_Un’altra regina che chiede soccorso._
Athos aveva mandato a prevenire Aramis sino dalla mattina, dando la
sua lettera a Blaisois, unico servitore che gli fosse rimasto. Blaisois
trovò Bazin che indossava la sua giubba da bidello; in quel giorno era
di servizio a Nostra Donna.
Athos aveva fatto premura a Blaisois, onde tentasse parlare ad
Aramis in persona. Blaisois, giovanotto grande e sempliciotto che
non conosceva altro che il comando, aveva quindi domandato dell’abate
d’Herblay, e non ostante che Bazin gli protestasse ch’ei non v’era,
aveva insistito in tal modo che Bazin si era adirato sul serio.
Blaisois vedendo Bazin in abito ecclesiastico non aveva curate le sue
negative, ma insistito ben anzi a andare avanti, supponendo colui con
il quale aveva che fare dotato di pazienza e cristiana carità.
Ma il Bazin, sempre servitore dei moschettieri quando gli andava il
sangue al capo, prese un bel manico di granata, e picchiò Blaisois
dicendogli:
«Avete insultata la Chiesa, caro mio, insultata la Chiesa!»
Nel momento, all’insolito frastuono, era comparso Aramis schiudendo con
cautela l’usciale della sua camera dormitoria.
Ed allora il suddetto Bazin avea posata rispettosamente la sua granata
in terra sur una delle punte, conforme gli era accaduto di veder
fare a Nostra Signora dallo Svizzero colla alabarda, e Blaisois con
un’occhiataccia di rampogna diretta al cerbero si era levata di tasca
la lettera e presentatala ad Aramis.
«Del conte di la Fère, disse Aramis, va bene».
E indi ritornò dentro senza tampoco richiedere la causa di tanto
subbuglio.
Blaisois se ne venne indietro malinconico all’albergo del Gran Re
Carlomagno. Athos gli domandò ragguaglio della sua commissione, ed egli
raccontò la sua avventura.
«Imbecille! fece Athos ridendo, e non dicesti ch’eri là da parte mia?
«Signor no.
«E che ha detto Bazin sapendo ch’eravate mio?
«Oh! mi ha fatto un diluvio di scuse, e mi ha obbligato a bere due
bicchieri di vin moscato eccellente, con inzupparvi tre o quattro
biscotti squisiti; ma che serve? è brutale fuor di maniera! un bidello!
oibò!
«Bene! pensò Athos, una volta che Aramis ha avuta la lettera, per
quanti impedimenti si abbia e’ verrà».
Alle dieci ore, Athos colla sua solita puntualità si trovava sul ponte
del Louvre. V’incontrò lord di Winter arrivato appunto allora.
Essi aspettarono circa dieci minuti.
Di Winter cominciava a temere che Aramis non capitasse.
«Pazienza! disse Athos che teneva gli occhi fissi nella direzione della
via del Bac, pazienza; ecco un abate che dà una spinta a un uomo e
saluta una donna, dev’essere Aramis».
Difatti era desso: un giovinotto che guardava per aria ed aveva
schizzato di mota Aramis era ito dieci passi più in là per un pugno
datogli da quest’ultimo, il quale, essendo passata allora una sua
penitente, l’aveva salutata col suo più grazioso sorrisetto.
Aramis fu dunque da loro in un momento.
E là, com’è da credere, grandissimi amplessi fra lui e di Winter.
«Dove andiamo? domandò Aramis, v’è forse da battersi? stamane non ho
spada, bisognerà che torni da me a pigliarla.
«No, rispose di Winter, si va a far visita a Sua Maestà la regina
d’Inghilterra.
«Ottimamente! (ed Aramis si chinava all’orecchio ad Athos) e in quale
scopo questa visita?
«Affè, forse qualche testimonianza che da noi si reclama.
«Non sarebbe per quel maledetto affare? In tal caso non avrei troppa
voglia di andarvi, perchè vi sarebbe da prendersi qualche bella
predica, e dacchè le fo agli altri, non ho caro di averle io.
«Se ciò fosse, non ci condurrebbe da sua Maestà milord di Winter,
mentre gliene toccherebbe la sua parte, essendo stato dei nostri.
«Ah sì! dite bene. Si vada».
Giunti al Louvre, di Winter passò il primo. D’altronde non istava al
portone che un solo custode. Alla luce del giorno, Athos, Aramis e
l’Inglese poterono osservare l’orribile miseria dell’abitazione che
un’avara carità concedeva all’infelice sovrana. Grandi sale spoglie
di mobili, mura sconquassate su cui rilucevano ad intervalli antiche
guarnizioni d’oro che aveano resistito all’incuria, finestre che non
si chiudevano più e mancanti di vetri; non tappeti, non guardie,
non famigli, ecco quanto colpì subito gli occhi ad Athos, e ch’ei
fece tacitamente notare al suo compagno spingendolo col gomito ed
accennandogli quell’estrema povertà.
«Mazzarino ha migliore alloggio, disse Aramis.
«Mazzarino è quasi re, rispose Athos, ed Enrichetta non è più regina.
«Se vi degnaste di mostrarvi spiritoso, fece Aramis, credo in coscienza
che lo sareste più che non lo era il disgraziato signor di Voiture».
Sembra che la regina attendesse con impazienza, poichè al primo
movimento che udì nel salone che precedeva la sua camera venne da sè
sulla soglia a ricevere i cortigiani del suo infortunio.
«Entrate e siate ben venuti, signori; essa disse».
I gentiluomini passarono, e sul principio rimasero in piedi, ma ad
un gesto della sovrana che l’invitava a sedersi Athos diede l’esempio
dell’obbedienza. Egli era tranquillo e grave, ma Aramis all’incontro
adiratissimo perchè esacerbato da quella regia miseria, di cui studiava
con lo sguardo ogni nuova traccia che gli si offriva alla vista.
«Esaminate il mio lusso? disse Enrichetta con la massima angustia.
«Chiedo scusa a Vostra Maestà, replico Aramis, ma non saprei nascondere
la mia indignazione mirando che alla corte di Francia si tratti così la
figlia di Enrico IV.
«Questo signore non è cavaliere? chiese la regina a lord di Winter.
«È l’abate d’Herblay, questi rispose».
Aramis arrossì.
«Signora, sono abate, ma a mio malgrado e contro mia vocazione, e sono
sempre pronto a diventar da capo moschettiere. Io dunque sarò l’uomo
che la Maestà Vostra troverà più zelante a servirla in qualunque cosa
voglia ordinarmi.
«Il signor cavaliere d’Herblay, soggiunse di Winter, è uno dei valorosi
moschettieri del re Luigi XIII di cui vi ho parlato, signora».
E volgendosi ad Athos seguitò:
«Questi è il nobile conte di la Fère, la di cui alta rinomanza è ben
nota a Vostra Maestà.
«Signori, disse la regina, alcuni anni sono io aveva d’intorno
gentiluomini, tesori, armate; tutti questi ad un mio cenno si
adopravano in servizio mio. Oggi, guardate qui a me vicino, forse ne
stupirete, ma per compiere un disegno che dee salvarmi la vita non ho
altro che lord di Winter, un amico da venti anni, e voi, o signori, che
veggo per la prima volta e conosco soltanto come miei concittadini.
«E basta, fece Athos con un profondo saluto, se la vita di tre uomini
può riscattare la vostra.
«Grazie, signori. Ma ascoltatemi: non solo io sono la più misera delle
regine, sono anche la più sventurata fra le madri, la più disperata
fra le mogli; i miei figli, due per lo meno, il duca d’York e la
principessa Carlotta, sono da me lontani, esposti ai colpi degli
ambiziosi e dei nemici; il re mio consorte conduce in Inghilterra
una sì dolorosa esistenza che poco io vi dico asserendovi che cerca
la morte come cosa per lui da bramarsi. Ecco la lettera che mi fece
pervenire per mezzo di milord di Winter: leggete».
Athos ed Aramis si scusavano.
«Leggete, ripetè la regina».
Athos lesse ad alta voce la missiva a noi nota, nella quale il re Carlo
domandava se in Francia gli sarebbe accordata l’ospitalità.
«Ebbene? fece poi Athos.
«Ebbene, ribattè Enrichetta, ha ricusato».