CAFFARELLI (Gaetano), il di cui vero nome di famiglia era Ma

DIZIONARIO DEGLI SCRITTORI DI MUSICA

C. — K.

DIZIONARIO

_STORICO-CRITICO_

DEGLI SCRITTORI DI MUSICA

E DE' PIÙ CELEBRI ARTISTI

_DI TUTTE LE NAZIONI_

SÌ ANTICHE CHE MODERNE

_DELL'AB. GIUSEPPE BERTINI_

MAESTRO DELLA REGIA IMPERIAL CAPPELLA PALATINA

_In medio omnibus

Palmam esse positam qui artem tractant musicam._

Ter. Prol. in Phor.

TOMO SECONDO

PALERMO

DALLA TIPOGRAFIA REALE DI GUERRA.

1815.

ESAME

DELLE RIFLESSIONI CRITICHE

SOPRA IL DIZIONARIO STORICO CRITICO

DEGLI SCRITTORI DI MUSICA &c.

DELL' AB. GIUSEPPE BERTINI

_Tanti non est, ut placeum tibi._ Martial

Vantavasi Arlecchino in sulle scene di aver fatto molto rumore al mondo,

perchè servito avea alcun tempo di tamburo in un reggimento. _L'autore

di queste riflessioni_ con maggior ragione di Arlecchino può vantarsi di

aver fatti de' rumori nel mondo letterario, or con una _lettera_, poi

con un'altra, come _Musico_: poi con un _Panegirico_, come _Oratore_: e

finalmente con le presenti _Riflessioni_, come _Critico_[1]. I primi ed

ultimi accessi della sua tipomanìa non gli hanno prodotto che sintomi

musici, e da queste sue _riflessioni musico-critiche_ ben può

giudicarsi, s'egli possiede l'arte di far rumore: _Sunt verba, et voces,

prætereaque nihil_. Ma lasciamo da parte queste bagattelle, andiamo al

serio.

Credendosi costui essere un gran barbassoro, alza cattedra di critica,

di logica, di musica, ed in tuono della più ridicola pedanterìa, dà

avvertimenti, spaccia delle massime, profferisce sentenze. Attacca egli

da prima il titolo del mio Dizionario come _meno modesto_ di quello de'

Signori _Choron_, e _Fayolle_ (di cui non ne sa che il solo titolo da me

riferito nell'Introduzione), perchè costoro si contentano di chiamare il

suo solamente _Storico_, ed io ho dato in oltre al mio il nome di

_Critico_. Nel suo Lexicon, _critico impertinente e satirico_ sono

sinonimi, ed in questo senso infatti possono dirsi _critiche_ le di lui

_riflessioni_. Io non starò qui a dar la vera idea di tal nome, poichè

da niuno fuorchè da lui s'ignora. _Veggiamo però_ (sono sue parole )

_quanto in conseguenza dell'intento condotto a fine, possa il nuovo

dizionario del Bertini meritare il titolo che lo decora; e diamo a

questo autore qualche utile avvertimento per la continuazione della sua

opera._ Si ammiri quì la modestia del nostro critico, e la generosità

insieme di comunicare i suoi lumi. Pria che io gli faccia le mie scuse,

di non esser ito in cerca delle sue vaste cognizioni, e gliene renda le

dovute grazie per avermi in ciò prevenuto, favorirà dirmi _ubi litteras

musicas didicit_? Dai bei libri, di cui egli ha regalato sinora il

pubblico intorno alla musica, non dà certo grande idea delle sue

cognizioni musicali, anzichè dà a divedere abbastanza, quanto sia in

dietro rapporto alla conoscenza de' nuovi progressi di quest'arte, e

scienza, e da migliori e più recenti scrittori, cosichè parmi che non

sia egli in istato di darmi _qualche utile avvertimento per la

continuazione della mia opera_, di cui quasi si lagna _di non aver

ancora felicemente che un sol volume_, quasi che io mi fossi seco o col

pubblico obbligato di dare in pochissimi giorni il compimento

dell'opera.

_Esaminiamo dapprima_ (prosiegue egli) _l'introduzione per formar la

quale confessa l'autore essersi servito dell'opera di M. Choron_,

Principes ec. _All'ombra di questo celebre scrittore il Sig. Bertini

spaccia delle opinioni che ci sono sembrate ardite, poco musicali e

niente filosofiche._ In ogni parola non vi scorgete che bile, malignità,

contraddizione. Per far presente a' miei lettori sotto quanti e quali

rapporti può considerarsi la musica, in una nota dell'introduzione a piè

di pagina io li avverto che a formare un tal quadro mi sono servito

dell'eccellente opera di M. Choron; ed egli ciò malignamente rileva,

quasichè accusar mi volesse come _plagiario_, titolo che esclusivamente

a lui cedo, e che a ragione egli merita per le sue _rapsodie musicali_,

o lettere pretese _filarmoniche_. Chiama quindi celebre scrittore M.

Choron, senz'avere altra notizia dell'esistenza di questo autore e de'

suoi scritti, che dal mio Dizionario, ed _all'ombra_ di costui, dice

egli di _aver io spacciate delle opinioni_ a suo parere _ardite, poco

musicali e niente filosofiche_. Se queste opinioni appartengono a M.

Choron, come par ch'egli l'insinui, perchè lo chiama _celebre_? Se non

sono di costui, perchè dire che io le ho spacciate _all'ombra_ del

medesimo? Questo gran maestro di logica non sa abbastanza difendersi dai

parologismi e dalle contraddizioni.

Prosiegue il critico. _Dà egli_ (Bertini) _una nuova definizione della

composizione musicale in questi termini. La composizione è l'arte di far

della musica. Così un inetto autor di rettorica definito avea

l'eloquenza l'arte di far de' discorsi. Questo retore avea certo bisogno

di studiar la logica._ Quì sua industria stà nel gettar un pò di polvere

negli occhi al suo lettore, e sorprenderne l'accortezza. Mette in

antitesi la mia definizione con quella del suo inetto retore, e se gli

riesce dar così ad intendere che l'una e l'altra manchi alle regole di

una buona logica. Vediamolo, mentre egli ne esce con un salto,

protestando che in _quanto alla definizione del Bertini non si prende la

pena di esaminarla_.

Perchè una definizione sia compita ed esatta dee ella indicare il genere

o la specie prossima a cui la cosa appartiene e la differenza che la

distingue da tutte le altre del medesimo genere, o della medesima

specie. Quindi vien bene definita la composizione _l'arte di far della

musica_, perchè si contiene prossimamente nel genere d'ogni sorta di

musica, e mal si diffinisce _l'arte d'inventar dei canti e di

accompagnarli con conveniente armonia_, poichè questa differenza non la

distingue abbastanza da tutte le altre specie di musica, che esser

possono senza veruno accompagnamento. Quì non si tratta di Contrappunto,

che _non è se non un ramo della Composizione_, e l'inganno del nostro

Critico consiste nel confonder questa con quello, come espressamente lo

aveva io avvertito di Sulzer alla pag. XX, del mio Discorso preliminare.

Ma egli senza volersi prender la pena di esaminare, vuol far rumore a

torto ed a dritto.

_Venendo poscia l'autore_ (egli dice) _all'enumerazione delle differenti

parti che compongon la musica in generale, considera l'erudizione

musicale come parte di quella riguardata quale scienza; ed eccoti in tal

guisa confusa la storia colla scienza._

Da che nello scorso settembre uscì nel pubblico il _Prospetto_ del mio

Dizionario, per un principio di quell'urbanità e buona educazione, mercè

la quale tanto riluce nel suo ordine[2], e nella civile società questo

Polifemo della pedanterìa, debaccando da per tutto recava argomenti

della mia insufficienza, e ne deduceva a suo modo le prove da quel

_Prospetto_ medesimo: tra queste l'invincibile era a suo avviso l'aver

io posto la storia nella classe delle scienze. Egli ha avuta una così

dolce insieme e superba compiacenza di questa sua critica, che viene ora

buonamente a ripeterla in queste delicate riflessioni. Ma se letto

avesse il Cancellier Bacone nella divisione, che egli fa delle scienze,

trovata appunto avrebbe la _Storia_ nella loro classe riposta: se letto

avesse il _Discorso preliminare dell'Enciclopedia_, il capo d'opera di

M. D'Alembert, dove egli dà la genealogia e l'enumerazione delle

scienze, vi avrebbe trovata a queste annoverata la _Storia_. _La

Chronologie et la Géographie_, egli dice, _sont les deux rejettons et

les deux soutiens de la science de l'Histoire_ (pag. 57.) E nei suoi

Elementi di filosofia: _Dans la plupart des sciences, telles que la

Physique, la Medicine, la Jurisprudence et l'Histoire_, etc. (pag. 41.)

Eccoti dunque in tal guisa confusa la storia colla scienza. Ma priacchè

egli abbracciato avesse _invitâ Minervâ_ il mestier di Censore, avrebbe

dovuto studiar a fondo il soggetto, misurar le sue forze, disaminar bene

_quid valeant humeri quid ferre recusent_, non avventurare a caso ed a

tastoni la sua critica, ed esporsi così alle risa degli uomini di buon

senso. Ci lusinghiamo, che il passato gli serva di lezione per

l'avvenire, e che si guarisca dalla manía di censurare e di scrivere, o

che s'impegni almeno a far ciò con più di posatezza e di senno.

All'ignoranza egli unisce ancora la mala fede. _Il Sig. Bertini

asserisce_ (sono sue parole) _che il sistema del basso fondamentale e

dei rivolti del Rameau è stato rovesciato dall'ill. Eximeno._ Reca

quindi più passaggi di questo autore, dove parla del basso fondamentale,

e tronca uno di questi rapportandone soltanto quella porzione, in cui

Eximeno trova _Rameau_ degno di lode: in questa maniera vuol egli

mostrar falsa la mia asserzione. Ma il basso fondamentale, che insegna

l'Eximeno è lo stesso, che quello del sistema di Rameau? e nol confuta

anzi chiaramente? Ecco l'intero luogo dell'Eximeno recato a metà dal

Censore. _Sebben errò, al mio parere, il Sig. Rameau nell'origine e

nelle regole del basso fondamentale, è nondimeno degno di somma lode_

ec. E più espressamente nella sua Introduzione, pag. 55: _Il nome di

basso fondamentale è stato inventato dal cel. Sig Rameau: e sebbene

l'origine e le regole da lui stabilite circa questo Basso saranno in

quest'Opera rifiutate, nondimeno s'è ritenuto il nome_ ec. L'Eximeno

tenne parola, rovesciò il sistema nello stesso capitolo citato dal

Censore, e ne serbò solo il nome. A che far dunque tanti rumori? In

quanto alla dottrina dei rivolti, niuno mette in dubbio la loro utilità,

e solo dal P. Sacchi, e dal Bertini, _non sognando_ si sostiene, che il

metodo degli antichi su i rivolti per la facilità e chiarezza, che

maggiore non potrebbe desiderarsi, è preferibile di molto a quello dei

moderni, Rousseau, Rameau, e d'Alembert, i quali colla loro

dimostrazione teorica l'hanno anzi che no inviluppato, reso più

difficile, e per conseguenza inutile. “Le speculazioni, i discorsi, le

dispute, che i moderni ne hanno fatte, e tuttavia ne fanno, quale

vantaggio mai hanno arrecato all'arte? In quale parte per essi o più

perfetto, o più facile è divenuto l'artificio musicale?” (_Sacchi, Lett.

a M. Pichl_). Se il Censore si fosse presa la pena di comparare il

semplicissimo sistema dell'Eximeno intorno ai rivolti a quello

intrigatissimo del Rameau, l'avrebbe trovato tutt'altro di quel che dà

ad intenderlo, e così svanita sarebbe la di lui maraviglia per quel che

dice questo autore in favor de rivolti. Ma egli malignamente confonde

l'una cosa con l'altra, _miscet quadrata rotundis_, e non fa che rumori.

_In questa contingenza Bertini_ (egli prosiegue) _dopo d'aver trattato

il Rameau come trattansi i grand'uomini da chi non è alla portata di

conoscerli, finisce in tali termini, ec._ Come ci entra quì

_contingenza_, sel veda egli che ama usar delle parole oltre al senso

stabilito dalla convenzione degli uomini. E dopo aver riferite le mie

stesse parole, così poi termina: _Ecco per tanto Rousseau, e d'Alembert,

Condillac ed intere accademie tacciate di presunzione e d'ignoranza di

cose musicali_. Quì scambia le accademie di scienze per accademie di

musica, mentre pretende che quelle non ignorassero le cose musicali.

_L'onore di questa critica era riserbato all'autore del dizionario l'ab.

Bertini._ Rameau è l'oracolo del Censore, ed ei dà dell'anatema a tutti

coloro che osano contraddirlo in qualche cosa: _ipse dixit_, e tanto

basta. Rameau è il suo idolo, e egli come Don Chisciotte si crede in

dovere di brandir la lancia in difesa della sua Dulcinea. Chi contende

frattanto al Rameau il titolo di grand'uomo in riguardo a moltissime

cose, ch'egli ha scritto utilissime alla pratica? chi niega esser egli

stato uno dei più celebri musici della Francia? Il dettaglio dei servigj

resi da lui a quest'arte si appartiene all'articolo che di lui verrà

fatto a suo luogo: nel Discorso preliminare non si attacca che il suo

sistema di teoria musicale, il quale non è più che un sistema, del di

cui successo dubitava egli stesso, come può vedersi da due lettere da

lui scritte al P. Martini, a cui l'Instituto di Bologna rimesso ne aveva

l'esame. Da me non se n'è dato altro giudizio oltre a quello che ne han

recato i grand'uomini, e musici filosofi di tutte le colte nazioni,

senza eccettuarne gli stessi di lui nazionali non inferiori di merito ai

d'Alembert, Rousseau, Condillac, quivi da me riferiti. Costoro, dopo un

esame imparziale di quel sistema, non per via di vane declamazioni, e di

pedantesca ciarlataneria, armi usate dal nostro ridicolo censore, ma con

valevolissime ragioni dimostrato ne hanno l'incoerenza, i difetti, e

l'inutilità insieme. Le accademie stesse non sono tribunali infallibili,

e i loro giudizj non sono inappellabili, questi debbono riguardarsi

relativamente ai lumi dal secolo, in cui sono stati profferiti. Gli

elogj e le censure non vanno a numero, ma a peso.

Io so che il buon uomo ha poi le sue ragioni di lodare a torto ed a

dritto il gran Rameau. _All'ombra di questo celebre scrittore_ non va

egli superbo di essere autore di due lettere di ciarlataneria musicale?

e quel ch'è più, ci minaccia anche della terza, e quarta. Come minaccia

eziandio di continuare la luminosa sua critica, e le sue sensatissime

riflessioni. In quanto a me basta di avere così additato _ex ungue

leonem_.[3] Chechè in avvenire farà, dirà, scriverà contro di me, io

profitterò della favoletta del Boccalini. “Un viaggiatore nojato al

sommo dal romor delle cicale, come gli saltò in testa di ammazzarle, non

fece che sviarsi: se egli proseguiva in pace il suo cammino, le cicale

sarebbero morte senz'altro a capo d'otto giorni.”

NOTE:

[1] _Potrebbe dimandarsi, se egli ha fatto dei rumori come Frate? e si

risponderà che ne ha fatti ancora più. E come_ Medico? _ne farà forse

più grandi in appresso. Ma ciò non s'appartiene al presente argomento._

[2] _Un dovere di riconoscenza esigge, che io quì dichiari tutta la

stima e 'l rispetto, che io ho per la religiosa società, di cui è membro

il mio Censore. Ella ha il merito di avere prodotti sommi uomini nelle

lettere, e nelle scienze, e molto io le devo per aver compito nelle sue

scuole tutto il corso degli studj._

[3] _È bene il rilevar quì dei vezzi della buona lingua di questo dotto

pedante._ Nè Rousseau, nè Eximeno, nè altri come loro han pensato ec.

C

CACCINI (Giulio), gentiluomo romano ed uno di quei dotti professori di

musica del secolo 16º, in Firenze, i quali riunivansi per ragionar di

quest'arte presso il Conte Giov. de' Bardi. Il Caccini, siccome era di

vivo e pronto ingegno fornito, prese a perfezionare la maniera inventata

dall'illustre Vincenzo Galilei, e molte belle cose introdusse del suo

nella musica, che non poco contribuirono a migliorarla. Uno dei

principali mezzi fu quello di applicar l'armonia a parole cantabili cioè

a poesie appassionate ed affettuose. Egli sollecitò per ogni dove gli

autori a lavorare a bella posta poesie pel canto, nè tralasciò di

concorrere anch'egli poetando al medesimo fine. Dalle carte di lui

musicali cavò l'_Arteaga_ una sua graziosa canzonetta, perchè rendesse,

egli dice, più noto a' suoi nazionali codesto valentuomo ignorato in

oggi da' poeti e da' musici, ma che merita un luogo distinto fra gli uni

e fra gli altri. (_Delle rivoluz. ec. tom. I. p. 244_) Il Caccini nella

dotta prefazione alle sue _Nuove Musiche_ attesta, che più vantaggio

egli trasse dal commercio e da' suggerimenti degli uomini letterati, che

da' trent'anni spesi nelle scuole musicali e nell'arte del contrappunto,

il quale, secondo lui, poco o nulla giova a perfezionare la musica. Egli

di accordo co' suoi amici il Corsi, il Rinuccini ed il Peri, studiò

tanto sulla maniera di accomodar bene la musica alle parole, che

finalmente trovò l'antico recitativo, ossia la declamazione musicale

usata da' greci, ch'era stato da lungo tempo il principale scopo delle

loro ricerche. Il primo saggio, ch'ei ne diede fu nella _Dafne_ del

Rinuccini l'anno 1594 ch'egli mise in note, e quindi nella tragedia

dell'_Euridice_ in occasione dello sponsalizio di Maria de' Medici col

re di Francia Arrigo IV che ebbe il più maraviglioso successo. Fra le

altre poesie da lui poste in musica furonvi i _Pietosi affetti_ del

Grillo rinomato poeta di quei giorni, cantati avanti il pontefice. Il

Grillo al Caccini in ringraziamento scrive tra le altre cose: “Ella è

padre di nuova maniera di musica, d'un cantar senza canto o piuttosto

d'un cantar recitativo, nobile e non popolare: che non tronca, non

mangia, non toglie la vita alle parole, non l'affetto: anzi gliele

accresce, raddoppiando in loro spirito e forza. È dunque invenzion sua

questa bellissima maniera di cantare, e forse ella è nuovo ritrovatore

di quella forma antica perduta già tanto tempo fa nel vario costume

d'infinite genti, e sepolta nell'oscura caligine di tanti secoli: il che

mi si va più confermando, dopo essersi recitata sotto cotal sua maniera

la bella pastorale del signor Ottavio Rinuccini: — In somma questa nuova

musica oggidì viene abbracciata universalmente dalle buone orecchie, e

dalle corti de' principi italiani è passata a quelle di Spagna e di

Francia, e d'altre parti d'Europa ec.” (_V. Idea del segretario di

Bartol. Zucchi, p. 2_). Il Caccini fu anche il primo a raffinare il

canto monodico, introducendovi non pochi ornamenti di passaggi, trilli,

gorgheggi e simili cose le quali saggiamente e parcamente adoperate

contribuirono a dar espressione e vaghezza alla melodia. Egli era stato

discepolo di Scipione della Palla celebre pel suo tempo: visse alla

corte del gran duca di Toscana e morì in Firenze sul principio del

secolo decimosettimo.

CAFFARELLI (Gaetano), il di cui vero nome di famiglia era Majorano,

nacque a Bari nel regno di Napoli da un povero contadino: fu allievo di

Porpora come Farinelli, cui egli uguagliò in riputazione e in talento,

ma non mai in modestia. Si sa in qual maniera instruì Porpora questo

cantante, di cui detestavane l'insolenza. Per lo spazio di cinque anni

fecegli costantemente imparare la stessa pagina sulla quale aveva egli

notato da prima i più semplici elementi del canto, e quindi dei trilli,

delle note di salto e de' passaggi di diverse specie. Al sesto anno vi

aggiunse delle lezioni di articolazione, di pronunziazione e di

declamazione in fine, dopo di che lo scolare che ancora non credeva di

essere se non agli elementi, restò ben sorpreso allorchè gli disse il

maestro: _Vattene mio figliuolo, tu nulla hai più d'apprendere: tu sei

il primo cantante dell'Italia e del mondo_. Verso il 1730, Caffarelli

portossi in Inghilterra, e sorprese tutti coloro che l'udirono; di

ritorno alla patria cantò egli su molti teatri con un prodigioso

successo. Fu allora che sentendo il merito straordinario di Gizziello,

il quale trovavasi in Roma, prese subito la posta, e viaggiò per tutta

la notte affinchè giungesse, ove l'indomani darsi doveva una

grand'opera. Involto nel suo mantello, entrò di soppiatto in platea, ed

allorchè ebbe inteso Gizziello, _bravo!_, gridò egli, _bravissimo

Gizziello! è Caffarelli che te lo dice_. Lasciò quindi prestamente il

teatro, riprese la posta, a tornò con la medesima prestezza in Napoli.

Egli venne in Francia ai tempi della delfina, principessa di Sassonia,

che molto amava la musica; e cantò più volte nel Concerto spirituale.

Luigi XV incaricò uno de' suoi gentiluomini di camera a fargli un

regalo: il gentiluomo mandò a Caffarelli, per mezzo del suo segretario,

una superba scatola d'oro da parte del re. _E che!_ disse Caffarelli,

_il re di Francia manda a me questa scatola! aspettate signore_ (aprendo

il suo scrigno) _eccone trenta, la menoma delle quali vale assai più di

questa: se pure non fosse adorna del ritratto di S. M., allora..._.

“Amico, ripigliò il segretario, il re di Francia non usa far regali del

suo ritratto che agli ambasciadori...” _Ebbene_, riprese Caffarelli,

_che il re li faccia cantare a questi signori ambasciadori_. Tutto ciò

fu riferito al re, che ne rise moltissimo, e raccontollo alla delfina.

Questa principessa mandò tosto a chiamare il musico, e senza dirgli

parola su la sua insolente richiesta, gli diè in dono un bel diamante, e

nel tempo stesso presentogli un passaporto. — “Questo, gli disse, è

segnato dal re, il che è sommo onore per voi, ma bisogna profittarne,

perchè non vale più di dieci giorni.” In riguardo all'insolente

carattere del Caffarelli grazioso è l'aneddoto che ne rapporta in una

lettera il Metastasio in data del 1749, allorchè trovavasi quel cantante

in Vienna; io lo rapporterò con le stesse parole del poeta: “Questo

valoroso Caffarelli con pubblica ammirazione ha dimostrato non esser

egli meno atto agli studj di Marte, che a quelli di Apollo... Il poeta

di questo teatro è un milanese, giovane vivace, inconsiderato, e non men

ricco di abilità, che povero di giudizio. A questo hanno gl'impresarj

confidata, oltre la cura di raffazzonare i libretti tutta la cura

teatrale. Non so se per rivalità d'ingegno o di bellezza, fra questo ed

il Caffarelli s'è fin dal primo giorno osservato una certa ruggine, per

la quale sono molte volte fra loro trascorsi a motti pungenti, ed

equivoci mordaci. Ultimamente il Migliavacca (che tale è il nome del

poeta) fece intimare una pruova della nuova opera, che si prepara. Tutti

i membri operanti concorsero, a riserba del Caffarelli: o per effetto di

natura contraddittoria, o per l'avversione innata, ch'egli si sente per

ogni specie di ubbidienza. Sullo sciogliersi dall'armonico congresso

comparve nulla di meno in portamento sdegnoso e disprezzante, ed a'

saluti dell'ufficiosa assemblea rispose amaramente, dimandando, _a che

servono queste pruove?_ Il direttor poeta disse in tuono autorevole,

_che non si doveva dar conto a lui di ciò che si faceva: che si

contentasse che si soffrissero le sue mancanze: che poco conferiva

all'utile o al danno dell'opera la sua presenza, o la sua assenza: che

facesse egli ciò che volea, ma lasciasse almen fare agli altri ciò che

doveano_. Irritato più che mai Caffarelli dell'aria di superiorità del

Migliavacca, lo interruppe replicando gentilmente: _che chi aveva

ordinata simil pruova era un solennissimo C......_ Or quì perde la

tramontana la prudenza del direttore, e lasciandosi trasportare

ciecamente dal suo furor poetico, cominciò ad onorarlo di tutti quei

gloriosi titoli, dei quali è stato premiato il merito di Caffarelli in

diverse regioni di Europa; toccò alla sfuggita, ma con colori assai vivi

alcune epoche più celebri della sua vita, e non era per tacer così

presto; ma l'eroe del suo panegirico, troncò il filo delle proprie lodi,

dicendo arditamente al Panegirista: _Sieguimi, se hai coraggio, dove non

vi sia chi t'ajuti_; ed incaminossi in volto minaccioso verso la porta

della camera. Rimase un momento perplesso lo sfidato poeta, quindi

sorridendo soggiunse: _veramente un rival tuo pari mi fa troppa

vergogna: ma andiamo che il castigare i matti, è sempre opera

cristiana_; e si mosse all'impresa. Caffarelli, o che non avesse mai

creduto così temerarie le muse, o che secondo le regole criminali

pensasse di dover punire il reo _in loco patrati delicti_, cambiò la

prima risoluzione di cercare altro campo di battaglia, e trincerato

dietro la metà dell'uscio fece balenar nudo il suo brando, e presentò la

pugna al nemico: ma non ricusò l'altro il cimento, _E fiero anch'egli il

rilucente acciaro, Liberò dalla placida guaina_. Tremarono i

circostanti, e si aspettava a momenti di veder fumare su i cembali, ed i

violini il sangue poetico e canoro; quando Mad. Tesi {006} sorgendo

finalmente dal suo canapè, dove aveva giaciuto fin allora

tranquillissima spettatrice, s'incamminò lentamente verso i campioni.

Allora (o virtù sovraumana della bellezza!) allora quel furibondo

Caffarelli in mezzo a' bollori dell'ira, sorpreso da un'improvisa

tenerezza, le corse supplichevole all'incontro, le gettò il ferro a'

piedi, le chiese perdono de' suoi trascorsi, e le fè generoso sacrifizio

delle sue vendette. Diè segni di perdono la ninfa: rinfoderò il poeta;

ripreser fiato gli astanti: ed al lieto suono di strepitose risate si

sciolse la tumultuosa assemblea. Oggi gl'istrioni Tedeschi

rappresenteranno nel loro teatro questo strano accidente, ec.”

Caffarelli nel 1740, cantò in Venezia, e dicesi per certo che in una

sola serata guadagnò quivi settecento zecchini. Tanti successi e tante

ricompense lo misero in istato di comprarsi il ducato _di santo Dorato_,

di cui ne prese il titolo e legollo poi al suo nipote. Ma non cessò non

per tanto di cantar ne' conventi e nelle chiese, e di farsi caramente

pagare. Alla sua morte che avvenne nel primo di febbrajo del 1783,

lasciò al nipote dodici mila ducati di rendite, fra le quali bisogna

porsi la superba casa che avevasi fatta fabbricare in Napoli, e dove

leggevasi quella modesta iscrizione: _Amphion Thebas, ego domum_: alla

quale un bello spirito sdegnato di cotanta albagia scrisse al di sotto:

_Ille cum: tu sine_.

CAFFARO (Pasquale), uno de' più dotti armonisti del prossimo passato

secolo, nacque a Lecce nel regno di Napoli verso il 1706, studiò

la composizione sotto il gran Leo, nel conservatorio della _Pietà_, e fu

quivi uno dei piccoli maestri di mio padre, col quale restò mentre

visse, amicissimo: io conservo ancora alcune di lui lettere scritte al

medesimo. Caffaro fu il primo a dare una forma elegante all'arie

_cantabili_. La sua famosa aria _Belle luci che accendete_, servì di

modello a tutti i compositori. Al riferir di Langlé suo scolare,

quest'aria ebbe un sì prodigioso successo, che se ne dipinse il _tema_

su i vasi di porcellana della manifattura del re di Napoli. Egli divenne

in appresso maestro della corte e della cappella del re di Napoli, e

maestro del conservatorio della _Pietà_. Oltre più opere da lui

composte, vi ha eziandio molta musica di chiesa ch'egli scrisse a due

cori. Il suo _Stabat_ a quattro voci in canone doppio è celebratissimo,

come lo è del pari il salmo _Confitemini_ ridotto in versi italiani dal

Ch. Mattei e posto in musica a più voci dal Caffaro, il di cui spartito

osservando il gran Iommelli ne rilevò la bellezza specialmente ne'

ripieni, e ne' cori, i quali, com'egli stesso lo attestò al Mattei, non

potevansi migliorare: anzi da costui pregato a porre in note il salmo

_Diligam_, da lui similmente tradotto in poesia lirica toscana,

modestamente gli disse, che bisognava prima far dimenticare quella

musica, per farne uno eguale in quel genere stesso. Il medesimo

Iommelli, giudice assai illuminato e che sapeva render giustizia

all'altrui merito, era solito di lodare la fecondità originale del

Piccini, la gioconda facilità del Sacchini, la vivace novità del

Paesiello, _la dottrina armonica del Caffaro_, l'esperienza teatrale del

Buranelli, la filosofica economia del Gluck, e la giusta misura del

Sassone, il quale meglio di tutti, ei diceva, seppe il _ne quid nimis_

(_Matt. Mem. del Iommelli._)

CAFFIAUX (don Filippo-Giuseppe), francese benedettino della dotta

congregazione di san Mauro, morto a san Germano de' Prati nel 1777, è

autore di un libro cui diè il titolo d'_Essai d'histoire de la Musique_,

4º.

CAJON (Mr.), autore degli _Elementi di musica a una o due voci_, Parigi

1772, in fol. Egli con molto artifizio rubò le lezioni di Bordier, per

comporre gli elementi musicali, che pubblicò sotto il suo nome. “Io non

mi sono dimenticata, dice Mad. Roland nelle sue memorie, il musico

Cajon, tristo uomicciuolo ardito e ciarlone, nato a Macon, dove era

stato cherico corista, e a mano a mano soldato e disertor, capuccino,

commissario e fuor d'impiego.... dopo quindici anni finì con lasciar

Parigi, ove aveva contratto dei debiti, per rendersi in Moscovia, dove

non so cosa sia divenuto.”

CALDARA (Antonio), uno de' più celebri compositori dell'Italia sul

principio del 18º secolo, nacque in Venezia. Dal 1714 sino al 1763 egli

era a Vienna, vice-maestro dell'imperial cappella. Compose in questa

città, e a Mantova, e a Venezia e a Bologna, dove era stato per

l'innanti, un gran numero di opere sì per chiesa che per teatro. I gran

maestri del suo tempo cercavano di comporre delle melodie piene di

espressione e di sostenerle con un accompagnamento analogo al carattere

del canto. Caldara era un di quelli che si sono distinti maggiormente in

tal maniera: visse lunghissimamente e travagliò sino alla morte. A

giudicarne dal titolo d'una delle sue opere impresse, pare che nella sua

giovinezza, siasi ancor distinto qual sonator di violoncello. (_V.

Walther, Gerbert e la Borde_)

CALEGARI (Il P.) da Padova, francescano in Venezia, fioriva nel 1740. La

sua musica per chiesa era ammirata dai migliori maestri finchè gli venne

fantasia di bruciarla, e fare eseguire de' pezzi in cui pretendeva

realizzare i principj de' Greci sul genere enarmonico. Cotesta strana

musica disgustò gli uditori, ed i musici la trovarono ineseguibile. Il

p. Calegari era maestro di cappella di sant'Antonio in Padova, immediato

predecessore del Vallotti. (_v. Memor. e lett. del p. Martini_) Evvi

anche oggidì un buon compositore del nome di _Calegari_, di cui nel

_Magazino di Musica_ del Sig. Ricordi in Milano vi ha: Iº _Il Fanatico

per gli antichi Romani_; IIº _L'Amor soldato_, Opere buffe; IIIº _Il

matrimonio Scoperto, ossia le Polpette_, farsa in musica.

CALLIMACO, poeta greco e bibliotecario del re Tolomeo Filadelfo in

Alessandria, 246 anni innanti Gesù Cristo. Si dà per certo aver egli

scritto otto cento libri, fra' quali uno dee trovarsene sulla musica.

Kircher pretende che si conservi tuttora in Roma nella biblioteca de'

gesuiti, ma il Meibomio mette in dubbio cotale asserzione. (_V. Fabric.

bibl. gr._)

CALMET (Don Agostino), dotto benedettino ed abate di Senones nella

Lorena, assai celebre nella Repubblica delle Lettere per il gran numero

di opere date alla luce, e particolarmente per le sue dotte ricerche

sull'antichità della Bibbia, morì nel 1757. Nel suo _Comento su la

Scrittura_ pubblicato a Parigi nel 1720, trovansi i disegni

degl'instrumenti di musica degli Ebrei, con la loro spiegazione, e una

dissertazione sopra i medesimi, di cui ve n'ha una traduzione italiana

fatta in Lucca, tom. 2, in 4º, 1729.

CALVIERE (Antonio) nacque in Parigi nel 1695. Egli era il rivale e

l'amico insieme del celebre organista Daquin: nel 1738, Calviere fu

scelto per organista della cappella del re. Sono stimati i suoi mottetti

a due e tre voci con tutta l'orchestra. Il suo _Te Deum_ a gran coro con

istrumenti da corda e da fiato è un'opera degna di giugnere alla

posterità, e cel dimostra uomo di genio. Uno de' più belli passi di

questo _Te Deum_, dice un amator di musica che fu presente

all'esecuzione, si è il versetto _Judex crederis_. Dopo di avere

annunziata con un recitativo semplice e maestoso insieme, la venuta del

gran giudice, a cui i mortali tutti debbono render conto delle loro

azioni, Calviere, da uomo che sente vivamente le cose, ha dipinto

anticipatamente quel giorno terribile dell'estremo giudizio. Cominciano

i flauti dall'esprimere il fischio de' venti; tutto il corpo

dell'armonia eseguisce una tempesta che fa fremer di orrore. Un tamburo

situato nel mezzo dell'orchestra e di continuo battente, esprime lo

spaventevole fracasso del tuono unito a quello delle tempestose onde del

mare: già sentesi lo scompiglio della natura: va in rovina l'universo,

tutto è ridotto al nulla. Due trombe, situate dirimpetto l'una

dell'altra nelle due tribune de' fianchi, fanno alternativamente la

rassegna. Allora tutti i popoli presi dallo spavento, in un coro

patetico alzano la loro voce, e profferiscono; _Te ergo quæsumus_, etc.

Questo valentuomo, dopo aver fatto per lungo tempo le delizie di tutti

coloro che lo sentivano alla corte e nella città, finì di vivere li 18

aprile del 1755, nel sessantesimo anno dell'età sua.

CALVISIO (Seto), e propriamente Calwitz, musico dottore nella scuola di

San Tommaso in Lipsia, nato nella Turingia nel 1556, e morto a Lipsia

nel 1617, è molto famoso per i suoi talenti in musica, per la sua

erudizione nella cronologia e nella lingua latina. Nel 1592, pubblicò

egli: _Melopœia, sive melodiæ componendæ ratio, quam vulgo musicam

practicam vocant_. Questo libro è per così dire, _tutto d'oro_, secondo

il Brossard, e il migliore di tutti quanti trattano a quell'epoca della

composizione a più parti. Vi ha fra le altre cose un'eccellente

prefazione nella quale dopo aver fatta vedere la differenza della musica

degli antichi greci, e latini da quella del suo tempo, egli afferma che

la musica a più parti non si cominciò a introdurre che circa il 1300.

Abbiamo inoltre di quest'autore un'opera su la musica, intitolata:

_Exercitatio musica_, etc. Lipsiæ 1611. Calwitz fu uno de' primi a

adottare e commendar l'uso delle sette sillabe a dinotare le sette note

della scala, per così evitare la sconvenienza delle mutazioni

nell'antica maniera di solfeggiare. Walther dà dei dettagli bastanti per

quel che riguarda i suoi talenti e le sue produzioni in musica, ma

bisogna ancora aggiungervi le seguenti opere, cioè: 1. _De initio et

progressu musices, et aliis quibusdam ad eam rem spectantibus

exercitatio praemisso praelectioni musicae, in ludo Senatus Lipsiensis

ad D. Thomam_, Lipsiae, 1600 in 8º. Quest'opera contiene i principali

avvenimenti della storia della musica ben seguiti ed esattissimamente

sviluppati. 2. _Exercitationes musicae tres de praecipuis in arte musicâ

quaestionibus institutae_, Lipsiae 1611, in 8º. 3. Il _115º salmo per

dodici voci in tre cori_, Lipsia, 1615 in fol. 4. I _salmi di Davide_

posti in canto da prima dal fu Mr. Cornelio Becker, e ridotti a quattro

voci da Seto Calwitz, Lipsia 1617, in 8º, e molte altre composizioni per

chiesa.

CALVOER (Gaspare), nato a Hildesheim li 8 novembre 1650, morto nel 1725,

sovrintendente a Clausthal. Oltre la piccola opera intitolata: _De

musicâ ac sigillatim de ecclesiasticâ eoque spectantibus organis_,

Lipsiæ 1702, in 4º, di cui parla Walther, ha trattato ancor della musica

di chiesa nel vol. 2º del suo _Rituale ecclesiasticum_. Scrisse eziandio

l'introduzione alla temperatura pratica di Sin, che contiene alquanti

arcani della musica, e che si trova ancora nel _Vorhemache der

gelehrsamkeit_: ossia _gabinetto di erudizione_ di Falsio, pag.

567 — 624. Fu ancora Calvoer che incoraggiò e sovvenne il giovane

Telemann, per fargli proseguire la carriera musicale, che egli senza lui

avrebbe abbandonata.

CAMBINI (Giuseppe), nato in Livorno verso il 1750, si stabilì a Parigi

dopo il 1770. Nella sua giovinezza ebbe la riputazione di eccellente

violinista. Le sue opere impresse sono: Cinque dozzine di _sinfonie_;

dodici dozzine di _quartetti concertanti_ pel violino: più opere di

_trio_, _duetti_ e di _sonate_ sì per violino, come per il forte-piano,

il flauto e 'l violoncello. La sua musica instromentale è stata

ricercata dagli amatori all'epoca della sua pubblicazione; la cantilena

ne è amabile e corretta la composizione. Cambini non si è limitato a

comporre solo della musica, egli pubblicò nel 1788, diversi solfeggi, di

una difficoltà che va per gradi, per l'esercizio del fraseggiare, dello

stile e dell'espressione, con alcune necessarie osservazioni ed un basso

in cifre per l'accompagnamento. Si dice ch'egli abbia in manoscritto un

suo _Trattato di composizione_, che studiato aveva sotto il pad.

Martini.

CAMPBELL (dottor), professore di medicina in Edimburg, pubblicò ivi nel

1777 una sua opera col titolo: _De musices effecta in doloribus

leniendis aut fugiendis._ Il dr. Lichtenthal la cita con elogio nel suo

_Trattato dell'influenza della musica sul corpo umano_ (Milano, 1811).

CAMPION, membro dell'Accademia di musica di Parigi, sul principio del

secolo 18º, diè al pubblico un _Trattato di accompagnamento e di

composizione_ secondo la regola delle ottave di M. Maltot, suo

predecessore nel posto all'Accademia.

CAMPIONI (Carlo-Antonio), maestro di cappella del gran duca di Toscana

dopo il 1764 viveva da prima in Livorno, d'onde fece incidere in Londra

i suoi trio per violino. Facevasene allora così gran conto che furon

contraffatti in Olanda e in Germania. Divenuto maestro di cappella

travagliò per la chiesa. Nel 1767, compose un _Te Deum_ che fu eseguito

da un'orchestra di dugento persone. Egli possedeva una delle più belle

collezioni di musica vocale de' maestri del secolo 16º, e 17º (_V.

Burney t. 1._).

CAMPRÀ (Andrea), nato a Aix nella Provenza nel 1660, fu successivamente

maestro di musica delle cattedrali di Tolone, di Arles, di Tolosa e

venne nel 1694 in Parigi, ove fu ricevuto maestro di cappella della

cattedrale. Dopo avere lungamente goduta la più grande riputazione, morì

a Versaglies nel 1744 in età di 84 anni. “Due uomini, dice l'ab. Laugier,

si sono particolarmente distinti nella composizione de' religiosi nostri

cantici; Camprà e la Lande. Camprà uno de' più bei genj per la musica,

che siano ormai comparsi, tutto dovette alla natura, e non gli fu d'uopo

di studio se non per lo sviluppo di tutte le molle di sua brillante

immaginazione. La Lande men felicemente nato per giugnere alla

perfezione, fu obbligato a spianarsene il cammino mercè un'assidua ed

ostinata fatica. Il primo, più fecondo e più ardito, fu alcuna volta il

bersaglio della troppo grande sua facilità. Il secondo, più riserbato e

più saggio, fu sovente troppo schiavo della severa sua correzione.

Camprà, spirito vivace e leggiero, non si diè mai la pena di limare e

finir le sue opere; tutto vi comparisce tocco al primo colpo; ma con un

sì prodigioso naturale, che si crederebbe i suoi canti essersi fatti da

per loro medesimi, e che per comporli, egli non ha avuto bisogno che

scriverli. La Lande, spirito lento e riflessivo, nulla ha prodotto che

non sia travagliato all'estremo; si sente che egli ha ritoccato più

volte, che non è riuscito se non a forza di studio e di pazienza. Camprà

non è stato pressochè mai mediocre: o è sublime, o è piano: o niente

egli esprime, o esprime divinamente, è un fuoco che scintilla e si

estingue; egli ha dei slanci che incantano e dei sdrucciolamenti che

rivoltano; quand'egli ha delle grazie, le ha tutte; quando piace, niuno

quant'egli. La Lande, più sostenuto, è molto uguale a se medesimo; egli

non è abitualmente sublime, e non è mai pur basso: la natura non sempre

il serve bene, l'arte mai l'abbandona: trovansi di raro in lui que'

pezzi amabili, che Camprà rende così ingenui e così toccanti quando gli

riesce di far bene; ma non vi si scorgono, come in cotesto, di que'

luoghi comuni e triviali, che sono il supplizio delle orecchie delicate.

Il carattere di la Lande è più serio: quel di Camprà è più ridente: la

musica del primo è sempre più dotta; quella del secondo è abitualmente

più vera. La Lande è un artista che maggiormente si stima; Camprà è un

seduttore che infinitamente fa amarsi.” (_Apologie de la musique p.

122_). Passa quindi l'ab. Laugier a far l'analisi della musica dei

_Salmi_ composti da Camprà. “Evvi, egli dice, un'immagine più nobile

delle grandezze di Dio, quanto il _Quis sicut Dominus_ del suo _Laudate

pueri_? un'espressione più forte della di lui onnipotenza, quanto il

_Conturbatæ sunt gentes_, grandioso magnifico coro del _Deus refugium_?

una più ardita insinuazione della confidenza che Dio inspira, quanto il

_Propterea non timebimus_ del medesimo salmo? un quadro più soave delle

sue bontà come il _Memoriam fecit_ del _Confitebor_? una rappresentazion

più naturale della fuga miracolosa delle onde in presenza di Mosè, come

il _Mare vidit et fugit_ dell'_In exitu_? e cento altri ammirabili

luoghi, che dico? anzi inducenti alla disperazione per tutti coloro che

hanno a percorrere la stessa carriera, ec.” (ibid.)

CANNUTIIS (Pietro de), di Potenza nel regno di Napoli de' frati minori

conventuali, e professore di musica su la fine del 15º secolo; da Tevo e

da Martini viene annoverato tra gli autori di musica, perchè nel 1501,

pubblicò egli in Firenze un trattato col titolo di _Regulæ florum

musicæ_ (_Walther_).

CANOVIO (Alessandro), uno de' più dotti italiani che nel 15º secolo

coltivarono la teoria musicale: scrisse su i principj specolativi di

quest'arte, che manoscritti conservansi nella biblioteca dell'Istituto

di Bologna, e di cui fan menzione Haym e Fontanini nella loro

_Biblioteca italiana_. Un altro dello stesso nome Canovio assai più

recente fece imprimere verso il 1780, in Parigi sei duetti per flauto e

violino, ed altrettanti in Venezia.

CANTEMIRO (Demetrio), principe di Valachia al servigio di Pietro il

Grande imperator delle Russie, celebre per le vaste sue cognizioni nelle

scienze, è stato direttore dell'Accademie di Pietroburgo. Egli morì

nelle sue terre d'Ucrania in molta stima presso a' suoi sudditi nel

1723. Tra le molte di lui opere vi è ancora un'_Introduzione alla musica

turca_, stampata in lingua moldava; e nella sua _Storia compita della

Turchia_ egli dice di essere stato il primo ad introdurre nel 1691, le

note della musica presso i Turchi in Costantinopoli, e che egli ha

formato non solo una collezione di canzoni turche, ma anche

un'istruzione su la musica di questa nazione. Quest'ultima, come ce lo

assicura Mr. Reichardt, si è perduta nel mare; ed in quanto alle note,

niun Turco oggidì ne ha la menoma cognizione (_V. Hunstmagazin_).

CAPELLA (Marziano Mineo Felice), nato in Africa, viveva in Roma verso

l'anno 490 di G. C. onorato come si crede, della dignità proconsolare.

Egli fu uno de' pochi latini scrittori della greca armonia: il suo

barbaro poetico-prosaico, e greco-latino linguaggio, e la sua affettata

e dura collocuzione sono manifesti indizj di aver egli scritto in assai

barbari tempi. Coll'occasione di qualche maritaggio (per quanto pare del

suo scritto) della primaria nobiltà, compose egli le _Nozze della

Filologia_, nel cui nono libro dà un compendio degli scritti armonici di

Aristide Quintiliano. Egli scrisse da poeta non mai da armonico, comeché

il di lui compendio non sia privo dell'intelligenza dell'arte. Meibomio

ha dato questo suo _libro di Musica_ nella raccolta dei Greci Musici

alla fine del secondo tomo, a Amsterdam 1652, in 4º. Marciano mette in

bocca d'una Dea il suo ragionamento dell'armonia, benchè questa

s'ignorasse allora dai mortali. La divisione della battuta in otto parti

non si trova che in questo scrittore, quantunque non sia aliena da'

Greci pratici: del rimanente costui nulla ha di nuovo, e detta il

sistema equabile de' Greci tale, quale si trova nel primo libro di

Aristide. L'erudizione da lui raccolta alla pag. 177 di quella edizione,

sopra i prodigj adoperati dalla musica, deve considerarsi come una

finzion da poeta: manca in questi l'esattezza storica e regna l'iperbole

da per tutto. Pur nondimeno tutta l'enciclopedia de' secoli barbari

consisteva in questo libro delle _Nozze filologiche_, ossia _Trattato

delle sette Arti liberali_ di Capella, come espressamente lo dice

Gregorio di Tours nel libro decimo della sua storia.

CAPELLI, compositore italiano de' nostri giorni, ha scritto la musica

del dramma di _Achille in Sciro_, e quella del salmo 116º in latino a

quattro voci, con molte altre ariette e cantate. Nel 1783, comparve di

lui nel pubblico una _canzonetta_ di Metastasio con accompagnamento di

un Violino, e nella _Gazzetta di musica_ di Bossler, trovasi in oltre di

sua composizione una scena di un'opera italiana, per un soprano, in

partitura.

CAPOCINO (Alessandro), nato nel ducato di Spoleto, viveva in Roma nel

1620, ove ha egli scritto cinque libri di musica. (_V. Joecher_)

CAPRANICA (Cesare), maestro di musica in Roma sulla fine del secolo 16º,

diè quivi al pubblico: _Brevis et accurata totius Musicæ notitia_, Romæ

1591, in 4º. Quest'opuscolo poco interessante fu ristampato in Palermo

nel 1702, per opera di don Vincenzo Navarra prete beneficiato della

cattedrale, con alcune di lui correzioni. Della stessa famiglia

_Capranica_ di Roma troviamo ne' _Viaggi musicali_ di Burney, (tomo 11),

una giovine cantatrice _Rosa_ di nome, allieva della Mingotti, dopo il

1773, a Monaco al servigio dell'elettor di Baviera. Essa veniva allora

da Roma, e cantava con una straordinaria nettezza; e di una maniera

molto aggradevole.

CAPRARA, maestro di cappella dell'imperatore in Vienna, nel 1736 vi

dirigeva al teatro di quella città una numerosa orchestra de' migliori

musici.

CARAMUELE DE LOBKOWITZ (Giovanni), dottore e professore in teologia,

vescovo di Vigevano, dell'ordine de' Cisterciensi, nato a Madrid nel

1606, oltre a molte sue opere di altro argomento una ven'ha pubblicata

in Roma su la musica, ella ha per titolo: _Arte nueva_ ec. cioè _Nuova

arte della musica inventata da san Gregorio nel 600; corretta l'anno

1026 da Guido Aretino; restituita alla primiera sua perfezione l'anno

1620, da Fr. Pietro de Urenna, ora ridotta a questo breve compendio_,

l'anno 1644, in 4º, Roma. La stessa opera è stata impressa ancora in

Vienna nel 1745. Chi ne brama ulteriori dettagli, potrà consultare

Walther e Arteaga, tom. I, cap. 4, pag. 203.

CARAPELLA (Tommaso), maestro di cappella in Napoli verso il 1700. Il P.

Martini nella sua _Storia_ parla vantaggiosamente del di lui stile

madrigalesco. In Napoli si è stampata nel 1728 una collezione di cantate

a 2 voci composte da questo autore.

CARBASUS (L'abbate). Nel 1739, comparve sotto questo nome un opuscolo in

12º, col titolo di _Lettre sur la mode des instrumens de musique_: M. de

Boisgelou riguardava come pseudonimo quest'autore.

CARBONEL (Gius. Franc. Narcisso), figliuolo di Giuseppe Natale Carbonel

inventore di uno stromento detto _galoubet_, e morto nel 1804, nacque in

Vienna d'Austria nel 1773. Allorchè i suoi parenti vennero a Parigi egli

non aveva più di cinque anni: suo padre insegnogli gli elementi della

musica, ed allorchè si stabilì la scuola reale del canto verso il 1783,

egli fu del numero de' ragazzi scelti per entrarvi, e vi proseguì in una

maniera più estesa, i suoi studj musicali. Fu anche del numero di

coloro, le di cui felici disposizioni dando delle speranze, meritarono

delle pensioni. Benchè allievo, egli esiggeva 400 lire per anno. Aveva

allora una graziosa voce di soprano, e cantava in tutte le messe solenni

eseguite nelle chiese di Parigi: a quest'epoca cantò tre volte sin nella

cappella del re, ove i capi della scuola reale desideravano di farlo

sentire. Egli fu allievo nella scuola di Gobert per il cembalo; di

Rodolphe e di Gossec per l'armonia e la composizione; di Piccini, Langlé

e Guichard per il canto. Verso il 1787, egli fece eseguire al Concerto

Spirituale una scena di sua composizione (_la Morte del principe

Leopoldo di Brunswick_). Egli stesso cantovvi la prima aria con la sua

voce di soprano; ma nello spazio de' due pezzi che cantavano Rousseau e

Chardini, la commozion naturale a un ragazzo di quattordici anni

produsse in lui tale rivoluzione, che affrettò il cambiamento della sua

voce, e senza avere provato altro effetto della mutazione, cantò egli il

trio che termina la scena, metà in voce di soprano, metà in voce di

tenore. Dopo quest'epoca non ha conservati che de' tuoni medj bastanti

per dare le sue lezioni come professore di canto. Tra gli allievi ch'ha

formati in Parigi, vi si distingue Mad. Scio celebre attrice del teatro

Feydeau. Carbonel è autore di più scene ed oratorj eseguiti nel Concerto

Spirituale, e di tre opere di sonate per il piano-forte stampate con

altri pezzi separati in Parigi.

CARCANI (Giuseppe), maestro di cappella agl'incurabili in Venezia, nato

a Crema nella terra ferma, cui propose il medesimo Hasse per suo

successore, allorchè lasciò quel posto per rendersi a Dresda. Si

conservano ancora molte di lui composizioni: nel 1742, egli compose

l'opera _Amleto_ per il teatro di Venezia. Egli fu uno de' primi,

secondo il Carpani, a scrivere delle sinfonie in Italia, secondo l'uso

di allora, a primo e basso e non più. (_V. letter. 1._)

Dizionario storico-critico degli scrittori di musica e de' più celebri artisti, vol. 2 Di tutte le nazioni sì antiche che moderne · 第 1 / 18 段