Sono queste molto simili a quelle di Dante a Francesca:[433]

Francesca, i tuoi martiri

al lagrimar mi fanno tristo e pio;

pur meno dolenti; e d'altra parte non si concludono con quella pietà per

la quale Dante vien meno avanti il pianto de' due cognati. Trapassando

sulla vanità di quei peccatori e pestando la sozza mescolanza dell'ombre

e della pioggia, toccano “un poco la vita futura„; e Dante sa che, dopo

il gran dì, quando l'ombre avranno ricoverato il loro corpo, soffriranno

ancor più. Nel cerchio degli avari, la pietà di Dante scema, ma non si

annulla. Egli esclama subito:[434]

Ahi giustizia di Dio, tante che stipa

nuove travaglie e pene...?

E poi, dopo aver veduta meglio la ridda, egli “avea lo cor quasi

compunto„. Ma nessun nome è fatto, a nessuna ombra in particolare è

volta questa quasi pietà. E qui si tocca della eternità della lor pena e

poi della fortuna “che i ben del mondo ha sì tra branche„.[435] E poi si

scende “a maggior pièta„[436] e a tanto minor pietà. Chè al peccatore

che si fa dinanzi alla barca e dice:

Vedi che son un che piango;

Dante risponde:

Con piangere e con lutto,

spirito maledetto, ti rimani;

ch'io ti conosco ancor sia lordo tutto.

E il maestro gli grida:

Via costà con gli altri cani!

E Virgilio abbraccia e bacia il discepolo, e ne benedice la madre,

lodando il suo sdegno. E trova giusto e conveniente il disìo di Dante,

di vedere attuffar nel brago il misero. E si lascia quell'infelice “che

in sè medesimo si volgea coi denti„ con quelle parole di spregio che

assomigliano al “dicerolti molto breve„ e al “guarda e passa„ del

vestibolo:[437]

Quivi il lasciammo, che più non ne narro.

La pietà è diminuita a mano a mano da Francesca a Ciacco e agli avari,

finchè avanti a Filippo Argenti è nulla: invece di pietà, sdegno; invece

di pietà, gioia; invece di pietà, disprezzo. E tutto questo, sdegno e

disprezzo se non gioia, si trova nel vestibolo, mentre nel limbo si

prova gran duolo. C'è dunque quasi una posposizione: nell'inferno del

peccato originale, prima è lo sdegno e poi la pietà; nella prima parte

dell'inferno del peccato attuale, ossia tra l'incontinenza, prima è la

pietà e poi lo sdegno: pietà per la concupiscenza, massima nella

lussuria, minima nell'avarizia; sdegno, per che cosa? per l'infermità

speciale, che è l'inordinazione dell'irascibile all'arduo. E qui ci

troviamo davvero avanti all'arduo, con la nostra interpretazione; poichè

i lettori e i critici fissi nell'idea che “color cui vinse l'ira„ siano

i rei d'ira, chiudono gli occhi e abbassano il capo e recalcitrano.

Io ho già detto che come avarizia è la denominazione della colpa sì

degli avari e sì dei prodighi nel cerchio precedente, così nella palude

accidia è sì di color cui vinse l'ira, sì dei tristi che hanno mozza la

parola e portarono dentro accidioso fummo. Ora dirò come l'infermità

dell'irascibile, per cui esso è destituito del suo ordine all'arduo, sia

non solo accidia, come è chiaro, ma sia accidia anche dove pare ira e

non è. In vero la virtù che è nell'irascibile come in subbietto, è la

fortezza.[438] Or la fortezza, come Dante stesso dice, “è arme e freno a

moderare l'audacia e la timidità nostra nelle cose che sono corruzione

della nostra vita„.[439] Poichè “ciascuna di queste virtù ha due nemici

collaterali, cioè vizii, uno in troppo, e un altro in poco„,[440] i due

nemici collaterali della fortezza sono appunto l'audacia e la timidità.

La timidità Dante chiama, nel luogo della Comedia, tristizia o accidia:

come chiama l'audacia? Chè il contrario di quella tristizia la quale è

timidità, è l'audacia, e non altro. La chiama “orgoglio„.[441]

Quei fu al mondo persona orgogliosa:

bontà non è che sua memoria fregi.

E orgoglio in Dante è il rimpettire e tronfiare e rotare dei

colombi,[442] e quel di Serse, a gettare un ponte sul mare,[443] e quel

degli Arabi a passar l'Alpe,[444] e quel della gente nuova,[445] e quel

che cade, insieme con l'uncino, a Malacoda, appena Virgilio gli ha

parlato.[446] Tutte queste volte l'orgoglio è qualche cosa che cade

subito, qualche cosa di vano e in sè e nell'effetto. Grazioso è il fatto

dei colombi: il loro orgoglio, quella loro pettoruta e fremebonda

alterigia, cessa a un tratto per una manata di becchime: beccano queti:

a un tratto un sassolino che cade vicino a loro, li fa levar su in un

impeto di paura. Non sono davvero forti, i cari colombi, ma orgogliosi o

timidi. E passando agli uomini, orgoglio è, dunque, in Dante non tanto a

indicare la grandezza del pericolo affrontato e dell'impresa assunta,

quanto a significare la subita fine d'una vampa improvvisa e vana. Così

è di Serse, così degli Arabi, così di Malacoda. E come non della gente

nuova? E come non di Filippo Argenti?

Così inteso l'orgoglio è proprio tutt'uno con l'audacia. Nel libro di

Tullio, donde prese la violenza e la frode, Dante leggeva un detto di

Platone,[447] che “un animo pronto al pericolo, se è spinto da sua

cupidità, non dal comun bene, deve avere piuttosto il nome di audacia

che di fortezza„. Ora egli dice di Filippo Argenti:

Bontà non è che sua memoria fregi;

e ciò dice subito dopo aver mentovato il suo orgoglio. Non è lecito

presumere che il pensiero di Dante sia appunto che quello dello Argenti

era orgoglio od audacia per ciò che il suo animo non era spinto dal bene

comune, sì che nessun bene di lui si poteva raccontare? Ma un'altra cosa

certo il Poeta non ignorava, chè era del maestro di color che sanno e

nella Etica la quale Virgilio a Dante dice: Tua. Aristotele, riportato

nella Somma, dice che “gli audaci sono prevolanti, e volanti avanti i

pericoli; ma quando ci sono dentro, si partono„.[448] I forti, dichiara

il dottore, i forti invece persistono nel pericolo, perchè nulla

d'impreveduto vi provano, anzi vedono il rischio minore di quel che

pensavano. E sèguita: “o anche perchè affrontano i pericoli per il bene;

il qual volere di bene persevera in essi, per grandi che i pericoli

siano; mentre gli audaci li affrontano per la sola estimazione, la quale

dà speranza ed esclude il timore„; per la sola estimazione che sia

possibile la vittoria.[449] Dal che si raccoglie che l'audacia, non

essendo per il bene, finisce subito in viltà.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 69 / 142 题