LXXX.

_Gli ambasciadori._

I due amici si avviarono tosto scendendo il ripido pendio del sobborgo.

Però, giunti appiè di quello, videro con istupore che le strade di

Parigi si erano cambiate in fiumi e le piazze in tanti laghi: in

conseguenza delle forti pioggie del mese di gennajo, la Senna aveva

dato di fuori, e colle sue acque ingombrava metà della capitale.

Athos ed Aramis entrarono animosamente con i loro cavalli in quella

inondazione; ma in breve i poveri animali vi affondarono sino al

petto, e bisognò che i due gentiluomini si decidessero a lasciarli ed a

prendere una barca, dopo avere raccomandato ai loro domestici di andare

ad attenderli ai mercati.

In conseguenza arrivarono in barchetta al Louvre. Era notte già

fatta, e Parigi vista così al lume di alcuni lampioni tremolanti fra

tutti quei paduli, co’ suoi battelli carichi di pattuglie con armi

risplendenti, con le grida di vigilia che di notte si ricambiano fra

i posti di guardia, Parigi insomma presentava un aspetto che abbagliò

Aramis, l’uomo più accessibile che mai potesse incontrarsi a sentimenti

bellicosi. Giunsero dalla regina; però fu d’uopo far anticamera,

sendochè nel momento Sua Maestà dava udienza a gentiluomini che

recavano notizie d’Inghilterra.

«E anche noi, disse Athos al servo che gli dava questa risposta, non

solo portiamo notizie d’Inghilterra, ma veniamo pure di là.

«Come vi chiamate?

«Il signor conte di la Fère e il signor cavaliere d’Herblay, replicò

Aramis.

«Oh! allora, signori, fece il servitore udendo quei nomi dalla regina

proferiti tante volte nella sua speranza, allora è tutt’altro, e

credo che Sua Maestà non mi perdonerebbe di avervi fatto aspettare un

momento. Seguitemi, di grazia».

E camminò avanti, precedendo i due forestieri.

Poi quando fu nella stanza ove stava la sovrana fece ad essi cenno di

attendere, ed aperta la porta, disse:

«Signora, spero che Vostra Maestà mi perdoni di aver disobbedito ai

di lei ordini, quando saprà che coloro cui vengo ad annunziarle sono i

signori conte di la Fère e cavaliere d’Herblay».

La regina diè un grido di giubilo, che dai gentiluomini fu inteso dal

luogo ove si erano trattenuti.

«Povera regina! borbottò Athos.

«Oh, passino, passino! esclamò pure la giovane principessa slanciatasi

verso l’uscio».

La meschinella non si divideva mai dalla madre, e procurava farle

obliare mediante le sue premure e la filiale sua tenerezza l’assenza

dei due fratelli e della sorella.

«Entrate, signori, entrate», disse e terminava da sè di schiudere la

porta.

Si presentarono Athos ed Aramis. La regina stava seduta sopra una

poltrona, e a lei dinanzi erano in piedi due dei tre gentiluomini da

loro incontrati nel corpo di guardia.

Erano questi i signori di Flamarens e Gasparo di Coligny, duca di

Chantillon, fratello di quello che fu ucciso sette od otto anni prima

in un duello ch’ebbe luogo a motivo di madama di Longueville.

All’annunziarsi dei due amici costoro indietreggiarono alquanto, e

sotto voce ricambiarono alcune parole.

«Ebbene, signori! disse la regina, visti ch’ebbe Athos ed Aramis,

eccovi alfine, fidi amici, ma i corrieri di Stato sono venuti anco

più presto di voi. La corte è stata istrutta degli affari di Londra

nel momento che voi arrivavate alle porte di Parigi, ed ecco i signori

di Flamarens e di Chatillon che mi portano da parte di Sua Maestà la

regina Anna le più recenti informazioni».

Aramis ed Athos si guardarono; la tranquillità, l’allegrezza persino

che traluceva in volto alla sovrana, li faceva stupire.

«Favorite continuare, essa disse a Chatillon ed a Flamarens; dicevate

adunque che Sua Maestà Carlo I, mio augusto signore, era stato

condannato a morte non ostante il voto della maggioranza dei sudditi

inglesi....

«Sì signora», balbettò Chatillon.

Athos ed Aramis si fissavano in viso un coll’altro vieppiù attoniti.

«E che, condotto al patibolo, ella proseguiva, al patibolo! o

mio signore, o mio re!... era stato salvato dal popolo pieno

d’indignazione.

«Sì signora», rispose Chatillon con voce tanto bassa che a mala

pena poterono i due gentiluomini, comunque attentissimi, udir questa

affermazione.

La regina giunse insieme le mani con generosa riconoscenza, mentre la

figlia le cingeva il collo con un braccio e la stringeva al seno, molle

il ciglio di pianto.

«Ora, non altro ci rimane che presentare a Vostra Maestà l’umile nostro

ossequio, disse Chatillon a cui pareva fosse di peso la parte che

faceva, e che arrossiva sempre più sotto lo sguardo fisso e penetrante

di Athos.

«Ancora un momento, signori, seguitò la regina trattenendoli con un

cenno, un momento, di grazia! giacchè ecco i signori di la Fère e

d’Herblay, che secondo avrete inteso vengono da Londra, e vi daranno

forse come testimoni oculari dettagli a voi ignoti. Tali dettagli li

recherete alla regina mia buona madre. Parlate, signori, vi ascolto;

nulla mi nascondete, non abbiate alcun ritegno: subito che Sua Maestà

vive, ed è salvo il regio onore, io sono indifferente a tutto il

resto».

Athos impallidì e si posò una mano sul cuore.

«Ebbene! fece la sovrana che si accorse del pallore e del movimento;

parlate, giacchè io ve ne prego.

«Perdonate, madama, rispose Athos, ma io nulla voglio aggiungere al

racconto di questi signori innanzi ch’essi abbiano riconosciuto da per

sè che forse si sono ingannati.

«Ingannati? esclamò Enrichetta poco meno che soffocando, ingannati!...

e che v’è egli? mio Dio!

«Signori, disse di Flamarens ad Athos, se abbiamo sbagliato, l’errore

proviene dalla regina, e voi non avrete, suppongo, intenzione di

rettificarlo, poichè sarebbe lo stesso che dare una mentita a Sua

Maestà.

«Dalla regina? gridò Athos con voce quieta ma sonora.

«Sì», balbettò Flamarens, e chinava le pupille.

Athos mandò un doloroso sospiro.

«E non piuttosto da quello che vi accompagnava, e che abbiamo veduto

con voi al corpo di guardia del Roule, proviene tale errore? disse

Aramis con la sua insultante cortesia, giacchè se il conte di la Fère

ed io non abbiam preso abbaglio, eravate in tre all’entrare in Parigi».

Chatillon e Flamarens si scossero.

«Ma spiegatevi, conte! esclamò la regina in angoscia sempre più fiera;

sulla vostra fronte io leggo la disperazione, il vostro labbro esita

ad annunziarmi qualche nuova terribile, vi tremano le mani.... Dio mio!

Dio mio! ch’è accaduto?

«Signore! disse la principessina inginocchiandosi accanto alla madre,

abbiate pietà di noi!

«Signore, fece Chatillon, se siete latore di una funesta notizia,

operate da uomo crudele quando la date alla regina».

Aramis si accostò a Chatillon sino quasi a toccarlo, e con le labbra

strette dalla rabbia e lo sguardo infuocato, gli rispose:

«Ehi! mi figuro che non abbiate già idea di insegnare al conte di la

Fère ed a me ciò che qui dobbiamo dire».

Durante quel breve alterco, Athos sempre con la mano sul cuore e la

testa china, appressatosi alla sovrana, le disse con somma commozione:

«Signora, i principi, che per la loro natura sono al disopra degli

uomini, riceverono dal cielo un cuore atto a sopportare infortunj più

grandi che quelli del volgo, imperocchè il cuore in essi partecipa alla

loro superiorità; perciò mi sembra non si debba operare con una grande

regina qual’è Vostra Maestà nel modo stesso che con una donna del

nostro ceto. Regina, destinata a tutti i martirj su questa terra, ecco

il risultato della missione di cui ci onoraste».

Ed Athos, inginocchiatosi dinanzi alla infelice che gelava e palpitava,

si levò di seno, chiusi in una medesima scatola, l’ordine di diamanti

che la regina aveva consegnato a lord Winter prima di partire, e

l’anello nuziale che prima di morire Carlo aveva consegnato ad Aramis.

Athos non si era mai tolto d’indosso quei due oggetti dacchè gli avea

ricevuti. Egli aprì il cassettino che li conteneva, e con tacito e

profondo dolore li porse alla regina.

Questa avanzò la mano, prese l’anello, se lo trasse in atto convulso

fino sulle labbra, e senza poter dare un sospiro, nè mandare un

singulto, stese le braccia, impallidì, e cadde priva di sensi fra

quelle della figlia e delle sue donne.

Athos baciò il lembo della veste della sventurata vedova, e rialzandosi

con tal maestà che produsse sugli astanti la maggiore impressione,

parlò così:

«Io, conte di la Fère, gentiluomo che non mentii giammai, giuro prima

innanzi a Dio e quindi innanzi a questa povera regina, che tutto quanto

poteva farsi per salvare il re fu da noi fatto sul suolo d’Inghilterra.

Ed ora (e si volgeva a d’Herblay) cavaliere, si parta, l’obbligo nostro

è compiuto.

«Non per anche, fece Aramis, ci rimangono da dire due parole a questi

signori».

E giratosi verso Chatillon:

«Signor mio, gli disse, vi compiacereste di venir fuori, anche per un

momento, per sentire le poche parole che non posso dirvi davanti alla

regina?»

Chatillon senza rispondere s’inchinò in segno di assenso.

Athos ed Aramis passarono per i primi; a loro dopo andarono Chatillon

e Flamarens; traversarono senza far motto il vestibolo: ma giunti ad

una terrazza ch’era a livello d’una finestra, Aramis si diresse alla

terrazza in cui non trovavasi veruno, si fermò però alla finestra e

disse al duca di Chatillon:

«Poc’anzi, mi pare, vi siete fatto lecito di trattarci molto alla

libera. Ciò non era conveniente in alcun caso, ma assai meno poi in

persone che venivano a recare alla regina il messaggio di un mentitore.

«Signore! gridò Chatillon.

«Che avete mai fatto del signor di Bruy? domandò ironicamente Aramis.

Fosse egli andato per combinazione a cambiarsi la faccia che somiglia

di troppo a quella del signor di Mazzarino? È noto che al palazzo reale

vi sono molte maschere italiane da muta, da quella di Arlecchino sino a

quella di Pantalone.

«Ma voi ci provocate, io credo! disse Flamarens.

«Ah! lo credete soltanto?

«Cavaliere! cavaliere! disse Athos.

«Eh! lasciatemi fare; rispose con stizza Aramis, sapete pure che a me

non piacciono le cose a mezza via.

«Finitele dunque! ribattè Chatillon con non minor alterigia che

d’Herblay».

Questi fece un inchino, e replicò.

«Signori, un altro fuori di me o del conte di la Fère vi farebbe

arrestare, giacchè abbiamo in Parigi alcuni amici; ma noi vi offriamo

un mezzo di partire senza esser molestati. Venite a discorrere con noi

cinque minuti colla spada in pugno su quel terrazzo abbandonato.

«Volentieri, rispose Chatillon.

«Un momento! esclamò Flamarens, so che la proposta è tale da tentarci,

ma adesso ci è impossibile accettarla.

«E perchè? domandò Aramis in tuono di scherno, la vicinanza del signor

Mazzarino è forse quella che vi rende sì prudenti?

«Ah, Flamarens, lo udite? disse Chatillon, non rispondere sarebbe una

macchia al mio nome e all’onor mio.

«Così la penso io pure, disse freddamente Aramis.

«Voi però non risponderete, e questi signori fra poco saranno, io

spero, della mia opinione».

Aramis scosse il capo con un gesto di estrema insolenza.

Chatillon vide il gesto, e pose mano alla spada.

«Duca, disse Flamarens, vi dimenticate che per domani avete il comando

di una spedizione della massima importanza, e che indicato dal signor

Principe, accettato dalla regina, sino a domani sera non siete padrone

di voi?

«Benissimo! dunque per domani l’altro mattina, fece Aramis.

«A doman l’altro, osservò Chatillon, è troppo lungo l’indugio!

«E non sono già io, riprese d’Herblay, che fisso questo termine

o chiedo dilazione, tanto più (aggiunse), che mi sembra, potremmo

trovarci a quella spedizione.

«Signor sì, avete ragione, esclamò il duca, e con molto piacere, se

volete pigliarvi l’incomodo di venire sino alle porte di Charenton.

«E come, signor mio! per aver l’onore di incontrarvi andrei a capo al

mondo; tanto maggiormente farò per ciò una lega o due.

«Dunque a domani.

«Io ci conto. Andate pure a raggiungere il vostro Mazzarino; ma prima,

giurate sul vostro onore che non lo avvertirete del nostro ritorno.

«Condizione?

«E perchè no?

«Perchè queste si spetta ai vincitori il farle, e voi non siete tali.

«E allora, si sguaini subito il ferro. Ciò poco importa a noi che non

comandiamo l’impresa di domani».

Chatillon e Flamarens si guardarono; v’era cotanta ironia nel gesto e

nelle parole di Aramis, che Chatillon specialmente stentava a tener a

freno la collera. Ma a un detto di Flamarens si fermò.

«Or bene, disse, il nostro compagno, chiunque sia, nulla saprà di quel

ch’è accaduto. Ma voi mi promettete di esser domani a Charenton, non è

vero?

«Ah signori! non dubitate! rispose Aramis».

I quattro gentiluomini si salutarono, ma questa volta Chatillon e

Flamarens uscirono primi dal Louvre, ed Athos e Aramis li seguirono.

«Ma con chi l’avete, con tanta furia? domandò Athos.

«Cospetto! con quelli co’ quali me la rifò!

«Che mai v’hanno fatto?

«Non avete veduto?

«Io no.

«Si sono messi a sogghignare quando voi giuravate che avevamo fatto

l’obbligo nostro in Inghilterra. Ora, o lo hanno creduto o no: se lo

credono, sogghignavano per insultarci, se non lo credono, c’insultavano

parimente, ed è urgente di provare a costoro che siamo buoni a qualche

cosa. Del rimanente, non m’incresce che abbiano rimessa la faccenda

a domani: penso che per questa sera abbiam da fare di meglio che

sguajnare la spada.

«E che abbiam da fare?

«Per Bacco! far prendere il Mazzarino».

Athos fe’ con le labbra un moto di disprezzo.

«Aramis, lo sapete, tali intraprese non mi piacciono.

«Perchè?

«Perchè pajono piuttosto sorprese.

«In verità, Athos, sareste un generale di armata singolare: non

vi battereste che a chiarissima luce, fareste prevenire il vostro

avversario dell’ora in cui avreste divisato di attaccarlo, e vi

asterreste da tentar nulla a suo danno di notte, per timore che vi

tacciasse di aver profittato dell’oscurità».

Athos sorrise.

«Sapete, disse, che nessuno può cambiare il proprio naturale; e poi,

avete forse in idea a qual punto siamo, e se l’arresto di Mazzarino non

sarebbe più mal che bene, più impaccio che trionfo?

«Dite dunque, Athos, che disapprovate la mia proposta.

«No; al contrario, la stimo di buona guerra, ma....

«Ma che?

«Penso che non avreste dovuto farvi giurare da quei signori di non dir

nulla al ministro, giacchè esigendo tal giuramento, avete quasi assunto

l’impegno di non far niente.

«Non ho assunto impegno veruno, io, e così mi riguardo come affatto....

Andiamo, Athos! andiamo!

«Dove?

«Dal signor di Beaufort o dal signor di Bouillon, e ad essi diremo

com’ella va.

«Sì, ma con un patto, cioè che cominceremo dal Coadjutore, a cui, dotto

com’è sui casi di coscienza, esporremo il nostro.

«Oh! disse Aramis, guasterà tutto, si approprierà ogni cosa; terminiamo

con lui, invece di principiare».

Athos se la rideva sotto i baffi, come chi in fondo al cuore abbia un

pensiero che non vuol esprimere.

«Ebbene, sia pur così, rispose, da quale si comincia?

«Dal signor di Bouillon, se non vi spiace; è il primo che si presenta

nel nostro cammino.

«Adesso, mi permetterete una cosa, non è vero?

«Ed è?

«Ch’io passi dall’albergo del _Gran Carlomagno_ ad abbracciar Raolo.

«Ma ci vengo con voi! lo abbraccieremo insieme».

Tutti e due avevano ripresa la barca che gli aveva condotti e si

erano fatti portare ai mercati. Ivi ritrovarono Grimaud e Blaisois

che custodivano i loro cavalli e tutti quattro si avviarono verso la

contrada Guénégaud.

Raolo però non era alla locanda del _Gran Carlomagno_; ricevuto nella

giornata un messaggio dal signor Principe, era partito subito dopo con

Olivain.

Venti anni dopo · 第 109 / 130 题