VI.

“Ma gli effetti di tali innovazioni erano a lunga scadenza; e,

intanto, dal seno stesso de’ dissensi, che la riforma non avea

eliminati e forse neppure placati, dall’antagonismo degl’interessi

da essa urtati o solleticati, rinascevano le turbolenze per metter

capo, con l’elevazione di Pisistrato, ad una forma di reggimento

politico, principato a base popolare, ch’è come un cesarismo

anticipato, ma che in Grecia, invece di essere l’epilogo, è il punto

di partenza e il crogiuolo della futura democrazia. È un reggimento

all’apice formalmente diverso dal solonico e in cui pure si maturano

e fruttificano i germi di questo; e dura tale continuità organica

col lungo periodo anteriore, che noi stentiamo a separare alcune

delle stesse imprese di guerra compiute durante l’uno o l’altro

periodo; tanto la tradizione, a cui la tirannide de’ pisistratidi

inconsapevolmente appariva come l’epilogo di un secolo di rivoluzione e

come l’incubazione dell’èra nuova, ha, duplicandoli o spostandoli, fusi

e confusi insieme alcuni eventi[132].

Malgrado la sua vicenda di esigli e di contrastati ritorni, malgrado

i suoi fasti di guerra, la tirannide pisistratide poteva, meglio del

secondo impero francese, dire di essere _la pace_. Il suo trionfo

interno avea messo un termine alla comune prepotenza e alla reciproca

lotta de’ gruppi gentilizi, ancora non bene fusi nello Stato, del

quale ognun d’essi volea impadronirsi, emulo e geloso degli altri;

e le sue imprese di guerra aveano avuto il carattere di una difesa

ed erano riescite a rompere il cerchio di ferro, in cui l’Attica,

regione povera, era stata finora stretta, condannata a vivere di sè

stessa ed entro sè stessa, soffocando ogni iniziativa. E, al pari del

secondo impero in Francia, anche la tirannide de’ Pisistratidi, se,

per emergere, s’avvalse, come di strumento, dell’elemento mobile e

dissestato della cittadinanza, fu poi, in quanto mirava a consolidare

e ad allargare il ceto de’ piccoli proprietari, l’emanazione della

piccola proprietà campagnuola.

Aristotile[133] avea già cercato in questo stato del popolo, sparso

nella campagna e tutto inteso all’agricoltura, la ragione del passaggio

dalla forma oligarchica alla tirannide. Carlo Marx[134] dovea spiegare

luminosamente e diffusamente i rapporti del dispotismo cesareo con

lo stato della proprietà fondiaria, all’atto stesso della formazione

dell’impero napoleonico. “I campagnuoli formano una massa enorme, i

cui membri vivono in una situazione simile, ma non entrano in rapporti

gli uni con gli altri. Il loro modo di produzione gl’isola invece

di tenerli in reciproche relazioni, e l’isolamento è favorito da’

cattivi mezzi di comunicazione e dalla loro povertà. Il loro campo

di produzione, il boccone di terra non ammette nella sua cultura

alcuna divisione di lavoro, alcuna applicazione della scienza, alcuna

diversità di talenti, alcuna ricchezza di rapporti sociali. Ogni

famiglia di agricoltori basta quasi a sè stessa, produce immediatamente

essa stessa le cose necessarie al suo consumo e acquista così quanto

è necessario all’esistenza, mercè lo scambio con la natura, più che

mediante il commercio con la società. L’appezzamento di terra, il

contadino e la sua famiglia; accanto un altro appezzamento, un altro

contadino e un’altra famiglia: un ammasso di queste unità forma un

villaggio e un ammasso di villaggi forma un dipartimento..... Essi

sono dunque incapaci di far valere il loro interesse di classe in

loro proprio nome, sia con un parlamento che con una convenzione.

Essi non possono rappresentarsi: occorre che siano rappresentati. Il

loro rappresentante deve apparire al di sopra di essi, al tempo stesso

come il loro padrone e come un’autorità, come una potenza governativa

illimitata che li protegga contro le altre classi e mandi loro

dall’alto la pioggia e il bel tempo. Così la società forma l’ultima

espressione dell’influenza politica del ceto agricolo„.

Divenire il re degli agricoltori, rassodarne il ceto, migliorarne

le condizioni, ampliarlo, favorendo, al modo stesso di un altro

tiranno di Sicilia[135], l’esodo verso la campagna di quegli antichi

possessori ruinati, di que’ dissestati, di quegli spostati affluiti

nella città, che erano stati in mano sua un’arma di combattimento ed

una scala al potere, ma che ne divenivano un pericolo, se rimanevano

una massa instabile, irrequieta e scontenta: — ecco quale sembra sia

stato il principale intento di Pisistrato e il più saliente carattere

del suo dominio[136]. E questo suo proposito fu reso più agevole e

di pratico effetto dalle confische, che non poterono mancare contro i

suoi avversari più ricchi e più potenti, e si dovettero convertire in

distribuzioni di terre[137]; mentre un’èra di pace interna e il mare

dischiuso a’ commerci adducevano un incremento economico, per cui era

permesso di dare una notevolissima spinta all’iniziata trasformazione

delle culture, diffondendo l’olivo e la vite, bonificando, irrigando

ed usando in forma sempre più razionale la terra. Ma, cooperando

a questo incremento economico e a questo nuovo stato di cose, la

tirannide apparecchiava necessariamente e inconsapevolmente, ad un

tempo, la sua fine; e, dal seno stesso del crescente benessere, si

schiudevano e maturavano i germi e le condizioni di una trasformazione

politica e sociale. La storia di quel periodo, al pari e forse più

che nella tradizione letteraria, si riflette nelle vicende della

topografia di Atene e dell’Attica[138]. Quello sviluppo di tutte

le attività economiche vivificava, come un lievito potente, la vita

cittadina, obbligando il principe stesso a divenirne suscitatore ed

istrumento. I bisogni estetici, che sorgono da uno stato di agiatezza

e che s’innestano mirabilmente su tutti gli altri bisogni della

vita pubblica e privata, creando nuove esigenze all’esercizio delle

funzioni politiche e religiose; l’opportunità, se non a dirittura la

necessità di dare un utile impiego al lavoro; fomentavano, insieme a

un rinnovamento edilizio, la costruzione di nuovi edifizi, specie a

scopo pubblico e religioso; e la città, come un organismo fiorente

che rompe la veste troppo stretta in cui è serrato, si spandeva

specialmente nella direzione del Falero, il porto e l’emporio di

Atene risorgente. Questo sviluppo edilizio, con un nuovo impulso alle

cave de’ materiali da costruzione, dava un impulso ancora maggiore

al lavoro, che forse già da questo tempo avea un suo sito speciale

di offerta e di dimanda[139], ed a’ mestieri, alle arti, alle

manifestazioni di un industria sorgente. Sostituendosi al Kudathenaion,

il quartiere de’ nobili, il Kerameicos diveniva ora il cuore e il

centro di Atene e dell’Attica, la sede dell’Agorà; il quartiere, a cui

la più antica industria dell’Attica avea dato il nome e che accoglieva

ora in sè i fattori e le fatture della nuova vita ateniese. Le vie,

sopratutto sacre, che, movendo dal Keraimeicos, s’irradiavano per

tutta la regione, agevolando le comunicazioni, fondevano in un sol

tutto la campagna e la città, facendo rifluire i campagnuoli in città

per prestare anch’essi, se anche interrottamente, la loro opera di

giornalieri, in un periodo, in cui tutto lascia supporre uno scarso

o mediocre sviluppo della schiavitù. E le festività periodicamente

ricorrenti, che richiamavano in Atene non solo la popolazione

dell’Attica ma anche quella insulare, concorrevano, anch’esse, a

togliere gli agricoltori da quello stato d’isolamento e di massa

incoerente, che li obbligava a trovare nel principe il loro punto di

unione e il rappresentante de’ loro interessi[140].

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico · 第 20 / 73 题