P. S. Firmo per intiero, giacchè sarebbe troppa vanità il supporre
che dopo cinque anni di assenza riconosceste le mie iniziali».
Per un poco il duca restò sbalordito. Quel che cercava da un
quinquennio senza aver mai potuto trovarlo, cioè un servo, un ajuto,
un amico, gli cadeva giù dal cielo in un botto allorchè meno se lo
aspettava. Guardò Grimaud con istupore, e tornò a leggere da cima a
fondo la lettera.
«Oh cara Maria!» balbettò dopo ch’ebbe finito, «dunque era dessa che
avevo veduta in carrozza! come! pensa ancora a me dopo cinque anni di
separazione! Questa, cospetto! è una costanza che non si vede se non
nell’_Astrea_!»
Indi volgendosi a Grimaud:
«E tu, brav’uomo, gli domandò, acconsenti ad ajutarci?»
Quegli fe’ segno di sì.
«E venisti qui espressamente per questo?»
Ripetuto il medesimo cenno.
«Ed io che ti voleva strozzare!» esclamò il signor di Beaufort.
Grimaud sogghignava.
«Ma aspetta!» disse il principe.
E si frugò nel taschino.
«Aspetta! continuò, e rinnuovava la prova riuscita inutile la prima
volta, non sarà detto che rimanga non premiato tanto zelo per un nepote
di Enrico IV!».
I movimenti del duca di Beaufort indicavano le migliori intenzioni del
mondo, ma una delle precauzioni prese a Vincennes erasi quella di non
lasciargli danari.
Per lo che Grimaud ch’ebbe visto il rincrescimento del duca, si levò
dalla saccoccia una borsa piena d’oro e la presentò a lui.
«Ecco, disse, quel che voi cercate».
Beaufort aprì la borsa per vuotarla nelle mani di Grimaud, ma questi
scosse la testa e indietreggiando un poco, disse:
«Grazie, monsignore, sono pagato».
Passava il duca da una ad altra sorpresa. Porse la mano a Grimaud,
costui gliela baciò rispettosamente. Grimaud aveva preso alquanto delle
maniere alla grande di Athos.
«E adesso, domandò di Beaufort, che faremo?
«Monsignore, sono le undici antimeridiane; alle due chiedete di fare
una partita alla palla con la Ramée e mandate due o tre palle per
disopra ai bastioni.
«Ebbene? e poi?
«E poi, vi aggrapperete al muro, e griderete a un uomo che lavora nei
fossi di rimandarvele.
«Capisco», rispose il principe.
Apparve somma soddisfazione in viso a Grimaud; il poco uso ch’ei faceva
della favella gli rendeva difficile il conversare.
Egli fece un atto come per andarsene.
«Ma, seguitò il duca, non vuoi accettar nulla?
«Vorrei che Vostra Altezza mi facesse una promessa.
«E quale? di’ pure.
«Che quando scapperemo, io passi sempre e dappertutto il primo; giacchè
se ripigliano Vostra Altezza, il maggior rischio per lei è di esser
rimessa nella sua prigione, mentre a me, se mi acchiappano, il meno che
possa succedere è di essere impiccato.
«È giusto, replicò il duca, e da gentiluomo sarà fatto come tu richiedi.
«Ora, proseguì Grimaud, non ho da domandarvi più altro che una cosa,
monsignore, ed è di farmi l’onore di aborrirmi quanto prima.
«Procurerò», disse il duca.
Fu bussato.
Il principe si mise in tasca biglietto e borsa, e si gettò sul letto.
Si sapeva esser quello il suo compenso nei momenti di noja. Grimaud
andò ad aprire. Era la Ramée che veniva dalle stanze del ministro
dov’era accaduta la scena già da noi narrata.
La Ramée diede intorno uno sguardo indagatore, e veduti sempre i
medesimi sintomi di antipatia fra il prigioniero e il custode sorrise
d’interna soddisfazione.
E poi disse a Grimaud:
«Bene, mio caro, benone. È stato parlato di voi dianzi in buon luogo, e
spero che abbiate presto delle notizie che non vi spiaceranno».
Grimaud salutò in un modo che cercò di rendere grazioso, e si ritirò
conforme soleva quando giungeva il suo superiore.
«Ebbene, monsignore! disse la Ramée con la sua risata grossolana, fate
sempre muso al povero giovanotto?
«Ah! siete voi, la Ramée? rispose il duca, affè gli era tempo che
veniste. Mi ero buttato sul letto, ed avevo voltato il viso verso
il muro per non cedere alla tentazione di mantener la promessa con
istrangolare quello scellerato di Grimaud.
«Dubito però assai, ribattè il birro, spiritosamente alludendo alla
mutolezza del suo subalterno, che abbia dette a Vostra Altezza cose
spiacevoli.
«Lo credo, per Diana! un mutolo d’Oriente! vi giuro ch’era tempo che
veniste, ed avevo premura di rivedervi.
«Troppa bontà, monsignore, seguitò la Ramée sensibile al complimento.
«Sì, in coscienza, continuò il principe, oggi mi sento sì poco agile
che non vi divertireste a guardarmi.
«Dunque faremo una partita alla palla, propose macchinalmente la Ramée.
«Se non v’incresce.
«Sono ai comandi di Vostra Altezza.
«Gli è, caro mio, che siete molto garbato, e vorrei rimanere
eternamente a Vincennes per avere la soddisfazione di passare la mia
vita con voi.
«Monsignore, io credo che non sarà colpa del ministro se non si
compiono le vostre brame.
«Come, come? lo avete visto da poco in qua?
«Mi ha mandato a chiamare stamane.
«Davvero! per parlarvi di me?
«E di chi volete che mi parli? se siete propriamente il suo tormento,
il suo incubo, monsignore!»
Il duca sogghignò amaramente.
«Ah! disse, se accettaste le mie offerte!
«Eh via! Altezza, si torna a discorrere di questo? ma ecco, non siete
ragionevole!
«La Ramée, vi ho detto e vi ripeto, che farei la vostra fortuna.
«E con che cosa? appena usciate di carcere saranno confiscati i vostri
beni.
«Appena io esca di carcere sarò padrone di Parigi.
«Zitto là! zitto! posso sentire cose simili, io? Bella conversazione da
tenersi a un ufficiale regio! Comprendo, monsignore, che mi toccherà a
cercare un secondo Grimaud!
«Animo, non ne parliamo più. Sicchè, fra te e il ministro si è tenuto
proposito di me? La Ramée, un giorno ch’ei ti mandi a chiamare,
dovresti indossare le mie vesti, io andrei in vece tua, lo strozzerei,
e da gentiluomo! se tu esigessi questo patto, tornerei in prigione.
«Monsignore, mi accorgo che mi toccherà far venir qui Grimaud!
«Orsù, ho torto.... E che ti ha detto l’assassino?
«Monsignore, vi meno buona questa parola perchè fa rima con
Mazzarino.... Che mi ha detto? di sorvegliarvi.
«E perchè sorvegliarmi? richiese inquieto il duca.
«Perchè un astrologo ha prognosticato che scappereste.
«Ah! un astrologo lo ha prognosticato! ripetè Beaufort quasi tremando.
«Eh sì, Dio buono! in parola d’onore, non sanno che diamine ideare per
tormentare le genti come quegl’imbecilli di stregoni.
«E che hai risposto all’illustrissimo?
«Che se l’astrologo faceva del lunarj, lo consigliavo a non comprarli.
«Perchè?
«Perchè, per fuggire bisognava diventare un fringuello o uno scricciolo.
«E hai ragione pur troppo!... Andiamo a giuocare alla palla, la Ramée.
«Domando scusa a Vostra Altezza, ma occorre che mi conceda una mezz’ora.
«E perchè?
«Perchè il signor Mazzarino ha più superbia di voi, quantunque non sia
di nascita tanto buona, e si è scordato d’invitarmi a colazione.
«Or bene, vuoi ch’io ti faccia portar da mangiare qui?
«No, no; avete da sapere che il pasticciere che stava dirimpetto al
castello, e si chiamava maestro Marteau....
«Ebbene?
«Otto giorni sono vendè il suo negozio a un pasticciere di Parigi, al
quale pare che i medici abbiano ordinata l’aria di campagna.
«E che m’importa?
«Un momento! talchè questo maledetto pasticciere ha davanti alla
bottega un mucchio di robe che fanno venire l’acquolina alla bocca.
«Ghiottone!
«Eh! non siamo mica ghiottoni, rispose la Ramée, perchè si ha caro
di mangiar bene. Sta nella natura dell’uomo di cercare la perfezione
tanto nelle sfogliate come nelle altre cose. Ora quel manigoldo,
quando mi ha visto fermare dinanzi la sua mostra, mi è venuto incontro
con la lingua tutta infarinata, dicendo: — Signor la Ramée, mi avete
da procurare per avventori i prigionieri della torre; ho comprato lo
stabilimento dal mio predecessore, perchè mi assicurava che provvedeva
il castello, eppure, sul mio onore, da otto giorni che son qua,
il signor di Chavigny non ha fatto prendere da me un biscottino. —
Ma, gli ho risposto, forse il signor di Chavigny avrà paura che le
vostre paste non siano buone. — Che non sian buone! ecco, signor la
Ramée, voglio farvene giudice, e ora subito. — Non posso, devo andare
assolutamente alla torre. — Andate pei fatti vostri, giacchè avete
premura, ma tornerete fra mezz’ora. — Fra mezz’ora? — Sì: avete fatto
colazione? — No davvero. — Dunque, ecco un pasticcio che vi aspetterà,
con una bottiglia di Borgogna vecchio.... — Sicchè, monsignore, capite
ch’essendo a digiuno, bramerei con licenza di Vostra Altezza....»
E la Ramée fece un inchino.
«Va pure, imbecille! disse il duca, ma bada che ti do una sola mezz’ora.
«Posso promettere al Marteau che sarete suo avventore?
«Sì, purchè non cacci de’ funghi nei pasticci: tu sai che i funghi del
bosco di Vincennes sono micidiali alla nostra famiglia».
La Ramée uscì senza por mente all’allusione, e dopo cinque minuti
l’ufficiale di guardia entrò col pretesto di far onore al principe
tenendogli compagnia, ma in realtà per eseguire gli ordini del
ministro, il quale conforme ci è noto, raccomandava di non perdere di
vista il prigioniero.
Ma il duca, nei cinque minuti ch’era stato solo, aveva avuto agio di
rileggere il biglietto di madama di Montbazon, da cui gli rimaneva
provato che gli amici non lo dimenticavano ed anzi si occupavano
della sua liberazione; egli ignorava con qual modo, ma si proponeva di
finire con far parlare Grimaud, in cui aveva tanto maggior fiducia, in
quanto che ormai comprendeva tutta la sua condotta, e capiva non aver
esso inventate le sue piccole persecuzioni contro di lui, se non per
togliere a’ guardiani ogni sospetto d’intelligenza seco.
Tale astuzia diede al signor di Beaufort una ottima idea del giudizio
di Grimaud, ed egli risolse di fidarsene interamente.