III.

_Due antichi nemici._

Suonavano le otto e mezza, quando d’Artagnan giungeva alla Bastiglia.

Si fece annunziare al governatore, il quale appena intese ch’ei veniva

da parte e con un ordine di monsignore, gli andò incontro fin sulla

scalinata.

Governatore della Bastiglia era in allora il signor de Tremblay

fratello del famoso Joseph, quel terribile favorito di Richelieu

sopracchiamato l’Eminenza grigia.

Allorchè il maresciallo di Bassompierre era nella Bastiglia, dove

stette dodici anni interi, ed i suoi compagni nei loro sogni di libertà

dicevano un coll’altro: Io uscirò nel tal tempo, io in tale epoca,

Bassompierre rispondeva: «Signori, ed io uscirò quando uscirà il signor

de Tremblay»; lo che significava, che alla morte del ministro non

poteva mancare che de Tremblay perdesse il suo posto alla Bastiglia e

Bassompierre ripigliasse il suo in corte.

Realmente fu vicina a compiersi la sua predizione, ma in altro modo

da quel ch’egli aveva immaginato, imperocchè, morto Richelieu, contro

ogni aspettativa, le cose continuarono a andare come per lo passato; de

Tremblay non venne fuori, e Bassompierre stette in procinto a non venir

più fuori.

Sicchè il signor de Tremblay era tuttavia governatore della Bastiglia,

quando vi si presentò d’Artagnan per eseguire i cenni di Mazzarino; lo

accolse con la maggior cortesia, ed essendo precisamente per mettersi a

tavola, lo invitò a cena seco.

«Lo farei con tutto il piacere, disse d’Artagnan, ma se non isbaglio

sulla sopraccarta è scritto: di premura.

«Sì sì, confermò de Tremblay, olà, maggiore! fate scendere il numero

256».

Chi entrava nella Bastiglia cessava d’esser uomo e diventava numero.

D’Artagnan si sentì i brividi udendo stridere le chiavi, e perciò

rimase a cavallo senza volere smontare, guardando le inferriate, le

finestre affondate, i muri enormi che non aveva mai veduti se non dal

lato opposto del fosso, e che una ventina d’anni addietro gli aveano

fatta tanta paura.

Fu dato un tocco di campana.

«Vi lascio, gli disse de Tremblay, mi chiamano per sottoscrivere il

permesso di uscita del prigioniero. A rivederci, signor d’Artagnan.

«Dio mi punisca se ti rendo il tuo augurio! bucinò d’Artagnan,

accompagnando l’imprecazione con un sorriso gentilissimo; per essere

stato cinque soli minuti nel cortile mi sento di già male. Animo,

mi accorgo che ho ancora più genio a morire sulla paglia, lo che

probabilmente mi succederà, che a porre insieme dieci mila lire di

rendita con essere governatore della Bastiglia».

Appena terminava questo monologo comparve il carcerato. Al mirarlo

d’Artagnan fece un atto di stupore, ma tosto lo represse. Quegli salì

in carrozza senza mostrare di aver ravvisato d’Artagnan.

«Signori, disse quest’ultimo ai quattro moschettieri, mi è stata

raccomandata la massima sorveglianza sul prigioniero; e siccome la

vettura non ha serratura agli sportelli, io ci salgo accanto a lui.

Signor di Lillebonne, abbiate la compiacenza di condurre scosso il mio

cavallo.

«Volentieri, mio tenente, rispose Lillebonne».

D’Artagnan scese a terra, diede la briglia del suo animale al

moschettiere, entrò nel legno, e si mise al fianco del detenuto, e con

voce nella quale non si poteva distinguere la minima emozione disse

poi:

«Al Palazzo Reale, e di trotto».

La vettura si partì, ed egli, profittando dell’oscurità che regnava

sotto la volta da traversarsi, si gettò al collo al prigioniero.

«Rochefort! esclamò, voi! siete voi! non m’inganno?

«D’Artagnan! esclamò ugualmente Rochefort attonito.

«Ah, povero amico mio! continuò d’Artagnan, non avendovi rivisto da

quattro o cinque anni, vi credevo morto.

«Eh! fece l’altro, mi pare non vi sia gran differenza tra un morto e un

sepolto, ed io sono sepolto, o poco meno.

«E per qual delitto siete nella Bastiglia?

«Volete ch’io vi dica la verità?

«Sì.

«Ebbene, non lo so.

«Diffidenza con me!

«No, da gentiluomo, mentre è impossibile ch’io vi sia per la causa di

che sono imputato.

«Che causa?

«Come ladro notturno.

«Voi ladro notturno, Rochefort! oh burlate!

«Capisco, qui ci vuole spiegazione, non è così?

«Lo confesso.

«Or bene, ecco come fu. Una sera, dopo una gozzoviglia da Reinard

alle Tuilerie con il duca d’Harcourt, Fontrailles, de Rieux ed

altri, il duca d’Harcourt propose di andare a rubare i pastrani sul

Ponte-Nuovo.... lo sapete, è un divertimento messo in gran moda dal

signor duca d’Orleans.

«Eravate pazzo, Rochefort? alla vostra età!

«No, era ubriaco; eppure siccome il divertimento mi sembrava mediocre,

progettai al cavaliere de Rieux d’essere spettatori invece che attori,

e per vedere la scena dal prim’ordine salire sul cavallo di bronzo.

Detto e fatto. Mediante gli sproni che ci servivano di staffe, in un

attimo fummo in groppa. Stavamo a meraviglia, vedevamo egregiamente.

Erano già stati portati via quattro o cinque ferraiuoli con destrezza

impareggiabile e senza che gli spogliati osassero nemmeno fiatare, ed

ecco che non so quale imbecille, meno sofferente degli altri, si mette

a gridare: pattuglia! e ci richiama a ridosso una brigata di arcieri.

Il duca d’Harcourt, Fontrailles e gli altri scappano. De Rieux vuol

fare lo stesso. Io lo trattengo, assicurandolo che nessuno verrà a

scovarci dove siamo. Egli non mi dà retta e pone il piede sullo sprone

per scendere, questo si rompe, egli cade, si rompe una gamba, e invece

di stare zitto piglia ad urlare come un indiavolato. Tento di saltare

anch’io. Era però troppo tardi, e salto nelle braccia degli arcieri,

i quali mi conducono al Castelletto, e là mi addormento ben e meglio

certissimo di uscirne all’indomani. Passa l’indomani, il posdomani e

otto giorni. Scrivo al ministro. Nel giorno stesso vengono a prendermi,

e mi portano alla Bastiglia. Ci sono da cinque anni. Supponete che sia

per aver commesso il sacrilegio di montare in groppa dietro ad Enrico

IV?

«No, avete ragione, mio caro Rochefort, non può essere per questo, ma

ora probabilmente siete prossimo a sapere il perchè.

«Ah sì! giusto, mi dimenticavo di domandarvelo; dove mi conducete?

«Dal ministro.

«Che vuol egli da me?

«Non lo so, poichè ignoravo persino di venire a cercar voi.

«È impossibile! voi, un favorito!

«Io favorito? ah! mio povero conte, sono più cadetto di Guascogna che

quando vi vidi a Meung, vi ricorderete, ohimè! più di venti anni fa».

Ed un grosso sospiro terminò la frase di d’Artagnan.

«Per altro, venite qui con un ordine.

«Perchè mi trovavo a caso nell’anticamera e Sua Eccellenza si è

diretta a me come avrebbe fatto ad un altro; ma sono sempre tenente nei

moschettieri, e se fo bene i conti, sono oramai da circa ventun’anno.

«In somma non vi sono succedute disgrazie, ed è molto.

«E che disgrazia volevate mi accadesse? come dice non so quel verso

latino, che non mi rammento più, o piuttosto che non seppi mai bene, il

fulmine non batte nelle valli, ed io sono una valle, Rochefort mio, e

delle più basse che vi siano.

«Dunque il Mazzarino è sempre Mazzarino?

«Più che mai! lo dicono maritato alla regina.

«Maritato!

«Se non le è marito, sarà forse suo amante.

«Resistere a un Buckingham, e dare ascolto ad un Mazzarino!

«Ecco come sono le donne, disse filosoficamente d’Artagnan.

«Le donne sì, ma le regine!

«Eh, Dio Santo! su questo particolare sarei per dire che le regine sono

donne due volte.

«E il signor di Beaufort è ancora carcerato?

«Sempre: perchè?

«Ah! gli è che siccome mi voleva bene, avrebbe potuto levarmi di guai.

«Voi siete forse più vicino di esso ad esser libero, e leverete lui di

guai.

«Allora la guerra?

«L’avremo quanto prima.

«Con lo Spagnuolo?

«No, con Parigi.

«Che intendete mai dire?

«Udite voi queste schioppettate?

«Sì, e poi?

«E poi, sono i borghesi che palleggiano aspettando partita.

«E che pensate forse che vi sarebbe da fare qualche cosa dei borghesi?

«Eh sì; promettono, e se avessero un capo che di tutte le comitive

formasse un attruppamento....

«Peccato di non esser libero!

«Oh! Dio buono, non vi disperate. Se il Mazzarino vi fa chiamare, è che

ha bisogno di voi; e se ne ha bisogno, affè! me ne congratulo con voi.

Da molti anni nessuno ha più necessità di me, e perciò vedete a che

punto sono.

«Lagnatevi, sì! ve lo consiglio!

«Ascoltatemi, Rochefort.... una convenzione....

«E quale?

«Sapete che siamo buoni amici....

«Gnaffe! e porto i segni della nostra amicizia, tre stoccate!...

«Or via, se ritornate in credito, in favore, non vi scordate di me.

«Da Rochefort che sono: ma a cosa reciproca.

«Fissato: ecco la mano. Sicchè alla prima occasione che incontrate di

parlare di me....

«Ne parlo; e voi?

«Lo stesso.

«A proposito, e i vostri amici, s’ha da parlare anche di loro?

«Che amici?

«Athos, Porthos e Aramis; li avete obliati?

«Quasi.

«Cosa è stato di loro?

«Non lo so.

«Davvero!

«Oh sì.... ci siamo lasciati come vi è noto; vivono, questo è quanto

posso dire; tratto tratto ne ho notizie indirette, ma in che luogo del

mondo siano, diavol mi porti se lo so.... no, in parola d’onore! non ho

più altro amico che voi, Rochefort.

«E l’illustre.... come chiamavate quel ragazzo ch’io feci sergente nel

reggimento di Piemonte?

«Planchet.

«Bravo! e dell’illustre Planchet che ne fu?

«Ha sposata una bottega da confettiere in via dei Lombardi. È un

giovane ch’è stato sempre propenso per le dolcezze, talchè è borghese

di Parigi, e secondo ogni probabilità adesso susurra. Vedrete che quel

briccone sarà scabbino prima ch’io sia capitano.

«Animo, caro d’Artagnan, un po’ di coraggio; quando appunto uno è sul

più basso della ruota, la ruota gira e vi rialza. Forse stassera subito

si cambierà la vostra sorte.

«Amen! disse d’Artagnan, facendo fermare la carrozza.

«Che fate? domandò Rochefort.

«Fo, che siamo arrivati, e non voglio esser visto a uscire dal vostro

legno: noi non ci conosciamo.

«Avete ragione: addio.

«A rivederci; rammentatevi la vostra promessa».

D’Artagnan rimontò a cavallo, e si rimise alla testa della scorta.

Dopo cinque minuti entravano tutti nel cortile del Palazzo Reale.

D’Artagnan guidò il prigioniero per la scala grande e gli fece

traversare l’anticamera e la galleria. Giunto all’usciale del gabinetto

di Mazzarino, si disponeva a farsi annunziare, ma Rochefort gli mise la

mano su la spalla.

«D’Artagnan, gli disse sorridendo, volete ch’io vi confessi una cosa

a cui ho pensato in tutto il viaggio mirando i gruppi di borghesi che

guardavano voi e i vostri quattro uomini con occhi infuocati?

«Dite pure.

«Che mi sarebbe bastato di gridare ajuto, per farvi fare in pezzi voi e

la vostra scorta, ed allora ero libero.

«Perchè non lo faceste?

«Oh via! e l’amistà giurata?... se fosse stato un altro fuor di voi che

mi avesse condotto, non direi....»

D’Artagnan chinò il capo, dicendo:

«Che Rochefort sia diventato migliore di me?»

E fe’ dar avviso al ministro d’esser egli colà.

«Passi il signor di Rochefort, disse Mazzarino impaziente quando

ebbe inteso profferire i due nomi, e pregate il signor d’Artagnan di

aspettare; non ho ancora terminato con lui».

A queste parole d’Artagnan si rallegrò. Secondo aveva osservato, da

molto tempo nessuno aveva avuto bisogno di lui, e l’insistenza del

ministro a suo riguardo gli parve di buon augurio.

A Rochefort essa non produsse altro effetto se non di porlo in maggior

cautela. Egli entrò nel gabinetto, e trovò Mazzarino seduto a tavolino

col suo vestimento consueto.

Furono chiuse le porte. Rochefort sbirciò da un canto Mazzarino, e

sorprese un’occhiata del ministro che incrociavasi colla sua.

Il ministro era sempre lo stesso, ben pettinato, acconciato, pien

d’odori, e mercè questa sua eleganza non mostrava l’età che aveva.

Di Rochefort il caso era diverso, ed i cinque anni passati in carcere

avevano invecchiato d’assai questo degno amico di Richelieu; i capelli

neri gli erano diventati bianchi, al colore bronzino della carnagione

subentrava una pallidezza che sembrava una specie di sfinimento. Al

vederlo Mazzarino scosse un poco la testa con un atto ch’esprimeva:

«Ecco un uomo che non mi pare più buono a gran cosa!»

Dopo un silenzio, che in realtà fu molto lungo, e che a Rochefort parve

un secolo, Mazzarino cavò da un fascio di fogli una lettera aperta, e

mostrandola al gentiluomo, gli disse:

«Signor de Rochefort, ho trovato una lettera con la quale reclamate la

vostra libertà. Siete dunque in prigione?»

L’altro balzò a tal domanda.

«Ma!... mi sembrava che Vostra Eccellenza lo sapesse meglio di chiunque.

«Io? niente affatto. V’è tuttora nella Bastiglia una quantità di

detenuti che vi stanno sino dal tempo del signor di Richelieu e di cui

neppure so i nomi.

«Oh! ma di me gli è tutt’altro, monsignore, e il mio vi è noto, giacchè

per un ordine di Vostra Eccellenza fui trasportato dal Castelletto alla

Bastiglia.

«Credete?

«Ne son certo.

«Sì.... mi pare di ricordarmene.... Non ricusaste in addietro di fare

un viaggio per la regina a Brusselles?

«Ah ah! ecco dunque la vera causa! da cinque anni la ricercavo, e

sciocco che sono! non la rinvenivo.

«Non vi dico già che quella sia la causa del vostro arresto,

intendiamoci; vi fo soltanto questa interrogazione: non negaste di

andare a Brusselles per servizio della regina, mentre avevate aderito a

andarvi per servizio del defunto Richelieu?

«Appunto perchè mi ci ero recato per il defunto ministro, non potevo

tornarci per la regina. Ero stato a Brusselles in una terribile

circostanza. Fu all’epoca della congiura di Chalais. V’ero andato per

sorprendere la corrispondenza di Chalais con l’arciduca, e già allora

quando fui riconosciuto ebbi ad esser fatto in pezzi[5]. Come volevate

che vi tornassi? compromettevo la sovrana, anzi che giovarle.

«Or bene, capite? ecco come sono male interpretate le migliori

intenzioni, mio caro signor di Rochefort. La sovrana vide nel vostro

rifiuto un rifiuto puro e semplice; aveva avuto da dolersi moltissimo

di voi sotto il fu ministro, Sua Maestà la regina!»

Il gentiluomo sorrise con disprezzo.

«Precisamente perchè avevo servito bene il signor di Richelieu contro

la regina, morto lui, dovevate comprendere, monsignore, che vi servirei

bene contro a tutti.

«In verità, signor di Rochefort, io non sono come il signor di

Richelieu che mirava all’onnipotenza; io sono un semplice ministro

che non ho bisogno di servi, essendo io servo della regina. Orsù, Sua

Maestà è puntigliosa, avrà saputa la vostra ripulsa, l’avrà presa per

una dichiarazione di guerra, e conoscendo quanto siete uomo superiore,

e in conseguenza pericoloso, mi avrà comandato, mio caro signor di

Rochefort, di assicurarmi di voi.... Ed ecco in che modo vi trovate

alla Bastiglia.

«Ebbene, monsignore, mi pare che se mi ci trovo per un abbaglio....

«Sì sì, tutto questo può aggiustarsi.... Voi siete capace di capire

certi affari, e una volta capiti, mandarli innanzi per bene.

«Tale era l’opinione del signor di Richelieu, e la mia ammirazione per

quel grande uomo maggiormente si accresce dacchè vi compiacete dirmi

ch’è pure la vostra.

«È vero, soggiunse Mazzarino, il defunto ministro aveva molta politica:

questa costituiva la sua superiorità su di me, che sono un uomo

semplice e senza secondi fini; è quello il mio danno, di avere una

franchezza addirittura francese».

Rochefort ai morse il labbro per non ridere.

«Sicchè, vengo alla sostanza: ho bisogno di buoni amici, di servi

fedeli; quando dico: ho bisogno, voglio dire: ne ha bisogno la regina.

Io non fo nulla se non per comando della regina, intendete? non sono

come il signor di Richelieu che faceva tutto a suo capriccio. E perciò

non sarò mai un grand’uomo a pari suo, ma invece sono un uomo buono,

signor di Rochefort, e spero di provarvelo».

Rochefort conosceva quella voce melata in cui entrava tratto tratto un

fischio simile a quel della vipera.

«Sono prontissimo a creder tutto, monsignore, ei rispose, quantunque

dal canto mio abbia avuto poche prove di quella _bontà_ di cui parla

Vostra Eccellenza. Non vi dimenticate (seguitò veggendo l’impressione

che cercava di occultare il ministro) che da cinque anni io sono nella

Bastiglia, e non v’è niente che guasti tanto le idee come il guardare

le cose dalle inferriate di un carcere.

«Ah! signor di Rochefort, vi ho di già dichiarato che non ci avevo che

fare, nella vostra carcerazione.... La regina.... collera di donna e di

principessa, che volete? ma passa da sè com’è venuta, e poi non ci si

pensa più....

«L’intendo, monsignore, che non vi pensi più, essa che ha passati quei

cinque anni nel Palazzo Reale tra le feste ed in mezzo ai cortigiani;

io però che gli ho consumati in prigione....

«Ma Dio buono! caro di Rochefort, vi figurate che il Palazzo Reale sia

un soggiorno molto allegro? no no: anche noi, vi assicuro, vi abbiamo

avuti grandi tormenti. Ma basta, non discorriamo più di questo. Io

giuoco a giuoco scoperto, al mio solito: orsù, siete dei nostri?

«Monsignore, dovete capire che non bramo di meglio; bensì, non sono

più a giorno di nulla. Alla Bastiglia non si chiacchiera di politica se

non con i soldati e i carcerieri, e non avete idea quanto quelle genti

siano poco istruite di quel che succede. Io sono ancora al signor di

Bassompierre.... È sempre uno dei diciassette signori?

«È morto, e questa è una gran perdita. Era uomo zelante per la regina,

e gli uomini zelanti sono rari!

«Per Diana! lo credo, fece Rochefort, quando ne avete li mandate alla

Bastiglia!

«Ma infatti, disse Mazzarino, che cosa prova la devozione, lo zelo?

«L’azione, replicò Rochefort.

«Ah! sì, l’azione, ripetè il ministro riflettendo, ma dove trovarli gli

uomini da azione?»

Rochefort tentennò il capo.

«Non ne mancano mai: egli è soltanto, monsignore, che voi cercate male.

«Come, male? che volete dire, mio caro?... Dovete aver imparato di

molto nell’intima vostra relazione col defunto ministro.... Ah! era un

uomo sì grande!

«Vostra Eccellenza si sdegnerà se moralizzo un pochino?

«Io? mai; sapete che a me si può dir tutto; procuro di farmi amare, e

non temere.

«Or bene, monsignore, nella mia prigione è un proverbio scritto sul

muro colla punta di un chiodo.

«E che proverbio?

«Eccolo: _Tal padrone_.....

«Lo conosco: _tal servo_.

«No: _tal servitore_; egli è un piccolo cambiamento che gli zelanti

di cui vi parlavo pocanzi vi hanno introdotto per loro particolare

soddisfazione.

«E che significa il dettato?

«Che il signor di Richelieu seppe trovare dei servitori zelanti, e a

dozzine.

«Egli! egli, punto di mira di tutti i pugnali! egli che passò tutta la

vita a parare i colpi che gli si vibravano!

«Ma tanto li parò, eppure erano scagliati fortemente. E che se aveva

dei buoni nemici, aveva anche buoni amici.

«Ma questo è quanto io chiedo.

«Ho conosciute delle genti, continuò Rochefort stimando giunto il

momento di mantener la parola a d’Artagnan, che con l’arte loro

delusero cento volte la penetrazione del ministro; genti, che senza

danaro, senza appoggio, senza credito, conservarono una corona ad una

testa coronata e fecero domandar grazia al ministro.

«Ma coloro che voi menzionate, soggiunse Mazzarino sorridendo fra sè

perchè Rochefort arrivava dov’egli bramava condurlo, coloro non erano

devoti al ministro, mentre contrastavano contro di lui.

«No, giacchè sarebbero stati ricompensati meglio; ma avevano la

disgrazia di esser devoti a quella stessa regina per la quale testè

domandavate dei servitori.

«Ma come potete sapere tutto questo?

«Lo so, perchè coloro erano in quell’epoca miei nemici, perchè

lottavano contro di me, perchè ad essi io feci quanto male potei,

perchè me lo resero meglio che poterono, perchè uno di loro con cui

avevo avuto che fare più particolarmente mi diede una stoccata saranno

ora sette anni: era la terza che ricevevo dalla medesima mano.... la

fine di un vecchio conto....

«Ah! disse Mazzarino con somma bonarietà, se conoscessi simili

soggetti!...

«Eh, monsignore! ne avete uno alla vostra porta da sei anni, e che da

sei anni non avete giudicato buono a nulla.

«E chi?

«D’Artagnan.

«Quel Guascone! esclamò Mazzarino fingendosi egregiamente sorpreso.

«Quel Guascone salvò una sovrana, e fece confessare al Richelieu che

in materia di abilità, d’arte e di politica, egli era uno scolare e non

più.

«Davvero?

«Tal quale ho l’onore di riferire a Vostra Eccellenza.

«Raccontatemi un po’ tutto ciò, caro signor di Rochefort.

«È difficilissimo, monsignore, fece sorridendo il gentiluomo.

«Dunque, me lo racconterà da sè.

«Ne dubito.

«E perchè?

«Perchè non è un segreto suo proprio, perchè, come vi dissi, è il

segreto di una grande regina.

«Ed era solo per compiere una simile impresa?

«No; aveva tre uomini, tre prodi che lo secondavano; prodi, come voi,

monsignore, pocanzi ne cercavate.

«E quei quattro uomini erano uniti, voi dite?

«Come se fossero stati uno solo, come se i quattro cuori avessero

balzato in un petto stesso.... E perciò, che non fecero quei quattro!

«Mio caro Rochefort, voi stimolate la mia curiosità ad un tal segno che

non ve lo so esprimere. E non potreste narrarmi quella storia?

«No; ma posso dirvi una novella, una vera novella da fate, vi assicuro,

monsignore.

«Oh! ditemela, signor di Rochefort, mi piacciono assai le novelle.

«Volete voi, monsignore? disse Rochefort procurando di discernere

un’intenzione su quel viso accortissimo e scaltro.

«Sì, sì....

«Or bene, ascoltate. V’era una volta una regina.... regina potente,

regina di uno dei più grandi regni del mondo, a cui un gran ministro

voleva molto male per averle voluto prima molto bene.... Oh! non

istate a cercare, non indovinereste chi era: tutto ciò accadde molti

anni avanti che voi veniste nel reame dove regnava quella regina. Or

dunque, venne alla corte un ambasciatore sì valoroso, sì ricco e sì

elegante, che tutte le donne ne andavano pazze, e la regina stessa,

senza dubbio per ricordo della maniera colla quale esso aveva trattati

gli affari dello Stato, ebbe l’imprudenza di dargli un certo finimento

di gioje tanto rimarchevole che non gli si poteva sostituirgliene alcun

altro. Siccome il finimento veniva dal re, il ministro indusse questo

ad esigere dalla principessa che le dette gioje figurassero addosso

a lei alla prossima festa da ballo. È inutile dirvi, monsignore,

che il ministro sapeva da fonte sicura che le gioje erano andate

coll’ambasciatore, il quale era lontano lontano di là dai mari. La

gran regina era rovinata, rovinata quanto l’infima delle sue suddite,

giacchè decadeva da tutta la sua grandezza.

«Davvero! fece Mazzarino.

«Ebbene! quattro uomini decisero di salvarla. Questi non erano

principi, non duchi, non soggetti potenti, neppur ricchi, ma quattro

soldati, che avevano cuor grande, braccio buono, franca spada.

Partirono. L’Eccellenza era informata della loro partenza, ed aveva

impostati dei servi sulla strada per impedire ch’essi giungessero

alla loro meta. Tre furono ridotti in grado da non più combattere dai

numerosi assalitori; ma uno solo arrivò in porto, ferì od uccise quei

che volevano arrestarlo, varcò il mare, e riportò il finimento alla

grande regina, che potè ornarsene il giorno stabilito.... per cui il

ministro fu lì lì per dannarsi. Che dite di quest’azione, monsignore?

«Magnifica! disse Mazzarino fattosi pensieroso.

«Or bene, io ne so dieci consimili».

Mazzarino non parlava più, rifletteva.

Scorsero cinque o sei minuti.

«Non avete più niente da domandarmi, monsignore? fece Rochefort.

«Anzi, sì.... E il signor d’Artagnan era uno di quei quattro?

«Fu esso che diresse tutta l’impresa.

«E gli altri, chi erano?

«Permettetemi di lasciare a d’Artagnan la cura di nominarveli. Erano

amici suoi e non miei; egli solo avrebbe su di loro qualche influenza,

ed io nemmeno li conosco pei loro veri nomi.

«Diffidate di me, signor Rochefort! Ebbene, io sarò schietto sino

all’ultimo: ho bisogno di voi, di lui, di tutti.

«Cominciamo da me, Eccellenza, poichè mi avete mandato a chiamare e

sono qui; poi passerete a loro. Non vi sorprenderà la mia curiosità:

quando uno è in prigione non gl’incresce di sapere dove si voglia

mandarlo.

«Voi, mio caro signor di Rochefort, avrete il posto di confidenza;

andrete a Vincennes, dov’è prigioniero il signor di Beaufort.... Eh!

che avete?...

«Ho, che mi proponete una cosa impossibile, rispose Rochefort muovendo

la testa con sommo dispiacere.

«Come, impossibile! e perchè è impossibile?

«Perchè il signor di Beaufort è amico mio, o piuttosto io sono amico

suo.... vi dimenticate che fu egli che garantì per me alla regina?

«Da quel tempo in poi, è nemico dello Stato.

«Sì, può darsi; ma siccome io non sono nè re, nè regina, nè ministro,

non è nemico a me, e non posso accettare la vostra offerta.

«È questa quella che chiamavate devozione? me ne congratulo con voi! la

vostra non vi obbliga a molto, no!

«E poi, monsignore, comprenderete che uscire dalla Bastiglia per

entrare a Vincennes non è altro che mutar carcere.

«Dite subito che siete del partito di Beaufort, e userete più

schiettezza.

«Sono stato rinchiuso tanto tempo che son di un sol partito, cioè

di quello dell’aria aperta. Impiegatemi a tutt’altro, speditemi con

qualche missione, occupatemi attivamente, ma sulle strade maestre se si

può!

«Caro signor di Rochefort, seguitò Mazzarino in atto beffardo, il

vostro zelo vi trasporta; vi tenete tuttora per giovinotto perchè il

cuore c’è sempre, ma vi mancherebbero le forze. Date retta a me, quel

che adesso vi abbisogna è il riposo.... Olà! qualcuno!

«Non decidete dunque nulla, monsignore?

«Al contrario, ho deciso».

Venne Bernouin.

«Chiamate un usciere, disse il ministro, e restate vicino a me»,

continuò più adagio.

Entrò l’usciere. Mazzarino scrisse poche parole e gliele consegnò. Indi

fece col capo un saluto, dicendo:

«Addio, signor di Rochefort».

Rochefort fe’ un inchino rispettoso.

«Vedo, monsignore, che mi devono ricondurre alla Bastiglia.

«Avete una grande intelligenza!

«Io ci torno; ma ve lo ripeto, avete torto di non volere impiegarmi.

«Voi! l’amico de’ miei nemici!

«Che volete? dovevate farmi nemico dei vostri nemici.

«Credete che non vi siano altri che voi? statene persuaso, ne troverò

che vagliano da quanto voi.

«Ve lo auguro, monsignore.

«Va bene; andate, andate.... Appunto, è inutile che mi scriviate più,

signor di Rochefort, le vostre lettere sarebbero lettere perdute.

«Ho cavato i marroni di sul fuoco! brontolò ritirandosi il gentiluomo,

e se d’Artagnan non è contento di me quando or ora gli racconterò

l’elogio che di lui ho fatto, bisogna che sia molto difficile.... Ma

dove diamine mi conducono?»

Egli è che Rochefort veniva guidato per la scala piccola anzi che

passare nell’anticamera ove lo attendeva d’Artagnan. Nel cortile trovò

la sua carrozza e i suoi quattro uomini di scorta, ma invano cercò

dell’amico.

«Ah ah! disse fra sè, ecco un gran cambiamento di cose, e se v’è sempre

egual quantità di plebe per le vie, procureremo di provare al Mazzarino

che siamo tuttora buoni ad altro, grazie a Dio, che a custodire un

prigioniero».

E Rochefort saltò in carrozza, leggiero e svelto come se avesse avuto

venticinque anni.

Venti anni dopo · 第 6 / 130 题