LXXXIV.

_La riconoscenza della regina Anna._

Athos incontrò minor difficoltà che non si credesse a penetrare presso

ad Anna; anzi, al primo passo tentato tutto riuscì semplicissimo,

e l’udienza che bramava gli fu accordata per l’indomani dopo il

ricevimento della mattina a cui gli dava diritto di assistere la sua

nascita.

Riempieva gli appartamenti di San Germano grandissima moltitudine: Anna

non aveva mai avuto al Louvre, o al Palazzo Reale, un maggior numero

di cortigiani. Soltanto erasi fatto un movimento tra quella folla che

apparteneva alla nobiltà secondaria, mentre tutti i primi gentiluomini

di Francia stavano attorno al signor di Conti, al signor di Beaufort ed

al Coadjutore.

Del resto regnava un gran brio in quella corte. Il carattere

particolare di quella guerra si fu che v’ebbero più strofette composte

che cannonate tirate. La corte metteva in canzone i Parigini, i quali

mettevano lei pure in canzone, e le ferite, sebbene non mortali, erano

assai dolorose, fatte come erano con l’arme del ridicolo.

Però, in mezzo alla generale ilarità ed alla frivolezza apparente,

tra tutti quei pensieri esisteva una seria preoccupazione. Mazzarino

rimarrebbe poi ministro o favorito, oppure Mazzarino venuto dal

mezzogiorno come un nuvolo, se ne andrebbe trasportato dal vento che

portato lo aveva? Ognuno lo sperava, ognuno lo desiderava, talmente

che il ministro sentiva che tutti gli omaggi, tutte le lusinghe

cortigianesche ricoprivano una gran dose di odio mal celata sotto il

timore e l’interesse; ei si trovava imbarazzato, senza sapere su chi

far conto nè su chi appoggiarsi.

Il signor Principe stesso che combatteva per lui non si lasciava

mai fuggire un’occasione o di schernirlo o di umiliarlo; ed avendo

voluto Mazzarino per due o tre volte davanti al vincitore di Rocroy

esternare qualche sua volontà imperiosa, questi lo aveva guardato in

maniera da dargli a comprendere che se lo difendeva ciò non era già per

convinzione nè per entusiasmo.

Allora il ministro si rivolgeva verso la regina, unico suo sostegno; ma

due o tre volte gli era sembrato sentirsi vacillare quel sostegno sotto

la mano.

Arrivata l’ora dell’udienza fu annunziato al conte di la Fère che

questa avrebbe luogo, ma gli conveniva attendere alquanto, avendo la

sovrana da tener consiglio col ministro.

E ciò era vero. Parigi aveva mandata appunto una nuova deputazione, la

quale doveva procurare di dar finalmente un certo giro agli affari,

ed Anna si consultava con Mazzarino sulla accoglienza da farsi ai

deputati.

Grande occupazione di mente avevano tutti gli alti personaggi dello

Stato. Athos non poteva quindi scegliere peggior momento per parlare

de’ suoi amici, poveri atomi perduti in quel turbine scatenatosi.

Athos però era un uomo inflessibile, che non si ritraeva da una

decisione presa allorchè questa gli pareva emanata dalla sua coscienza

e dettata dal suo dovere. Insistè onde essere introdotto, dicendo

che quantunque non fosse deputato, nè di Conti, nè di Beaufort, nè

di Bouillon, nè di d’Elboeuf, nè del Coadjutore, nè di madama di

Longueville, nè del signor Broussel, nè del Parlamento, e venisse per

suo proprio conto, aveva pur non ostante le cose più importanti da dire

a Sua Maestà.

Finita la conferenza, la regina lo fece chiamare nel suo gabinetto.

Athos fu introdotto e diede il suo nome. Era un nome che troppe volte

aveva risuonato alle orecchie di Sua Maestà, ed anche nel suo cuore,

perchè ella non lo riconoscesse; bensì essa rimase impassibile,

contentandosi di guardare il gentiluomo in quel modo fisso, che non è

lecito se non se alle donne regine o per bellezza o per rango.

«Sicchè vi offrite a renderci un servigio, conte, domandò Anna dopo

breve silenzio.

«Sì signora, un altro servigio», rispose Athos un poco urtato che la

sovrana non mostrasse ricordarsi di lui.

Athos aveva un cuor grande, e quindi era un meschino cortigiano.

La regina inarcò le ciglia. Mazzarino che, seduto davanti a un tavolino

sfogliava alcune carte come avrebbe potuto fare un semplice segretario

di Stato, alzò il capo.

«Parlate», disse Anna.

Mazzarino si rimise a scartabellare i fogli.

«Signora, rispose Athos, due amici nostri, due dei più intrepidi

servi di Vostra Maestà, i signori d’Artagnan e du Vallon, mandati in

Inghilterra dal signor ministro, sono spariti tutto ad un tratto nel

punto in cui ponevano il piede sul suolo di Francia, nè si sa che sia

di loro.

«Ebbene?

«Ebbene; io mi rivolgo alla benevoglienza di Vostra Maestà per sapere

che sia, dei due gentiluomini, riservandomi, ove poi faccia d’uopo, di

ricorrere alla di lei giustizia.

«Signore, disse Anna con quell’alterezza che dirimpetto a certi uomini

diventava impertinenza, e per questo ci disturbate fra i gravi pensieri

che ci agitano? per un affare di polizia! Eh! vi è noto, o noto vi

dev’essere, che non abbiamo più polizia dacchè non siamo più a Parigi.

«Io credo, replicò Athos inchinandosi rispettosamente, che Vostra

Maestà non avrebbe bisogno di informarsi dalla polizia per conoscere

ciò che sia stato di d’Artagnan e du Vallon; e che se si compiacesse

interrogare il signor ministro, esso potrebbe risponderle su tal

proposito senza consultare altro che le proprie rimembranze.

«Ma Dio mi perdoni! disse Anna con quello sdegnoso moto delle labbra

che era a lei particolare, mi pare che interroghiate voi stesso!

«Sì signora, e quasi ne ho diritto, poichè si tratta di d’Artagnan; di

d’Artagnan, m’intendete?»

E ciò proferiva Athos in tal guisa da curvare sotto le ricordanze della

donna la fronte della regina.

Mazzarino capì esser tempo di ajutare la sovrana.

«Signor conte, egli disse, consentirò io a parteciparvi una cosa

ignota a Sua Maestà, cioè quel che fu fatto dei due gentiluomini. Hanno

disobbedito, e sono in arresto.

«Supplico adunque la Maestà Vostra, soggiunse Athos sempre impassibile

e senza replicare a Mazzarino, di sciogliere l’arresto dei signori

d’Artagnan e du Vallon.

«Quel che mi domandate è affare di disciplina, e non si spetta a me,

fece la regina.

«Non rispose mai così d’Artagnan quando si trattò di servire Vostra

Maestà».

E Athos avendo dette queste parole, salutò sostenuto, e mosse due passi

indietro per avvicinarsi alla porta.

Mazzarino lo trattenne.

«Venite anche voi d’Inghilterra, signor mio, gli disse facendo un cenno

ad Anna, la quale impallidiva e si accingeva a dare un ordine rigoroso.

«Ed ho assistito agli ultimi momenti del re Carlo I, ribattè

Athos; povero re! colpevole tutto al più di debolezza, e punito ben

severamente dai suoi sudditi, giacchè ormai sono fiacchi i troni, e

punto non giova ai cuori zelanti il servire agl’interessi dei principi.

Era la seconda volta che d’Artagnan si recava in Inghilterra: la prima

fu per l’onore di una grande regina; l’ultima per la vita di un gran

re.

«Signore, così parlò Anna a Mazzarino con un accento da cui tutta

la sua abitudine a dissimulare non aveva potuto sbandire la vera

espressione; vedete se si potesse far nulla per i due gentiluomini.

«Farò tutto quanto piaccia a Vostra Maestà, rispose il ministro.

«Fate quel che richiede il signor conte di la Fére.... non vi chiamate

così, signore?

«Ho anche un altro nome: mi chiamo Athos.

«Maestà, fece Mazzarino con un sorriso che dimostrava con qual facilità

comprendeva da una mezza parola, potete star quieta, saranno adempiti i

vostri desiderj.

«Avete inteso, signore? disse la regina.

«Sì, e non mi aspettavo di meno dalla giustizia di Vostra Maestà....

Sicchè rivedrò tosto i miei amici, non è vero? è questo quel che

intende Vostra Maestà?

«Li rivedrete, sì.... Ma a proposito, siete della _Fronda_, voi?

«Signora, servo il re.

«Sì, a modo vostro.

«Il mio modo è quello di tutti i veri gentiluomini, ed io non ne

conosco due, proferì Athos alteramente.

«Andate, replicò la sovrana licenziandolo con un gesto; avete ottenuto

ciò che bramavate, e noi sappiamo quel che desideravamo di sapere».

E quando Athos fu partito e calata la portiera, si volse così a

Mazzarino:

«Fate arrestare quell’insolente gentiluomo innanzi ch’esca dal cortile.

«Ci avevo pensato, fece Mazzarino, e mi è grato che Vostra Maestà mi

dia un ordine ch’ero appunto per richiederle. Questi smargiassi che

portano nell’epoca nostra le tradizioni dell’altro regno ci danno sommo

impaccio, e poichè ve ne sono digià due presi, aggiungiamoci il terzo».

Athos non si era lasciato totalmente illudere dalla sovrana. Nella

di lei pronunzia esisteva qualche cosa che gli aveva prodotta molta

impressione, e che gli sembrava minacciasse mentre prometteva. Ma

egli non era uomo da allontanarsi per un mero sospetto, ed in ispecie

quando gli si era detto chiaro che in breve rivedrebbe gli amici. E

perciò attese in una delle stanze attigue al gabinetto dove aveva avuto

udienza che si conducessero a lui d’Artagnan e Porthos, o si venisse a

prenderlo per guidarlo da loro.

In tale aspettativa si era accostato alla finestra, e macchinalmente

guardava nel cortile. Vide entrarvi la deputazione dei Parigini, che

veniva a regolare il luogo definitivo delle conferenze e a riverire la

regina. V’erano consiglieri al Parlamento, presidenti, avvocati, fra i

quali tratto tratto qualche uomo d’arme. Li attendeva fuor dei cancelli

una scorta imponente.

Athos osservava con maggiore attenzione, imperocchè fra mezzo alla

moltitudine gli era sembrato di ravvisare qualcuno; ed eccolo sentirsi

a toccar lieve lieve la spalla.

Si volse e disse:

«Ah, signor di Comminges!

«Sì, signor conte, son io, e incaricato di un’incombenza per la quale

vi prego di accettare le mie scuse.

«E quale?

«Conte, favorite consegnarmi la vostra spada».

Athos sorrise.

Aperse la finestra e gridò:

«Aramis!»

Si girò un gentiluomo; era quello che ad Athos era sembrato di

ravvisare. Salutò il conte amichevolmente.

«Aramis! disse Athos, sono arrestato.

«Bene, rispose con flemma Aramis.

«Signore, seguitò Athos presentando civilmente il suo brando a

Comminges, ecco la mia spada: piacciavi custodirla bene onde rendermela

quando uscirò di prigione. Mi preme assai: fu data dal re Francesco

I al mio avolo. Nel tempo suo si armavano i gentiluomini, non si

disarmavano. Ed ora dove mi guidate?

«Prima di tutto nella mia camera, fece Comminges, dipoi la regina

fisserà il luogo dell’ulteriore vostro domicilio».

Athos andò appresso a Comminges senza aggiungere parola.

Venti anni dopo · 第 115 / 130 题