«Vedete? disse Athos.
«È singolare! fece Aramis.
«Bisogna che sia loro accaduta qualche disgrazia per viaggio!
«Oggi ne abbiamo 9 del mese, e questa sera spira il termine fissato. Se
stassera non ne abbiamo notizie, domattina partiremo».
Athos fe’ con la testa un cenno affermativo, e indi continuò:
«E il signor di Bragelonne, un giovinetto di quindici anni, addetto
al signor Principe... (e provava il massimo imbarazzo dimostrando così
allo scettico Aramis le sue paterne inquietezze).... ha egli l’onore di
esservi noto, signor duca?
«Sicuramente, replicò Chatillon, ci è giunto questa mane col signor
Principe. Amabilissimo giovane! È vostro amico, signor conte?
«Sì signore, rispose Athos dolcemente commosso, a tal segno che avrei
desiderio di vederlo. Sarebbe ciò possibile?
«Possibilissimo: favorite meco, e vi guiderò al quartier generale.
«Olà! gridò volgendosi Aramis, dietro di noi è grande strepito, se non
isbaglio.
«Realmente ci viene incontro un corpo di uomini a cavallo.
«Riconosco il Coadjutore dal suo cappello a uso _Fronda_.
«Ed io il signor di Beaufort dalle penne bianche.
«Corrono di galoppo. È con loro il signor Principe.... Oh! ecco che li
lascia.
«È battuta la chiamata! esclamò Chatillon, la sentite? bisogna
informarci».
Veramente si scorgevano i soldati correre alle armi, i cavalieri
ch’erano in piedi saltar di nuovo in sella, suonavano le trombe,
battevano i tamburi. Il signor di Beaufort cavò fuori la spada.
Il signor Principe dal canto suo fece un segno di riunione, e tutti gli
ufficiali dell’esercito reale mescolatisi momentaneamente alle truppe
parigine corsero verso di lui.
«Signori, disse Chatillon, è evidente ch’è rotta la tregua; è per
cominciare la battaglia; dunque rientrate in Charenton, perchè io tra
poco darò l’attacco. Ecco il segnale che mi dà il signor Principe».
Diffatti un alfiero alzava in aria per tre volte la bandiera del
principe.
«A rivederci, signor cavaliere! gridò Chatillon».
E si partì di galoppo a raggiungere la sua scorta.
Athos ed Aramis voltarono la briglia e si fecero a riverire il
Coadjutore e il signor di Beaufort. In quanto a di Bouillon, esso aveva
avuto verso la fine della conferenza un attacco di podagra sì terribile
che fu riportato a Parigi in una lettiga.
Al contrario, il duca d’Elboeuf circondato dai suoi quattro figli come
da uno stato maggiore, percorreva le file dell’armata parigina.
In quel frattempo, fra Charenton e l’esercito reale si formava un lungo
spazio bianco che sembrava si preparasse a servire di ultimo letto ai
cadaveri.
«Quel Mazzarino è una vera vergogna per la Francia! disse il Coadjutore
stringendosi il cinturino della spada, che portava alla moda degli
antichi prelati militari sulla zimarra arcivescovile, è un gaglioffo
che vorrebbe governare la Francia come una fattoria; e perciò la
Francia non può sperare tranquillità se non quando egli ne sia uscito.
«Pare che non sieno andati d’accordo sul colore dal cappello, borbottò
Aramis».
Nel momento il signor di Beaufort alzò in aria la spada.
«Signori, ei disse; abbiamo messa in moto una diplomazia inutile;
volevamo sbarazzarci di quel gaglioffo di Mazzarino, ma la regina che
n’è incapriccita intende assolutamente conservarselo per ministro:
talchè non ci resta più che una risorsa, cioè di batterlo in modo
congruo e adattato.
«Bene! fece il Coadjutore, ecco la solita eloquenza del signor di
Beaufort!
«Fortunatamente, soggiunse Aramis, corregge gli errori di lingua ed i
pleonasmi con la punta della spada.
«Uhm! replicò il Coadjutore con disprezzo, vi giuro che in tutta questa
guerra è molto meschino».
E sguainò anch’esso il ferro, dicendo:
«Signori, ecco il nemico che ci viene incontro; spero gli risparmieremo
mezza strada».
E si partì senza curarsi di essere o no seguitato. Il suo reggimento,
che portava il nome di reggimento di Corinto, dal nome del suo
arcivescovado, si mosse dietro di lui, e incominciò la zuffa.
Di Beaufort dal canto suo lanciava la sua cavalleria sotto la direzione
del signor di Noirmoutiers, inverso Estampes, ove doveva trovare
un convoglio di vettovaglie aspettato con ansietà dai Parigini. Di
Beaufort si accingeva a sostenerlo.
Di Chanleu che comandava la piazza se ne stava col più forte delle sue
truppe, pronto a resistere all’assalto, ed anche in caso che il nemico
fosse respinto, a tentare una sortita.
A capo a mezz’ora era principiato il combattimento su tutti i punti.
Il Coadjutore, inasprito dalla fama di coraggioso di che godeva di
Beaufort, si era scagliato innanzi e faceva in persona prodigi di
valore. La sua vocazione, conforme sappiamo, era per la spada, ed
egli andava contento ogni qual volta poteva trarla dal fodero, senza
badare al perchè. Ma in quella circostanza, se aveva adempiuto bene al
suo mestiere di soldato, aveva fatto malamente quello di colonnello.
Con sette o otto cento uomini era ito ad urtarne tremila, i quali
poi messi tutti in un mucchio riconducevano indietro i soldati del
Coadjutore che giunsero alle mura nel massimo scompiglio. Però il fuoco
dell’artiglieria di Chanleu fermò di botto l’armata reale, che per un
istante sembrò avvilita. Ciò per altro fu di poca durata, ed essa andò
a formarsi di nuovo a tergo a un gruppo di case ed a un picciol bosco.
Chanleu stimò giunto il momento; corse alla testa di due reggimenti
per inseguire il regio esercito. Questo, bensì, come accennammo, si era
ricomposto e riedeva alla carica, guidato dal signore di Chatillon. Fu
così aspra e ben diretta la carica, che Chanleu ed i suoi si trovarono
pressochè attorniati. Chanleu ordinò la ritirata, la quale principiò ad
effettuarsi. Per disgrazia egli cadde ferito mortalmente.
Di Chatillon lo vide piombare a terra, ed annunziò ad alta voce quella
morte, che accrebbe il coraggio della regia armata e demoralizzò
appieno i due reggimenti con cui Chanleu aveva fatta la sortita. In
conseguenza ciascuno pensò alla propria salvezza, e più non si occupò
di altro che di arrivare ai trinceramenti appiè dei quali il Coadjutore
tentava di rimettere a sesto il suo reggimento sconquassato.
Ad un tratto uno squadrone di cavalleria venne ad incontrare i
vincitori, ch’entravano confusi e misti coi fuggiaschi nelle trincee.
Athos ed Aramis agirono, quegli col brando nel fodero e la pistola
nelle saccoccie, e questi con la pistola e il brando in pugno. Athos
era quieto e freddo come alla parata, se non che il bello e nobile
suo sguardo si attristava nel vedere uccidersi scambievolmente tanti
uomini sacrificati per un lato dalla regia ostinazione e per l’altro
dal rancore dei principi; Aramis all’opposto ammazzava, e s’inebbriava
poco a poco secondo la sua abitudine; gli occhi vivaci gli diventavano
infuocati; la bocca di un taglio sì delicato sorrideva in modo tetro;
le narici mezzo aperte traevano a sè l’odore del sangue; ogni suo colpo
coglieva a segno, ed il pomo della sua pistola accoppava e rifiniva il
ferito che avesso sperato di rialzarsi.
Dall’altra parte, e nelle file dell’esercito reale, due cavalieri, uno
con l’usbergo dorato, l’altro con una semplice pelle di bufalo da cui
uscivano le maniche di un giustacuore di velluto turchino, tiravano nel
primo rango. Colui dall’usbergo indorato venne ad urtare Aramis e gli
diè una stoccata, che da questo fu parata con la sua ordinaria abilità.
«Ah! siete voi, signor di Chatillon! fece il sopraggiunto; siate ben
venuto, vi attendevo.
«Spero non avervi fatto aspettare di troppo, rispose il duca; in tutti
i casi, eccomi qua.
«Signor di Chatillon, disse Aramis cavando fuori una seconda pistola
riserbatasi per quella occasione, credo che se la vostra arme è
scarica, siete bell’e morto.
«Grazie a Dio, non è così!»
E il dura levata in su l’arme, l’assegnò e fece fuoco. Però Aramis
abbassò la testa nell’atto in cui vide Chatillon pigiare il dito sui
grilletto, e la palla gli passò di sopra senza toccarlo.
«Oh! avete fallito! gridò Aramis, ma io giuro a Dio di non fallire.
«Se vi do tempo! urlò il signor di Chatillon dando di sprone e
balzandogli addosso, alto il ferro».
Aramis lo attendeva con quel sorriso terribile che di lui era proprio
in simili occasioni; e Athos che mirava il duca avanzarsi verso
d’Herblay con la prontezza del lampo apriva bocca onde strillare:
«Tirate! tirate!» quando partì la botta, e Chatillon slargate le
braccia, si gittò supino sulla groppa del cavallo.
Gli era entrata la palla nel petto dallo scavo della corazza.
«Sono morto! balbettò il duca».
E sdrucciolò di sul cavallo al suolo.
«Signore, ve lo avevo detto, e ora mi duole di aver tanto bene
mantenuta la mia parola. Posso esservi utile in qualche cosa?»
Chatillon fe’ un gesto con la mano, ed Aramis si apprestava a smontare,
ma ad un tratto ricevè un colpo fortissimo in un fianco.
Era una stoccata; l’usbergo però bastò a pararla.
Egli si volse con impeto, afferrò col pugno quel nuovo antagonista...
ed ecco due grida mandate in un momento medesimo, uno da lui, uno da
Athos:
«Raolo!
«Raolo!»
Il giovinetto riconobbe ad un tempo e il volto del cavaliere d’Herblay
e la voce di suo padre, e lasciò andarsi il ferro di mano.
Parecchi cavalieri dell’armata parigina si slanciavano sopra Raolo:
Aramis lo coperse col suo brando.
«Prigioniero mio! esclamò, passate al largo!»
Athos frattanto prendeva per la briglia il palafreno di suo figlio e lo
traeva fuor della mischia.
In quell’atto, il signor Principe, il quale sosteneva Chatillon in
seconda linea, comparve in mezzo alla zuffa: fu visto a folgoreggiare
il suo occhio da aquila, fu riconosciuto dalle botte che dava.
Al suo aspetto, il reggimento dell’arcivescovo di Corinto, cui il
Coadjutore per quanti sforzi tentasse non era valso a riordinare, si
scagliò fra le truppe parigine, atterrò tutto, e rientrò fuggendo in
Charenton, e lo percorse per intero senza mai fermarsi. Il Coadjutore
da quello trascinato ripassò presso al gruppo formato da Athos, Aramis
e Raolo.
«Ah ah! disse Aramis, che nella sua gelosia non poteva a meno di
rallegrarsi dello scacco provato dal Coadjutore, monsignore, voi dovete
conoscere quel che si legge....
«E che ha da fare quel che si legge.... con quel che ora mi avviene?
«Che oggi il signor Principe vi tratta molto bene, per quanto veggo.
«Animo, animo! fece Athos, ma non bisogna aspettar qua le cerimonie.
Avanti! avanti!.... o piuttosto indietro! giacchè la battaglia mi pare
perduta per quei della _Fronda_.
«Poco m’importa! rispose Aramis, io non ero venuto se non per
incontrare il signor di Chatillon; l’ho trovato, e sono contento. Un
duello con un Chatillon! è cosa che fa onore!
«E di più un prigioniero! soggiunse Athos additando Raolo».
E i tre a cavallo seguitarono il viaggio di galoppo.
Il giovanetto aveva palpitato di gioja ritrovando suo padre. Andavano
l’uno accanto dell’altro, con la mano sinistra di Raolo nella destra di
Athos.
Allorchè furono lontani dal campo di battaglia, il conte di la Fère
domandò al garzoncello:
«Che andavate a fare, mio caro, tanto innanzi nella mischia? Non era
quello il vostro posto, mi sembra, non essendo armato di meglio per il
combattimento.
«E realmente non dovevo battermi in quest’oggi. Ero incaricato di una
missione per il ministro, e partivo per Rueil, quando vedendo il signor
di Chatillon che caricava, mi è venuto voglia d’imitarlo ponendomi
al di lui fianco. Allora ei mi disse che due cavalieri dell’armata
parigina mi cercavano, e mi nominò il conte di la Fère.
«Come! sapevate che eravamo qua, e vi disponevate ad uccidere il vostro
amico, il cavaliere?
«Non lo avevo ravvisato sotto l’armatura, replicò Raolo ed arrossiva, e
sì, avrei dovuto riconoscerlo dalla sua destrezza e dal sangue freddo.
«Grazie del complimento, mio giovane amico, disse Aramis, e ben si
distingue da chi riceveste lezione di cortesia.... Ma dicevate che
andate a Rueil?
«Sì.
«Dal ministro?
«Certo: ho un dispaccio del signor Principe per Sua Eccellenza.
«Bisogna portarlo, fece Athos.
«Oh! per questo, un momento; non si usino generosità inopportune, conte
mio. Che diamine! la nostra sorte, e forse quella dei nostri amici, sta
riposta in quel dispaccio.
«Ma Raolo non deve mancare all’obbligo suo, obbiettò Athos.
«In primo luogo egli è prigioniero, ve ne scordate? Dunque ciò che noi
facciamo sta nel diritto di buona guerra. E poi i vinti non debbono
essere schizzinosi su la scelta dei mezzi. Date qua il plico, Raolo».
Raolo esitava guardando Athos come per cercare nei di lui occhi una
norma alla sua condotta.
«Date il piego; confermò Athos, voi siete prigioniero del cavaliere
d’Herblay».
Il giovanetto cedè con ripugnanza. Aramis però, meno scrupoloso che
il conte di la Fère, pigliò premurosamente il dispaccio, lo lesse, e
restituendolo ad Athos gli disse:
«Voi che siete buon credente, leggete e vedrete, riflettendovi, in
questa lettera qualche cosa che dalla Provvidenza si giudica importante
di porre a nostra cognizione».
Athos pigliò la lettera inarcando le ciglia; ma l’idea che in essa si
trattasse di d’Artagnan lo ajutò a superare il disgusto che provava a
percorrerla.
Ed ecco quel che v’era scritto:
«Monsignore.
«Io manderò questa sera a Vostra Eccellenza, ad oggetto di
rinforzare le truppe del signor di Comminges, i dieci uomini
ch’ella mi richiede. Sono buoni soldati, atti a tenere a dovere i
due fieri avversari di cui Vostra Eccellenza teme l’abilità e la
risolutezza».
«Oh oh! disse Athos.
«Eh? domando Aramis, che ve ne pare di due avversarj, per custodire i
quali bisognano dieci buoni soldati, oltre la truppa di Comminges? Non
somigliano per l’appunto a d’Artagnan e Porthos?
«Batteremo Parigi tutto il giorno, rispose Athos, e se stassera non
abbiamo notizie, riprenderemo il nostro cammino per la Piccardia, ed
io, mercè l’immaginazione di d’Artagnan, garantisco che non tarderemo a
trovare qualche indicazione da toglierci tutti i nostri dubbi.
«Si ricerchi dunque per tutta Parigi, ed informiamoci specialmente da
Planchet se abbia udito a parlare del suo antico padrone.
«Povero Planchet! dite presto, voi! senza dubbio oramai è trucidato;
saranno usciti tutti quei bellicosi borghesi, e ne sarà stato fatto un
macello».
Essendo ciò assai probabile, fu grande l’inquietezza con la quale i
due amici rientrarono in Parigi dalla porta del tempio, e si diressero
verso la piazza reale, ove speravano aver nuove di quei poveri
borghesi; ma fu anche maggiore il loro stupore quando li ritrovarono
occupati a bere e celiare, essi ed il loro capitano, sempre accampati
in piazza reale, e pianti certamente dalle rispettive famiglie che
udivano lo strepito del cannone di Charenton e li supponevano in mezzo
al fuoco.
Athos ed Aramis domandarono da capo a Planchet; questi però nulla aveva
saputo di d’Artagnan. Volevano condurlo via seco, ed egli dichiarò non
poter lasciare il suo posto senza ordine superiore.
Soltanto alle cinque ore tornarono a casa dicendo che venivano dalla
battaglia; non avevano perduto di vista il cavallo di bronzo di Luigi
XIII.
«Corpo di una bomba! disse Planchet rientrando nella sua bottega
della via dei Lombardi; siamo stati sconfitti addirittura! non me ne
consolerò mai!...»