_I tre luogotenenti del generalissimo._
Secondo era stabilito, e nell’ordine fra di loro convenuto, Athos ed
Aramis usciti dal _Gran Carlomagno_ s’incamminarono verso il palazzo
del duca di Bouillon.
Era notte oscurissima, e quantunque inoltrata nelle ore di maggior
silenzio e solitudine, cominciavano ad echeggiare quei clamori che
destano trasalita una città assediata. Ad ogni passo s’incontravano
barricate, a tutte le svolte delle strade catene stese, in ciascun
vicolo dei bivacchi; s’incrociavano le pattuglie ricambiandosi la
parola d’ordine, i messaggeri spediti dai vari capi traversavano
le piazze; e finalmente si facevano dialoghi animatissimi, e che
indicavano l’agitazione degli spiriti, fra i pacifici abitanti, i
quali se ne stavano affacciati alle finestre e i loro concittadini
più bellicosi che correvano per le vie con la partigiana in spalla o
l’archibugio al braccio.
Athos ed Aramis non aveano fatto cento passi senza essere trattenuti
dalle sentinelle messe alle barricate, che lor chiedevano la parola
d’ordine; ma rispondevano che andavano dal signor di Bouillon per
dargli una notizia importante, ed allora quelle si erano contentate
di dare ad essi una guida, la quale col pretesto di accompagnarli e
agevolar loro il passo era incaricata di sorvegliarli. E la guida si
era mossa precedendoli e cantarellando:
Ce brave monsieur de Bouillon
Est incommodé de la goutte....
nuovissimo componimento del genere dei _triolets_ francesi, non so di
quante stanze in cui ciascuno aveva la sua parte.
Giunti nelle vicinanze della casa di Bouillon, s’imbatterono in
una piccola comitiva di tre a cavallo, che avevano tutte le parole
possibili, poichè andavano senza scorta, e quando arrivavano alle
barricate non avevano da far altro che ricambiare con coloro che ne
stavano a guardia certi detti bastanti a far sì che si lasciassero
tirare innanzi con tutta la deferenza senza dubbio dovuta al loro
rango.
All’aspetto di quei tali, Athos ed Aramis si fermarono.
«Oh oh! vedete, conte? disse Aramis.
«Sì, rispose Athos.
«Che vi pare di quei tre cavalieri?
«E a voi?
«Che siano i nostri.
«Non v’ingannate, ho riconosciuto benone di Flamarens.
«Ed io, di Chatillon.
«In quanto all’altro col ferrajuolo scuro....
«Era il ministro.
«In persona.
«Come diamine si azzardano così, nei dintorni del palazzo di Bouillon?
fece Aramis».
Athos sorrise senza rispondere.
Di là a cinque minuti bussavano al portone del principe.
Al portone faceva guardia una sentinella, come si costuma per i
soggetti rivestiti di gradi superiori; nel cortile era pure un piccol
corpo di guardia pronto ad obbedire agli ordini del luogotenente del
principe di Conti.
A forma di quel che diceva la canzone il duca di Bouillon aveva la
gotta e stava a letto; non ostante questa grave malattia, che da un
mese gl’impediva di cavalcare, cioè da quando era assediata Parigi,
fece dire, però, ch’era disposto a ricevere i signori conte di la Fère
e cavaliere d’Herblay.
I quali furono tosto introdotti. L’ammalato era nella sua camera,
coricato, ma circondato dall’apparecchio più militare che potesse
immaginarsi: da per tutto, sospesi alle muraglie, spade, pistole,
usberghi e archibugi, e agevolmente si scorgeva che il signor
di Bouillon, appena non avesse più la podagra, darebbe non poca
briga e molestia ai nemici del Parlamento. Intanto con sommo suo
rincrescimento, conforme ei diceva, gli toccava starsene in letto.
«Ah! signori, esclamò visti ch’ebbe i due visitanti e tentando per
sollevarsi un tantino uno sforzo che gli fe’ fare una boccaccia
pel dolore terribile, siete fortunati, voi altri! potete montare a
cavallo, andare e venire, combattere, per la causa del popolo. Ma io,
vedete pure, sono confitto su queste lenzuola!.... Uh maledetta gotta!
aggiunse con una nuova smorfia, maledettissima gotta!
«Monsignore, disse Athos, veniamo d’Inghilterra e toccando Parigi è
stata nostra prima cura di portarci a domandar notizie della vostra
salute.
«Grazie, grazie mille!.... la salute? cattiva, come osserverete....
maledetta gotta!.... Ah! siete arrivati d’Inghilterra? e il re Carlo
sta bene, per quanto ho inteso poco fa.
«È morto, monsignore, disse Aramis.
«Veh! fece attonito il duca.
«Morto sopra il patibolo, condannato dal Parlamento.
«È impossibile!
«E giustiziato alla nostra presenza.
«Ma dunque che mi diceva di Flamarens?
«Di Flamarens! esclamò Aramis.
«Sì, è uscito adesso di qua.
«Con due compagni? domandò Athos sogghignando.
«Sì, con due compagni, rispose il duca».
Indi con qualche inquietudine seguitò:
«Gli avete forse incontrati?
«Ma sì.... mi pare, per la strada, replicò Athos».
E guardò sorridendo Aramis, che dal canto suo osservò lui pure alquanto
meravigliato.
«Maledettissima gotta! ripetè il signor di Bouillon che pativa assai.
«Monsignore, continuò Athos, in verità ci vuol tutta la vostra
divozione alla causa parigina per rimanere, incomodato come siete,
alla testa delle armate; tanta perseveranza produce in noi sincera
ammirazione.
«Che volete, signori miei? bisogna pure (e voi due ne siete un
esempio, voi sì prodi e zelanti, a cui il mio caro collega duca di
Beaufort è debitore della libertà e fors’anco della vita) bisogna
pure sacrificarsi alle pubbliche faccende. E perciò, lo vedete, io mi
sacrifico. Bensì vi confesso che ho esaurita tutta la mia forza. Il
cuore è buono, buona è la testa, ma questa podagra briccona mi ammazza,
e non vi nego che se la corte rendesse paghe le mie domande, d’altronde
giustissime, poichè non chiedo se non una indennizzazione promessami
dall’antico ministro stesso quando mi fu tolto il mio principato di
Sedan, se mi si dessero dominj del medesimo valore; se mi si risarcisse
del non godimento di quella mia proprietà dacchè mi fu tolta, cioè da
diciotto anni, se a quelli della mia casa si accordasse il titolo di
principi; se il mio fratello di Turenne fosse rimesso in possesso del
suo comando; mi ritirerei immediatamente nelle mie terre, e lascerei la
corte ed il Parlamento aggiustarsi fra loro come meglio potessero.
«Ed avreste ragione, monsignore, rispose Athos.
«Voi pensate così; non è vero, signor conte di la Fère?
«Assolutamente.
«E anche voi, signor cavaliere d’Herblay.
«Pienissimamente.
«Or bene, vi confesso, che secondo ogni probabilità, mi appiglierò a
questo partito. Nel momento appunto la corte mi fa alcune proposte, e
da me solo dipende l’accettarle. Le avevo rigettate finora, ma poichè
uomini della vostra fatta mi dicono che ho torto, e specialmente
giacchè questa maladetta gotta mi mette nell’impossibilità di giovare
alla causa parigina, affè! ho voglia di seguitare il vostro consiglio e
accogliere la proposta avanzatami dal signor di Chatillon.
«Accettatela, principe, disse Aramis.
«Oh sì! anzi mi dispiace di averla quasi sprezzata questa sera.... ma
domani v’è conferenza e vedremo».