_Ciò che contenevasi ne’ pasticci del successore di maestro Marteau._
Mezz’ora dopo tornò la Ramée, svelto ed allegro come uno che abbia
mangiato bene, e specialmente ben bevuto. Aveva trovato il pasticcio
stupendo: e il vino delizioso.
Era bel tempo e da permettere la partita progettata. Il giuoco di
palla di Vincennes era situato all’aria aperta, talchè al duca rimaneva
facilissimo di eseguire quel che gli aveva raccomandato Grimaud, cioè
di mandare le palle nei fossi.
Bensì fin che non furono le due il signor di Beaufort non cadde in
questa svista, perchè quella era l’ora prefissa. E non ostante perdè
sempre, e così gli fu dato d’incollerirsi, e fare, secondo succede in
casi simili, uno sbaglio sull’altro.
Al tocco delle due le palle cominciarono a pigliar la via dei fossi,
con grande soddisfazione di la Ramée, il quale segnava un quindici ad
ogni fallo che faceva il principe.
Ed i falli furono tanti che presto mancarono le pillotte. La Ramée
propose d’inviare qualcuno a ripescarle. Il duca giudiziosamente fece
osservare che sarebbe tempo perduto, ed avvicinatosi al muro del
bastione, che in quel punto, siccome diceva il birro, era alto per
lo meno cinquanta piedi; vide un uomo che lavorava in uno dei molti
giardinetti coltivati dai contadini sul di dietro del fossone.
«Ehi, galantuomo!» disse il duca.
Quegli alzò il capo, ed il principe ebbe a dare un urlo dalla sorpresa.
L’uomo, il contadino, il giardiniere, era Rochefort, che il principe
credeva alla Bastiglia.
«Eh! che c’è egli costassù? domandò Rochefort.
«Favorite rigettarci le nostre palle».
Il coltivatore fe’ un cenno con la testa e si mise a buttar le
pillotte. La Ramée e le guardie le coglievano da terra. Una ne cadde
ai piedi del duca. Esso che capì essere a lui destinata, se la pose in
saccoccia.
E fatto un segno di ringraziamento al contadino, ritornò alla partita.
Ma il duca era assolutamente in una giornataccia, continuava a far
falli anzichè mantenersi nei limiti; due o tre palle balzarono di
nuovo giù, e rimasero perdute dacchè non v’era più il giardiniere che
lo rinviasse. Poi il signor di Beaufort dichiarò che aveva persino
vergogna del suo poco garbo e non voleva seguitare.
La Ramée era contentissimo di aver battuto così un principe del sangue.
Questi se n’andò in camera e si pose a letto. Vi stava quasi tutte le
giornate intere dacchè gli si erano tolti i libri.
La Ramée prese i panni di Sua Altezza, col pretesto che erano carichi
di polvere e li farebbe spazzolare, ma in realtà per esser certo che
Sua Altezza non si movesse. Era un uomo cauto la Ramée!
Per buona sorte il signor di Beaufort aveva avuto tempo di rimpiattare
la palla sotto il capezzale.
Ne strappò coi denti l’invoglia, perocchè non gli lasciavano alcun
arnese tagliente: mangiava coi coltelli a lama d’argento flessibili, e
che non tagliavano.
Sotto l’invoglia trovò una lettera ove erano scritte le seguenti parole:
«Monsignore
«I vostri amici invigilano, e si appressa l’ora della vostra
liberazione. Domani l’altro chiedete di mangiare un pasticcio fatto
dal nuovo pasticciere che ha acquistato il negozio dell’antico, e
che è Noirmont in persona, il vostro maestro di casa; non lo aprite
se non quando siete solo, e spero che sarete contento di ciò che vi
è dentro.
«Servitore sempre devoto di Vostra Altezza alla Bastiglia come
altrove.
«Conte di Rochefort».
PS. ««Vostra Altezza può fidarsi in tutto e per tutto di Grimaud; è
pieno di intendimento, ed è tutto nostro».
Il duca di Beaufort, a cui era stato restituito il fuoco dacchè egli
aveva rinunziato alla pittura, abbruciò la lettera conforme avea fatto
con maggior rincrescimento di quella della Montbazon, e si disponeva ad
abbruciare ancor la pillotta; ma riflettè che questa potrebbe essergli
utilissima, per far pervenire a Rochefort la sua risposta.
Egli era ben custodito, giacchè al movimento ch’ei fece capitò
immediatamente la Ramée.
«Monsignore, domandò questi, vi occorre qualche cosa?
«Avevo freddo, rispose il duca, ed attizzavo la fiamma per aver un
po’ di caldo. Sapete pure che le stanze della torre di Vincennes
sono rinomate assai per la freschezza. Vi si potrebbe conservare
il ghiaccio, e vi si fa raccolta di salnitro. Quelle dove morirono
Puylaurens, il maresciallo d’Ornano e il gran priore mio zio, valevano
per codesto verso, secondo diceva madama di Rambouillet, tanto arsenico
quanto pesavano».
Il signor di Beaufort tornò a coricarsi. La Ramée sorrise un
pocolino. In fondo era un buon uomo, che aveva preso grande affetto al
prigioniero e si sarebbe disperato se gli fosse avvenuta una disgrazia.
E le disgrazie avvenute ai tre soggetti menzionati dal principe non
ammettevano contrasto.
«Monsignore, ei rispose, non v’avete da abbandonare a queste idee; son
queste che ammazzano, e non il salnitro.
«Eh mio caro! siete curioso! soggiunse il principe, se potessi come
voi andare a mangiare i pasticcini e bere la Borgogna dal successore di
Marteau, mi distrarrei.
«Fatto si è, replicò la Ramée, che la roba di quel negozio è ottima.
«In ogni caso, seguitò il duca, non ci vuol molto perchè la sua cucina
e la sua cantina siano da meglio di quelle del signor di Chavigny.
«Eh! monsignore, fece l’altro, cadendo nel laccio, chi vi impedisce di
assaggiarle? e poi, gli ho promesso di farvi essere suo ricorrente.
«Hai ragione: se debbo restar qui in perpetuo, conforme ha avuto la
bontà di far intendere messer Mazzarino, bisogna ch’io mi crei una
distrazione per la vecchiaja, conviene che mi faccia ghiottone.
«Date retta a un buon consiglio: per questo, non aspettate ad esser
vecchio.
«Bene! borbottò da sè il signor di Beaufort, qualunque uomo, per poco
che attentamente si consideri, sembra, Dio mi perdoni, avere a compagno
uno dei sette peccati capitali, se non ne ha due, e par che quello di
messer la Ramée sia la gola. Ne profitteremo».
Indi continuò:
«Ebbene, caro la Ramée, domani l’altro è festa.
«Sì, Altezza, è Pentecoste.
«Volete in quel giorno darmi una lezione?
«Di che?
«Di ghiottoneria.
«Volentieri.
«Ma lezione da solo a solo. Manderemo a desinare le guardie alla cucina
del signor di Chavigny, e noi faremo qui una colazione di cui lascio la
direzione a voi.
«Uhm!» mugolò la Ramée.
L’offerta era seducente; ma il nostro birro, per quanto avesse potuto
pensar di lui svantaggiosamente il ministro, era un volpone che
conosceva tutte le reti che può tendere un prigioniero: il signor di
Beaufort, per quel che diceva, aveva preparati quaranta mezzi di uscir
di carcere: quella colazione non celava qualche agguato?
Riflettè un momento; il resultato fu però che ordinerebbe egli stesso
le vivande e il vino, ed in conseguenza a quelle nessuna polvere ed
a questo nessun liquore sarebbe mescolato. Di ubbriacarlo poi il duca
non poteva aver l’intenzione; anzi ei si mise a ridere all’immaginarlo:
dopo di che gli venne un’idea atta a conciliar tutto.
Il signor di Beaufort aveva osservato il monologo interno di la Ramée
con inquietudine, a misura che questa appariva anco dalla di lui
fisonomia. Alla fine si rasserenò il viso del birro.
«Ebbene? domandò il principe, sta egli così?
«Sì, monsignore, con un patto.
«Cioè?
«Che Grimaud ci serva a tavola».
Non v’era cosa che meglio accomodasse al duca. Eppure ebbe tal capacità
da assumere nel volto una grossa tinta di mal umore.
«Eh! al diavolo il vostro Grimaud! esclamò, mi guasterà la festa.
«Gli comanderò di starsene dietro a Vostra Altezza, e siccome ei non
fiata nemmeno, Vostra Altezza non lo vedrà e non lo udrà, e, volendo,
potrà figurarsi che sia lontano da lei le mille miglia.
«Caro mio, ribattè il principe, sapete che ci veggo chiaro, in tutto
questo? che non vi fidate di me.
«Monsignore, doman l’altra è Pentecoste?
«E che m’importa della Pentecoste? ha da succedere un miracolo per
ispalancarmi le porte della carcere?
«No, ma vi ho raccontato ciò che aveva predetto il maledetto stregone.
«E che mai?
«Che non passerebbe il giorno di Pentecoste senza che Vostra Altezza
fosse fuori di prigione.
«Stupido! e credi agli stregoni?
«Io, me ne curo tanto come di questo! disse la Ramée, e fece schioccare
insieme le dita, ma il signor Giulio se ne cura, e in qualità
d’Italiano è superstizioso».
Il duca si strinse nelle spalle.
«Or via, rispose, fingendo la massima bonarietà, accetto Grimaud,
perchè se no non si finirebbe più, ma non voglio altri che lui; voi
v’incaricherete di tutto, voi disporrete il pasto a vostro talento.
L’unico piatto che chiedo io si è uno dei pasticci de’ quali mi avete
parlato. L’ordinerete per me, acciocchè il successore di maestro
Marteau faccia portenti, e gli prometterete che mi avrà per avventore,
non solo in tutto il tempo che ho da star in prigione, ma anche dal
momento che ne sarò uscito.
«Dunque credete sempre di uscirne?
«Diamine! quando non fosse che alla morte del Mazzarino. Io ho quindici
anni meno di lui.... È vero (aggiunse il principe sogghignando) che a
Vincennes la vita va sollecita.
«Monsignore! monsignore!
«O sia che vi si muore più presto.... lo che in sostanza è lo stesso.
«Altezza, vado a ordinare la colazione.
«E vi pensate di fare qualche cosa del vostro discepolo?
«Spererei.
«Se vi dà tempo! borbottò di Beaufort.
«Che dice Vostra Altezza?
«La mia Altezza dice che non facciate risparmio con la borsa del signor
ministro, il quale si è compiaciuto incaricarsi della nostra pensione».
La Ramée si fermò sulla porta.
«Monsignore, chi volete ch’io vi mandi?
«Chi vi pare, eccetto Grimaud.
«Dunque l’ufficiale delle guardie.
«Col suo giuoco di scacchi.
«Sì».
La Ramée se n’andò.
Indi a cinque minuti entrava l’uffiziale, e il duca sembrava assorto
profondamente nei calcoli sublimi dello scaccomatto.
È cosa pur singolare il pensiero, e i cambiamenti che vi recano un
cenno, una parola, una speranza! Da cinque anni il principe era in
prigione, ed uno sguardo datosi all’indietro gli faceva parere quegli
anni tanti, passati però ben lungamente, più brevi che i due giorni,
le quarantott’ore, che ancor lo separavano dall’istante prefisso alla
fuga.
Ed inoltre, quel che terribilmente l’occupava, era il modo onde si
effettuerebbe la fuga. Gli si era data lusinga del resultato, ma
celati i dettagli di quanto contener doveva il pasticcio misterioso.
Quali amici lo attendevano? dopo un quinquennio di carcerazione
aveva tuttavia degli amici? In tal caso era un principe veramente
privilegiato.
Egli obliava che fra’ suoi amici (e codesto era anco più straordinario)
una donna si era di lui ricordata. È vero che essa forse non gli era
stata molto fedele, ma non lo aveva dimenticato, lo che era digià
molto.
In tutto ciò esisteva materia più del bisogno a far riflettere il duca;
e quindi accadde agli scacchi come alla palla, il signor di Beaufort
fece uno sbaglio sull’altro, e l’ufficiale lo battè la sera conforme la
mattina lo avea battuto la Ramée.
Però, le continue sconfitte aveano avuto il vantaggio di condurre il
principe sino alle otto ore; erano tre ore acquistate, poi verrebbe la
notte, e con essa il sonno.
Così almeno ei s’immaginava. Ma il sonno è una divinità assai
capricciosa, ed appunto allorchè uno la invoca si fa aspettare. Il duca
l’aspettò sino a mezzanotte voltandosi di qua e di là sulle materasse.
Alla fine si addormentò.
Ma a giorno si destò. Si era fatti dei sogni stravaganti: gli erano
cresciute le ali; allora naturalmente avea tentato involarsi; sul
principio le ali lo sostenevano benone; arrivato bensì ad una certa
altezza, quel singolare appoggio gli era mancato, si rompevano i vanni,
ed a lui sembrava di ruzzolare in un abisso senza fondo. E così si
destava con la fronte bagnata di sudore, e tutto tronco quasi avesse
fatta realmente una caduta aerea.
Si riaddormentava per andar nuovamente errando in un labirinto di
sogni uno più stolto dell’altro. Appena aveva chiusi gli occhi, la sua
mente, intenta ad una sola meta, alla fuga, ricominciava a tentare la
fuga. E allora era tutt’altro: si trovava un passaggio sotterraneo che
doveva condurlo fuori di Vincennes; egli vi s’inoltrava, e Grimaud
camminava innanzi a lui con una lanterna in mano; a poco a poco
il passo diventava più stretto, eppure il duca continuava a andare
avanti; poi il sotterraneo si faceva sì angusto ch’ei procurava invano
d’ire più oltre; le muraglie si ristringevano, si assestavano una
all’altra, egli faceva sforzi tremendi per proseguire, e non poteva....
E frattanto vedeva da lontano Grimaud colla lanterna che badava a
camminare; voleva chiamarlo acciò lo ajutasse a togliersi da quel
luogo ove si sentiva soffocare, e nemmeno gli riusciva di proferire
un accento. Ed ecco all’estremità opposta a quella da cui era venuto,
udiva correre quei che lo inseguivano, essi si avvicinavano, egli era
scoperto, non gli rimaneva più speranza di scampo. Pareva che il muro
fosse d’accordo coi suoi nemici, e lo incalzasse quanto più d’uopo egli
aveva di scappare.... Indi udiva la voce di la Ramée.... lo vedeva in
persona. La Ramée stendeva la mano, e questa mano gliela posava sulla
spalla dando uno scroscio di risa.... Ed egli era ripreso, e menato
nella stanza bassa ed a vôlta dov’erano morti il maresciallo Ornano,
Puylaurens e suo zio. Stavano là le loro tre tombe, là sul terreno, ed
era aperta una quarta fossa che attendeva un cadavere.
Sicchè il duca, quando si svegliò, fece tanti sforzi per mantenersi
desto quanti ne aveva fatti per addormentarsi, e la Ramée,
nell’entrare, lo trovò sì pallido e affaticato che gli domandò se era
ammalato.
«Difatti, disse uno dei guardiani, il quale era rimasto in camera
e non avea potuto riposare a motivo di un mal di denti prodottogli
dall’umidità. Sua Altezza ha avuto una nottata agitatissima, e due o
tre volte sognando ha chiamato ajuto.
«Che cos’ha Vostra Altezza? chiese la Ramée.
«Eh scimunito! sei tu, che con le tue cianciafruscole di fuga, jeri
mi rompesti il capo, e sei causa ch’io abbia sognato che scappavo, e
scappando mi rompevo il collo».
La Ramée rise come un matto.
«Vedete, monsignore, rispose, questo è un avvertimento del cielo;
sicchè spero che non commetterete mai simili imprudenze altro che in
sogno.
«E avete ragione, mio caro, disse il duca asciugandosi il sudore che
tuttavia gli colava dalla fronte, non voglio più pensare che a mangiare
e bere....
«Zitto!» fece la Ramée.
Ed allontanò uno ad uno i guardiani con frivoli pretesti.
«Ebbene? domandò il principe quando furono soli.
«È ordinato il pasto.
«Ah! e di che si compone? sentiamo, mio signor maggiordomo.
«Monsignore, avete promesso di rapportarvi a me.
«E vi sarà il pasticcio?
«Lo credo! e grosso come una torre.
«Fatto dal successore di mastro Marteau?
«Per l’appunto.
«Gli hai detto ch’è per me?
«Glie l’ho detto.
«E ha risposto?....
«Che farà meglio che potrà per contentare Vostra Altezza.
«Alla buon’ora! esclamò il duca stropicciandosi le mani.
«Corbezzole! seguitò la Ramée, come vi principiate a far ghiotto,
monsignore! non vi ho mai veduto in viso tanto allegro da cinque anni
in qua».
Il principe comprese non aver saputo frenarsi abbastanza. Ma, nel
momento, come se egli avesse ascoltato alla porta e conosciuta urgente
una distrazione alle idee di la Ramée, capitò Grimaud ed accennò a
quest’ultimo che avea da dirgli qualcosa.
La Ramée si accostò a Grimaud, il quale gli parlò pian piano.
Intanto il signor di Beaufort si rimise a sesto.
«Ho già proibito a costui, egli disse, di presentarsi qui senza mia
licenza!
«Altezza, convien perdonarglielo, giacchè son’io che l’ho fatto
chiamare.
«E perchè, mentre sapete che mi spiace?
«Rammentatevi, monsignore, quel che si è fissato, che deve servirci al
famoso pasto; Vostra Altezza si è scordata del pasto?
«No, ma mi ero scordato di Grimaud.
«Sapete pure, monsignore, che senza di lui non si va a tavola.
«Ebbene, fate a modo vostro.
«Avvicinatevi, giovanotto, disse la Ramée, e state a sentire quel che
vi dico».
Grimaud si appressò con la cera più burbera che potesse.
L’altro continuò:
«Monsignore mi fa l’onore d’invitarmi a cena per domani da solo a solo».
Grimaud fece un atto che significava non capire egli in che lo
risguardasse una tal cosa.
«Sicuro, sicuro; anzi vi riguarda, poichè avrete l’onore di servirci,
senza contare che per quanto abbiamo buon appetito e gran sete, resterà
un po’ di roba in fondo ai piatti e alle bottiglie, e quella sarà per
voi».
Grimaud s’inchinò in segno di ringraziamento.
«E adesso, monsignore, proseguì la Ramée, chiedo licenza a Vostra
Altezza: pare che il signor di Chavigny debba assentarsi per alcuni
giorni, e avanti di partire mi avvisa che ha da darmi degli ordini».
Il duca procurò di ricambiare uno sguardo con Grimaud, ma l’occhio di
questo era senza sguardo.
«Andate, rispose il principe al birro; e tornate al più presto.
«Monsignore, volete forse la rivincita della partita di jeri alla
palla?»
Grimaud fece col capo un cenno impercettibile di su a giù.
«Sì; replicò il signor di Beaufort, ma badate, la Ramée, non tutte le
giornate sono eguali, ed oggi io son deciso di battervi ben bene».
La Ramée uscì. Grimaud lo seguì cogli occhi senza che il rimanente del
suo corpo scartasse di una linea. Quando vide chiusa la porta si levò
sollecito di tasca un lapis e un pezzo di carta, e disse:
«Monsignore, scrivete.
«E che ho da scrivere?»
Grimaud fece un segno col dito, e poi dettò:
«Tutto è pronto per domani sera; state in guardia dalle sette alle
nove ore; abbiate allestiti due cavalli; scenderemo dalla prima
finestra della galleria».
«E poi? domandò il duca.
«E poi? riprese Grimaud attonito, firmate.
«Niente altro?
«E che volete di più, Altezza?» ribattè Grimaud partigiano del più
rigido laconismo.
Il principe firmò.
«Adesso, soggiunse l’altro, monsignore, avete perduta la palla?
«E quale?
«Quella che conteneva la lettera.
«No; ho pensato che ci potrebbe essere utile: eccola».
Difatti di Beaufort, togliendola di sotto al capezzale, la porgeva a
Grimaud.
Questi sorrise nel modo più grazioso che stesse in lui.
«E ora? chiese il duca.
«Ora ricucirò il foglio nella pillotta, e voi, giuocando, mandate
questa nel fosso.
«Ma forse si perderà!
«Non dubitate, vi sarà qualcuno a raccoglierla.
«Un giardiniere?»
Grimaud ammiccò di sì.
«Lo stesso di jeri?»
Uguale specie di affermazione.
«Dunque il conte di Rochefort?»
Tre atti di Grimaud esprimenti di sì.
«Orsù, almeno dammi qualche dettaglio sulla maniera in cui dobbiamo
fuggire.
«Mi è proibito prima del momento dell’esecuzione.
«Chi sono quelli che mi attenderanno dall’altra parte del fosso?
«Non lo so.
«Ma dimmi almeno che cosa conterrà il famoso pasticcio, se non vuoi
ch’io impazzisca.
«Conterrà due pugnali, una fune annodata, e una _pera d’angoscia_[9].
«Bene! capisco.
«Vostra Altezza vede che ve ne sarà per tutti.
«Prenderemo per noi i pugnali e la fune, aggiunse il principe.
«E faremo mangiar la pera a la Ramée, rispose Grimaud.
«Mio caro Grimaud, replicò il signor di Beaufort, tu non parli spesso,
ma quando parli, convien renderti giustizia, dici parole d’oro!»