“Ma gli effetti di tali innovazioni erano a lunga scadenza; e,
intanto, dal seno stesso de’ dissensi, che la riforma non avea
eliminati e forse neppure placati, dall’antagonismo degl’interessi
da essa urtati o solleticati, rinascevano le turbolenze per metter
capo, con l’elevazione di Pisistrato, ad una forma di reggimento
politico, principato a base popolare, ch’è come un cesarismo
anticipato, ma che in Grecia, invece di essere l’epilogo, è il punto
di partenza e il crogiuolo della futura democrazia. È un reggimento
all’apice formalmente diverso dal solonico e in cui pure si maturano
e fruttificano i germi di questo; e dura tale continuità organica
col lungo periodo anteriore, che noi stentiamo a separare alcune
delle stesse imprese di guerra compiute durante l’uno o l’altro
periodo; tanto la tradizione, a cui la tirannide de’ pisistratidi
inconsapevolmente appariva come l’epilogo di un secolo di rivoluzione e
come l’incubazione dell’èra nuova, ha, duplicandoli o spostandoli, fusi
e confusi insieme alcuni eventi[132].
Malgrado la sua vicenda di esigli e di contrastati ritorni, malgrado
i suoi fasti di guerra, la tirannide pisistratide poteva, meglio del
secondo impero francese, dire di essere _la pace_. Il suo trionfo
interno avea messo un termine alla comune prepotenza e alla reciproca
lotta de’ gruppi gentilizi, ancora non bene fusi nello Stato, del
quale ognun d’essi volea impadronirsi, emulo e geloso degli altri;
e le sue imprese di guerra aveano avuto il carattere di una difesa
ed erano riescite a rompere il cerchio di ferro, in cui l’Attica,
regione povera, era stata finora stretta, condannata a vivere di sè
stessa ed entro sè stessa, soffocando ogni iniziativa. E, al pari del
secondo impero in Francia, anche la tirannide de’ Pisistratidi, se,
per emergere, s’avvalse, come di strumento, dell’elemento mobile e
dissestato della cittadinanza, fu poi, in quanto mirava a consolidare
e ad allargare il ceto de’ piccoli proprietari, l’emanazione della
piccola proprietà campagnuola.
Aristotile[133] avea già cercato in questo stato del popolo, sparso
nella campagna e tutto inteso all’agricoltura, la ragione del passaggio
dalla forma oligarchica alla tirannide. Carlo Marx[134] dovea spiegare
luminosamente e diffusamente i rapporti del dispotismo cesareo con
lo stato della proprietà fondiaria, all’atto stesso della formazione
dell’impero napoleonico. “I campagnuoli formano una massa enorme, i
cui membri vivono in una situazione simile, ma non entrano in rapporti
gli uni con gli altri. Il loro modo di produzione gl’isola invece
di tenerli in reciproche relazioni, e l’isolamento è favorito da’
cattivi mezzi di comunicazione e dalla loro povertà. Il loro campo
di produzione, il boccone di terra non ammette nella sua cultura
alcuna divisione di lavoro, alcuna applicazione della scienza, alcuna
diversità di talenti, alcuna ricchezza di rapporti sociali. Ogni
famiglia di agricoltori basta quasi a sè stessa, produce immediatamente
essa stessa le cose necessarie al suo consumo e acquista così quanto
è necessario all’esistenza, mercè lo scambio con la natura, più che
mediante il commercio con la società. L’appezzamento di terra, il
contadino e la sua famiglia; accanto un altro appezzamento, un altro
contadino e un’altra famiglia: un ammasso di queste unità forma un
villaggio e un ammasso di villaggi forma un dipartimento..... Essi
sono dunque incapaci di far valere il loro interesse di classe in
loro proprio nome, sia con un parlamento che con una convenzione.
Essi non possono rappresentarsi: occorre che siano rappresentati. Il
loro rappresentante deve apparire al di sopra di essi, al tempo stesso
come il loro padrone e come un’autorità, come una potenza governativa
illimitata che li protegga contro le altre classi e mandi loro
dall’alto la pioggia e il bel tempo. Così la società forma l’ultima
espressione dell’influenza politica del ceto agricolo„.
Divenire il re degli agricoltori, rassodarne il ceto, migliorarne
le condizioni, ampliarlo, favorendo, al modo stesso di un altro
tiranno di Sicilia[135], l’esodo verso la campagna di quegli antichi
possessori ruinati, di que’ dissestati, di quegli spostati affluiti
nella città, che erano stati in mano sua un’arma di combattimento ed
una scala al potere, ma che ne divenivano un pericolo, se rimanevano
una massa instabile, irrequieta e scontenta: — ecco quale sembra sia
stato il principale intento di Pisistrato e il più saliente carattere
del suo dominio[136]. E questo suo proposito fu reso più agevole e
di pratico effetto dalle confische, che non poterono mancare contro i
suoi avversari più ricchi e più potenti, e si dovettero convertire in
distribuzioni di terre[137]; mentre un’èra di pace interna e il mare
dischiuso a’ commerci adducevano un incremento economico, per cui era
permesso di dare una notevolissima spinta all’iniziata trasformazione
delle culture, diffondendo l’olivo e la vite, bonificando, irrigando
ed usando in forma sempre più razionale la terra. Ma, cooperando
a questo incremento economico e a questo nuovo stato di cose, la
tirannide apparecchiava necessariamente e inconsapevolmente, ad un
tempo, la sua fine; e, dal seno stesso del crescente benessere, si
schiudevano e maturavano i germi e le condizioni di una trasformazione
politica e sociale. La storia di quel periodo, al pari e forse più
che nella tradizione letteraria, si riflette nelle vicende della
topografia di Atene e dell’Attica[138]. Quello sviluppo di tutte
le attività economiche vivificava, come un lievito potente, la vita
cittadina, obbligando il principe stesso a divenirne suscitatore ed
istrumento. I bisogni estetici, che sorgono da uno stato di agiatezza
e che s’innestano mirabilmente su tutti gli altri bisogni della
vita pubblica e privata, creando nuove esigenze all’esercizio delle
funzioni politiche e religiose; l’opportunità, se non a dirittura la
necessità di dare un utile impiego al lavoro; fomentavano, insieme a
un rinnovamento edilizio, la costruzione di nuovi edifizi, specie a
scopo pubblico e religioso; e la città, come un organismo fiorente
che rompe la veste troppo stretta in cui è serrato, si spandeva
specialmente nella direzione del Falero, il porto e l’emporio di
Atene risorgente. Questo sviluppo edilizio, con un nuovo impulso alle
cave de’ materiali da costruzione, dava un impulso ancora maggiore
al lavoro, che forse già da questo tempo avea un suo sito speciale
di offerta e di dimanda[139], ed a’ mestieri, alle arti, alle
manifestazioni di un industria sorgente. Sostituendosi al Kudathenaion,
il quartiere de’ nobili, il Kerameicos diveniva ora il cuore e il
centro di Atene e dell’Attica, la sede dell’Agorà; il quartiere, a cui
la più antica industria dell’Attica avea dato il nome e che accoglieva
ora in sè i fattori e le fatture della nuova vita ateniese. Le vie,
sopratutto sacre, che, movendo dal Keraimeicos, s’irradiavano per
tutta la regione, agevolando le comunicazioni, fondevano in un sol
tutto la campagna e la città, facendo rifluire i campagnuoli in città
per prestare anch’essi, se anche interrottamente, la loro opera di
giornalieri, in un periodo, in cui tutto lascia supporre uno scarso
o mediocre sviluppo della schiavitù. E le festività periodicamente
ricorrenti, che richiamavano in Atene non solo la popolazione
dell’Attica ma anche quella insulare, concorrevano, anch’esse, a
togliere gli agricoltori da quello stato d’isolamento e di massa
incoerente, che li obbligava a trovare nel principe il loro punto di
unione e il rappresentante de’ loro interessi[140].