Francesca, i tuoi martiri
al lagrimar mi fanno tristo e pio;
pur meno dolenti; e d'altra parte non si concludono con quella pietà per
la quale Dante vien meno avanti il pianto de' due cognati. Trapassando
sulla vanità di quei peccatori e pestando la sozza mescolanza dell'ombre
e della pioggia, toccano “un poco la vita futura„; e Dante sa che, dopo
il gran dì, quando l'ombre avranno ricoverato il loro corpo, soffriranno
ancor più. Nel cerchio degli avari, la pietà di Dante scema, ma non si
annulla. Egli esclama subito:[434]
Ahi giustizia di Dio, tante che stipa
nuove travaglie e pene...?
E poi, dopo aver veduta meglio la ridda, egli “avea lo cor quasi
compunto„. Ma nessun nome è fatto, a nessuna ombra in particolare è
volta questa quasi pietà. E qui si tocca della eternità della lor pena e
poi della fortuna “che i ben del mondo ha sì tra branche„.[435] E poi si
scende “a maggior pièta„[436] e a tanto minor pietà. Chè al peccatore
che si fa dinanzi alla barca e dice:
Vedi che son un che piango;
Dante risponde:
Con piangere e con lutto,
spirito maledetto, ti rimani;
ch'io ti conosco ancor sia lordo tutto.
E il maestro gli grida:
Via costà con gli altri cani!
E Virgilio abbraccia e bacia il discepolo, e ne benedice la madre,
lodando il suo sdegno. E trova giusto e conveniente il disìo di Dante,
di vedere attuffar nel brago il misero. E si lascia quell'infelice “che
in sè medesimo si volgea coi denti„ con quelle parole di spregio che
assomigliano al “dicerolti molto breve„ e al “guarda e passa„ del
vestibolo:[437]
Quivi il lasciammo, che più non ne narro.
La pietà è diminuita a mano a mano da Francesca a Ciacco e agli avari,
finchè avanti a Filippo Argenti è nulla: invece di pietà, sdegno; invece
di pietà, gioia; invece di pietà, disprezzo. E tutto questo, sdegno e
disprezzo se non gioia, si trova nel vestibolo, mentre nel limbo si
prova gran duolo. C'è dunque quasi una posposizione: nell'inferno del
peccato originale, prima è lo sdegno e poi la pietà; nella prima parte
dell'inferno del peccato attuale, ossia tra l'incontinenza, prima è la
pietà e poi lo sdegno: pietà per la concupiscenza, massima nella
lussuria, minima nell'avarizia; sdegno, per che cosa? per l'infermità
speciale, che è l'inordinazione dell'irascibile all'arduo. E qui ci
troviamo davvero avanti all'arduo, con la nostra interpretazione; poichè
i lettori e i critici fissi nell'idea che “color cui vinse l'ira„ siano
i rei d'ira, chiudono gli occhi e abbassano il capo e recalcitrano.
Io ho già detto che come avarizia è la denominazione della colpa sì
degli avari e sì dei prodighi nel cerchio precedente, così nella palude
accidia è sì di color cui vinse l'ira, sì dei tristi che hanno mozza la
parola e portarono dentro accidioso fummo. Ora dirò come l'infermità
dell'irascibile, per cui esso è destituito del suo ordine all'arduo, sia
non solo accidia, come è chiaro, ma sia accidia anche dove pare ira e
non è. In vero la virtù che è nell'irascibile come in subbietto, è la
fortezza.[438] Or la fortezza, come Dante stesso dice, “è arme e freno a
moderare l'audacia e la timidità nostra nelle cose che sono corruzione
della nostra vita„.[439] Poichè “ciascuna di queste virtù ha due nemici
collaterali, cioè vizii, uno in troppo, e un altro in poco„,[440] i due
nemici collaterali della fortezza sono appunto l'audacia e la timidità.
La timidità Dante chiama, nel luogo della Comedia, tristizia o accidia:
come chiama l'audacia? Chè il contrario di quella tristizia la quale è
timidità, è l'audacia, e non altro. La chiama “orgoglio„.[441]
Quei fu al mondo persona orgogliosa:
bontà non è che sua memoria fregi.
E orgoglio in Dante è il rimpettire e tronfiare e rotare dei
colombi,[442] e quel di Serse, a gettare un ponte sul mare,[443] e quel
degli Arabi a passar l'Alpe,[444] e quel della gente nuova,[445] e quel
che cade, insieme con l'uncino, a Malacoda, appena Virgilio gli ha
parlato.[446] Tutte queste volte l'orgoglio è qualche cosa che cade
subito, qualche cosa di vano e in sè e nell'effetto. Grazioso è il fatto
dei colombi: il loro orgoglio, quella loro pettoruta e fremebonda
alterigia, cessa a un tratto per una manata di becchime: beccano queti:
a un tratto un sassolino che cade vicino a loro, li fa levar su in un
impeto di paura. Non sono davvero forti, i cari colombi, ma orgogliosi o
timidi. E passando agli uomini, orgoglio è, dunque, in Dante non tanto a
indicare la grandezza del pericolo affrontato e dell'impresa assunta,
quanto a significare la subita fine d'una vampa improvvisa e vana. Così
è di Serse, così degli Arabi, così di Malacoda. E come non della gente
nuova? E come non di Filippo Argenti?
Così inteso l'orgoglio è proprio tutt'uno con l'audacia. Nel libro di
Tullio, donde prese la violenza e la frode, Dante leggeva un detto di
Platone,[447] che “un animo pronto al pericolo, se è spinto da sua
cupidità, non dal comun bene, deve avere piuttosto il nome di audacia
che di fortezza„. Ora egli dice di Filippo Argenti:
Bontà non è che sua memoria fregi;
e ciò dice subito dopo aver mentovato il suo orgoglio. Non è lecito
presumere che il pensiero di Dante sia appunto che quello dello Argenti
era orgoglio od audacia per ciò che il suo animo non era spinto dal bene
comune, sì che nessun bene di lui si poteva raccontare? Ma un'altra cosa
certo il Poeta non ignorava, chè era del maestro di color che sanno e
nella Etica la quale Virgilio a Dante dice: Tua. Aristotele, riportato
nella Somma, dice che “gli audaci sono prevolanti, e volanti avanti i
pericoli; ma quando ci sono dentro, si partono„.[448] I forti, dichiara
il dottore, i forti invece persistono nel pericolo, perchè nulla
d'impreveduto vi provano, anzi vedono il rischio minore di quel che
pensavano. E sèguita: “o anche perchè affrontano i pericoli per il bene;
il qual volere di bene persevera in essi, per grandi che i pericoli
siano; mentre gli audaci li affrontano per la sola estimazione, la quale
dà speranza ed esclude il timore„; per la sola estimazione che sia
possibile la vittoria.[449] Dal che si raccoglie che l'audacia, non
essendo per il bene, finisce subito in viltà.