XXXII.

_La barca dell’Oise._

Noi speriamo che il leggitore non abbia dimenticato del tutto il

giovane viaggiatore che lasciammo su la strada di Fiandra.

Raolo, perduto di vista il suo protettore che era rimasto attento

a seguirlo cogli occhi di faccia alla basilica reale, spronò il suo

cavallo, prima per sottrarsi agli angosciosi suoi pensieri, e indi per

occultare ad Olivain la commozione che gli alterava il sembiante.

Un’ora di rapido cammino ebbe presto dissipati tutti i cupi vapori

che attristata avevano l’immaginazione tanto ricca del giovanetto. Il

piacere ignoto di esser libero, piacere ch’è dolce per sino a quelli

che mai non soffersero la dipendenza, al cospetto di Raolo indorò terra

e cielo, e soprattutto il lontano ed azzurro orizzonte della vita che

appellasi _avvenire_.

Bensì, dopo varie tentate conferenze con Olivain, ei si accorse che

molte giornate trascorse in cotal guisa riuscirebbero triste, e gli

tornò alla memoria la favella del conte, sì persuadente e interessante,

in proposito delle città che si percorrevano, e sulle quali nessuno

poteva più dargli le preziose notizie che avrebbe ricavate da Athos, la

più dotta e divertevole di quante guide vi fossero.

Ed un’altra rimembranza pure affliggeva Raolo: al suo giungere a

Louvres, aveva egli veduta, perduto dietro ad un gruppo di pioppi,

una piccola villa o castello, la quale gli aveva talmente rammentata

quella di La Vallière, ch’ei si era fermato per dieci minuti a

contemplarla, ed aveva ricominciato il suo viaggio sospirando, senza

nemmeno rispondere ad Olivain che rispettosamente lo aveva interrogato

su la causa di tanta sua attenzione. L’aspetto degli oggetti esteriori

è un conduttore misterioso che corrisponde alle fibre della memoria

e talvolta va a risvegliarle a nostro malgrado; ridestato quel

filo alla guisa di quello di Arianna, e’ conduce in un labirinto di

pensieri dove uno si smarrisce seguitando l’ombra del passato che

nomasi _rimembranza_. E l’aspetto di quel castello avea respinto Raolo

lontano cinquanta leghe dal lato d’occidente, e fatta risalire la sua

vita al momento in cui egli avea tolto commiato dalla piccola Luigia

sino a quello in che l’avea veduta pella prima volta, ed ogni gruppo

di querce, ogni banderuola distinta in cima ad un tetto di lavagne,

gli ricordava qualmente, anzi che riedere verso gli amici di sua

fanciullezza, se ne allontanava ad ogni momento di più, e forse ancora

abbandonati li aveva per sempre.

Gonfio il cuore, grave la testa, ordinò a Olivain di menare i cavalli

sino a un piccolo albergo che scorgeva sulla strada a mezzo tiro di

schioppo circa più innanzi del luogo dove erano giunti. Egli smontò,

soffermossi sotto un bel gruppo di castagni in fiore intorno a’ quali

ronzavano le api, e domandò ad Olivain di fargli recare dall’oste

carta da lettere e inchiostro sopra un tavolino che ivi pareva bello e

apparecchiato per iscrivere.

Olivain obbedì e continuò il suo viaggio, intanto che Raolo sedeva

appoggiando il gomito sul tavolino, ed i suoi sguardi si perdevano

confusi sull’ameno paesetto cosparso di verdi campi e gruppi d’alberi,

e tratto tratto facendosi cadere dai suoi capelli quei fiori che

scendevano sopra di lui come fiocchi di neve.

Raolo stava colà da quasi dieci minuti, e da cinque circa si smarriva

nelle sue meditazioni, allorchè nel circolo che abbracciavano i suoi

sguardi distratti vide muovere una figura rossa, la quale, con un

tovagliuolo attorno alla vita ed uno sul braccio, ed in testa un

berretto bianco, gli si avvicinava, tenendo in mano carta inchiostro e

penna.

«Ah, ah! disse la figura così apparsa, si vede che tutti i gentiluomini

hanno idee consimili, poichè non è un quarto d’ora che un giovane

signore a cavallo come voi, di nobile aspetto pari vostro, e a un

dipresso della stessa età, si è fermato in questo posto, ci ha fatto

portare codesta tavola e la seggiola, e vi ha pranzato insieme a

un vecchio che sembrava un ajo, con un pasticcio senza lasciarne un

pezzetto, e una bottiglia di Macon senza scordarsene una goccia. Ma

per fortuna abbiamo ancora della roba eguale, e se vossignoria mi

comanda.....

«No, mio caro, rispose sorridendo Raolo, vi ringrazio; per adesso

non ho bisogno che delle cose che vi ho fatto chiedere; solamente mi

sarebbe grato che l’inchiostro fosse nero e la penna buona, e a questo

patto pagherei quello a prezzo di pasticcio e questa a prezzo di vino.

«Ebbene, soggiunse l’oste, darò la pietanza e la bottiglia al vostro

domestico, e così avrete per di più l’occorrente per iscrivere.

«Fate come vi pare», replicò il giovane.

Ei cominciava allora ad aver relazione con quella classe assolutamente

particolare della società, che quando v’erano dei ladri sulle strade

era con essi associata, e da quando non ve ne son più li rimpiazza.

L’oste, quieto oramai pel suo introito, posò il foglio e il calamajo, e

Raolo principiò la sua lettera.

Il locandiere era rimasto davanti a lui, e considerava con una sorta

di ammirazione quel bel volto insieme serio e dolcissimo. La bellezza è

stata sempre e sarà sempre regina.

«Questo non è un commensale come quello di poc’anzi; disse l’oste ad

Olivain che tornava presso al visconte per vedere se avesse bisogno di

nulla; il vostro padrone non ha appetito.

«Tre giorni addietro ne aveva, ma che volete? lo ha perduto da jeri

l’altro in qua».

Ed Olivain e il taverniere s’incamminarono verso la locanda, e quegli a

questo raccontava, siccome è uso dei lacchè contenti del loro impiego,

quanto credeva di poter dire relativamente al giovanetto.

Frattanto Raolo scriveva:

«Signore,

«Dopo quattro ore di viaggio mi fermo per iscrivervi, giacchè ad

ogni momento sento di più la vostra assenza, e sono sempre pronto

a girar il capo come per rispondere quando voi mi parlavate. Mi

ha tanto stordito ed afflitto la vostra partenza e la nostra

separazione, che debolmente vi espressi la tenerezza e la

riconoscenza che provavo per voi. Ma mi scuserete, mentre il vostro

cuore è assai generoso per comprendere ciò che passava nel mio.

Scrivetemi, signore, ve ne prego, perchè i vostri consigli sono

una parte della mia esistenza: e d’altronde, io oso dirvelo, sono

inquieto; mi è sembrato che voi stesso vi accingeste a qualche

gita perigliosa, su cui non vi ho interrogato una volta che non ne

discorrevate. Sicchè ho grandissima necessità di ricevere vostre

nuove. Dacchè non vi ho più vicino, ad ogni istante ho paura di

mancare; voi mi sostenevate potentemente, ed oggi, ve lo giuro, mi

trovo pur solo!

«Vi compiacerete, se aveste notizie di Blois, di dirmi qualche

parola sulla mia piccola amica madamigella de La Vallière, la di

cui salute, quando noi partimmo, era in grado di dar pensiero!

Capirete, signore, e mio caro protettore, quanto preziose,

indispensabili mi siano le rimembranze del tempo che passai al

vostro fianco. Spero che alcune volte penserete anche a me, e se in

certe ore vi fo mancanza, se risentite un piccolo rincrescimento

della mia assenza, mi ricolmerà di gioja l’idea che abbiate

compreso il mio affetto e la mia premura per voi, e ch’io abbia

avuta la sorte di persuadervene, mentre avevo la fortuna di vivere

presso di voi».

Terminata la lettera, Raolo si sentì più in calma; badò attentamente

che il servo e l’oste non l’osservassero, e diede un bacio a quel

foglio, tacita e commuovente carezza cui il cuore di Athos era capace

d’immaginare nello schiudere la lettera.

Nell’intervallo Olivain avea mangiato e bevuto; anco i cavalli si erano

rinfrescati. Raolo chiamò a sè con un cenno il taverniere, gittò uno

scudo sul tavolino, saltò a cavallo, ed a Senlis mise alla posta la

carta.

Il riposo, preso ormai dagli uomini e da’ corsieri, permetteva loro

di proseguire il cammino senza trattenersi a Verberie. Raolo impose ad

Olivain di raccor notizie del giovine gentiluomo che lo precedeva. Era

esso stato veduto a passare tre quarti d’ora prima, e montato sur un

buon destriero se n’andava alla lesta.

«Procuriamo di raggiungere quel gentiluomo, disse Raolo ad Olivain, va

come noi all’armata, e ci sarà di gradevole comitiva».

Erano le quattro pomeridiane allorchè Raolo arrivò a Compiegne; vi

pranzò con ottimo appetito, e nuovamente s’informò del signore che gli

era avanti. Erasi desso fermato egualmente che Raolo all’albergo della

Campana e della Bottiglia, ch’era il migliore di Compiegne, ed aveva

proseguito il tragitto dicendo che voleva andare a pernottare a Noyon.

«Si vada a pernottare a Noyon, fece Raolo.

«Signore, rispose rispettosamente Olivain, permettetemi di farvi

osservare che questa mattina abbiamo digià stancato di molto i cavalli.

Sarebbe bene, secondo me, di dormir qui e ripartire domattina presto.

Bastano diciotto leghe per una prima tappa.

«Il signor conte di la Fère desidera ch’io mi solleciti, disse Raolo,

e che io abbia raggiunto il signor Principe nella mattinata del quarto

giorno; affrettiamoci dunque sino a Noyon, sarà una tappa simile

a quella che abbiamo fatta andando da Blois a Parigi. Arriveremo

alle otto ore. Le nostre bestie avranno la nottata per riposarsi, e

domattina alle cinque ci rimetteremo in viaggio».

Olivain non osò opporsi a questa determinazione, ma lo seguitò

brontolando.

«Andate, andate! diceva fra’ denti, sparate tutto il vostro fuoco alla

prima giornata; domani invece di venti leghe ne farete dieci; domani

l’altro cinque, e al dì successivo sarete a letto. E là vi toccherà pur

riposarvi. Tutti i giovanotti sono veri millantatori!»

Dal che si rileva come Olivain non fosse educato alla scuola dei

Planchet e dei Grimaud.

Raolo infatti si sentiva stanco; ma bramava esperimentare le proprie

forze, e pasciuto delle massime d’Athos, sicuro di averlo inteso mille

fiate a discorrere di tappe di venticinque ore, non voleva restare

inferiore al suo modello. D’Artagnan, quell’uomo ferreo che sembrava

tutto costrutto di nervi e di muscoli, gli cagionava somma ammirazione.

Andava dunque innanzi, affrettando ognor più il suo destriero non

ostante le osservazioni di Olivain, e seguitando per un bel sentiero

che conduceva a una barca ed abbreviava di una lega la strada, secondo

eragli stato assicurato, quando ecco giungendo in cima ad un colle si

vide davanti il fiume. Una piccola comitiva di uomini a cavallo ferma

sulla sponda stava pronta ad imbarcarsi. Raolo si figurò che fossero

il gentiluomo e la sua scorta; diede un grido di chiamata, ma era ancor

troppo lontano per farsi udire; allora, per quanto fosse affaticato il

suo corsiero, ei lo mise al galoppo; ma un’ondulazione di terreno tolse

in breve a’ suoi sguardi i viaggiatori, e quando egli pervenne sopra

una nuova altura, la barca aveva abbandonata la riva e remigava verso

il lido opposto.

Raolo, accortosi che non potrebbe arrivare a tempo per passare la

chiatta nel medesimo momento che i forestieri, si ristette ad attendere

Olivain.

In quel punto s’intese un urlo che sembrava si partisse dal fiume.

Raolo si volse dalla parte onde questo veniva, e, mettendosi la mano

sugli occhi abbagliati dal sole sul tramonto, esclamò:

«Olivain, che veggo laggiù?»

Fuvvi un secondo grido più penetrante del primo.

«Eh! fece il servo, la corda della barca si è rotta, e la chiatta

va alla deriva.... Ma, oh Dio! che v’è mai nell’acqua, che tanto si

dibatte?

«Oh sì! disse Raolo guardando verso un dato punto del fiume illuminato

oltremodo da’ raggi solari, un cavallo, un cavaliero!....

«Affondano! sommergono!» strillò Olivain.

Ed era vero, ed anche Raolo si accertava che fosse accaduta una

disgrazia e che uno si annegasse. Allentò la briglia al suo destriero,

gli cacciò gli sproni nella pancia, e l’animale, tormentato dal dolore

e sentitosi aperto il varco, balzò di sopra a una specie di parapetto

che contornava lo scalo, e cadde nell’acqua, mandando in lontananza

grossi flutti di spuma.

«Ah signore! urlò Olivain, che fate mai, Signore Iddio!»

Raolo guidava il suo cavallo verso il disgraziato in pericolo. Era

quello però un esercizio a cui egli era già avvezzo. Allevato sulle

rive della Loira, era stato per così dire cullato fra le sue onde;

cento volte l’aveva tragittata cavalcando, e mille a nuoto: chè

Athos, prevedendo l’epoca in cui sarebbe soldato il visconte, lo aveva

accostumato a tutte quelle imprese.

«Oh mio Dio! continuava Olivain disperato, che direbbe il signor conte

se fosse qui!

«Avrebbe fatto come fo io! rispose Raolo spingendo innanzi

vigorosamente la sua bestia.

«Ma io, ma io! strepitava Olivain pallido e dolente agitandosi sulla

riva, io come passerò?

«Salta, vigliacco!» replicò Raolo nuotando sempre.

Poi rivoltosi al viaggiatore, che si dibatteva a venti passi di

distanza da lui, gli disse:

«Coraggio, signore! coraggio! eccovi ajuto!»

Olivain avanzò, rinculò, fece impennare l’animale che aveva sotto,

e indi, punto nel cuore da vergogna, si slanciò come avea fatto il

padrone, ma ripetendo:

«Sono morto, siamo perduti!»

Frattanto la chiatta andava rapidamente, trasportata dalla corrente, e

si udivano le strida di quei ch’erano sopra.

Un uomo coi capelli grigi si era buttato giù dalla barca, e andava a

nuoto assai vigorosamente incontro a quello che affogava; ma avanzava

di poco, dovendo muover contro la corrente.

Raolo proseguiva il suo corso ed acquistava assai, ma il cavallo e

l’uomo, cui non lasciava mai d’occhio, affondavano! Il destriero non

aveva più altro che le nari fuori dell’acqua, ed il padrone, allentate

del tutto le redini, stendeva le braccia e mandava indietro la testa.

Un minuto di più, e sarebbero spariti amendue.

«Coraggio! fece Raolo, coraggio!

«Troppo tardi! balbettò il giovane, troppo tardi!»

Gli passava l’acqua di sul capo e gli estinse la voce in bocca.

Raolo si slanciò dal cavallo, a cui lasciò il pensiero di salvarsi da

sè, ed in tre o quattro bracciate fu vicino al gentiluomo. Afferrò

tosto l’animale pel barbazzale, e sollevò la testa fuor dell’acqua;

quello allora respirò più liberamente, e quasi avesse compreso che

si veniva a dargli ajuto accrebbe oltre misura i suoi sforzi. Nel

medesimo tempo Raolo pigliava una mano al giovinotto e la riportava

sulla criniera, alla quale essa si aggrappò con la tenacità del misero

ch’è presso ad annegarsi. E poi, Raolo, sicuro che il cavaliero non

lascerebbe più libera la bestia, si occupò di questa e la diresse verso

il lido.

Ad un tratto il palafreno inciampò in un basso fondo e si fermò

sull’arena.

«Salvo! gridò colui dai capelli grigi ristandosi egli pure.

«Salvo!» ripetè macchinalmente il gentiluomo, togliendo la destra di

sulla criniera e di sopra la sella calandosi fra le braccia di Raolo.

Raolo era lontano due passi e non più dalla sponda; vi portò il

viaggiatore svenuto, lo distese sull’erba, gli sciolse i cordoni del

collare e gli sfibbiò il giubbetto.

Dopo un minuto, quel tale dalla chioma bigia stavagli accanto.

Olivain, dopo essersi fatto più volte il segno della croce, era alfine

approdato, e le genti della chiatta si avviavano meglio che potessero

alla riva, ajutandosi con una pertica che per casualità si trovava

nella barca.

A poco a poco, mercè l’assistenza di Raolo e di colui che accompagnava

il giovine cavalcante, ritornò a mostrarsi la vita sulle pallide

guancie del moribondo, il quale aprì gli occhi in principio erranti e

smarriti, ma che ben presto si fissarono su colui che lo aveva salvato.

«Ah signore! esclamò, di voi cercavo! senza di voi ero morto!

«Ma si risuscita, come vedete, rispose Raolo, e tutto il male sarà di

aver fatto un bagno.

«Oh quanta gratitudine! disse l’uomo dai capelli grigi.

«Eh! siete voi, mio buon d’Arminges! vi ho fatto molta paura, non è

così? ma è colpa vostra: eravate mio precettore, perchè non mi faceste

imparare a nuotar meglio?

«Signor conte, fece il vecchio, se vi fosse accaduta una disgrazia, non

avrei osato giammai presentarmi al maresciallo.

«Ma come fu? domandò Raolo.

«Nel modo il più semplice, replicò quegli a cui erasi dato il titolo

di conte; eravamo a circa un terzo del fiume, quando si ruppe la fune.

Agli urli e ai movimenti dei barcaruoli il mio cavallo si è spaventato

ed è saltato giù. Io nuoto male e non ho ardito slanciarmi. In vece di

secondare i moti del povero animale li rendevo inutili, l’impedivo, ed

ero in procinto di affogare graziosamente, quando voi siete capitato a

puntino per trarmi fuori. Sicchè, signore, ove vogliate, fra noi da ora

innanzi sarà amicizia costante sino alla morte.

«Sono in tutto e per tutto vostro servo, ve lo accerto, disse Raolo.

«Io ho nome conte di Guiche, continuò l’altro, mio padre è il

maresciallo di Grammont. E adesso che sapete chi sono, mi accorderete

l’onore di dirmi chi voi siete?

«Io sono il visconte di Bragelonne, riprese Raolo, ed arrossiva di non

poter nominare suo padre conforme aveva fatto il signor di Guiche.

«Visconte, il vostro aspetto, la bontà vostra e il vostro coraggio

mi attraggono verso di voi; digià vi avete tutta la mia riconoscenza.

Abbracciamoci, vi chieggo la vostra amicizia.

«Signore, soggiunse Raolo rendendo al conte l’amplesso, vi amo già di

tutto cuore; quindi, fate conto su di me come sopra un amico zelante.

«Dove andate, visconte?

«All’armata del signor Principe.

«E anch’io! esclamò il gentiluomo esultante; meglio, meglio, faremo

insieme il primo sparo di pistola!

«Ottimamente, ottimamente! disse l’ajo, vogliatevi bene; giovani

tutti due, non avete di certo che una medesima stella, e dovevate

incontrarvi».

Venti anni dopo · 第 42 / 130 题