di carne
secca. Non si lagnava più di nulla, non sentiva più alcuno dei piccoli
disagi del viaggio, imparava da Febo i nomi dei fiori per sfoggiare poi,
egli pure, un po' di conoscenza della flora dell'Alpi e poichè la
marchesa s'era innamorata di quel delizioso linguaggio _romancio,_
copiava per lei i detti e le sentenze alle porte delle chiese, le
epigrafi nei piccoli cimiteri e appena si giungeva ad un villaggio
correva a fare incetta delle fotografie e delle cartoline illustrate del
luogo, riuscendo ad emulare, pel futuro album dei ricordi, lo stesso
Febo che con il _poket kodak_ avrebbe fotografato ogni pianta, ogni
sasso della montagna, e la marchesa poi ad ogni minuto della giornata,
in tutti gli atteggiamenti, in tutte le luci.
*
* *
Quel giorno avevano sostato a lungo allo strano albergo che sembrava
fatto soltanto di ferro e di vetro, eretto poco lungi dalla vecchia
cantoniera al sommo dell'ultimo valico. Il _record_ volgeva alla fine.
La marchesa, con la fronte appoggiata ai cristalli della veranda,
fissava la superficie immobile e fosca del piccolo lago alpino che si
stendeva sotto quel bizzarro edificio e nel quale si specchiavano le
nevi delle montagne ignude e tristi, che circondavano ad anfiteatro lo
speco. Altre nevi, che i calori estivi avevano staccate dalla riva,
galleggiavano lente verso il mezzo, dando alla scena l'aspetto
fantastico di un paesaggio polare. Da quei luoghi ermi e deserti, il
pensiero della marchesa scendeva alla pianura; le si riaffacciava alla
mente l'animazione dell'inverno cittadino, rivedeva i teatri, le feste,
i ritrovi, le amiche, la casa, il marito, e alla voluttà del nuovo che
l'aveva sino allora soggiogata, cominciava a succedere il desiderio
dell'antica vita, degli agi, delle mollezze, delle femminilità, alle
quali da una settimana aveva pressochè rinunziato.
*
* *
Si scosse... Era rimasta sola nella veranda chiusa e tepida come una
serra, che delle serre aveva anche la luce bianca ed i fiori forzati.
Sfogliò l'albo in cui c'erano i nomi di chi era passato prima di lei...
Tutti tedeschi, inglesi, americani del nord. Qualche raro nome italiano,
ma sconosciuto; qualche altro nome letto già, il dì prima, in un altro
albergo lungo la via; qualche accenno gentile, qua e là, ad una persona
amata, ad una patria lontana, ma nel complesso elogi banali al _menu_,
ostentazioni di titoli, firme presuntuose, evidentemente di
semi-analfabeti, diventati milionari... Dinanzi a quel lago ghiacciato,
una finlandese, una signorina indubbiamente, aveva evocato con due
melanconici versi tedeschi i suoi _fjords_. Un prete bretone aveva
trovato modo d'imprecare a Dreyfus, inneggiando _au drapeau de la
France_ nel bianco delle nevi, nel rosso dei rododendri, nell'azzurro
dei cieli.
Ad un tratto Felicita, alzando gli occhi dal libro, sentì Febo dietro di
sè. Egli le prese un po' per forza le mani, gliele tirò indietro,
stringendole fra le sue che scottavano, e chinandosi come per leggere
nell'albo, cominciò a dirle che lassù si viveva benissimo, anche nel
cuore dell'inverno.
— Io ci sono passato, tre anni fa, con le slitte... Tutto bianco
intorno... E come vi pensavo sin d'allora! Ci conoscevamo assai poco,
nevvero? Eppure mi ero giurato che sarei tornato con voi... Con voi,
Felicita, qui e dappertutto, con voi e per voi...
Ella strappò le mani da quelle tenaglie, chiuse rumorosamente l'albo, si
avviluppò tutta nel _plaid_ ed uscì a dar del pane, rompendolo ella
stessa a grossi pezzi, ad un povero cavalluccio giunto sin lassù, dietro
di loro, con una carriuola sconquassata, e che si riposava ora in un
angolo, ma si guardava intorno, come esterrefatto di tutti quei sassi,
di tutta quella neve senza un arboscello, senza un filo d'erba! Febo,
passandole vicino, per raggiungere Job che scaldava l'automobile, la
guardò prima fieramente, poi le disse, con una scrollata di spalle:
— Meglio così! L'elemosina a tutti! Al cavallo come ieri al cane, come
domani a Rinetto... A me nulla!... — E premendo stizzosamente la palla
di gomma dell'automobile, ruppe il divino silenzio delle Alpi, con lo
stridulo, insistente _què, què, què_, della cornetta, che fece accorrere
in furia Rinetto, dal vicino ufficio postale.
Felicita, frattanto, deposta la manciata dei suoi anelli nel lieve cavo
di un sasso e rimboccate alquanto le maniche, si lavava energicamente le
manine fatte violacee dal freddo, voltandole e rivoltandole sotto lo
zampillo gelido che canticchiava da un tronco, di fronte alla porta
dell'albergo.
— _Carmen_ bionda, nel terzo atto! — esclamò Rinetto rapito.
Ella era adorabile davvero anche così, e Febo ebbe di nuovo un sussulto
come stesse per commettere una sciocchezza, come volesse lanciarsi verso
di lei... La bella capì, e crudele nella vittoria, lo pregò che le
infilasse gli anelli, ad uno ad uno, e le riallacciasse i polsini,
dicendogli ad ogni momento:
— Così, da bravo, _les petits services_... mantengono le grandi
amicizie!
*
* *
— Vedete quei culmini ultimi, lassù? Li vedete ancora? Lassù è
appollaiato il villaggio, il più alto di tutta l'Europa ove crescono
ancora le biade, l'ultimo ove si parli ancora il bel dialetto
romancio... Domattina, ridiscendendo al di là, non udremo parlare altro
che il francese e vedremo la catena dietro la quale è l'Italia... Fra
tre giorni al più saremo a casa... È finita.
Per la prima volta nella voce di Febo, vibrava una nota di tristezza
sincera. Imbruniva. Ella avea finalmente accettato il suo braccio, e
salivano lentamente lungo la strada silenziosa, deserta, tagliata lungo
un abisso profondo, tutto verde, sopra il quale sembrava calassero più
frettolose che alle sommità, le ombre della sera, una sera indicibile,
purissima. Lungo l'altro margine della strada, erano schierati, come i
militi di un esercito sterminato, immobili e silenziosi, gli immensi
pini bruni, con le guglie diritte ed acute a forar quasi la vôlta
azzurra del cielo, nella quale si andavano accendendo le prime stelle...
Qualche fremito misterioso tra le forre, a piè degli alberi, qualche
fuggevole stormire nei rami, — uccelletti che mutavano di posto — e
null'altro. Non una casa, più, non un fuoco sulla montagna... nulla...
nessuno. Loro due ed il popolo muto delle piante, delle erbe che si
addormiva, in una calma magnifica.
— Vi duole che ci siamo incamminati così tardi? — le chiese Febo.
Ella scosse il capo dolcemente ed a lui parve che il morbido e tepido
braccio di Felicita tremasse contro il suo petto.
_Eureka_ aveva preparato una incresciosa sorpresa ai viaggiatori. A
cinque chilometri dall'ultima borgata, un guasto improvviso!
Inutilmente, fra il cavalier Febo e Job si era cercato di ripararvi:
senza un fabbro, senza arnesi, senza un gancio di ricambio, non era
possibile. Che fare? Tornare indietro, scompigliando tutto l'itinerario?
Si era quasi a mezza via per quel giorno, altri sei chilometri di
salita, ed il dì dopo, anche prima della riparazione, _Eureka_, in
continua discesa, li avrebbe portati abbasso, alla gran valle... la
valle ultima del pellegrinaggio. Job riuscì a persuadere due mandriani
diretti essi pure lassù, ad associarsi a lui nello spingere innanzi
l'automobile, e Rinetto, un po' a malincuore, ma lieto nondimeno di
compiacere Felicita, che si era mostrata seccatissima all'idea di dover
tornarsene indietro, aveva a mano a mano affrettato il passo per
vigilare davvicino la spedizione... e, al bisogno, spingere un pochino
anche lui. Così Febo e la marchesa erano rimasti addietro assai, nè ella
mostrava ora di volere affrettarsi molto, presa dal fascino di quel
silenzio, di quella solitudine, di quella tenebra luminosa.
*
* *
Come mai erano cascati a parlare di Milano, di tante cose tristi ed
uggiose in un'ora simile? E perchè Febo, già per la seconda volta, le
aveva indirettamente richiamato il ricordo di donna Ersilia e di suo
marito e di quell'orribile scenata di Roma, di cui appena si era
smorzato il pettegolezzo?
Forse aveva avuto ragione Febo, un momento prima:
— Tutto è divinamente bello nel creato; tutto quello che noi vediamo
qui, ora, è sovranamente grande; ma i luoghi e le cose non dicono niente
alle anime, se le anime dormono...
— La mia anima dorme? — aveva chiesto Felicita.
— Sì, mentre la mia soffre... E per questo, entrambe le nostre anime,
non sono qui. Se l'anima vostra si destasse, la mia cesserebbe di
soffrire e noi godremmo insieme... l'attimo che forse non tornerà più,
nè per me nè per voi! Essere soli, in mezzo ad un mondo silenzioso e
deserto e sentirsi felici di esservi...
Ella chinò il capo. L'ora era grave. La voce di Febo non sembrava la
stessa e Felicita pensò se doveva pentirsi d'essersi indugiata tanto con
lui.
Ad uno svolto brusco della strada, la pineta si apriva ad un tratto
verso il monte e a pochi passi biancheggiava una cava diruta, nel cui
fondo brillava una fiamma.
— C'è qualcuno? — chiese Felicita vivamente.
— Può darsi; siete stanca? Volete fermarvi?
— No, soltanto vedere.
Presso un focherello di sterpi che ardeva tra i sassi, fumigando di
resina, sulla soglia nera di un capanno fatto di ardesie e di tavole
d'abete, piccolo ed informe come l'abitazione d'un troglodita, un
vecchio irsuto, monco di una gamba, raspava in un paiuolo, e vicino a
lui, un ragazzo dalla testa enorme, gozzuto e sbilenco, mungeva, in una
ciotola, una caprettina stecchita, che per la prima avvertì gli
stranieri e cercò di ritirarsi belando dolorosamente.
Il vecchio aveva perduto la gamba sotto un macigno.
— Quanti anni fa?
— Oh! molti. — Non se ne ricordava più, ma qualche volta ne soffriva
ancora.
Viveva in quell'abituro fino al calar delle nevi, picchiando nel sasso
dalla mattina alla sera. Il ragazzo gli recava le pietre e gli
scalpelli, poi gli dava da mangiare, giacchè lui non poteva quasi
muoversi sul terreno ingombro della cava. Quel fanciullo era l'ultimo di
otto: tutti suoi nipotini, figli di una figliuola ch'era morta. Il
padre, stanco di vederli patire la fame, era andato in America e non se
n'era saputo più niente. Gli altri più grandi erano sparsi «pel mondo» a
lavorare e l'ultimo gli era rimasto vicino, attaccato a lui, come la
rozza gamba di legno alla sua coscia.
Il vecchio aveva detto la sua miseria, tranquillamente, sorridendo,
parlando piano, in quel _romancio_ di cui poco ormai sfuggiva
all'orecchio musicale di Felicita; e intanto il ragazzo scemo e la
capretta arguta guardavano i due, ma senza curiosità.
Neppure il vecchio sembrava stupito della apparizione di quella coppia
signorile, a quell'ora, a quell'altezza....
— Oggi sono passate in su molte carrozze, con molti signori.
— E qualcuno si è fermato a discorrere con voi?
Il vecchio alzò gli occhi dal paiuolo, sorridendo di più.
— Di giorno il sole batte forte sulla cava. Non si ferma nessuno qui. Io
non parlo mai... Quasi mai. — Non un lagno in quella voce, nè il menomo
accento d'invidia o di rancore per quei signori che gli passavano
dinanzi, in carrozza, senza fermarsi, mentr'egli viveva così, inchiodato
dalla sventura e dalla miseria ai macigni della sua montagna, ignaro
della suprema bellezza della scena che ogni giorno gli si apriva
dinanzi, quando all'alba usciva carponi come una povera bestia dal covo,
e riprendeva a martellare sul sasso...
— Siete cattolici o protestanti qui? — gli domandò Febo.
— Cattolici. Il villaggio dove arriverete fra mezz'ora, è il primo della
valle, abitato tutto da cattolici. Vedrete che bella chiesa!... Ci vado
anch'io alla domenica.
*
* *
Quando Felicita e Febo furono di nuovo sulla strada, era già sera. Il
discorso cadeva. Ascoltavano, entrambi, le mille voci di quel silenzio
più profondo e più canoro ad un tempo, d'ogni silenzio udito mai.
Ma si levava il vento freddo delle vette, e Felicita, anche pel
contrasto col tepore del focherello presso il quale si era indugiata
parlando, rabbrividiva e cercava di ravvilupparsi quanto era possibile
nel _plaid_. Febo, un po' preoccupato di quel vento rigido e dell'ora
tarda, preso come da una smania stizzosa d'arrivare, le serrava il
braccio sotto il suo, affrettava il passo, la trascinava quasi, sempre
tacendo, fissando i fuochi del villaggetto ch'erano comparsi ad uno
svolto della strada, che ora si avvicinavano, ora sembravano
allontanarsi, quasi burlandosi delle sue ansie, ma che brillavano sempre
come un dolce richiamo, come un invito, come una promessa... Giunsero
alle prime case del paese, quasi senza avvedersene.
Tutto silenzioso, tutto cheto... Qualche lume dietro i doppi vetri delle
solite finestruole, delle solite casette, qualche lieve rumore appena...
Ad un tratto si udì la voce di Rinetto e quasi subito un fascio di luce
si precipitò sulla strada.
Rinetto veniva loro incontro, in compagnia di Job che aveva staccato il
lampione dell'automobile.
— Amici! — gridò Rinetto con enfasi, ancor da lontano — Siamo fritti!
L'unico albergo del paese, pieno come un ovo!
E avvicinandosi, scrutando un po' inquieto i volti della marchesa e di
Febo, continuò:
— Non un letto a pagarlo un milione! Sembra una casa presa d'assalto! Ci
si è fermata mezza Boston e mezza Filadelfia! Una specie d'invasione di
quaccheri, che salgono domani ai ghiacciai...
— Possibile? Neppure qualche camera?
— Ma che! Sarà molto se ci avranno avanzato un po' di cena! Vi sono
letti anche nella sala da biliardo, nei tre camerini da bagno
dell'albergo, dappertutto!
— E nondimeno, una camera per la marchesa, bisognerà pure che ce la
diano! — esclamò Febo, in furia, contrariato, seccatissimo, riprendendo
a trascinare rapidamente Felicita verso l'albergo, del quale apparivano,
nel buio, le finestre illuminate in fondo all'unica via del villaggio.
— Caro mio — proseguì Rinetto, egli pure di pessimo umore, tenendo
dietro, e badando alla strada — puoi credere se ho tempestato per una
camera, almeno una, per la marchesa!... È tempo perso! Ti rispondono
appena: «Tutto occupato!» Non c'è altro che accettare la proposta dello
stesso proprietario dell'albergo, l'unica tavola di salvezza, del
resto...
— E cioè? — fece Febo.
— _Chez monsieur le curé, s'il vous plaît, messieurs._
— In casa del curato?
— Già. La casa laggiù, quasi in faccia all'albergo. Pare che la casa del
ministro di Dio, sia una specie di _dépendance_, al bisogno!
La marchesa non aveva aperto bocca, ma era più infastidita di tutti per
quel contrattempo. Si sentiva fisicamente stanca. Durante l'ultimo pezzo
di strada, a passo affrettato, non aveva sognato altro che una bella
camera con un bel fuoco e molto spazio per tuffare le mani nelle
valigie... anzi tutto; poi, prima ancora, della cena, del fuoco, del
letto, aveva bisogno, materialmente bisogno di un buon bagno tiepido...
di un lungo bagno riparatore. Tutti i suoi istinti, le sue abitudini, le
sue raffinatezze, fatte tacere in quei giorni fra le distrazioni del
nuovo, riprendevano ora il sopravvento di fronte all'impossibilità di
appagarle, e il dispetto, la stanchezza, il freddo, la prospettiva di
una cattiva notte, le davano un senso di amarezza indefinita, quasi
quasi la voglia di prendersela con Febo e con Rinetto, o di mettersi a
piangere...
In casa del curato! Che sciocchezza, che seccatura! Dover magari dar
conto... spiegare... far delle presentazioni! Il suo entusiasmo per i
piccoli _chalet_ svizzeri, visti dal di fuori, si era molto smorzato da
quando aveva avuto occasione, in que' giorni, di mettere la testa dentro
a qualcuno di essi. Puliti sì e ordinati, ma afosi: vere scatole
opprimenti.
Capitare di notte in un luogo simile, a quell'altezza, e trovare un solo
albergo, senza una camera vuota... Era la prima contrarietà del viaggio,
ma fastidiosissima!
*
* *
L'albergo era pieno infatti, pur nondimeno quieto e silenzioso. Finiva
la cena. Uomini enormi, dai piedi enormi, dalle mani enormi, signore e
signorine che sembravano uomini, tutti dall'aria stanca e severa,
occupavano sino all'ultimo posto della _table d'hôte_ e sbucciavano
gravemente delle mele e delle pere, senza quasi guardarsi l'un l'altro,
scambiando appena qualche parola.
Scialli, _plaid_, zaini, binoccoli e _Bädeker_ dappertutto; in ogni
angolo fasci di _alpenstok_ giganteschi, delle piccozze nelle custodie
di cuoio, e sopra ogni mobile mazzi di _edelweiss_ e di _alpen-rose_.
L'irruzione rumorosa della bella marchesa e dei due amici, la
disinvoltura con la quale i tre italiani sedettero ad un tavolino
d'angolo e assediarono di domande in tutte le lingue il _maître d'hôtel_
e i camerieri, per la cena e per le camere, parvero scandalizzare quegli
sbarbati indigeni delle rive del Michigan.
Dopo qualche minuto, come spinti da una molla si alzarono tutt'insieme
uomini e donne, e presa la loro roba, quasi furtivamente, con un lieve
abbassar del capo, uno dopo l'altro, infilarono l'uscio e sparirono come
ombre. Non rimasero a tavola, sparsi qua e là, che due o tre commensali,
in _smoking_ e in cravatta bianca.
Mentre la marchesa, Rinetto e Febo finivano di cenare, comparve
sull'uscio un bel pretone, forte, tarchiato, dal viso rubicondo, con
grossi riccioli bianchi alle tempie ed un fare, fra il furbo ed il
gioviale, da prete italiano che finì d'indisporre, con la volgarità, i
suoi ospiti forzati.
Il prete però non era affatto italiano: svizzero puro sangue e
precisamente, grigione, dell'_Oberalpstein_, da oltre trent'anni curato
fra quelle casupole, «l'ultima tappa verso il Paradiso». Il brav'uomo,
del quale ogni gesto, ogni parola, rivelava l'atavismo forse
dell'albergatore anzichè la vocazione ecclesiastica, s'era presentato da
sè, parlando mezzo francese e mezzo _romancio_ con qualche storpiatura,
qua e là, d'italiano. Si era già molto bene informato: qualche cosa sul
conto dei signori risultava dalla dichiarazione scritta da Job sul
_Fremdenbuch_; quanto al resto, il prete furbo lo aveva indovinato, e
pareva arcicontento di poter dar ricetto nella sua povera casetta a
«così nobile compagnia».
— Anzi se la signora vuol favorire anche subito, mi permetterò di
presentarle mio nipote, don Arcangelo, il quale parla molto bene
l'italiano perchè ha studiato teologia per quattro anni, nel Seminario
di Milano, ed è stato ordinato prete dall'arcivescovo che c'era allora,
monsignor Calabiana!
Febo e la marchesa non rispondevano, sempre più infastiditi, e Rinetto
dovette pur mettere fuori qualche parola, per tutti.
— Come mai, un suo nipote, svizzero m'immagino... è andato a farsi prete
a Milano?
— Sa, è un antico privilegio della nostra diocesi di Coira, di poter
mandare venticinque chierici per gli ordini, al loro insigne Seminario
di Milano. Una concessione che risale al medio evo!
*
* *
Nell'attraversare la strada per passare dall'albergo alla casa del
curato, tutt'e tre avvertirono che il vento si era fatto ancor più forte
e più freddo, ed appena posto piede nella piccola anticamera, Felicita
provò un senso di tepore e di conforto che dissipò quasi le cattive
prevenzioni. L'aria in quella specie di cassa di tavole d'abete e di
larice, era poca infatti, ma aveva lo stesso profumo della pineta.
Il cuculo, mettendo fuori la testina dal vecchio oriolo sospeso in un
angolo dava il benvenuto agli ospiti co' suoi dieci _dan-cucù_, quasi
festosi... La vecchia Perpetua, ch'era accorsa con la lucernetta, si
faceva in quattro per sbarazzare i nuovi arrivati dei mantelli e di
tutto quanto avevano in mano, ed un cagnolino bianco, brutto, ma con
un'aria buona e ospitale, s'era messo a scodinzolare, curvo e festoso
dinanzi alla marchesa.... Alle sollecitazioni del curato, Felicita si
fece innanzi nel breve corridoio, a mezzo del quale brillava lo
spiraglio di luce di un uscio socchiuso: spinse ed entrò. La prima cosa
che le colpì lo sguardo nel salottino lindo e gaio, fu un _harmonium_ di
legno nero, aperto in un angolo, e fasci di musica tutt'intorno, sui
mobili e per terra.... Felicita ad un lieve grido, come un singulto, si
volse e scorse un giovane prete, il nipote del signor curato.
Questi entrando e scostando le seggiole perchè gli ospiti sedessero,
fece in fretta e con molta disinvoltura un po' di presentazione.
— Questi signori... tutti di Milano, e don Arcangelo, mio nipote e mio
coadiutore alla parrocchia, un po' milanese anche lui... come ho già
spiegato.
Don Arcangelo era lì, ritto presso la tavola, fissando la marchesa, in
atto quasi di tenderle le mani, e nel suo sguardo spirava la sorpresa,
la soggezione, il timore, ma più ancora una gioia, una grande gioia,
quasi infantile.
Era un giovine di media statura, esile, dal volto pallido e un po'
scarno, dagli occhi grandi e azzurri, dall'espressione dignitosa e
nobile. Sulla fronte ampia, pallida, un gran disordine di capelli
castagni; una selva. Quelle due mani protese per un momento verso di lei
erano pure apparse a Felicita esili e nobili, come tutta la sua figura e
bianche poi come i tasti dell'_harmonium_: in quell'atto, avevano
tremato nelle ampie maniche della veste nera....
Durava fra loro un silenzio imbarazzante. Il curato disponeva sulla
tavola un grande piatto di fragole di monte, odorosissime e piccine, e
faceva star ritto, in un curioso vaso di terra bruna, un bel mazzo di
ciclamini smorti, ma essi pure, profumatissimi.
La vecchia fantesca aveva recato anche una bottiglia di vecchio vino di
Valtellina, rosso come il rubino, ed il signor curato ne riempiva certi
bicchieri dipinti a rabeschi, insistendo perchè tutti bevessero, ma
bevendo lui per primo, a piccoli sorsi, da vecchio innamorato. La
marchesa, per non fissare il pretino, si guardava intorno, esaminava
tutte le strane cose accumulate in quel piccolo salotto, dall'immensa
stufa di muro che ne occupava la quarta parte al piccolo nido
appiccicato sopra lo stipite dell'uscio e che — spiegava il curato — da
sette anni le rondini venivano a rifare, proprio lì dentro, entrando or
dalla finestra or dal corridoio, come se fossero in casa loro
Dopo aver riempito e vuotato più volte il bicchiere, il curato
giovialone chiese il permesso di ritirarsi.
Il dì dopo era domenica, e per le sei egli doveva salire a dir la prima
messa nell'oratorio dei pastori; quasi un'ora di sentiero erto,
faticoso... un luogo da capre. Ma durante l'estate, una messa anche per
quei poveretti confinati lassù, almeno alla domenica bisognava pur
dirla!
— Anche loro signori saranno stanchi; vorranno levarsi presto. Però,
come loro garba meglio. E ad ogni modo, un altro gocciolo, signora!
Permetta; in questi paesi, il vino è sangue! Arcangelo magari, non ne
vuol quasi sapere; ma lui, lui, è più santo di me! E poi... ha la
musica, lui!
Quando il vecchio chiacchierone se ne fu andato, dopo gli ultimi ordini
impartiti alla fantesca perchè accompagnasse gli ospiti alle loro
camere, Felicita, temendo si rinnovasse l'increscioso silenzio del primo
momento, si volse subito al pretino e gli chiese, volgendo un'occhiata
all'_harmonium_:
— Musicista?
— Sì, — rispose il giovine prete. E quel sì, fu detto quasi fieramente,
tanto ch'egli stesso sentì di dover aggiungere in tono più dimesso: — O
almeno, appassionato tanto della musica!
Subito, come per prevenire la banalità dell'invito, si avvicinò
all'_harmonium_, sedette, e pose le mani sulla tastiera. Senza musica
dinanzi, senza guardare in viso ad alcuno, come parlando fra sè, mentre
sfiorava appena la tastiera, soggiunse:
— Mi sono provato oggi a musicare il poeta più umile e più profondo
della Bibbia: Giobbe, nel suo libro dei morti. Ma non c'è ancora tutta
la sua melanconia, e non c'è tutta la sua rassegnazione!
La voce dell'_harmonium_, in quella piccola stanza foderata di legno,
aveva squilli e sonorità strane che si smorzavano in più strani
languori.
Il giovine prete accennava ai versetti del Salmo a mezza voce, nel
vecchio linguaggio _romancio_ della vallata e le mani esili e bianche
traevano dallo strumento voci di dolori ineffabili, senza disperazione,
in un ritmo originalissimo, che non ricordava nessuna musica, nessuna
scuola:
L'uman, nad dalla donna vis da court età
e vegni impli de diversas miserias. El comparà
sco üna fluor, vegn taglià jo e svanisca,
sco la sumbriva....
L'immagine ultima del fiore reciso, che scompare come l'ombra, aveva
ispirato al musicista una elegia ampia e magniloquente, che si risolveva
però subito in una perorazione intima e semplice. Nella frase estrema
esultava la canzone della montagna; quelle note ne raccoglievano i
suoni, ne esalavano le fragranze, sembrava distruggessero col loro
soffio le pareti della stanzetta e sollevassero gli spiriti alla maestà
delle vette inaccessibili....
L'artista fissava la marchesa coi grandi occhi cerulei, sfavillanti;
pareva le fosse amico, le fosse intimo da tempo, pareva le rivelasse con
quell'esplosione magnifica di melodie prorompenti dall'animo, tutte le
ansie dei suoi sogni di adolescente, tutte le intime lotte ignorate e la
lunga attesa ed il gaudio di quell'ora creata da un capriccio del
caso... Però, in quell'ebbrezza di una grande gioia e di un completo
abbandono d'artista, cessato di cantare ed accennando appena sulla
tastiera alla frase ultima del suo salmo, il giovine prete diceva ora a
Felicita, che le stava vicino, in piedi, presso l'_harmonium_, il
segreto della sorpresa, del suo turbamento, nel vederla.
— Non è la prima volta che noi c'incontriamo!
— Davvero? Ma dove? Quando?
— Oh! È impossibile che lei si sia mai accorta di me! Ma io... io la
ricordavo; e l'ho riconosciuta. Ella da fanciulla, era contessina di
C..., nevvero?
— Sicuro! E come lo sa?
— Abitava colla mamma l'antico palazzo sul Corso, quasi dirimpetto al
Seminario?...
— Ma certo! certo! Casa mia, da ragazza!
— Ebbene.... Io la vedevo di frequente, allora. Sono cose... che si
ricordano per tutta la vita! Ella qualche volta era al balcone, oppure
usciva in carrozza, colla mamma, ed io, due volte la settimana, con i
compagni.
La marchesa si picchiò la fronte coll'indice e uscì fuori, quasi ridendo
a esclamare:
— Ah! Ecco finalmente! Ci siamo!
Rivedeva infatti, come se si fosse trovata dieci anni innanzi, al suo
balcone del Corso, la lunga fila nera dei giovinetti chierici, a due a
due, uscire dal gran portone barocco del Seminario e voltare, ora verso
i giardini pubblici, per la passeggiata, ora verso la chiesa di San
Babila, per le funzioni. E ricordava, quegli _spirlongoni_, tutti
cascanti e goffi nelle ampie veste nere svolazzanti e certi visi smorti,
quasi terrei, emaciati, con i pomelli rossi, e certi sguardi arditi,
sfavillanti, gettati di traverso alle donne in istrada, ed anche in
direzione del suo poggiolo, frenati tosto da un rapido e compunto
abbassar di palpebre. Molte volte, la carrozza, dov'ella sedeva con la
mamma, doveva fermarsi perchè finisse di passare la sfilata.... Oh,
allora non poteva divertirsi a celiare e a sorridere alle spalle di quei
poveri ragazzi, come quando, invece, era al balcone con la cugina
Emma!... Con la mamma bisognava star seria e sopportare, senza una
smorfia, il fuoco di fila di tutti quegli sguardi. Ma allora appunto,
fra tutte quelle facce che dall'alto sembravano uguali, ne distingueva
alcune o più brutte o più belle delle altre, e adesso il viso del
giovine prete, ancor più pallido per la intensa commozione, non le
tornava affatto nuovo. Sentiva che quegli occhi l'avevano già molte
altre volte cercata e fissata così, a lungo.... Fu un istante solo, ma
di grande e profondo turbamento per entrambi: ella, come lui, non erano
più in quella stanzetta, in quella casa perduta tra i monti; non c'era
più nessuno presso di loro, tutti quegli anni non erano passati ed una
folla d'ansie, di curiosità, di domande pareva dovesse prorompere dalle
labbra dell'uno o dell'altra. Ma siccome Febo con qualche punta d'ironia
e Rinetto con ammirazione sincera insistevano nel chiedere come mai
scrivendo della musica simile non la facesse conoscere e vivesse lassù,
fuori del mondo, così l'artista, come svegliandosi da un sogno e
ridiventando tutto prete, si alzò e tornò verso la tavola.
— La mia povera musica è per me e per i miei montanari, ed il mio posto
è qui, fra di loro.
— E ci sta tutto l'anno? — chiese Felicita.
Egli la tornò a guardare più calmo ed accennò di sì.
— Chi sa che freddo d'inverno! — esclamò Rinetto.
Il pretino sorrise.
— Freddo, sicuro.... Molto freddo... sino a 17, o a 18 gradi sotto
zero.... E l'inverno dura otto mesi... Da ottobre a maggio: la posta
passa soltanto due volte la settimana, con le slitte.
— E allora? — fece quasi con ansia Felicita, avvicinandosi.
Egli la guardò, così alta, così bella nel chiarore della lucernetta che
ardeva ancora sull'_harmonium_ ed ebbe di nuovo una fiamma alla fronte
ed un tremito ai polsi. Ma proseguì con la voce pacata:
— Allora qui si lavora, si pensa. Molta gente migra lontano. Io tengo la
scuola. — Dove? Qui, a casa?
— No! No! È un po' lontana, la scuola; oltre la chiesa. E quando la neve
è alta si pena un po' ad andarvi. Ma è anche nel posto più sicuro pei
ragazzi.
— Sicuro per che cosa?
— Per la valanga.
E in questa sola parola, detta con la consueta semplicità, c'era tutta
una evocazione di memorie lugubri, di tragici casi.
Stretto dalle domande, don Arcangelo dovette pur dire della sua vita di
stenti e di fatiche in quegli eterni mesi d'inverno.
Ma poi, come temendo di sembrarle pusillanime, soggiunse:
— Una volta all'anno però, prima delle nevi, scendo al nostro paese,
nella vallata dell'Albula, oltre Thusis, dove c'è ancora la mamma....
E proseguiva a parlare, fissando quasi sempre Felicita con dignitosa
tenerezza, e magnificava i conforti della sua vita, la gratitudine di
quella povera gente, la gioia del sentirsi così vicino anche
materialmente a Dio, in un piccolo mondo fatto tutto di umili e di
buoni, e di pregarlo, di onorarlo, in quella chiesuola, la più alta
forse di tutte le Alpi.
— E... la montagna, la selva e la musica.... Vede? Quante cose, quante
ricchezze, nella nostra povertà!... Anzi, per me, la montagna, la
foresta e la musica sono ormai una cosa sola, una felicità sola, che io
amo, amando il Signore che me le ha concesse. Mi capisce? Sente, non è
vero, ciò che io le voglio dire, con queste mie parole? La montagna è
come una religione, una poesia, una musica per sè stessa... Beato chi
riesce a capirla! Ma forse non basta passarvi qualche settimana, così di
sfuggita, come hanno fatto loro. È d'uopo viverci, farsi degli amici
negli alberi, nei sassi, negli insetti. Da questa finestra, io scorgo
forse un centinaio di vette di pini... e li conosco quasi tutti, anzi
potrei quasi mettere un nome a ciascuno di loro, come alle cime dei
monti; e così, proprio soli, non si è mai... mai.
Ad un tratto, si accorse che parlava da troppo tempo e si alzò, tutto in
soggezione, chiedendo scusa della sua grande indiscretezza. Ma aveva
ancora sul cuore troppe cose per lei... per lei sola.
Nel trasmestìo, allorchè furono tutti in piedi, impacciandosi a vicenda
nell'angustia della saletta, egli si trovò vicino alla marchesa e
prendendole la mano fra le sue, che non tremavano più le chiese
sommessamente:
— Felice?...
Ella sorrise e scosse il capo.
— Ha bambini?
Ella accennò di no, scotendo ancora la testa.
— Non importa.... Deve essere felice lo stesso, signora.... Ella lo può;
deve esserlo!
*
* *
Alla marchesa avevano destinato la camera migliore, un po' grande, con
un lettone altissimo dai materassi di piume.
Febo e Rinetto avevano dovuto allogarsi insieme, in una stanza vicina e
la marchesa, che aveva dato una capatina per curiosità, sorrideva ora
pensando alla lugubre compagnia che era toccata a' suoi compagni.
A' piedi del canterano v'era un grande sarcofago di vetro, nel quale
stava disteso, immobile, livido, sanguinoso, con l'occhio spento, un
immenso Gesù Cristo di cera: sembrava una figura patologica da museo, ed
anche Febo e Rinetto avevano tentato inutilmente di nascondere,
celiando, la prima impressione, di aver vicino quella salma. Tutta la
casa, del resto, era un po' anche una sagrestia. Aprendo gli armadi e i
cassettoni esalava un odore misto di lavanda e di incenso,
s'intravedevano cotte e pianete, e nel corridoio, lungo le pareti,
luccicavano i papi e i candelabri degli altari.
— La chiesa è così piccola!... — aveva detto la fantesca.
La marchesa cominciò a spogliarsi.
Com'era stanca! Quante strane impressioni! Sopratutto quella musica,
quegli occhi ed il suo balcone del Corso, le sue birichinerie di
ragazza, sua cugina Emma e la biscia nera dei chierici che usciva dal
portone del Seminario....
Bisognava far tutto piano in quella casa. Ci si sentiva da una stanza
all'altra, come se non ci fossero state le pareti. In quella commessura
di tavole era un succedersi di colpi secchi, di tonfi cupi e adesso la
marchesa sentiva Rinetto che parlava di quegli «spiriti» con Febo, il
quale gli rispondeva appena, evidentemente di pessimo umore.
Quante cose le mancavano! Non aveva potuto metter mano a tutte le
valigie! Ed il rimpianto del bagno?... Continuando a svestirsi, le
sembrò che tutti i santi e le sante inchiodate o sospese alle pareti, in
cornicette di scorza d'albero, la guardassero molto stupiti e un po'
anche scandalizzati... Dirimpetto all'uscio, fra le due finestruole,
verso il monte, era appesa una fotografia di lui, in piedi, vestito
mezzo da prete e mezzo da montanaro, sopra un fondo di neve, con un
grosso bastone nella destra ed il brutto cagnolino bianco ai piedi. Quel
volto mite e fiero la fissava come un momento prima, nel chiederle se
fosse felice, nel comandarle di essere felice. La marchesa si avvicinò
col lume al ritratto e lesse i quattro versi scritti in tedesco e in
italiano, da mano femminile, — la mamma od una sorella forse, — al basso
della fotografia, sulla neve:
_Wo Liebe da Friede_
_Wo Friede da Segen_
_Wo Segen da Gott_
_Wo Gott keine Noth._
_Dov'è amore è pace_
_Dov'è pace è benedizione_
_Dov'è benedizione è Dio_
_Dov'è Dio nessun bisogno._
Nessun bisogno? Nessun desiderio? L'antica quartina della poesia
popolare tedesca, col trionfo della fiducia in Dio, poteva essere il
motto di quell'uomo intelligente e forte, artista ed... innamorato di
una memoria? La pia mano non aveva scritto quei versi sotto il ritratto,
come un'invocazione, come un augurio, come l'espressione del desiderio
che si acquetasse in lui la moltitudine dei desideri che lo
tormentavano?
La marchesa ritta in piedi a rileggere, a pensare, ad un tratto,
istintivamente — era un senso di freddo o di pudore? — raccolse intorno
al collo il morbido _saut du lit_ di _crépe de Chine_ che le era
scivolato dalle spalle... Un momento dopo, al buio, porgendo orecchio ai
mille rumori di quella casa che sembrava la cassa armonica di un
violoncello, rivedeva ancora lui, udiva l'estrema frase, dolorosa e
sublime del salmo, e pensava. Ma poi, crogiolandosi nel tepore delle
piume, che sembravano accavallarsi quasi per accarezzare tutta la nuova,
bellissima ospite, la marchesa cedette alla stanchezza ed al sonno,
ripetendo a fior di labbra, come una preghiera:
_Wo Liebe, da Friede..._
*
* *
E don Arcangelo?... Che cosa aveva fatto in quelle ore, mentre ella
dormiva vicina, a pochi passi? Quale stranezza! Il caso solo non ne era
stato capace. Il buon Dio lo aveva voluto!... E perchè? Perchè aveva
voluto lì, così vicina a lui, quella donna la cui immagine era andata da
anni idealizzandosi nel vivo, melanconico rimpianto, colei che aveva
animate, agitate le notti dolorose ed ardenti di un tempo, prima delle
tragiche vittorie dell'anima sopra le ribellioni della mente e dei
sensi? Che cosa aveva egli fatto durante quelle ore insonni? Non lo
ricordava: pregato e pianto indubbiamente. Pregato per lei, pianto per
lei e per sè.
... Non appena il primissimo albore sbiancò il cielo ad oriente, don
Arcangelo scese affranto, cauto, silenzioso, ed uscì alla montagna,
porgendo la fronte alla brezza aspra che stracciava e metteva in fuga le
brume, svelando tutta una gloria di nevi e di vette... Mosse lento su
per l'erta verso la chiesuola luminosa che le betulle si chinavano ad
abbracciare, dai gradini al tetto, a' piedi della selva estrema dopo la
quale non v'era più niente, tranne il cielo e Dio... E la selva si
svegliava!... Andava intonandosi, tra il verde, la sinfonia eterna,
ispiratrice della sua musica santa che nessuno avrebbe udito, tranne
quei poveri mandriani poco dissimili dalle bestie, ma che lei, lei, lei
aveva udita e capita!... I fringuelli bisbigliavano nella boscaglia, la
cingallegra verde saltellava tra le fronde verdi, una gazza batteva
l'ala negra d'abete, in abete, ed un rigolo fischiava sommesso, mentre
il picchio cominciava a battere il tempo...
*
* *
Job, ad un cenno di Febo, mise in moto la macchina riaggiustata ed
_Eureka_ cominciò a scivolare verso la valle, lasciandosi indietro un
forte odor di benzina.
Il vento gonfiava la veletta bianca intorno al visino di Felicita, come
una piccola vela, ed ella si era già voltata più volte, inutilmente, a
guardare verso la chiesa. Era seria, tranquilla, un po' triste.
Le impressioni, le evocazioni della sera le risalivano dal fondo
dell'anima. Per la prima volta dopo tanti anni, si sentiva turbata dai
mistici fervori di fanciulla, svaniti nei fastidi e nei piaceri della
sua vita ardente e vuota. Sentiva che quell'umile pretino di montagna,
il quale non si era lasciato più vedere, che ella non avrebbe visto più
mai, aveva adorata la sua immagine nel segreto, nella solitudine, nel
sagrificio, e gli appariva moralmente più grande e più bello di tutti
gli uomini che fin'allora le avevano detto di amarla, e che l'avevano
esaltata nell'universale volgarità del desiderio.
Strano! Pensava alla Madonna, di cui un tempo era stata divota, pensava
alla mamma morta, che era stata bella e desiderata quanto lei e che
nondimeno si era serbata buona sempre, in mezzo a gioie e a dolori molto
simili ai suoi....
Sentì che Febo la fissava, ardito e tenace, indovinando e disperando, ed
ella allora gli si volse, risolutamente, con un'espressione di sfida
tranquilla e superba, per sorridere poscia a Rinetto, fuggevolmente,
quasi in atto di sconforto materno, in una improvvisa, irrevocabile
dissoluzione d'ogni equivoco, fra tutti e tre.
Una mandria, allo svolto, fuor del villaggio, ingombrava la via e mentre
Job frenava, Febo stizzoso cominciò a premere la palla di gomma
dell'automobile, sfogando con quel rabbioso _tè — tè — tè_ — d'allarme,
il dispetto che gli faceva nodo alla gola. Ma dall'alto, dalla chiesuola
aprica, ove don Arcangelo inginocchiato pregava ancora, un altro squillo
scendeva invece discreto, argentino, lo squillo dell'unica campanina,
lassù tra i pini della selva estrema... dopo la quale non vi era più
niente, tranne il cielo e Dio!