O sopra tutte mal creata plebe,
che stai nel loco, onde parlare è duro,
me' foste state qui pecore e zebe!
Noi siamo vermi, dice il Poeta a proposito della superbia, nel
purgatorio; spregevoli, bassi, nulli nella vita presente. Non c'è da
insuperbire di tal condizione. Ma questi vermi si mutano in farfalle che
volano a Dio, dopo la morte. Vogliam restare vermi in eterno? E, a
proposito del tradimento, se avesse adoperata la stessa comparazion del
verme, avrebbe detto: O vermi (invero Lucifero è il vermo reo), che
voleste rimaner vermi! Meglio davvero che foste stati vermi e non
uomini! E i superbi cristiani e la plebe sopra tutte mal creata sono
puniti in modo analogo. Quelli[860]
la grave condizione
di lor tormento a terra li rannicchia,
sì che non paion persone; sono sotto il peso di sassi, e piangono e
sembrano dire: Più non posso. E gli altri? Con due parole Dante
interpreta la pena degli altri, quando fa dir di Lucifero:[861]
Principio del cader fu il maledetto
_superbir_ di colui che tu vedesti
_da tutti i pesi del mondo_ costretto.
Basta questo, senza ricordare come i traditori siano rannicchiati tra il
gelo, quali i superbi al marmo candido; come quelli e questi piangano
continuamente.
I frodolenti sono certo rei d'invidia, e i traditori, di superbia.
Lucifero è il simbolo di questo peccato, come Gerione di quello. Si può
dire: Lucifero è il peccato in generale! Ma si può soggiungere: E
Gerione? Ma si può replicare: E sia il peccato in generale: qual è il
peccato in generale, se non la superbia? È la superbia, o l'_aversio_ da
Dio. E l'_aversio_ predomina nei tre peccati spirituali. Or come i tre
peccati che sono dentro la città roggia e sono sotto la dizione
particolare di Dite, non sono quei tre peccati? Sono; e perciò si
chiamano, per essere i tre peccati d'_aversione_, superbia tutti e tre
in certo modo. Superbia invero è l'ira di Capaneo, superbia l'invidia di
Vanni Fucci, come superbia quella di Giuda.
Oh! e come? Che cosa è la superbia? È un opporsi direttamente a Dio, è
un _apostatare a Deo_.[862] “Apostatare da Dio si dice essere l'inizio
della superbia dalla parte dell'_aversione_: chè da ciò che l'uomo non
vuole assoggettarsi a Dio, segue che egli voglia, fuor dell'ordine, la
propria eccellenza nelle cose temporali; e così l'apostasia da Dio non è
ivi presa come speciale peccato, ma piuttosto come una cotal condizione
generale d'ogni peccato, che è l'_aversione_ dal bene immutabile. O si
può dire che apostatare da Dio si dice essere l'inizio della superbia,
_perchè è la prima specie_ di superbia....„ E Giuda è nella bocca di
mezzo di Lucifero, e qualunque sia il suo fallo, è certo il pessimo e il
primo. Ma Giuda è reo d'apostasia. Dunque è reo della prima specie di
superbia, dunque di superbia peccato speciale, non che di superbia o
apostasia peccato generale.
È apostata. Non importerebbe recar testi: ognun lo sa. Tuttavia
leggiamo.[863] “Che più dovete temere? Un peccato solo, il più grave,
quel di Giuda, il peccato di apostasia„. Ora Giuda non solo dà nome al
più basso loco dell'inferno, ma empie di sè tutta la ghiaccia; la quale
in tal modo si dimostra essere di apostati, cioè di superbi. Dante
subito nel cominciare la sua via per la gelata si sente dire:[864]
guarda come passi;
fa sì che tu non calchi con le piante
le teste dei fratei miseri lassi!
Qui, nella Caina, Dante non calca alcuna testa; ma potrebbe, se volesse.
Nella seconda, sì, vuole, o vorrebbe aver voluto. Nell'Antenora[865]
passeggiando tra le teste,
forte percosse il piè nel viso ad una.
Il peccatore grida piangendo: Perchè mi pesti? Or bene questo calcare e
pestare con le piante e col piede richiama qui l'apostasia di Giuda.
Perchè?[866] “Egli avea eletto dodici, ma vi era un diavolo, Giuda
Iscarioth, il quale contro il Signore levò il calcagno: del quale egli
disse, _Affinchè si adempia la scrittura che chi mangia il mio pane levò
contro me il calcagno suo._ O Giuda infelice, tu mangi il pane del
Signore e contro il Signore levi il calcagno? Oh quanti sono i Giuda i
quali mangiano il pane del Signore e nelle opere loro percuotono d'un
calcio il Signore... Cotesti sono i Giuda Iscarioth i quali se non si
mutano in meglio, oh! non fossero nati!„. Oltre che quest'ultima
esclamazione risuona nelle parole di Dante “Me' foste state qui pecore e
zebe„, è, per il resto, chiaro che il passeggiar di Dante tra le teste e
il pestarle col piede è infliggere il contrappasso di ciò che quei Giuda
fecero a imitazione del primo: levare il calcagno contro il Signore.
E ciò è tanto esatto, in quanto il piede di Dante non calca veramente
una testa se non nell'Antenora in cui cominciano a essere i peccatori
diretti contro Dio; mentre nella Caina il peccato non è contro il
principio generale ma contro il principio particolare dell'essere. E
tuttavia nella Caina c'è la minaccia, il rischio, il timore di quel
santo calcio.
Nella terza circuizione la presenza morale di Giuda è ancor più
evidente. Quelli che tradirono a mensa, hanno subito dopo il tradimento
il corpo invaso da un diavolo; a somiglianza di Giuda nel quale, dopo
che Gesù gli porse il pane intinto, entrò Satana.[867] Sono dunque più
che mai apostati e perciò superbi questi peccatori. Ma Dante non si è
contentato di darcene questi chiari indizi, e ce ne ha offerto un altro
chiarissimo. Chè, interpretando forse a modo suo questo entrar di
Satana, egli fa che nel tempo stesso l'anima del peccatore rovini nella
cisterna dell'abisso, come Lucifero stesso dopo il suo peccato di
superbia.[868] “Egli non fece nulla, non operò nulla, solamente pensò la
superbia; e in un momento, in un batter d'occhio, fu irreparabilmente
precipitato„. Nella cisterna rovina il peccatore di Dante; nel lago il
Lucifero di Isaia. Superbi tutti e due.[869]
Nella ghiaccia Lucifero e i giganti da una parte, e dall'altra Giuda
affermano il concetto di _aversione_, di apostasia, di superbia. In
Malebolge la sozza immagine di frode riassume il concetto d'invidia.
Anche i dieci passi che fanno Virgilio e Dante verso la bestia malvagia,
mostrano ch'ella comprende le dieci bolgie e i dieci peccati,
cominciando, per un rispetto, dai seduttori, e, per un altro, dagli
ipocriti. Invero Gerione è il serpente, in cui si mutò il diavolo per
tentar Eva: onde il serpente fu poi maledetto da Dio[870] “Sopra il tuo
petto camminerai, e _mangerai terra_ tutti i giorni della tua vita„. Non
è opportuno qui ricordar quella che fu dipartita dall'invidia? la lupa
che ciba terra, come non il veltro?[871] Non è opportuno richiamare
l'occhio dell'invido “che pure a terra mira„?[872] Questo serpente dalla
faccia di uom giusto commise tutti dieci i peccati di Malebolge, essendo
l'invidia. È quei dieci peccati ed è l'invidia. E facile sarebbe
trovarli tutti e dieci, in quella tentazione; ma si rischierebbe di
prestare a Dante: noi poverelli al signor dell'altissimo canto.
Appaghiamoci di ciò che è manifesto della intenzione sua. Egli
cominciando la visita e l'esposizione dei peccati dalla bolgia dei
seduttori e da quella dei lusingatori, dimostra che ha in mente il serpe
che andò alla donna e la lusingò e sedusse. Facendo, delle dieci,
principale la sesta bolgia, dimostra che ricorda il diavolo che mentisce
e copre il suo malvolere e fa vedere la faccia d'uom giusto; il diavolo
di cui l'ipocrisia fu il primo strumento.[873] Con la trasformazione dei
ladri in serpenti, dimostra d'aver di mira quel primo ladrone che si
mutò in serpente, e rubò per mano d'Eva il pomo. Rubò: così Dante
s'esprime:[874]
la pianta
ch'è or due volte _dirubata_ quivi.
Qualunque _ruba_ quella o quella schianta
con bestemmia di fatto offende Dio...
Per la prima volta la pianta fu derubata da Adamo, ossia dal diavolo che
lo consigliò. E quando il Poeta nascose nel fuoco i consiglieri del
male, ricordò certo il primo consigliere del male, che vive nella
Geenna. E del resto questo medesimo adulterò le cose di Dio, fece del no
_ita_, rese Dio e l'uomo in sè rubelli, falsificò sè in altrui forma; e
sopra tutto fu falso profeta e malo indovino, quando disse: “Non
morrete, no: sarete come Iddii, sapendo il bene e il male„; e ciò quando
la sua invidia[875] portava nel mondo la morte, e quando faceva cadere
l'uomo in quello stato di servaggio e di oscurità, per cui non doveva
discernere più il bene dal male, fin che non venne il Redentore.
Ora come Lucifero è simbolo della superbia, anzi è la superbia stessa,
peccato generale e speciale, apostasia in genere e in ispecie; così
Gerione è simbolo della invidia e comprende tutte le dieci
manifestazioni di frode, che sono in Malebolge; di frode che si potrà
così ragionevolmente chiamare invidia, come invidia è essa imagine di
frode. Ma come nella Ghiaccia è un peccatore umano, Giuda, oltre che un
peccatore diabolico, Lucifero, a esprimere il medesimo pensiero di
apostasia generale e speciale, ossia di superbia; abbiamo anche in
Malebolge un peccatore, istessamente umano e istessamente espressivo?
Pare: Caifas, il crocifisso in terra. Già, è crocifisso, e così bene
esprime l'invidia che mira a terra, e viene ad assomigliarsi al Perverso
costretto da tutti i pesi del mondo. Ed è poi in così vil condizione,
perchè[876]
consigliò i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo ai martiri.
Per quanto pravo consigliere, non è tra i pravi consiglieri, ma tra
quelli che sotto l'aspetto di santità mascherano la loro invidia. Chè
invidia era. Lo dice la parola: _un uomo_. L'invidia del primo superbo
fu cagione di tutti i mali al genere umano. La superbia sua fu contro
Dio, l'invidia contro gli uomini. E così l'invidia è verso i pari, come
la superbia verso i superiori. Il che dichiara Dante, dicendo, che il
superbo spera eccellenza e l'invido teme che altri sormonti; l'uno vuol
primeggiare, l'altro non vuole che altri primeggi:[877] l'uno vuol
salire sugli altri, l'altro vuole agli altri detrarre. Ora Caifas
sarebbe reo come Giuda se non fosse che per Giuda l'uomo era Dio, e per
Caifas il Dio era uomo. Solo per questo egli fu invido; come l'altro fu
superbo.