che è la propria definizione della sapienza. Ora non deve sfuggire ad
alcuno che questo splendore cresciuto è in rapporto con l'amore — non
folle — che raggia di quella stella;[978] e che la visione è concessa al
cuore che si monda attraverso il fuoco, laggiù nella somma cornice. Non
è qui il dono della sapienza? Qui Carlo Martello dice a Dante:[979]
S'io posso
mostrarti un vero, a quel che tu domandi
terrai il viso come tieni il dosso.
E così lo mostra. E qui Dante fa prova di riflettere ciò che pensa in
uno di quegli spiriti.[980] Ma sale ancora. Egli si volge al lettore che
invita a levar la vista:[981]
Or ti riman, lettor, sopra il tuo banco,
retro pensando a ciò che si preliba,
s'esser vuoi lieto assai prima che stanco.
Messo t'ho innanzi; omai per te ti ciba...
Comincia così una lunga parte del paradiso, in cui domina la nota del
cibo e del convivio. È la spera del sole. Qui è
la quarta famiglia
dell'alto padre che sempre la _sazia_;
qui si parla di “vin della sua fiala„, qui parla un “degli agni della
santa greggia„
che Domenico mena per cammino,
u' ben _s'impingua_, se non si vaneggia;
e il mondo “gola„ di saper novella d'un altro. E si parla di sete e di
dolce e di dolcezza e di frutto e di “peculio ghiotto d'altra vivanda„ e
di pecore “di latte vote„, e di “agricola„, di vigna, di ricolta.[982] E
tre volte torna quel “s'impingua„, con forse il ricordo della pinguedine
del “bue muto„; e, in fine, tutto si dichiara con l'espressione “amor
della verace manna„,[983] e col ricordo di Eva e del suo palato, e col
ragionare intorno alla incarnazione e alla risurrezione.[984]
Impossibile è negare che qui sia l'eco della beatitudine di quelli che
hanno fame, e l'ombra dei due alberi, uno di vita, l'altro di scienza di
bene e di male. E dietro il dottore di Aquino, rivestito della carne
gloriosa e santa,[985] apparisce lo spettro di Ciacco, con la sua carne
e sua figura;[986] sotto la pioggia e la grandine e tra i vermi, l'uno;
e l'altro nel ciel del Sole. Non fu il dono dell'intelletto che valse
contro la bassa concupiscenza?
E come nel ciel del Sole è fame, sete è nel ciel di Marte. Si direbbe
che è data, codesta sete, “dall'affocato riso della stella„, che era
“più roggio che l'usato„.[987] Cacciaguida invero afferma:[988]
il sacro amore, in che io veglio
con perpetua _vista_, e che m'_asseta_
di dolce desiar....
E Dio invero fu solo che li “allumò ed arse col caldo e con la
luce„.[989] E Dante solve un digiuno, che può essere di bevanda, e sazio
vuol essere d'un nome, come si può essere di acqua.[990] E Beatrice
vuole che Dante[991]
_s_'ausi
a dir la sete, sì che l'uom _gli_ mesca;
e Dante, gusta un discorso, in cui è temprato “col dolce l'acerbo„, e ne
prepara un altro che a molti può sapere “di forte agrume„.[992] L'eco
del _sitiunt_ è così distinta nella spera di Marte, come
dell'_esuriendo_ in quella del Sole. E l'oggetto sì di quella sete e sì
di quella fame, oggetto che è la giustizia, si vede chiaro nell'una e
nell'altra spera; chè là si parla di tali che fuggono o coartano la
scrittura[993] e di genti, che per dar retta a quelli, sono troppo
sicure nel giudicare. Si legga:[994]
Non sien le genti ancor troppo sicure
al giudicar, sì come quei che stima
le biade in campo pria che sien mature:
ch'io ho veduto tutto il verno prima
il prun mostrarsi rigido e feroce,
poscia portar la rosa in su la cima;
e legno vidi già dritto e veloce
correr lo mar per tutto suo cammino,
perire al fine all'entrar della foce.
Non creda donna Berta o ser Martino...
Come non istupire della coincidenza con tutto quel ricredersi della
cornice della gola? Ora il ricredersi è per il dono dell'intelletto, che
guida la ragione speculativa a rettamente giudicare. Ma nella spera di
Marte Cacciaguida descrive il tempo in cui Fiorenza “si stava in pace
sobria e pudica„ e nessuna dismisura, che già per sè è ingiusta, e
peggio diventa, la offendeva.[995] E come il martirio per la croce è
l'opposto dell'amor di cosa che non duri, e perciò questa spera è il
contrario del cerchio e della cornice dell'avarizia, e perciò quivi sono
maledetti coloro che cambiano e mercano;[996] così e qui e là è
sottinteso quel dono del consiglio, che guida la ragion pratica a
giudicar bene delle cose terrene, governate da tale il cui giudizio è
occulto. E qui Dante chiede e ha dal suo avolo il grande
“consiglio„.[997]
E il dono della fortezza è nella giovial facella, in cui è quella gioia,
quella consolazione, che è data in premio a coloro _qui lugent_. Qui
tutto è letizia. I beati sono come augelli “congratulando a lor
pasture„, e a forma d'uccello si dispongono, e questo uccello fa tali
movimenti,[998]
quasi falcon che uscendo dal cappello,
muove la testa, e con l'ale si plaude,
voglia mostrando e facendosi bello;
e ancora
quale sovr'esso il nido si rigira,
poi che ha pasciuto la cicogna i figli;
e ancora tali altri,
quale allodetta che in aere si spazia
prima cantando.
Qui è “dolce frui„, qui sono “fiori di letizia„ qui è “eterno piacere„.
E come tal gioia è consolazione di quel pianto, così l'amore ardente e
il caldo amore e il fuoco di vero amore è proprio il contrario di quel
poco o lento amore, di quella tepidezza. E le parole scritte nell'aquila
_diligite iustitiam_, si oppongono, la prima, a questa pochezza e
lentezza e tepidezza d'amore, la seconda al diniego della giustizia,
alla viltà che laggiù laggiù nel brago dello Stige rissa e gorgolia. E i
gran regi, che staranno laggiù, quassù sono designati. Or non leggeremo
noi in questo cielo la parola _fortitudo_? “O milizia del ciel„[999]
esclama il Poeta. E l'aquila se rende imagine di giustizia, ha, per ciò
che ho detto, spirito di fortezza: di quella fortezza che fa alcuni
uomini divini, come voleva Aristotele; di quella virtù eroica o divina
che i dottori cristiani dicevano appunto, interpretando a modo loro
Aristotele, ispirazione dello Spirito Santo, mediante i suoi doni.[1000]
E troveremo la scienza nel cielo di Saturno? Certo v'è la beatitudine
dei pacifici. Già Saturno “sotto cui giacque ogni malizia morta„ bene
nomina il cielo che è opposto al primo cerchio della malizia, dove
Virgilio spense quell'ira bestiale. E sono contemplanti i pacifici che
lassù godono. Ma è in questa spera indizio di quel dono per il quale la
ragion pratica è condotta ad apprendere la verità? Sì. In questa spera a
una domanda sulla predestinazione si risponde:[1001]
Ma quell'alma nel ciel che più si schiara,
quel serafin che in Dio più l'occhio ha fisso,
alla domanda tua non satisfara;
però che sì s'inoltra nell'abisso
dell'eterno statuto quel che chiedi,
che da ogni creata vista è scisso.
Ed al mondo mortal, quando tu riedi,
questo rapporta, sì che non presuma
a tanto segno più mover li piedi.
La mente che qui luce, in terra fuma.
Così è dichiarato un limite alla scienza. E poi Pier Damiano parla della
corruzione dei moderni pastori. E sembra questo discorso essere in
proporzione a quello che tra il “fumo„ fa Marco Lombardo, sulla reità
del mondo. Benedetto parla delle badie fatte spelonche e delle cocolle
fatte sacca. Marco Lombardo ha dichiarata la malizia della strada del
mondo, questi l'altra dell'altra: di quella di Dio.[1002]
E nel cielo delle stelle fisse è la beatitudine dei misericordi e il
dono della pietà, ed è l'opposto quindi dell'invidia. Dante vi si volge
con gli eterni Gemelli, e così vede “l'aiuola che ci fa tanto
feroci.„[1003] In verità l'occhio dell'invido “pur a terra mira„,[1004]
e per quel mirare l'animo si fa feroce. Laggiù l'aiuola dell'invidia,
quassù il dono della pietà e la beatitudine dei misericordi. Ad
accertarne, potrebbe bastare quella comparazione dell'augello,[1005]
posato al nido de' suoi dolci nati.
Ma “ecco le schiere del trionfo di Cristo„, o della misericordia divina,
come si potrebbe dire: di quella “sapienza e possanza„[1006]
ch'aprì le strade intra il cielo e la terra.
Ma “quivi è la rosa in che il Verbo divino carne si fece„, quivi risuona
il nome “del bel fiore„ che Dante invocava mattina e sera.[1007] In lei
misericordia! in lei pietate! Qui si vede l'atto di quei candori che si
stendono in su, come il fantolino tende le braccia “in ver la mamma...
poi che il latte prese„.[1008] E c'è oltre che misericordia, oltre che
pietà nel senso di regolatrice dei nostri doveri verso il prossimo, v'è
la _pietas_ nell'altro senso augusto. Quivi il Poeta è esaminato intorno
alle tre virtù sante, nel cui esercizio si assomma la pietà o
religione[1009]. E Pietro maledice ciò che è nelle bolgie, la simonia,
lo scisma, l'ipocrisia dei lupi in vista di pastori; e fa più altamente
sonare ciò che Dante disse a colui che forte springava. E infine... oh!
forse si legge la parola pietà e la parola misericordia in quell'alto e
pur mesto scongiuro alla “crudeltà„ che serrava il Poeta fuor
dell'ovile. Scongiuro sublime! Vi è dentro la coscienza della sua
grandezza. Egli nomina “il poema sacro al quale ha posto mano e cielo e
terra„. Ma vi trema un'altra voce d'accoramento umile. Quale straziante
imagine è della pecora a cui è chiuso l'ovile, e che bela di fuori,
nella notte! Onorate l'altissimo poeta! sembra dire. E sembra
aggiungere: Pietà! vorrei morire nel mio dolce nido: apritemi le porte!
lasciatemi vedere il fonte del mio battesimo, prima che io entri nella
tomba!
Resta il nono cerchio. Vi si discorre del “maledetto superbire„ di
Lucifero.[1010] Vi si vedono gli angeli rimasti fedeli. Essi furono
umili, come quello fu superbo. Essi non volser viso dalla faccia di Dio,
come quello alzò le ciglia contro lui[1011]. Qui si è beati della
beatitudine, che esso non volle, e si gode la visione del Signore, che
esso non temè.
E concludendo questi non più che cenni di maggior trattato, dico che il
paradiso, dopo le due spere inferiori, che sono come il vestibolo e in
cui pur si trovano i doni della sapienza e della scienza, ha, oltre la
ragione astrologica, chiara a intendersi, e altro che ora ometto, questo
modo: che i beati si mostrano nelle spere dove è il premio annunziato
nel purgatorio, e questo premio è ottenuto con la virtù indicata colà e
mercè il dono dello spirito colà sottinteso. I quali doni sono
raffigurati soltanto nella foresta divina coi sette candelabri. Essi
formano, tutti e sette insieme, un “bello arnese„ più chiaro della luna;
formano un alone di luna e un iride di sole. Sono, in vero, il lume che
in noi s'infonde. E tra il primo e l'ultimo sono dieci passi: il che
significa che i doni che si assommano nella prudenza, ci sono dati per
la giustizia, per la quale sono i dieci comandamenti.[1012] Or dunque in
Venere sono i _beati mundo corde_, per il dono della sapienza; nel Sole
i _beati esurientes_, per il dono dell'intelletto; in Marte, i _beati
sitientes_, per il dono del consiglio; in Giove, i _beati qui lugent_,
per il dono della fortezza; in Saturno, i _beati pacifici_, per il dono
della scienza; nelle stelle fisse, i _beati misericordes_, per il dono
della pietà; nel primo mobile, i _beati pauperes spiritu_, per il dono
del timor di Dio.