del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso l'arco.
Il “mondo„ è la vita attiva o civile. Invero due strade ha l'uomo, “e
del mondo e di Deo„.[361] Quella di Deo è il cammino della vita
contemplativa, quella del mondo è quello della vita attiva o civile, la
quale ci conduce “nel governo del mondo„, appunto. Il valore è il
complesso delle virtù, il cui uso è necessario per quella vita o per
quel cammino. Salir su sarebbe prova di valore. “Or va su tu, che sei
valente„ dice Belacqua.[362] A Dante il suo valore non giovò, ed era
ripinto, dalla bestia senza pace, là per la piaggia diserta. Quella
bestia gl'impediva la strada del mondo.
Ora a Marco Lombardo Dante parla, ripetendo e chiarendo le parole di
lui, quelle intorno al mondo e al valore. Dice:
Lo mondo è ben così tutto _diserto_
d'ogni virtute, come tu mi suone,
e di _malizia_ gravido e coperto.
La piaggia diserta, su cui si avanza a poco a poco la lupa, è dunque il
mondo coperto di malizia: malizia o ingiustizia o frode che è la stessa
cosa; malizia o cupidità, che tornano alla stessa cosa, come effetto a
causa, causa ad effetto. Chi avrebbe potuto sbrattare dal mondo, ossia
dal cammino della vita attiva, la malizia, e fare che rifiorissero nel
deserto le virtù, che ad essa vita attiva si convengono?
Sono esse le quattro virtù cardinali, tra cui una “ordina noi ad amare e
operare dirittura in tutte cose„, un'altra è “conducitrice delle morali
virtù„:[363] la giustizia e la prudenza. Abbiamo veduto che la prudenza
è figurata nella luna tonda, che non nocque a Dante per la selva. La
giustizia è figurata in quello da cui la luna riceveva la luce di
grazia; nel sole che illuminava il colle, sul mattino di quella notte.
Il pianeta
che mena dritto altrui per ogni calle
è Dio giustificante,[364] Dio che infonde la giustizia, la quale ci
ordina “a operare dirittura in tutte cose„, come a dire, ci mena dritti
per ogni calle. L'una e l'altra gli uomini hanno bisogno di trovare
“_quasi architectonice_„ nel principe.[365] In loro hanno da essere, le
due virtù, in modo secondario e quasi amministrativo o esecutivo; ma se
non c'è l'architetto, le virtù dei mastri e de' manovali, per quanto
esperti e attenti, non riescono a bene costruire l'edifizio sociale.
Dante, nel suo poema e nelle altre opere, esprime molte volte questo
concetto, ora chiarendolo dal punto della prudenza, ora da quello della
giustizia, e riuscendo sempre al medesimo. Quando egli dice che il mondo
deve avere il suo sole,[366] che gli faccia vedere la strada, ha di mira
la superior prudenza, la prudenza regnativa; quando fa dire a Beatrice
che l'alto Enrico[367] verrà “a drizzare Italia„, ha di mira quella
superior giustizia che si chiama legale; la giustizia che mena dritto o
drizza. Tutte e due ha nel pensiero quando fa esporre da Marco Lombardo
le vicende dell'anima semplicetta,[368] la quale
di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s'inganna, e retro ad esso corre,
se _guida_ o _fren_ non torce suo amore.
La guida è la prudenza del principe; il freno, la giustizia legale, che
fa pure capo al principe. Il freno è la giustizia _legale_:
onde convenne _legge_ per _fren_ porre;
la guida è la prudenza _regnativa_:
convenne _rege_ aver che _discernesse_
della vera cittade almen la torre.
Questo freno e questa guida, nella strada del mondo, non può essere che
l'imperatore. Non può essere il papa;
però che il pastor che precede
ruminar può, ma non ha l'unghie fesse;
cioè può meditare le scritture e sanamente intenderle, ma non ha
l'uffizio e la virtù di discernere il bene dal male; cioè la prudenza,
la prudenza che appartiene all'uso pratico dell'animo:[369] ha quanti
lumi si vogliano, per la vita spirituale; non ha quello per la vita
attiva o civile: tanto che pur esso, difettando del lume, non ha il
freno;
perchè la gente, che sua guida vede
pure a quel ben ferire, ond'ella è ghiotta,
di quel si pasce, e più oltre non chiede.
La gente la quale vede che il suo pastore è dominato dalla cupidità e se
ne lascia condurre, lo imita. Ora la cupidità contrasta massimamente
alla giustizia. Dunque il pastore non ha prudenza regnativa nè la
giustizia legale.
La cupidità contrasta massimamente alla giustizia. Così Dante afferma,
dietro Aristotele.[370] Togliendo al tutto quella, nulla resta di
contrario alla giustizia.[371] In verità la cupidità[372] è l'avarizia
che germina in malizia o ingiustizia. Tolto il mal principio, non ci
sarà più il tristo effetto: l'ingiustizia. E l'ingiustizia è la lupa. Ed
essa è nella piaggia diserta, nel mondo diserto d'ogni virtù.
Ma verrà un Veltro, che la farà morire. Che altro può essere se non un
imperatore? L'imperatore non può avere cupidità “poichè la sua
giurisdizione ha confine soltanto con l'oceano„;[373] e non può essere
cupidità dove non c'è che cosa desiderare. E così il Veltro che è
l'opposto della lupa, non ciba terra nè peltro, cioè non cerca, come la
cupidità, _aliena_, siano provincie, siano ricchezze. E così
l'imperatore può fare dominante la giustizia, che solo sotto lui è
_potissima_. E con la giustizia la pace. Perchè tra i beni dell'uomo il
principale è vivere in pace, e questo opera, più o meglio, la
giustizia.[374] Or la lupa è senza pace, come quella che è ingiustizia,
e opera, quindi, il contrario di giustizia: questa dà, quella toglie la
pace. Or non è il Veltro che può rimettere nell'inferno la bestia nemica
di pace? E dunque il Veltro è l'imperatore. E la pace egli la vorrà, chè
egli ha la virtù contraria alla cupidigia che cerca l'altrui: ha la
carità o amore che, spregiando le altre cose tutte, cerca Dio e l'uomo e
per conseguenza il ben dell'uomo: ha insomma quell'amore che drittamente
spira, cioè _recta dilectio_, che si liqua in volontà di bene; il
contrario di quella cupidità che si liqua in volontà d'ingiuria o di
male. Ha quest'amore l'imperatore; e non il Veltro? Egli ciberà, con
sapienza e virtù, amore. E l'imperatore solo può come la giustizia così
avere il giudicio sopra gli altri. E il giudicio è atto di sapienza, e
la potestà giudiciaria si conviene al Cristo che è la somma
sapienza;[375] onde tanto è dire che l'imperatore può sol esso avere il
giudicio, quanto dire che può sol esso aver la sapienza. E non ha la
sapienza il Veltro? Egli, con amore e virtù, ciberà sapienza. E
l'imperatore solo può esercitare la giustizia, perchè egli non ha
contrarietà nel _velle_, chè egli vuole, come niun altro, avendo la
volontà libera da ogni cupidità; ma non basta: egli non ha contrarietà
nel _posse_, essendo egli il più potente di tutti. E non ha anche il
Veltro potenza? Sì; perchè egli ciba sapienza e amore e virtute; e
questa virtute è come dire facoltà o potestà.[376] Ancora: la lupa
ripingeva Dante “là dove il sol tace„; dove non è libero arbitrio; nella
selva della servitù. Chi avrebbe liberato Dante da codesto ritorno al
servaggio? Intendo, senza mutar cammino. Il Veltro. Ebbene l'imperatore
è colui che guarda la libertà degli uomini; la libertà, che è il maggior
dono di Dio, la libertà cui avendo, il genere umano è disposto il
meglio.[377] E il genere umano solo sotto l'impero del Monarca è libero,
che solo allora è per sè e non per altrui; solo allora si drizzano le
“_politiae iniquae_„. Infine come la lupa è bramosa dell'altrui e ciba
terra e metallo, mentre il profetato Veltro è senza cupidità; e come la
lupa significa il disordine nell'intelletto e nel volere e
nell'appetito, mentre il Veltro è sapiente e bene avvolontato e bene
disposto delle potenze della sua anima sensitiva; e come la lupa uccide
mentre il Veltro salva; così al modo che la lupa vien dall'inferno, il
Veltro viene dal cielo. Non lo chiede al cielo Dante?[378]
O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di quaggiù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?
questa, cioè la lupa antica. E non è messo da Dio il “cinquecento diece
e cinque„ che vede ancidere la fuia, la quale è una lupa, è la lupa? E
stelle portano il tempo del _dux_, come è messo da Dio: vien dal cielo.
Onde si fa molto probabile l'antica spiegazione del verso
e sua nazion sarà tra feltro e feltro,
che il Laneo, per esempio, interpreta “tra cielo e cielo, ciò vuol dire
per constellazione„.
Ora che da Dio sia l'autorità imperiale, e che “quel sommo ufficiale„
che è l'imperatore, sia eletto “da quel consiglio che per tutti
provvede, cioè Iddio„, e che il Romano Imperio avesse da Dio “non
solamente speziale nascimento, ma speziale processo„; è concetto così
noto di Dante, che basta accennarlo.[379]