E quest'altra:[859]

O sopra tutte mal creata plebe,

che stai nel loco, onde parlare è duro,

me' foste state qui pecore e zebe!

Noi siamo vermi, dice il Poeta a proposito della superbia, nel

purgatorio; spregevoli, bassi, nulli nella vita presente. Non c'è da

insuperbire di tal condizione. Ma questi vermi si mutano in farfalle che

volano a Dio, dopo la morte. Vogliam restare vermi in eterno? E, a

proposito del tradimento, se avesse adoperata la stessa comparazion del

verme, avrebbe detto: O vermi (invero Lucifero è il vermo reo), che

voleste rimaner vermi! Meglio davvero che foste stati vermi e non

uomini! E i superbi cristiani e la plebe sopra tutte mal creata sono

puniti in modo analogo. Quelli[860]

la grave condizione

di lor tormento a terra li rannicchia,

sì che non paion persone; sono sotto il peso di sassi, e piangono e

sembrano dire: Più non posso. E gli altri? Con due parole Dante

interpreta la pena degli altri, quando fa dir di Lucifero:[861]

Principio del cader fu il maledetto

_superbir_ di colui che tu vedesti

_da tutti i pesi del mondo_ costretto.

Basta questo, senza ricordare come i traditori siano rannicchiati tra il

gelo, quali i superbi al marmo candido; come quelli e questi piangano

continuamente.

I frodolenti sono certo rei d'invidia, e i traditori, di superbia.

Lucifero è il simbolo di questo peccato, come Gerione di quello. Si può

dire: Lucifero è il peccato in generale! Ma si può soggiungere: E

Gerione? Ma si può replicare: E sia il peccato in generale: qual è il

peccato in generale, se non la superbia? È la superbia, o l'_aversio_ da

Dio. E l'_aversio_ predomina nei tre peccati spirituali. Or come i tre

peccati che sono dentro la città roggia e sono sotto la dizione

particolare di Dite, non sono quei tre peccati? Sono; e perciò si

chiamano, per essere i tre peccati d'_aversione_, superbia tutti e tre

in certo modo. Superbia invero è l'ira di Capaneo, superbia l'invidia di

Vanni Fucci, come superbia quella di Giuda.

Oh! e come? Che cosa è la superbia? È un opporsi direttamente a Dio, è

un _apostatare a Deo_.[862] “Apostatare da Dio si dice essere l'inizio

della superbia dalla parte dell'_aversione_: chè da ciò che l'uomo non

vuole assoggettarsi a Dio, segue che egli voglia, fuor dell'ordine, la

propria eccellenza nelle cose temporali; e così l'apostasia da Dio non è

ivi presa come speciale peccato, ma piuttosto come una cotal condizione

generale d'ogni peccato, che è l'_aversione_ dal bene immutabile. O si

può dire che apostatare da Dio si dice essere l'inizio della superbia,

_perchè è la prima specie_ di superbia....„ E Giuda è nella bocca di

mezzo di Lucifero, e qualunque sia il suo fallo, è certo il pessimo e il

primo. Ma Giuda è reo d'apostasia. Dunque è reo della prima specie di

superbia, dunque di superbia peccato speciale, non che di superbia o

apostasia peccato generale.

È apostata. Non importerebbe recar testi: ognun lo sa. Tuttavia

leggiamo.[863] “Che più dovete temere? Un peccato solo, il più grave,

quel di Giuda, il peccato di apostasia„. Ora Giuda non solo dà nome al

più basso loco dell'inferno, ma empie di sè tutta la ghiaccia; la quale

in tal modo si dimostra essere di apostati, cioè di superbi. Dante

subito nel cominciare la sua via per la gelata si sente dire:[864]

guarda come passi;

fa sì che tu non calchi con le piante

le teste dei fratei miseri lassi!

Qui, nella Caina, Dante non calca alcuna testa; ma potrebbe, se volesse.

Nella seconda, sì, vuole, o vorrebbe aver voluto. Nell'Antenora[865]

passeggiando tra le teste,

forte percosse il piè nel viso ad una.

Il peccatore grida piangendo: Perchè mi pesti? Or bene questo calcare e

pestare con le piante e col piede richiama qui l'apostasia di Giuda.

Perchè?[866] “Egli avea eletto dodici, ma vi era un diavolo, Giuda

Iscarioth, il quale contro il Signore levò il calcagno: del quale egli

disse, _Affinchè si adempia la scrittura che chi mangia il mio pane levò

contro me il calcagno suo._ O Giuda infelice, tu mangi il pane del

Signore e contro il Signore levi il calcagno? Oh quanti sono i Giuda i

quali mangiano il pane del Signore e nelle opere loro percuotono d'un

calcio il Signore... Cotesti sono i Giuda Iscarioth i quali se non si

mutano in meglio, oh! non fossero nati!„. Oltre che quest'ultima

esclamazione risuona nelle parole di Dante “Me' foste state qui pecore e

zebe„, è, per il resto, chiaro che il passeggiar di Dante tra le teste e

il pestarle col piede è infliggere il contrappasso di ciò che quei Giuda

fecero a imitazione del primo: levare il calcagno contro il Signore.

E ciò è tanto esatto, in quanto il piede di Dante non calca veramente

una testa se non nell'Antenora in cui cominciano a essere i peccatori

diretti contro Dio; mentre nella Caina il peccato non è contro il

principio generale ma contro il principio particolare dell'essere. E

tuttavia nella Caina c'è la minaccia, il rischio, il timore di quel

santo calcio.

Nella terza circuizione la presenza morale di Giuda è ancor più

evidente. Quelli che tradirono a mensa, hanno subito dopo il tradimento

il corpo invaso da un diavolo; a somiglianza di Giuda nel quale, dopo

che Gesù gli porse il pane intinto, entrò Satana.[867] Sono dunque più

che mai apostati e perciò superbi questi peccatori. Ma Dante non si è

contentato di darcene questi chiari indizi, e ce ne ha offerto un altro

chiarissimo. Chè, interpretando forse a modo suo questo entrar di

Satana, egli fa che nel tempo stesso l'anima del peccatore rovini nella

cisterna dell'abisso, come Lucifero stesso dopo il suo peccato di

superbia.[868] “Egli non fece nulla, non operò nulla, solamente pensò la

superbia; e in un momento, in un batter d'occhio, fu irreparabilmente

precipitato„. Nella cisterna rovina il peccatore di Dante; nel lago il

Lucifero di Isaia. Superbi tutti e due.[869]

Nella ghiaccia Lucifero e i giganti da una parte, e dall'altra Giuda

affermano il concetto di _aversione_, di apostasia, di superbia. In

Malebolge la sozza immagine di frode riassume il concetto d'invidia.

Anche i dieci passi che fanno Virgilio e Dante verso la bestia malvagia,

mostrano ch'ella comprende le dieci bolgie e i dieci peccati,

cominciando, per un rispetto, dai seduttori, e, per un altro, dagli

ipocriti. Invero Gerione è il serpente, in cui si mutò il diavolo per

tentar Eva: onde il serpente fu poi maledetto da Dio[870] “Sopra il tuo

petto camminerai, e _mangerai terra_ tutti i giorni della tua vita„. Non

è opportuno qui ricordar quella che fu dipartita dall'invidia? la lupa

che ciba terra, come non il veltro?[871] Non è opportuno richiamare

l'occhio dell'invido “che pure a terra mira„?[872] Questo serpente dalla

faccia di uom giusto commise tutti dieci i peccati di Malebolge, essendo

l'invidia. È quei dieci peccati ed è l'invidia. E facile sarebbe

trovarli tutti e dieci, in quella tentazione; ma si rischierebbe di

prestare a Dante: noi poverelli al signor dell'altissimo canto.

Appaghiamoci di ciò che è manifesto della intenzione sua. Egli

cominciando la visita e l'esposizione dei peccati dalla bolgia dei

seduttori e da quella dei lusingatori, dimostra che ha in mente il serpe

che andò alla donna e la lusingò e sedusse. Facendo, delle dieci,

principale la sesta bolgia, dimostra che ricorda il diavolo che mentisce

e copre il suo malvolere e fa vedere la faccia d'uom giusto; il diavolo

di cui l'ipocrisia fu il primo strumento.[873] Con la trasformazione dei

ladri in serpenti, dimostra d'aver di mira quel primo ladrone che si

mutò in serpente, e rubò per mano d'Eva il pomo. Rubò: così Dante

s'esprime:[874]

la pianta

ch'è or due volte _dirubata_ quivi.

Qualunque _ruba_ quella o quella schianta

con bestemmia di fatto offende Dio...

Per la prima volta la pianta fu derubata da Adamo, ossia dal diavolo che

lo consigliò. E quando il Poeta nascose nel fuoco i consiglieri del

male, ricordò certo il primo consigliere del male, che vive nella

Geenna. E del resto questo medesimo adulterò le cose di Dio, fece del no

_ita_, rese Dio e l'uomo in sè rubelli, falsificò sè in altrui forma; e

sopra tutto fu falso profeta e malo indovino, quando disse: “Non

morrete, no: sarete come Iddii, sapendo il bene e il male„; e ciò quando

la sua invidia[875] portava nel mondo la morte, e quando faceva cadere

l'uomo in quello stato di servaggio e di oscurità, per cui non doveva

discernere più il bene dal male, fin che non venne il Redentore.

Ora come Lucifero è simbolo della superbia, anzi è la superbia stessa,

peccato generale e speciale, apostasia in genere e in ispecie; così

Gerione è simbolo della invidia e comprende tutte le dieci

manifestazioni di frode, che sono in Malebolge; di frode che si potrà

così ragionevolmente chiamare invidia, come invidia è essa imagine di

frode. Ma come nella Ghiaccia è un peccatore umano, Giuda, oltre che un

peccatore diabolico, Lucifero, a esprimere il medesimo pensiero di

apostasia generale e speciale, ossia di superbia; abbiamo anche in

Malebolge un peccatore, istessamente umano e istessamente espressivo?

Pare: Caifas, il crocifisso in terra. Già, è crocifisso, e così bene

esprime l'invidia che mira a terra, e viene ad assomigliarsi al Perverso

costretto da tutti i pesi del mondo. Ed è poi in così vil condizione,

perchè[876]

consigliò i Farisei che convenia

porre un uom per lo popolo ai martiri.

Per quanto pravo consigliere, non è tra i pravi consiglieri, ma tra

quelli che sotto l'aspetto di santità mascherano la loro invidia. Chè

invidia era. Lo dice la parola: _un uomo_. L'invidia del primo superbo

fu cagione di tutti i mali al genere umano. La superbia sua fu contro

Dio, l'invidia contro gli uomini. E così l'invidia è verso i pari, come

la superbia verso i superiori. Il che dichiara Dante, dicendo, che il

superbo spera eccellenza e l'invido teme che altri sormonti; l'uno vuol

primeggiare, l'altro non vuole che altri primeggi:[877] l'uno vuol

salire sugli altri, l'altro vuole agli altri detrarre. Ora Caifas

sarebbe reo come Giuda se non fosse che per Giuda l'uomo era Dio, e per

Caifas il Dio era uomo. Solo per questo egli fu invido; come l'altro fu

superbo.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 96 / 142 题