I.

A te convien tenere altro viaggio:

rispose, poi che lagrimar mi vide;

se vuoi campar d'esto loco selvaggio:

il qual loco è la piaggia diserta, o il mondo coperto e gravido d'ogni

malizia.[708] Il viaggio lo circoscrive Virgilio stesso: sarà per loco

eterno; comincerà dalle disperate strida del vestibolo e finirà coi

canti nel fuoco. Egli lascerà nel suo partire Dante con anima più degna,

con la quale potrà, se vorrà, salire alle beate genti.[709] Invero sulle

sponde di Letè lo lascia in conspetto di Beatrice. Letè è il fiume che

dal paradiso terrestre cala giù per i balzi del purgatorio e scende, non

noto che per il suono del suo cadere, al centro della terra,[710]

per la buca di un sasso ch'egli ha roso.

Quattro fiumi Dante attraverserà prima di giungere a quello. E quei

quattro fiumi scendono dal luogo dove gli uomini sognarono il Paradiso

terrestre dal quale discende veramente il quinto. Misticamente hanno la

stessa origine, e misticamente riescono allo stesso fine. E i quattro

fiumi dell'inferno non sono che l'unico Acheronte il quale sgorga dalla

ferita della natura umana. E il Letè va al centro della terra per una

ferita ch'esso fece. E misticamente l'Acheronte e il Letè sono lo stesso

fiume; e Dante passa l'uno e l'altro con circostanze simili. Invero egli

cade, là, come l'uom cui sonno piglia; qua, cade vinto.[711] Là, dopo il

passo, trova le tre disposizioni che il ciel non vuole, che sono le

quattro ferite, contro le quali sono le quattro virtù cardinali. E

queste esercita, riacquista, passando sempre quel fiume unico ne' suoi

ultimi tre aspetti, che equivalgono a quattro, di fiume tristo (per le

due incontinenze) e fiume di fuoco (per la violenza) e fiume di gelo

(per la frode). Dopo il passo di Acheronte egli ha insomma esercitate le

quattro virtù cardinali. Qua, dopo il passo di Letè, trova “quattro

belle„ che, ninfe nella divina foresta e stelle nel cielo, sono le

quattro virtù cardinali.[712]

L'Acheronte è, per i corporalmente morti, la seconda morte: quella

inflitta dal peccato in genere, dal peccato d'origine, dal peccato che è

il peccato. Ma per i corporalmente vivi, il passarlo è morire a quella

morte, a quel peccato. Dunque esso cambia in certo modo natura. In vero

esso è per i vivi il Letè. Nel fatto il Letè cancella pur la memoria del

peccato, cioè dei peccati singoli che sono tutti insieme virtualmente

contenuti nel primo. Or qual nome cristiano potremo dare al Letè?

All'Acheronte questo: morte, tenebra, peccato: peccato originale in lui

stesso, peccato attuale nel suo corso sotto altri nomi e con altri

aspetti. A Letè, quale? Vi è una fonte che non mai potrà seccare: la

misericordia, secondo la quale, a testimonianza di S. Paolo, il Cristo

ci fece salvi.[713] “Nostro fonte è il Cristo Signore, onde ci abbiamo a

lavare, come è scritto: Colui che ci amò e ci lavò dai nostri

peccati„.[714] Or questo fonte il contemplante di Chiaravalle dice che è

uno dei quattro fonti del Paradiso terreno, il quale è Gesù. E dice

ancora che in essi quattro fonti sono raffigurate le quattro ferite del

Salvatore.

Ma il Salvatore ebbe quattro ferite, due ai piedi e due alle mani, da

vivo; e una quinta al costato, da morto. Quest'ultima si dice: “fonte di

vita„. In sè Gesù morto, nella sua morte Gesù aprì a noi la fonte di

vita. Abbiamo già detto come la fessura del gran veglio, onde sgorgano

le lagrime che fanno Acheronte, figurando il peccato originale,

raffigura anche virtualmente l'espiazione di quello assunta dal Cristo

in sè. È ovvio dunque pensare e credere che quella fessura donde

sgorgano quattro fiumi, quella _vulneratio_ che si esplica in quattro

ferite, raffiguri ancora la grande ferita al costato di Gesù morto,

ferita donde sgorgò la fonte di vita, e le altre quattro ai piedi e alle

mani di Gesù vivo, donde sgorgarono altre quattro fonti. Or noi vediamo

chiaramente il pensiero di Dante. La fessura del gran veglio è anche la

ferita al costato, di Gesù. La natura umana fu assunta dal Dio: quindi

in esso ella ebbe quella ferita ed esso in quella.[715] L'apriva, quella

ferita, Adamo, peccando. E ne sgorgano quattro fiumi, dei quali il primo

è per il peccato originale e gli altri tre per le tre disposizioni male.

Dante voleva metter d'accordo Aristotele con questi concepimenti mistici

di Beda e di Bernardo. E tuttavia cinque fonti anch'esso riconosce,

perchè quando Virgilio gli ha parlato dei quattro fiumi, esce a

chiedere: E Letè? Letè egli fa derivare dal Paradiso terrestre e

scendere giù giù sino al centro della terra a incontrare la foce

dell'altro che scende da Creta. E Letè è misticamente l'Acheronte

stesso, e nel tempo stesso è la quinta delle perenni fontane.

S. Bernardo[716] riconosce nella ferita al costato l'origine del fonte

di vita, e nelle altre quattro i fonti di misericordia, di sapienza, di

grazia e di carità. Dante nel Letè, per così dire, di Creta, ossia nel

fiume di lagrime che deriva dalla fessura del veglio, ha riconosciuta la

salvazione dal peccato, prima nella sua forma unica di peccato originale

che tutti i peccati virtualmente comprende, poi nelle sue quattro forme,

ch'egli riduce a tre, mettendo insieme le due incontinenze, di peccato

attuale: la salvazione con l'opera, prima, della Redenzione o del

battesimo, che è una natività nuova ed è la salute in genere; poi con

l'ausilio delle quattro virtù: temperanza e fortezza, giustizia,

prudenza. Il fiume di lagrime, come mitologicamente ha il nome di

Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito, come per i corporalmente morti ha

il significato di peccato originale e di incontinenza (di concupiscibile

e irascibile) e di ingiustizia col solo cuore e di ingiustizia anche con

l'intelletto; ossia di assoluta inordinazione totale, e d'inordinazione,

prima, nelle due passioni dell'anima sensitiva e poi anche nella

volontà, e poi anche nell'intelletto; così misticamente, nel suo aspetto

di Letè figurato in Creta, si chiama Redenzione, e poi temperanza e

fortezza, e poi giustizia, e poi prudenza. Non dunque Dante ha seguito

il contemplante in questi uffizi del quadruplice o quintuplice fonte. Ma

passiamo al Letè vero, al Letè che sgorga dal Paradiso terrestre vero,

non dall'Ida che lo raffigura, come il sogno la cosa.

Dante nel suo Letè fonde le due idee di S. Bernardo: le due idee del

fonte di vita che dalla ferita di Gesù morto è sgorgato a farci salvi, e

del fonte di misericordia, nel quale ci laviamo dai nostri peccati.

Tuttavia egli ha continuato a leggere il sermone: “Ma non solo questo è

l'uso delle acque; nè soltanto esse lavano le macchie, ma e la sete

estinguono„. Ora nel Paradiso terrestre Dante pone anche un altro fiume,

l'Eunoè. In questo Dante non è tuffato, ma vi beve:[717]

s'io avessi, lettor, più lungo spazio

da scrivere, io pur canterei in parte

lo dolce ber che mai non m'avria sazio.

Gli altri fonti di S. Bernardo versano acque di “discrezione„ che si

bevono, per abitare nella sapienza e meditare nella giustizia; acque

dolci di “devozione„ per irrigare le piante novelle,[718] acque di

“emulazione„ fervide per cuocere gli affetti nostri; dolci quelle per

amare la giustizia, bollenti queste per odiar l'iniquità. Che tutti

questi concetti Dante assommi nello Eunoè, vedesi dal fatto che a Eunoè

beve, che il bere è dolce e ravviva le virtù, e più da ciò che colui che

beve ritorna dall'onda come se fosse stato irrigato:[719]

come _piante novelle_

rinnovellate di novella fronda.

Il fiume di lagrime deriva da una fessura del gran veglio. Il Letè va al

centro della terra, per una buca “ch'egli ha roso„. Per questa buca

Dante e Virgilio escono dalla tomba del peccato “a riveder le

stelle„.[720] La fessura della statua e il foro del sasso hanno

relazione tra loro, come l'Acheronte e il Letè. In verità v'hanno i fori

nella pietra, che s'interpretano per le piaghe del Cristo: chè pietra è

il Cristo.[721] Sono buoni fori, quelli, che ci dànno la fede della

risurrezione. Da quei fori sgorga la misericordia: per quelle fessure

(_rimas_) possiamo suggere il miel dalla pietra e l'olio dal sasso

durissimo. Di più, il Cristo ci introdusse “_in sancta_„ per quei fori

aperti. Per il foro di Letè, sale Dante a' piedi del santo monte, dove è

il veglio solo, fregiato di lume dai raggi delle quattro luci

sante.[722] Dante entra nella tomba con la morte del Salvatore; risorge

per la buca della pietra, che dà la fede della risurrezione. Ma Bernardo

oltre le “_sancta_„, ricorda le “_sancta sanctorum_„; come oltre il

Purgatorio e il Paradiso terrestre, c'è il Paradiso celeste. Chi entra

nel santo, vede solo le spalle del Signore; solo chi meritò di entrare

in _sancta sanctorum_, vedrà la faccia di lui, stante, cioè la chiarità

dell'incommutabile. E così il pensiero di Dante si riscontra con quello

del contemplante, in ciò che Dante entrando dalla porta rotta

dell'Inferno e passando l'Acheronte, cioè la raffigurazione mistica di

quel foro nel sasso e di quel fiumicello, entra _in sancta_ e vede le

spalle del Signore; e salendo poi per il foro e passando il Letè vede

del Signore il viso e la chiarità. Dante invero, di cerchio in cerchio

scendendo per l'inferno oscuro, va verso Dio; ma Dio dai demoni e dai

dannati ha torta la faccia; sì che egli ne vede le spalle; e poi salendo

di cornice in cornice per il santo monte, ha la faccia conversa, dove è

conversa quella dei penitenti: a Dio; e poi a Dio con Beatrice

ascenderà.

Ma che è questo entrare nel foro della pietra? questo entrare nel santo,

e nel santo dei santi? È “contemplare„. E S. Bernardo distingue due

gradi di contemplazione, meno e più intensa e soave: l'una intorno allo

stato e felicità e gloria della città superna; in qual atto o quiete sia

occupata quella grande moltitudine di celesti; l'altra intorno alla

maestà, eternità, divinità del re stesso. La prima è significata nelle

“caverne di macerie„, la seconda nella “pietra„.[723]

Le caverne di macerie? Ecco. S. Bernardo dà l'essenza mistica di quel

versetto del cantico: “La mia colomba nei fori della pietra, nelle

caverne di macerie: mostrami la tua faccia, suoni la tua voce nelle mie

orecchie„. I fori della pietra sono dunque le piaghe del Salvatore.

L'anima deve nelle piaghe del Salvatore fissarsi con tutta devozione, e

con assidua meditazione restare in quelle. Le caverne di macerie sono i

luoghi degli angeli che per la superbia caddero, lasciati quasi vuoti da

loro:[724] “le quali hanno a essere riempite d'uomini, come _rovine_ da

rifarsi con pietre vive„. Altrove e altre e per altra causa sono le

rovine dell'inferno di Dante; sebbene siano con gli angeli caduti in

qualche rapporto, e sebbene siano anch'esse destinate alla salute degli

uomini. Ma perfettamente si riscontrano le rovine dantesche con quelle

di Bernardo, nel loro significato mistico. Poichè le rovine nei cieli,

dice S. Bernardo, “dalle studiose e pie menti non solo si trovano, ma si

fanno„. In che modo? dice. “Con la meditazione e con la bramosia. Cede

invero, a mo' di macerie molle, la pia macerie al desiderio dell'anima,

cede alla pura contemplazione, cede alla frequente orazione„. Le fa,

insomma, la mente, queste caverne; contemplando; e questa contemplazione

è appunto quella meno soave delle due; quella intorno agli atti e ai

riposi della moltitudine dei celesti. La più soave è invece raffigurata

nel foro della pietra; e anche per questa, la mente, con la

contemplazione stessa, fora la pietra.

Ora le rovine dell'inferno furono cagionate dalla morte del Redentore;

non dal viatore che per esse prese via. Il foro nella pietra fu aperto

dal fonte della misericordia, non da colui che per quello sale a veder

le stelle. Ma ricordiamo il concepimento iniziale della discesa negli

inferi e del passaggio dell'Acheronte. In Gesù l'uomo scende, in Gesù

l'uomo passa. Si rinnova il terremoto stesso che alla morte del

Redentore scrollò gli abissi e fece le tre rovine. Le tre rovine sono

come rinnovate da colui che scende e muore in Gesù. Misticamente dunque

Dante fa da sè le caverne di macerie, le rovine di contemplazione. Le

quali non rappresentano, è vero, la meditazione intorno agli atti e ai

riposi dei celesti; ma è anche vero che non sono nei cieli, sì negli

abissi; e quindi rappresentano la contemplazione non di atti di pietà,

ma di disperazione, non di riposi beati, ma di martorii crudeli; e non

di celesti, ma di dannati. E così Dante ha stupendamente corretto il

pensiero del veggente di Chiaravalle; perchè questa di Dante è sì, e

veramente, contemplazione per la quale si vedono le spalle

(_posteriora_) di Dio; chè l'inferno è popolato di aversi.[725]

Dante ha obbedito a S. Bernardo. Questi grida: “Entra nella pietra,

nasconditi nella fossa... All'anima ancora inferma ed inerte si mostra

la fossa della terra, dove si celi, finchè riprenda forza e profitti, sì

che possa da sè scavare i fori nella pietra, per entrare nel più intimo

del Verbo, con vigore e purità d'animo„.[726] E Dante s'è nascosto

sotterra; il che vuol dire: egli contempla. Non basta: egli non saprebbe

portare ad altri il frutto della contemplazione sua. Dice S. Bernardo

che non suona la voce del contemplante, se non scava il foro da sè. Da

sè scavò il foro l'autore dell'Apocalissi, che s'immerse nei penetrali

del Verbo. Da sè, colui che parlava sapienza tra i perfetti, sapienza

nascosta nel mistero; che giunse al terzo cielo dove udì parole

ineffabili che non gli fu lecito ripetere. Ora Dante dichiara sè simile

a questi due perchè egli afferma di avere avuto nel cielo comando, non

che licenza, di ridire le parole della sua contemplazione. Pietro in

persona lassù gli dice:[727]

Apri la bocca,

e non asconder quel ch'io non ascondo!

In ciò è la singolar grandezza dell'assunto di Dante; in ciò è la

confessione della piena coscienza che egli ne aveva. La voce della

contemplazione sua non risonò soltanto nel segreto della sua coscienza,

come il gorgoglio del fiumicello che si ode e non si vede; ma egli la

gettò fra gli uomini e fece manifesta la sua visione.[728] Egli dunque,

secondo la mistica espressione di S. Bernardo, da sè fece le caverne di

macerie, da sè scavò il duro sasso. Il che torna a dire, che ogni uomo

può salvarsi scendendo col Redentore e col Redentore risalendo; ma che a

ben pochi è dato vedere quello che al veggente di Patmo e all'Apostolo

delle genti e a Dante; e a ben pochi ripetere le parole del mistero,

come non a Paolo e sì a Dante.

Poichè egli “abitando nella fossa sotterranea aveva tanto profittato nel

sanare l'occhio interiore che a faccia aperta potè contemplare la gloria

di Dio; e solo allora potè, quello che vide, parlare _fiducialiter_,

piacente e di voce e di aspetto„.

_Fiducialiter_, cioè rimossa ogni menzogna. Piacente di voce, sebbene

ella sia per essere molesta nel primo gusto; e piacente di faccia,

perchè non poco onore a lui verrà da quel vento che percuote le cime, da

quel vento che è il suo grido.[729]

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 84 / 142 题