«Ed ora che si dee fare? continuò il conte di la Fère.
«Sentite voi qualche compassione per tanta sventura?
«Ho avuto l’onore di domandarvi, Maestà, ciò che desiderate si faccia
per servirvi da me e dal signor d’Herblay: siamo pronti.
«Ah! avete infatti un cuor nobile! esclamò la regina con uno slancio
di gratitudine, mentre di Winter la guardava come dicesse: Non vi ero
forse rimasto garante per loro?
«E voi? domandò Enrichetta ad Aramis.
«Io, egli rispose, ovunque vada il signor conte, quando fosse anche a
morte, lo seguo senza ricercare il perchè; ma allorchè si tratta di un
comando di Vostra Maestà (aggiungeva fissandola in volto con tutta la
grazia di gioventù) io precedo il signor conte.
«Or bene, signori, poichè così è, poichè consentite ad adoprarvi a pro
di una povera principessa abbandonata dal mondo intero, ecco ciò che
per me occorre di fare. Il re è solo con alcuni gentiluomini, che ogni
giorno teme di perdere, in mezzo a Scozzesi dei quali diffida benchè
egli stesso sia Scozzese. Dacchè lord Winter lo ha lasciato, io più
non vivo. Ora, domando forse troppo, mentre per domandare non ho verun
titolo: trasferitevi in Inghilterra, raggiungete il re, siate suoi
amici, siate suoi custodi, marciate al di lui fianco nelle battaglie,
camminate presso di lui nell’interno della sua dimora, dove ogni dì
crescono inganni e insidie anco più perigliose che tutti i rischi della
guerra; ed in cambio di questo sacrifizio che mi farete, io vi prometto
non di ricompensarvi, credo che questa parola vi offenderebbe, ma di
amarvi come una sorella, e di preferirvi a chiunque, tranne al mio
sposo ed ai miei figli; lo giuro dinanzi a Dio!»
E la regina alzava in atto lento e solenne gli occhi al cielo.
«Maestà, fece Athos, quando convien che partiamo?
«Dunque acconsentite? esclamò con giubilo Enrichetta.
«Certamente. Soltanto la Maestà Vostra va troppo oltre, a parer mio,
impegnandosi a ricolmarci di un’affezione tanto superiore a’ nostri
meriti. Noi serviamo a Dio, servendo un principe sì sfortunato e una
regina tanto virtuosa.... Signora, siamo vostri in corpo e in anima.
«Ah! disse la regina commossa fino al pianto, ecco il primo momento di
gioja e di speranza che provo da cinque anni. Sì, voi servite a Dio, e
siccome il poter mio sarà troppo poco per riconoscere un tal servigio,
Egli vi premierà. Egli che legge nel mio cuore quanta v’ha gratitudine
e per Lui e per voi. Salvate il mio sposo, salvate il re, e sebbene non
siate sensibili al premio che può venirvi su questa terra per un’azione
così bella, lasciatemi la lusinga di rivedervi per ringraziarvene
io stessa. Frattanto io mi trattengo qui. Avete da farmi qualche
raccomandazione? Da ora io sono vostra amica, e giacchè voi fate i miei
affari io deggio occuparmi dei vostri.
«Signora, rispose Athos, non ho da chiedere alla Maestà Vostra altro
che le sue preci.
«Ed io, aggiunse Aramis, son solo al mondo, e non ho altro che Vostra
Maestà da servire».
La sovrana porse loro al bacio la destra, e disse piano a di Winter:
«Se vi mancano denari, non esitate, rompete le gioje che vi ho
date, staccatene i diamanti e vendeteli ad un usurajo; ne ricaverete
cinquanta o sessanta mila lire; spendetele s’è necessario, ma questi
gentiluomini siano trattati conforme si meritano, cioè come tanti re».
La regina aveva apparecchiate due lettere, scritte l’una da lei e
l’altra dalla principessa Enrichetta sua figlia. Entrambe erano dirette
al re Carlo. Una ne diede ad Athos ed una ad Aramis, onde se il caso
li separava, potessero dessi farsi riconoscere dal re. Indi eglino si
ritirarono.
In fondo alla scala di Winter si soffermò.
«Signori, disse, andiamo, voi dalla vostra parte ed io dalla mia,
acciocchè non risvegliamo sospetti, e questa sera alle nove troviamoci
alla porta San Dionigi. Dipoi andremo avanti co’ miei cavalli finchè
essi possano, e dopo prenderemo la posta. Grazie di nuovo, grazie in
nome mio, grazie in nome della regina».
I tre gentiluomini si strinsero la mano. Il conte di Winter si avviò
dalla contrada di Sant’Onorato, e Athos e Aramis rimasero insieme.
«Ebbene, disse allora Aramis, che vi pare di questo affare, mio caro
conte?
«Cattivo, rispose Athos, cattivissimo!
«Ma lo accoglieste con entusiasmo!
«Come accoglierò sempre la difesa di un gran principio, mio buon
d’Herblay. I re non possono esser forti che mediante la nobiltà, ma la
nobiltà non può esser grande se non mediante i re. Sosteniamo adunque
le monarchie, che così sosterremo noi stessi.
«Ci andiamo a fare assassinare laggiù, continuò Aramis; ho in odio
gl’Inglesi, sono grossolani come tutti quelli che bevono birra.
«Era forse meglio restar qui, e andare a fare un giro alla Bastiglia,
o alla torre di Vincennes, per aver favorita la fuga del signor
di Beaufort? Affè, credetemi, non v’è da aver alcun rammarico. Noi
scansiamo la prigione, e si agisce da eroi: è facile la scelta.
«È vero, ma in tutte le cose bisogna ritornare a questa prima domanda,
molto sciocca, lo so, ma assai necessaria: avete soldi?
«Un centinajo circa di doppie, che il mio fattore mi aveva spedite
il giorno innanzi alla mia partenza da Bragelonne; ma devo lasciarne
una cinquantina a Raolo; bisogna pure che un giovane si mantenga
decorosamente: sicchè ho a un dipresso cinquanta doppie. E voi?
«Io, son certo che a rivoltarmi le tasche ed aprire tutte le mie
cantere non troverò in casa mia dieci luigi. Fortunatamente lord di
Winter è ricco.
«De Winter per il momento è rovinato, poichè Cromvello riscuote le sue
rendite.
«Ecco dove sarebbe opportuno il barone Porthos, osservò Aramis.
«Ecco dove mi duole di non avere con noi d’Artagnan; fece Athos.
«Che borsa piena!
«Che spada pronta!
«Seduciamoli.
«Il segreto non è nostro; non poniamo veruno nella confidenza.
D’altronde con un tal passo sembrerebbe che dubitassimo di noi
medesimi.... Doliamoci pure fra noi, ma non si parli.
«Dite bene, che farete da adesso a stassera? Io sono costretto a
differire due cose.
«Sono da differirsi?
«Eh! bisognerà adattarvisi.
«E quali erano?
«La prima una bucata di spada al Coadjutore che jeri sera incontrai
nella società di madama di Rambouillet, e che mi parve usasse a mio
riguardo maniere singolari.
«Oibò! duello fra colleghi!
«Che volete? egli è traditore, e lo sono anch’io; egli frequenta
amabili signore, ed io pure. Talvolta mi sembra ch’ei sia Aramis ed
io il Coadjutore, tanta è l’analogia ch’esiste fra noi. È una specie
di Sosia, che mi annoja e mi dà ombra. Di più è un imbroglione che
comprometterà il nostro partito. Sono persuaso che se gli dessi uno
schiaffo, come ho fatto a quel particolare che mi aveva schizzato di
mota, gli affari muterebbero aspetto.
«Ed in quanto a me, replicò tranquillamente Athos, penso che non
si muterebbe se non l’aspetto del signor di Retz. Sicchè datemi
retta, lasciamo le cose come stanno. E poi non appartenete più l’uno
all’altro: voi siete della regina d’Inghilterra, ed esso della Fronda.
Dunque se la seconda faccenda che v’incresce di non potere eseguire non
è più importante della prima....
«Oh! quella era importantissima.
«Allora fatela subito.
«Pur troppo non sono libero di effettuarla nell’ora che voglio... Era
di sera, assolutamente di sera.
«Capisco, disse Athos sorridendo, a mezza notte.
«All’incirca.
«Che volete, caro mio? quelle sono faccende che si rimettono ad un
altro tempo, e così farete voi, soprattutto avendo una tale scusa da
dare al vostro ritorno.
«Sì, se torno.
«Se non tornate chi v’interessa? Siate un po’ ragionevole; animo,
Aramis, non siete più un giovanotto di venti anni.
«Pur troppo, cospettaccio! oh se lo fossi!
«Sì sì, secondo me fareste delle belle pazzie. Ma convien che ci
lasciamo: io ho da fare una visita o due e da scrivere una lettera;
venite dunque a prendermi alle otto ore, o piuttosto gradite ch’io vi
aspetti a cena alle sette?
«Benone; rispose Aramis, io ho da far venti visite e da scrivere
altrettante lettere».
E gli amici si separarono. Athos andò a riverire madama di Vendome,
lasciò il suo nome da madama di Chevreuse, e scrisse questo biglietto
diretto a d’Artagnan.
«Amico carissimo.
«Parto con Aramis per affare di premura. Vorrei dirvi addio, ma mi
manca il tempo. Non vi scordate che vi scrivo per ripetervi quanto
vi sono affezionato.
«Raolo è andato a Blois, e non è istrutto della mia partenza.
Invigilate su di esso nella mia assenza meglio che possiate, e se
per caso di qui a tre mesi non aveste mie notizie ditegli che apra
un piego sigillato ed al suo indirizzo che troverà a Blois nel mio
cassettino di bronzo di cui vi mando la chiave.
«Abbracciate Porthos per Aramis e per me. A rivederci, e forse
addio».
Athos fece recare il biglietto da Blaisois.
Giunse Aramis all’ora stabilita: era vestito da cavaliere, ed aveva al
fianco l’antica spada che tanto spesso aveva sguainata ed a sguainare
la quale era più pronto che mai.
«Orsù, disse, mi pare che facciamo male ad andarcene così senza
lasciare due versi di addio a Porthos e d’Artagnan.
«Ci ho pensato io, rispose Athos, ed ho mandato a tutti due un amplesso
per voi e per me.
«Siete un uomo ammirabile! pensate a tutto.
«Ebbene, vi siete deciso per questo viaggio?
«Sicuramente, e adesso che ci ho riflettuto ho piacere di abbandonar
Parigi in questo momento.
«Lo stesso succede a me, replicò Athos, se non che mi duole di non
aver abbracciato d’Artagnan; ma è un demonio sì scaltro che avrebbe
indovinati i nostri progetti».
Alla fine della cena venne Blaisois, dicendo:
«Signore, ecco la risposta del signor d’Artagnan.
«Scimunito! non ti avevo mica detto che vi dovesse esser risposta.
«E me m’ero andato senza aspettarla; mi ha fatto richiamare indietro, e
mi ha dato questo, ribattè Blaisois».
E parse ad Athos un sacchetto di pelle ben rotondetto e sonante.
Questi lo aperse, e principiò da levarne un bigliettino concepito in
questi termini:
«Caro conte.
«Quando si viaggia, ed in ispecie per tre mesi, non si ha mai
denaro bastante: io mi rammento dei nostri tempi di penuria, e vi
spedisco metà della mia borsa. Sono soldi che mi è riuscito di far
sudare al Mazzarino. Vi prego di non farne cattivo uso.
«In quanto a non più rivedervi, io non ci credo; col vostro cuore e
colla vostra spada, si passa dappertutto. E perciò _a rivederci_, e
non _addio_.
«Già s’intende che dal primo giorno che conobbi Raolo lo amai come
mio figlio; siate però persuaso che chiedo sinceramente a Dio di
non diventar suo padre, benchè andrei superbo di un figlio simile.
«Il vostro
«D’Artagnan».
«P. S. Ben intesi, i cinquanta luigi che vi invio sono vostri come
di Aramis, e di Aramis come vostri».
Ad Athos oscurò le pupille una lagrima. D’Artagnan, da lui sempre amato
teneramente, lo amava dunque ognora ancorchè datosi a Mazzarino!
«Ecco davvero le cinquanta monete d’oro, disse Aramis vuotando il
sacchetto sul tavolino, tutte con l’effigie del re Luigi XIII. Or bene,
conte, che ne fate? le tenete o le rimandate?
«Le ritengo, e le riterrei quando anche non ne avessi bisogno; ciò ch’è
offerto con gran cuore deve pure con cuor grande accettarsi. Prendetene
venticinque, e date a me le altre.
«Manco male; son contento di trovarvi della stessa mia opinione. Ora,
si parte?
«Quando vorrete. Ma non avete servitori?
«No, quell’imbecille di Bazin, essendosi fatto bidello, non può
muoversi da Nostra Donna.
«Bene, piglierete Blaisois, che mi è inutile poichè io ho digià Grimaud.
«Volentieri, fece Aramis».
Comparve sulla soglia Grimaud.
«Pronti, disse col suo consueto laconismo.
«Si vada, soggiunse Athos».
I cavalli avevano addosso la sella. I due amici saltarono ciascuno sul
suo; e i due domestici l’imitarono.
Sul canto incontrarono Bazin che correva affannoso.
«Ah Signore! diss’egli, sia lodato Dio! arrivo a tempo.
«Che v’è mai?
«Il signor Porthos, uscito adesso di casa, ha lasciato per voi
questo, dichiarando ch’era cosa di premura da consegnarvisi avanti che
partiste.
«Oh! esclamò Aramis prendendo una borsa che Bazin gli porgeva, e che
sarà?
«Aspettate, signor abate, c’è una lettera.
«Sai che ti ho avvisato che se mai mi chiamavi altrimenti che cavaliere
ti romperei le ossa? Vediamo la lettera.
«Come farete a leggerla? domandò Athos, qui è bujo come in un forno.
«Ecco, ecco, disse Bazin».
E battuto l’acciarino, accese un moccolo che aveva sempre in saccoccia
pel suo servizio di chiesa.
Al lume del quale, Aramis lesse:
«Mio caro d’Herblay.
«Sento da d’Artagnan, il quale mi saluta da parte vostra e da
quella del conte di la Fère, che partite per una spedizione da
durar forse due o tre mesi, e siccome so che non vi va a genio di
chiedere a’ vostri amici, io vi esibisco da per me. Ecco duecento
doppie di cui potete disporre, e che mi renderete quando capiti
l’occasione. Non temete di scomodarmi; se ho bisogno di numerario
ne farò venire da una delle mie tenute; a Bracieux soltanto ho
ventimila lire in oro. E così, se non vi spedisco di più, è per
dubbio che non accettiate una somma troppo considerevole.
«Mi rivolgo a voi, perchè secondo sapete, il conte di la Fère mi
dà sempre a mio malgrado un po’ di soggezione, sebbene io lo ami
di cuore; ma s’intende che quel che a voi offro è offerto nel tempo
stesso a lui.
«Sono, come spero che terrete per sicuro
Vostro Affezionatissimo
Duvallon de Bracieux di Pierrefonds.
«Eh! fece Aramis, che ne dite?
«Dico, d’Herblay mio, ch’è un sacrilegio di dubitare della Provvidenza,
soprattutto quando essa ci dà simili amici.
«Sicchè?
«Sicchè, dividiamoci le doppie di Porthos nella guisa medesima che i
luigi di D’Artagnan».
Fatta la divisione al lume del moccolino di Bazin, i due compagni
s’incamminarono di nuovo.
E dopo un quarto d’ora erano alla porta San Dionigi, ove gli attendeva
lord di Winter.