«Bisogna vedere che cosa v’è, disse Grimaud.
«Pare un urlo di qualcuno che si ammazzi! borbottò l’oste.
«Gesù!» fece la moglie, e si faceva il segno della croce.
Noi sappiamo che Grimaud, se parlava poco, agiva assai. Si slanciò
verso la porta e la scosse con violenza; ma ella era chiusa per di
dentro con un chiavistello.
«Aprite! strillò il locandiere, signor monaco, aprite subito!»
Nessuno rispose.
«Aprite, o che sfondo!» strepitò Grimaud.
Uguale silenzio.
Grimaud girò gli occhi attorno, e scorse un palo di ferro che per
casualità si trovava in un canto; l’afferrò, e prima che l’albergatore
avesse potuto opporsi al suo disegno, la porta era rotta.
La camera era inondata dal sangue che passava tra le materasse. Il
ferito non parlava, ma mandava un tristo rantolo. Il frate non v’era
più.
«Il monaco? gridò il taverniere, dov’è? dov’è?»
Grimaud si affacciò ad una finestra che dava sul cortile ed esclamò:
«Sarà scappato di là!
«Credete? così fece l’oste spaventato. Cameriere, mirate se almeno la
mula è nella stalla.
«Niente mula!» urlò quello a cui era diretta la domanda.
Grimaud aggrottò le ciglia. Il locandiere, a mani giunte, volgeva
attorno gli occhi con sospetto. La consorte, non avendo osato
d’entrare, se ne stava zitta e sbigottita sulla soglia.
Grimaud si appressò al ferito, esaminando quelle fattezze grossolane e
marcate che gli riproducevano tremende ricordanze.
E dopo un momento di truce e tacita contemplazione egli disse:
«Non v’è più dubbio! è desso!
«E sempre vivo? chiese l’oste»
Grimaud, senza replicare, gli sfibbiò la sottoveste per tastargli
il cuore mentre il locandiere pure si avvicinava. Però ad un tratto
rinculavano ambedue, l’oste con un grido di paura, Grimaud impallidito.
La lama del pugnale era cacciata sino all’elsa dalla parte sinistra del
petto del carnefice.
«Correte a cercare ajuto! disse Grimaud, io resterò presso di lui».
L’oste uscì di camera fuori di sè. La moglie era giù scappata udendo
l’urlo dello sposo.