LXVI.

_La partita a zecchinetta._

Erano nove ore di sera; si era cambiata la guardia alle otto, e da

un’ora questa toccava a Groslow.

D’Artagnan e Porthos con le loro spade, ed Athos ed Aramis con un

pugnale ciascuno nascosto in seno, si avanzarono verso la casa che

in quella sera serviva di prigione a Carlo Stuart. Questi due ultimi

seguivano i loro vincitori, umili e inermi in apparenza come due

detenuti.

«Affè, disse Groslow quando li vide, non vi aspettavo più».

D’Artagnan gli si accostò, e gli disse piano:

«Diffatti, du Vallon ed io abbiamo esitato un pochino a venire.

«E perchè?»

Il tenente accennò con l’occhio Athos ed Aramis.

«Ah ah! fece il capitano inglese, a motivo delle opinioni? poco

importa! anzi (aggiunse ridendo), se vogliono vedere il loro Stuart lo

vedranno.

«Si passa la nottata in camera del re? chiese d’Artagnan.

«No, ma in quella contigua, e siccome l’usciale resterà aperto, sarà

precisamente come se fossimo nella stanza medesima. Vi siete provvisti

di denari? Vi dichiaro ch’io conto di fare un giuoco precipitoso.

«Sentite mo’? disse d’Artagnan facendosi suonar l’oro nelle saccoccie.

«_Very good!_ fece Groslow».

E schiuse la porta.

«Per insegnarvi la strada, aggiunse».

Ed entrò prima a tutti.

D’Artagnan si girò verso i camerati: Porthos se ne stava noncurante

quasi si trattasse di una partita ordinaria; Athos pallido, ma

risoluto; Aramis col fazzoletto si asciugava la fronte bagnata da un

lieve sudore.

Le otto guardie erano al loro posto: quattro nella camera del re,

due all’uscio di comunicazione, due a quello d’onde s’introducevano

i quattro amici. Al mirare le spade nude Athos sorrise: dunque non

sarebbe più un macello, ma bensì un combattimento.

E da quel punto sembrò ritornasse in tutto il suo buon umore.

Carlo, che ben si scorgeva dalla bussola aperta, stava sul letto bell’e

vestito: senonchè si era buttato addosso una coperta di lana. A capo al

suo letto era seduto Parry, che leggeva sotto voce, ma forte abbastanza

per che lo udisse Carlo il qual l’ascoltava a occhi chiusi, un certo

rosario in una Bibbia cattolica.

Una brutta candela di sego, posta sur una tavola nera, rischiarava la

faccia rassegnata del monarca, e il viso assai meno tranquillo del fido

suo servo.

Tratto tratto Parry s’interrompeva credendo che il sovrano dormisse

daddovero: allora questi alzava le ciglia e sorridendo dicevagli:

«Mio buon Parry, continua pure, ti sento».

S’inoltrò Groslow fin sulla soglia della camera del re, si rimise

in testa con ostentazione il cappello che avea tenuto in mano per

accogliere gli ospiti, considerò un momento con disprezzo quel quadro

semplice e commovente d’un vecchio domestico intento a leggere la

Bibbia al suo re prigioniero, si assicurò che ogni uomo fosse per

l’appunto nel luogo da lui assegnatogli, e voltosi a d’Artagnan lo

guardò in atto di trionfo come mendicando da esso un elogio della sua

tattica.

«A meraviglia! fece il Guascone, caspita! vo’ sarete un generale di

qualche distinzione.

«Ehi! vi credete, domandò l’Inglese, che mentre io sia di guardia

presso di lui, lo Stuart se la fugga?

«No di sicuro, rispose d’Artagnan, ammenochè dal cielo gli piovano

degli amici».

Sulle guance a Groslow appariva un vero giubilo.

Siccome Carlo Stuart durante quella scena era stato costantemente

a occhi serrati, non v’è da decidere se si fosse accorto o no della

tracotanza del puritano. Ma a suo malgrado, udito ch’ebbe il suono

della voce di d’Artagnan le sue palpebre non istettero più basse.

E anche Parry si scosse e sospese la lettura.

«Perchè ti fermi? disse il re, tira innanzi, Parry mio.... se però non

sei troppo stanco.

«No, sire, fece il cameriere».

E ricominciò.

Nella prima stanza era preparato un tavolino coperto da un tappeto; e

su questo due moccoli accesi, e due bossoli e i dadi.

«Signori (così parlò Groslow), di grazia, accomodatevi: io, dirimpetto

a Stuart, che tanto mi è caro di vedere, soprattutto dov’è adesso; voi,

signor d’Artagnan, di faccia a me».

Athos si fece rosso di collera. D’Artagnan lo fissò inarcando le ciglia.

«Così è; rispose quest’ultimo, voi, signor conte di la Fère, a man

diritta al signor Groslow; voi, cavaliere d’Herblay, a sinistra;

voi, du Vallon, accanto a me. Voi scommettete dalla mia parte, e quei

signori da quella di master Groslow».

Così d’Artagnan li teneva, Porthos a manca, e gli parlava col

ginocchio, Athos ed Aramis dirimpetto, e caricava su di essi il suo

sguardo.

Al nome del conte di la Fère e del cavaliere d’Herblay, Carlo riaperse

gli occhi, e ad onta sua sollevando la nobile testa, esaminava tutti

gli attori della scena.

Nel momento Parry voltò alcune pagine della Bibbia, e lesse ad alta

voce questo verso di Geremia:

«Disse Iddio, ascoltate le parole de’ profeti, o miei servi, che io

premurosamente vi mandai e inverso a voi condussi».

I quattro compagni ricambiarono un’occhiata. I termini di che si era

servito Parry ad essi dinotavano qualmente il re ascrivesse la di loro

presenza al suo vero movente.

D’Artagnan esultava.

«Poc’anzi mi domandavate, ei disse, se stava bene a soldi».

E posava sulla tavola una ventina di doppie.

«Sì, disse Groslow.

«Or bene; adesso io dico a voi: tenetevi bene stretto il vostro

tesoro, carissimo signor Groslow, perchè non esciremo di qui se non

portandovelo via.

«Ma non già senza ch’io l’abbia difeso, ribattè l’Inglese.

«Meglio così! battaglia, capitano mio! battaglia! Sapete o non sapete,

che questa è quella che vogliamo?

«Ah ah! lo so, fece Groslow con una goffa risata, non cercate altro che

lividi e piaghe voi altri Francesi».

Carlo infatti aveva udito e capito tutto. Gli ascese sul volto un lieve

rossore; i soldati che l’osservavano lo videro a poco distendere le

stanche membra, e col pretesto di un caldo eccessivo provocato dalla

stufa, scostare la coperta sotto la quale conforme già avvertivamo egli

si stava coricato ma vestito.

Athos ed Aramis si rallegrarono nel riconoscere che il re non fosse

nudo.

Incominciò la partita. La sorte si era girata ed era tutta per Groslow;

egli reggeva ad ogni posta, e vinceva sempre. Così passarono da un

tavolino all’altro un centinajo di doppie. Il puritano andava matto dal

contento.

Porthos, il quale aveva riperdute le cinquanta doppie guadagnate la

sera precedente, ed inoltre una trentina del suo, era molto burbero,

e col ginocchio interrogava d’Artagnan, quasi per domandargli se fosse

tempo di cambiar giuoco. Athos ed Aramis lo consideravano attentissimi,

ma d’Artagnan rimaneva impassibile.

Suonarono le dieci. Si udì a passare la pattuglia.

«Quante pattuglie fate voi a questo modo? richiese d’Artagnan levandosi

di tasca altre monete.

«Cinque, disse Groslow, una ad ogni due ore.

«Benone! rispose il tenente, è misura prudentissima».

E allora toccò a lui fissare in viso Athos ed Aramis.

S’intesero i passi della ronda che si allontanava.

D’Artagnan rispose per la prima volta alle ginocchiate di Porthos con

un altro consimile.

Frattanto, attratti dall’allettamento del giuoco e dalla vista

dell’oro, tanto possente su tutti gli uomini, i soldati, che

avevano ordine di rimanere nella stanza del re, si erano lemme lemme

avvicinati all’uscio, e là drizzandosi in punta di piedi, guardavano

di sopra alla spalla di d’Artagnan e di Porthos; quelli della porta

si erano pure appressati, secondando per cotal guisa le brame dei

quattro amici, che preferivano averli tutti così alla mano anzi che

dover correre a cercarli da un canto all’altro della camera. Le due

sentinelle sull’ingresso avevano tuttavia la spada nuda, se non che si

appoggiavano sulla punta ed abbadavano ai giuocatori.

Sembrava che Athos si calmasse a misura che si avvicinava il momento;

le sue due mani bianche e signorili scherzavano coi luigi che torceva

e riaddrizzava con tanta facilità come se l’oro fosse stato stagno;

Aramis, meno padrone di sè, si frugava di continuo sul petto; Porthos,

infastidito del perder sempre, dava di ginocchio a più non posso.

D’Artagnan voltosi macchinalmente indietro, vide fra due soldati

Parry in piedi, e Carlo posando il gomito, ma a mani giunte come in

atto di dirigere a Dio una fervida preghiera. Il tenente capì ch’era

arrivato l’istante opportuno, che ognuno era al suo posto, e che non

si attendeva più altro che la parola; «Finalmente!» la quale, noi ce le

rammentiamo, dovea servire di segnale.

Lanciò uno sguardo preparatorio ad Athos e Aramis, e questi due

trassero indietro piano piano le loro sedie per aver libertà di

muoversi.

Dette di nuovo nel ginocchio a Porthos, il quale si rizzò, quasi per

isciogliersi le gambe intorpidite: però nel levarsi si accertò che la

sua spada potesse uscire dal fodero facilmente.

«Corpo di Bacco! disse d’Artagnan, altri venti doppie perdute! Ma,

capitano Groslow, avete troppa fortuna; non può durare così!»

E mise fuori altre venti monete.

«Capitano, un tiro solo; queste venti doppie in un botto, sull’ultimo.

«Sia pure, apprestò l’Inglese».

E voltò due carte, conforme è l’uso, un re per d’Artagnan, un asso per

sè.

«Re! fece il tenente, è buon augurio.... Ehi! messer Groslow, aggiunse,

badate al re!»

E non ostante il potere che aveva sovra sè stesso, lasciò trapelare

dall’accento qualche cosa di straordinario che fece scuotere il suo

avversario.

Groslow principiò a voltare le carte una dopo l’altra; se voltava prima

un asso aveva vinto, se un re, avea perduto. Voltò un re.

«Ah! finalmente!» esclamò d’Artagnan.

Tosto si alzarono Athos ed Aramis; Porthos fè un passo indietro. Erano

prossimi a splendere spade e pugnali. Ma ad un tratto fu aperta la

porta, e si mostrò sulla soglia Harrison, accompagnato da un uomo

involto in un ferrajuolo.

A tergo a costui si vedevano rilucere i moschetti di cinque o sei

soldati.

Groslow si rizzò con impeto, vergognandosi di esser còlto fra mezzo

alle bottiglie, ai dadi e alle carte. Harrison non pose mente a lui, ed

entrato nella stanza del re con quello che lo seguiva, disse:

«Carlo Stuart, ci giunge l’ordine di condurvi a Londra senza fermarsi

nè di notte nè di giorno: apparecchiatevi a partire sull’atto.

«E da parte di chi viene l’ordine? domandò Carlo.

«Dal generale Oliviero Cromvello».

Ed Harrison continuò:

«Ecco il signor Mordaunt, che n’è il latore e incaricato di farlo

eseguire.

«Mordaunt!...» esclamarono i quattro camerati guatandosi

scambievolmente.

D’Artagnan tolse di sul tavolino tutto il danaro perduto da lui e da

Porthos e se lo cacciò nell’ampia saccoccia. Athos ed Aramis gli si

posero a tergo. A quel movimento Mordaunt si voltò e li riconobbe, e

diede un’esclamazione di gioja selvaggia.

«Ho idea che siamo presi, disse sommessamente d’Artagnan agli amici.

«Non per anco, fece Porthos.

«Colonnello! colonnello! gridò Mordaunt, fate che si circondi

questa stanza, siete tradito. Questi quattro Francesi sono fuggiti

da Newcastle, e vogliono sicuramente portar via il re! siano tosto

arrestati!

«Oh giovanotto! disse d’Artagnan sguainando la spada, codesto è ordine

più facile a darsi che ad eseguirsi».

E segnandosi attorno un tratto terribile di molinello:

«Amici! ritirata! ritirata!»

Nel medesimo tempo si avventò sulla porta, ed atterrò due soldati che

la custodivano prima che avessero campo di caricare i moschetti; Athos

ed Aramis gli furono appresso; Porthos fece da retroguardia, e innanzi

che soldati, uffiziali e colonnello avessero agio a prender fiato,

erano tutti e quattro in istrada.

«Fuoco! gridò Mordaunt, fuoco su coloro!»

Di fatti vi furono due o tre spari di fucile, ma non sortirono altro

effetto se non di mostrare i quattro fuggiaschi che sani e salvi

giravano dall’angolo della contrada.

I cavalli erano al luogo prefisso, i servi ebbero soltanto da gettar le

briglie ai padroni, i quali si trovarono in sella con la leggerezza di

esperti cavallerizzi.

«Innanzi! disse d’Artagnan, e forte di sprone!»

E tutti seguendo lui corsero ripigliando la stessa via fatta nel

giorno, cioè dirigendosi in verso Scozia. Il borgo non aveva porta nè

mura, e quindi essi ne uscirono senza difficoltà.

A distanza di cinquanta passi dall’ultima casa d’Artagnan si soffermò e

disse agli altri:

«Alto!

«Come alto! esclamò Porthos, anzi di galoppo, volete dire.

«Niente affatto! Questa volta vorranno inseguirci; lasciamoli venir

fuori dal borgo e correrci appresso sulla strada di Scozia, e quando

gli avremo visti a passare volando, noi prenderemo il cammino opposto».

A breve spazio di là era un ruscello, e su questo un ponte; d’Artagnan

menò il suo destriero sotto l’arco dei ponte, gli amici pure vi

andarono seco.

Dopo dieci minuti appena che stavano colà udirono avvicinarsi di

galoppo una turba d’uomini a cavallo. E indi a cinque minuti questa

transitava di sopra alle loro teste, senza figurarsi che quelli di

cui andava in cerca non erano da lei separati se non che dalla sola

grossezza della vôlta del ponte.

Venti anni dopo · 第 90 / 130 题